Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI AREZZO GIUSEPPE FANFANI, NIPOTE DI AMINTORE E PROTETTO DALLA BOSCHI, VERSO IL CSM
Una trattativa serrata, nella notte, per evitare una nuova fumata nera e un nuovo, inesorabile, monito di Napolitano.
Ma il gioco d’incastri appare più complicato del previsto in questa partita doppia per l’elezione dei membri della Consulta e del Csm; il via libera a Luciano Violante alla Consulta, in coppia con Antonio Catricalà benedetto da Gianni Letta, avrebbe eliminato Massimo Brutti dalla corsa alla vicepresidenza del Csm.
Troppi, per il Cavaliere, due “comunisti” storici alla guida dei due organismi di garanzia.
Ecco che, quindi, si è fatta avanti, con maggiore credibilità , la candidatura di Giuseppe Fanfani — giovane sindaco di Arezzo, margheritino della prima ora, amico di sempre di Maria Elena Boschi — a possibile successore di Vietti sullo scranno più alto di Palazzo dei Marescialli.
Il suo nome è vissuto in modo meno ostile da Berlusconi.
Che in caso sarebbe anche pronto a sacrificare Catricalà in cambio di Donato Bruno, ma poi non è detto, visto che dentro il Pd la contrapposizione è aspra e c’è chi preferirebbe vedere al posto di Vietti, Paola Severino piuttosto che un renziano di “dubbie capacità ” al Csm.
Così come dentro il partito del Cavaliere non sembra ancora essere del tutto tramontata l’ipotesi di forzare la mano su Niccolò Ghedini.
Stamattina, poco prima dell’inizio d’aula, una nuova riunione del gruppo Pd per fare il punto.
Ieri mattina, intanto, a Palazzo Chigi Matteo Renzi ha visto i capigruppo del Pd, Luigi Zanda e Roberto Speranza, per stabilire la strategia, anche alla luce delle sollecitazioni del Quirinale, di Grasso e Boldrini che hanno minacciato il voto a oltranza in caso di una nuova fumata nera.
Nel corso della giornata, poi, ci sono stati contatti continui ai massimi livelli tra Pd e Forza Italia, Lotti da un lato, Verdini dall’altro.
Per Palazzo dei Marescialli non verrebbe avanzata una candidatura dalla Lega che potrebbe anche decidere annullare le schede, mentre Sel punterebbe all’avvocato Paola Balducci e il M5S ai nomi scelti dalla rete nel luglio scorso (il professor Alessio Zaccaria al primo posto, seguito da Nicola Colaianni, Fabio Anselmo, Massimo Bongiovanni, Oreste Agosto; in ambienti parlamentari si sottolinea che l’accordo si potrebbe trovare su Colaianni).
La partita resta quella all’interno di Forza Italia, dove si darebbe per certa la candidatura dell’avvocato e senatrice Elisabetta Casellati.
Ma si parla anche dell’ex consigliere Csm Nino Marotta di Sarro e, fra i campani, c’è chi avrebbe pensato all’elezione di Ciro Falanga.
Tra gli otto nomi dei membri laici del Csm, invece, figurerebbero poi la senatrice Elisabetta Maria Casellati, in quota Forza Italia, e anche l’ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che avrebbe già dato la sua disponibilità , ma meglio se per la Consulta, che dura sette anni, non cinque come il Csm.
La partita, insomma, si gioca fino all’ultimo minuto.
Nel campo della maggioranza, i nomi circolati per l’elezione dei membri laici sono, per il Pd, quelli di Ferruccio Auletta, Cinzia Capano, Luca Petrucci e Ilaria Pagni, mentre per il Nuovo Centrodestra il candidato rimane Antonio Leone.
La partita in gioco è considerata delicata anche per l’imminente nomina dei capi di alcune procure politicamente delicate che dovranno essere il primo banco di prova del nuovo plenum del Csm e su cui il Quirinale ha chiesto la massima celerità (una di queste è la Procura di Milano).
Smentita, invece, l’ipotesi di un rinvio del solo voto sui membri della Consulta, per intervento diretto sempre del Quirinale che ha fatto capire di non accettare deroghe alle “necessarie scelte politiche da compiere”.
Stamattina, dunque, i nodi potrebbero sciogliersi, visto che il Pd ha sollecitato con un sms i suoi parlamentari a non mancare all’appuntamento per nessun motivo.
Si punta a chiudere in giornata, dicono i renziani, anche se dai dem più avveduti c’è la piena coscienza che il quorum del 3/5 dei soli votanti rimane comunque alto, vista l’aria che tira.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
SARA’ IL CSM A NOMINARE I CAPI DELLE PROCURE CHE INCROCIANO I GUAI GIUDIZIARI DI SILVIO… BERLUSCONI PROPONE LA CASELLATI E LA RUSSA
Un Nazareno sul Csm e sulla Consulta. Anzi sul Csm e sulla Consulta che saranno in carica durante la
riforma della giustizia.
La trattativa è in fase avanzata.
Berlusconi ha già fatto sapere che il nome di Massimo Brutti come futuro vicepresidente non ha il suo veto.
E comunque lo convince di più rispetto alla rosa esaminata nei giorni scorsi. Dove compariva il nome dell’ex guardasigilli Paola Severino e di Giovanni Fiandaca su cui però non c’era molto gradimento neanche del Pd.
Perchè è vero che Brutti è “comunista” ma soprattutto è “garantista”, autonomo rispetto al partito dei giudici: “Perfetto per la pacificazione” dice uno dei pochi azzurri vicini al dossier.
Semmai le perplessità riguardano Renzi. E non solo perchè l’ex sottosegretario era vicino a Massimo D’Alema ma soprattutto perchè non rappresenterebbe quei criteri di “novità ” considerati necessari vogliono a palazzo Chigi.
Sia come sia la notizia è che c’è una rosa per il Csm. Ed è condivisa.
Con Renzi e Berlusconi che, come accaduto sulle riforme costituzionali, direttamente o per via degli ambasciatori — Letta e Verdini da un lato, Lotti dall’altro — esprimono il gradimento, indicano nomi, ne depennano altri.
Nomi di sinistra “graditi” al centrodestra. E nomi di centrodestra “graditi” al Pd di Renzi. È così che si è arrivati anche all’indicazione dei due nomi della Consulta. Antonio Catricalà in quota Gianni Letta, considerato più digeribile per il Pd di Donato Bruno.
E Luciano Violante su cui, alla sua terza volta, sarebbe caduto il veto di Silvio Berlusconi. Altro sdegnale di “pacificazione”.
E allora restano da comporre le ultime caselle del Csm. È il dossier più delicato. Più “politico”.
E su cui l’ex premier ha raccolto le preoccupazioni di Ghedini. Perchè il Csm avrà un potere enorme nei prossimi mesi.
Non solo sarà in carica mentre il Parlamento discute di riforma della giustizia. Ma sarà chiamato a nominare la nuova tolda di comando di comando di parecchie procure.
Già , perchè con la norma che abbassa l’età pensionabile dei magistrati da 75 a 70, prevista nel decreto sulla PA vengono “decapitati” i vertici dei più importanti uffici giudiziari, come Milano, Venezia, Torino, Napoli e Roma.
Per fare un esempio a Milano, nel luogo che Berlusconi considera più ostile, andranno in pensione Edmondo Bruti Liberati, il presidente Livia Pomodoro, il presidente della Corte d’Appello Giovanni Canzio e il pg Manlio Minale.
Ecco il punto. Sarà il Csm a nominare i nuovi. E sarà il Csm a nominare capi degli uffici giudiziari, membri di Cassazione e Corti d’Appello che incrociano i guai giudiziari del Cavaliere.
Per questo l’ex premier vuole garanzie da Renzi: nomi equilibrati, non ostili.
Forza Italia, a cui ne spettano due, ha indicato l’ex sottosegretario Elisabetta Casellati e vedrebbe bene al Csm anche Ignazio La Russa, che pur essendo di Fratelli d’Italia gode della stima e dell’amicizia del Cavaliere.
Anche se però il principale ostacolo all’operazione pare essere soprattutto La Russa che preferirebbe essere indicato alla Consulta.
Si capisce così perchè tra gli azzurri aleggi il sospetto, anzi la convinzione, che l’opposizione fantasma di Forza Italia a Renzi sia una delle contropartite del patto di reciproco sostegno: “Silvio ci sacrifica per difendere le sue ragioni”.
Prima ha sacrificato il Senato, ora rinuncia a fare opposizione sull’economia pur di stare al tavolo della trattativa con Renzi. E di tutelare i dossier che gli stanno a cuore.
Come il Csm e come la riforma della giustizia, dove chi ha visto i testi sul falso in bilancio — o meglio, le bozze perchè i testi non sono ancora all’attenzione della Camere — li definisce particolarmente “blandi”.
L’ultimo sondaggio è da brivido. Ma pare non abbia impensierito molto Berlusconi. Forza Italia è al 14, mentre Renzi sale.
Ma l’ordine di scuderia è sempre lo stesso: “Non attaccate”.
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Agosto 27th, 2014 Riccardo Fucile
TRA POLITICI TROMBATI E FIGLI DI FAMOSI: CON CESA LAVORA LA FIGLIA DI BUTTIGLIONE…PER I COLLABORATORI STRASBURGO ASSEGNA FINO A 21.000 EURO
La grande famiglia della politica italiana ha un cuore enorme. 
E non perde occasione per dimostrare la sua generosità . In patria ma anche all’estero. Una munificenza consentita anche dai 21.209 euro che mensilmente Strasburgo mette a disposizione di ogni europarlamentare per pagare i collaboratori.
Una somma pensata per assicurare a tutti il meglio in circolazione.
Eppure, passando in rassegna i 210 portaborse scelti dai nostri 73 europarlamentari – fra gli accreditati e quelli locali – emerge un quadro fatto di cognomi eccellenti, politici rimasti senza scranno, burocrati di partito da sistemare e perfino amici di vecchia data.
Tutto assolutamente lecito, trattandosi di un rapporto fiduciario. Ma al tempo stesso, senza entrare nel merito delle singole valutazioni, una circostanza che pare confermare come il contratto stipulato nel 2004 dal leghista Francesco Speroni col primogenito del Senatùr, Riccardo Bossi – che tanto scandalo destò – non fosse un fenomeno così isolato
MI MANDA PAPà€
“La famiglia al primo posto” è un mantra per i politici italiani.
E Alessandra Mussolini non fa eccezione: nel suo staff figura Marco Cavarischi, fidanzato 19enne della sua primogenita Caterina Floriani.
Un lavoro di fiducia per il genero che verrà , insomma. Il quale nel frattempo si è già distinto su Facebook per la convinta difesa del “suocero” Mauro Floriani durante lo scandalo sulle baby squillo dei Parioli.
«Embè? Mica è vietato, non è un parente» si affretta a sottolineare la Mussolini non appena l’Espresso le chiede lumi sulla decisione.
«E comunque collaborava con me già da prima che diventassi europarlamentare». Quanto alle mansioni di cui il giovane si occupa, l’esponente di Forza Italia non va oltre un laconico “rapporti col territorio”.
E se la legge vieta di assumere i parenti, nulla vieta di farlo con quelli altrui.
Quando è arrivato a Strasburgo, forte di oltre 57 mila preferenze, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa non ha avuto dubbi nella ricerca di un valido collaboratore: la scelta è ricaduta su Benedetta Buttiglione, figlia del più celebre Rocco.
A volerla con sè a Strasburgo, nel 2009, era stato Magdi Cristiano Allam, anche lui eletto con l’Unione di centro .
D’altronde l’imprinting familiare è evidente: nel suo blog , ormai abbandonato, la Buttiglione junior si definisce “fan della famiglia tradizionale” e impegnata nella difesa di valori non negoziabili come il no all’aborto, ai matrimoni gay e all’eutanasia. Tutta suo padre.
Nello staff del forzista Fulvio Martusciello c’è Laura Fasolino, figlia del defunto Marcello, vulcanico imprenditore partenopeo attivo nell’edilizia e nell’energia, che nel 2001 – ai tempi in cui era candidato sindaco a Napoli – sostenne Antonio Martusciello, fratello di Fulvio.
I SENZA SCRANNO
Non mancano gli europarlamentari che si sono impegnati a trovare una collocazione a colleghi di partito rimasti senza incarico.
Il forzista Salvatore Cicu ha preso come collaboratore l’ex deputato Pippo Fallica, che lo scorso anno si era candidato alle politiche senza successo con Grande Sud («Siamo stati compagni di banco a Montecitorio per 12 anni» sottolinea il diretto interessato). Il motivo? Forte in Sardegna ma assai debole in Sicilia, in campagna elettorale i due hanno stretto un accordo.
Risultato: quasi 13 mila preferenze in Sicilia, metà dei quali fra Palermo e provincia, feudo di Fallica.
Voti decisivi, visto che Cicu è entrato a Strasburgo per il rotto della cuffia: appena 700 voti in più di Gianfranco Miccichè, rimasto fuori dalla porta. E adesso, per l’ex onorevole, un contrattino anche come forma di riconoscenza.
L’ex commissario Antonio Tajani ha deciso di fare affidamento a livello locale sull’ex consigliere regionale del Lazio Francesco Battistoni, che – da capogruppo Pdl – con le sue denunce fece esplodere nell’estate 2012 il caso Fiorito.
Candidato alla Camera, nemmeno lui era riuscito a varcare la soglia di Montecitorio. Col leghista Mario Borghezio c’è invece Filippo Pozzi, in passato assessore all’Ambiente della Provincia di Piacenza.
Non fa eccezione il Movimento cinque stelle, che pure vede come il fumo negli occhi chi viene dagli altri partiti o ha avuto esperienze politiche precedenti: fra i portaborse del grillino Marco Zullo figura Alessandro Corazza, fino allo scorso anno capogruppo dell’Italia dei valori alla Regione Friuli.
Chi fa eccezione, ma al contrario, è Flavio Zanonato, che un incarico l’ha dato a chi un posto ce l’ha già : Andrea Micalizzi, assessore al Verde pubblico ai tempi in cui l’ex ministro era sindaco di Padova.
Eppure Micalizzi dovrebbe essere già sufficientemente impegnato: è stato rieletto appena tre mesi fa col Pd ed è vicepresidente del Consiglio comunale. «In realtà l’attività da consigliere è più semplice e forse chi ha un incarico politico svolge anche meglio il compito di collaboratore» assicura lui.
APPARATO DIRIGENTE
Sarà per questo che proprio il Partito democratico, erede della struttura pesante di impronta Pci, pare essersi specializzato nel collocamento dei funzionari.
Circostanza che consente fra l’altro di coltivare il rapporto con le federazioni di provenienza e assicurarsi così preferenze alle primarie e in cabina elettorale.
Qualche caso?
Con Cècile Kyenge c’è l’ex segretario Pd di Modena, Paolo Negro. Goffredo Bettini ha scelto Marco Tolli, coordinatore della segreteria a Roma e già candidato senza successo al Campidoglio, Isabella De Monte ha puntato sul segretario dei Giovani democratici di Udine, Rudi Buset, Roberto Gualtieri sul segretario provinciale di Viterbo Andrea Egidi, che già aveva ricevuto il suo endorsement durante la campagna congressuale.
Tutt’altra storia a destra, dove i rapporti più fidati sono quelli che resistono all’usura del tempo.
Lo sa bene Giovanni Toti, che nella sua squadra ha voluto l’avvocato Pietro Paolo Giampellegrini, compagno di classe dalle elementari al liceo.
Interpellato dal quotidiano livornese Il Tirreno , il legale non ha perso occasione per tessere le lodi del vecchio amico: «Era alto, bello, dai modi pacati, sempre ben vestito, bravo nell’eloquio. Un leader. Già allora si vedeva che sarebbe diventato qualcuno». Più che un collaboratore, una garanzia.
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso“)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
IN SETTE ANNI A QUESTO AMMMONTA LA SPESA PER LA PROPRIA SICUREZZA PERSONALE… MA L’ESBORSO NON ERA MAI STATO AUTORIZZATO
Il primo tentativo, con le buone, lo hanno fatto ad aprile.
Il Consiglio di Amministrazione di Aeroporti di Puglia aveva chiesto, con una comunicazione personale, di restituire quanto “impropriamente” speso negli ultimi 7 anni.
Ma per quattro mesi non s’è mossa foglia e neppure assegno.
Per questo dalle vie diplomatiche si è passati a quelle legali. Così Aeroporti s.p.a ha deciso di fare causa al suo ex amministratore unico Domenico Di Paola per ottenere la restituzione di 576mila euro che il dirigente avrebbe speso per pagare la sicurezza personale.
Senza che la scelta fosse stata mai autorizzata da alcuno. La vicenda, come detto, risale a diverso tempo fa ma solo ora pare essere arrivata alla svolta finale.
Domenico Di Paola, candidato dal centrodestra alle ultime elezioni comunali a Bari, dal 2001 al 2013 ha ricoperto la carica di amministratore unico di Aeroporti di Puglia.
Nominato da Raffaele Fitto, confermato da Nichi Vendola, ha smesso i panni di dirigente lo scorso anno, quando con una diplomatica stretta di mano, il Cda e la Regione gli preferirono Giuseppe Acierno, già direttore del Distretto dell’Aerospazio.
Di Paola non è andato via a mani vuote avendo, nel corso dei 12 anni, percepito qualcosa come 4 milioni e 900mila euro in stipendi, compensi e benefit.
Cifra contenuta in una relazione messa a punto dal dirigente del Servizio Finanza e Controlli della Regione, Mario Lerario, che scandagliando fattura dopo fattura, ha fatto il punto su quanto elargito sino a quel momento all’amministratore.
È bastato questo per fare emergere tra le pieghe del bilancio, ma senza riscontro nelle delibere del Cda, una spesa di 576mila euro spesi dal 2006 al 2013 per pagare la sicurezza personale di Di Paola.
Necessaria, pare, per vigilare non solo sull’incolumità personale dell’ex amministratore, ma anche per sorvegliarne l’abitazione.
Nulla a che vedere, dunque, con l’attività della società .
La decisione di Di Paola di dotarsi di body guard scaturì dalle minacce ricevute per aver contrastato la costruzione di alcuni edifici nell’area confinante a quella dell’Aeroporto.
La sua opposizione, evidentemente, non andò giù a qualcuno tanto da arrivare a minacciarlo se non avesse deposto le armi.
Di Paola decise di far da sè assumendo guardie del corpo private.
La società alla quale si rivolse Di Paola era la Isi Security Management guidata da Giuseppe Italiano, già noto ad Aeroporti di Puglia avendo per 10 anni curato proprio lui la sicurezza della S.p.a.
La contestazione della Regione, che di Aeroporti è socia unica, non si limita a questo ma va oltre:
Di Paola non avrebbe usufruito della vigilanza solo per se stesso, ma anche per la sua abitazione.
A questo la Regione è arrivata per esclusione, dopo che il confronto tra le fatture emesse e i giorni conteggiati evidenziava come nei festivi, nei giorni di ferie e nelle ore notturne la vigilanza avesse lavorato come e più del solito.
E non è tutto: quando Di Paola era in trasferta per esigenze di lavoro, le fatture della sicurezza rimanevano invariate senza, cioè, traccia di spostamenti e spese aggiuntive, segno del fatto che la loro opera continuavano a svolgerla in città , nonostante non fosse presente la persona da sorvegliare.
Questo non ha fatto che avvalorare la tesi che ad essere vigilata fosse anche solo l’abitazione dell’interessato.
Se l’ingegnere deciderà di intraprendere un battaglia legale per difendere la legittimità delle sue scelte o se preferirà dare atto ad Aeroporti della veridicità delle contestazioni non è ancora noto.
Quello che sembra, però, è che potrebbe non essere finito qui l’elenco delle spese da rendere alla società pubblica.
Tra le pagine della relazione della Regione appare sottolineata in rosso anche un’altra fattura emessa nel 2009, relativa ad una spesa da 290 euro effettuata in una gioielleria dell’Oman. Briciole, in ogni caso.
Mary Tota
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 17th, 2014 Riccardo Fucile
CAMERE RIUNITE AD AGOSTO, CHI TORNA E CHI RESTA: LE SCUSE DEI PARLAMENTARI PER NON INTERROMPERE LE VACANZE
Nessuno tocchi le vacanze dei politici. Soprattutto se sono appena iniziate. 
E anche se c’è in ballo una questione molto importante, il via libera alle armi ai curdi deciso dalla riunione dei ministri degli esteri Ue, i parlamentari delle Commissioni difesa e esteri di Camera e Senato che i presidenti hanno chiamato a raccolta il prossimo 20 agosto ora fanno i vaghi. Oppure respingono l’invito al mittente.
Il Fatto Quoatidiano ha provato a contattarli.
Tra chi – come Antonio Razzi – ammette candidamente “non torno, ho il compleanno della suocera”, chi dice di non saperne nulla e chi, come il deputato M5s Carlo Sibilia, garantisce: “ci sarò”.
Antonio Razzi (Forza Italia)
“Non torno. Sono in Spagna perchè mia suocera compie 87 anni: non succede tutti i giorni”
Michaela Biancofiore (Forza Italia)
“Non ne sapevo nulla di questa adunata. Io ho prenotato, non posso mica smontare il viaggio. Quest’estate poi i lavori parlamentari sono finiti tardi. Sto per prendere un volo per l’America non è che ti possono dire le cose a un minuto dalla partenza, non potrei nemmeno rimborsare il biglietto
Sandra Zampa (Pd)
“Giusta la convocazione, ma sono a Washington e non ce la farò”
Angelo Tofalo (M5S)
“Finchè non arriva quella (convocazione ndr) parliamo di fuffa. Ci sarò? Boh”
Massimo Artini (M5s)
“Per il Movimento per ora sono solo io. Sto provando a sentire colleghi degli Esteri, ma molti di loro sono fuori dall’Italia”
Nico Stumpo (Pd)
“Non so nulla, ho iniziato le ferie oggi, non leggo i giornali da due giorni. Sentirò i colleghi”
Giuseppe Fioroni (Pd)
“Non ne so niente, sono in montagna da due giorni. Quale sarebbe l’argomento? Ah. Vedremo, ci aggiorniamo”.
Manlio Di Stefano (M5s)
“Ci sarò? Tornerà dall’Africa? “Intendevo che ci saremo come Movimento”
Maurizio Gasparri (Forza Italia)
“Sono appena riuscito a partire: si lavora incessantemente. Non lo so, ma non si preoccupi, qualcuno ci sarà ”
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
EX PARLAMENTARI QUOTIDIANAMENTE AFFOLLANO IL TRANSATLANTICO: LETTURA DEI GIORNALI, PENNICHELLA E BUVETTE… SPERAVANO CHE LA CAMERA NON ANDASSE IN VACANZA: “E ORA COSA FAREMO FINO AL 4 SETTEMBRE?”
Fino all’ultimo minuto hanno sperato che la Camera dei deputati non andasse in vacanza. Troppo
lontana la ripresa dei lavori, il 4 settembre. “Cosa faremo fino a quel giorno? Come occuperemo il nostro tempo?”.
La disperazione, manco a dirlo, non arriva da uno dei 630 deputati eletti nel febbraio del 2013. Attanaglia, invece, i pensieri degli ex parlamentari che quotidianamente affollano il Transatlantico e i corridoi di Montecitorio.
Ex parlamentari che continuano a varcare l’ingresso di Montecitorio come se fossero ancora in carica. Con una costanza che lascia di sasso. E che maliziosamente lascia scappare a un commesso di piazza del Parlamento la seguente affermazione: “Guardi, quando erano in carica non venivano con questa frequenza”.
Ex parlamentari che adorano ancora oggi fregiarsi del titolo di “on.”, indossano abiti sartoriali acquistati in uno dei vicoli del centro della Capitale, e si atteggiano a decani della politica italiana in virtù dei gradi cuciti addosso.
In una tradizione che da nord a sud varia e assume un significato e una colorazione differente.
Di fatto, spiega il senatore Augusto Minzolini (ex cronista parlamentare, conoscitore degli angoli del palazzo come pochi), “ai tempi della Prima Repubblica il ruolo delle istituzioni era sacrale. Sì, resta un atteggiamento attento a quei ruoli perchè c’è chi l’ha vissuto soprattutto come un elemento sano. Ma prima con la Lega, poi con l’avvento del M5s, al nord questo concetto è venuto meno. Mentre al sud il valore del concetto del deputato “onorevole” è superiore”.
Un atteggiamento di rispetto nei confronti delle istituzione che porta uno come l’ex Dc Calogero Mannino — sei legislature sulle spalle, più volte ministro — a ri-frequentare i corridoi del Palazzo un paio di giorni a settimana.
Il siciliano adora la giornata montecitoriana. Prima lo sfoglio dei giornali nella raffinatissima sala lettura adiacente al Transatlantico, poi un caffè alla buvette per un saluto ai commessi, e, infine, uno scambio di battute con vecchi amici, come un altro ex ministro democristiano come Paolo Cirino Pomicino o come Salvatore Cardinale, altro ex ministro, anche lui sicilianissimo e anche lui frequentatore del palazzo come pochi, che dalla Dc passò al Ccd e poi all’Udeur, al Ppi e alla Margherita.
Scorrendo l’album dei “nostalgici” non si può non annoverare l’ex segretario generale della Cisl, Sergio D’Antoni.
Dopo tre legislature con le fila dei democratici, l’ex sindacalista ha il record di presenze fra gli ex parlamentari che non abbandonano il palazzo.
E non manca giorno che non si scorga la sua sagoma. Allieta i cronisti parlamentari, chiacchiera con l’ex segretario Pier Luigi Bersani, e cura “principalmente” l’attività di lobbying al punto che recentemente è stato nominato ai vertici del Coni Sicilia. Però. La lunga lista dei “nostalgici” di Montecitorio arriva giù giù fino all’ennese Vladimiro Crisafulli, “Mirello”, noto alle cronache nazionali per essere stato escluso dalle liste dei candidati (prima delle elezioni 2013) perchè “impresentabile”.
Ma anche per una affermazione che resterà nella storia della politica italiana: “Ad Enna vinco anche con il sorteggio”.
Raggiunto telefonicamente, il siciliano cerca di spiegare con il solito piglio le ragioni del presentismo: “Io ho i miei problemi a Roma che non c’entrano nulla con Montecitorio. Non sono un nostalgico. Vado spesso a trovare il mio amico Angelo Capodicasa e il segretario regionale del Pd (che è Fausto Raciti, deputato Pd, ndr). Avimu voglia di parlare dei problemi della Sicilia”.
E i problemi tende ad allontanarli rifugiandosi a Montecitorio l’ex deputato Gustavo Selva. Lui insidia per presenze D’Antoni. Dalla colazione alla pennichella pomeridiana in un divanetto della sala lettura, Selva usufruisce di tutti i servizi del palazzo.
Del resto, confessa, “io abito a Piazza del Parlamento. Ma guardi, io sono uscito dalla vita parlamentare per mia volontà nel 2008. La mia è una situazione differente…”. L’elenco continua e sfiora tutto l’arco costituzionale.
Annoverando democratici come Anna Paola Concia, ex sinistri come Franco Giordano, o ex finiani come Chiara Moroni, Italo Bocchino, Nino Lo Presti.
O chi, come l’ex popolare Pier Luigi Castagnetti e l’ex Ds Luciano Violante, ambisce al Colle o a un ruolo all’interno del Csm.
Fino ad arrivare a un altro democristiano, Gerardo Bianco, presidente dell’associazione ex parlamentari (1600 iscritti, organi statutari e un collegio dei probiviri, ndr): “Io sono costretto ad andare per ragioni legate all’associazione. Ma le assicuro che prima era diverso. Adesso non c’è più nessuna attrazione…”.
E allora perchè continuano a frequentare Montecitorio?
Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile
“GUADAGNIAMO TROPPO POCO, PRIMA NE PRENDEVAMO 12.000, ORA 6.800 E QUANDO ENTRERA’ IN VIGORE LA NUOVA NORMA 5.200″… “PER L’ATTIVITA’ POLITICA SERVONO SOLDI, COSI’ NON PUO’ ANDARE AVANTI”
«Che poi guadagniamo poco». Stop, fermi, time out.
Giuseppe Cangemi, Ncd, un passato da paracadutista con encomio a Mogadiscio, oggi politico a tempo pieno, è uno dei cinquanta consiglieri regionali del Lazio.
Visto che è del 1970, tra sei anni prenderà anche il vitalizio, perchè nella scorsa legislatura è stato assessore esterno alla Sicurezza.
Scusi Cangemi, guadagnate poco? Ma è sicuro? Quanto prende ogni mese?
«Netti mi arrivano 6.800 euro. Ma tenga conto che non ci pagano più il permesso della ztl, non ci sono altri soldi per la segreteria, se mi sposto nel Lazio lo faccio con la mia macchina a mie spese».
Cangemi, 6.800 euro al mese.
«Prima ne guadagnavano 12 mila».
Cangemi, 6.800 euro al mese.
«Tenga conto che dobbiamo contribuire alle spese delle sedi, al personale extra, ai collaboratori».
Cangemi, il sindaco di Roma ne guadagna 5.200 e forse ha qualche responsabilità e qualche grana in più di un consigliere regionale.
«Ma infatti il sindaco di Roma guadagna troppo poco»
Renzi equiparerà lo stipendio dei consiglieri regionali a quello del sindaco del capoluogo. Se 6.800 euro al mese le sembrano pochi, 5.200 sono quasi un affronto. Senza volere fare demagogia da facile applauso, sa che chi prende 1.000 euro al mese un po’ si arrabbierà ?
«Lo capisco, ma per l’attività politica servono soldi. Sarò costretto a ridurre sedi e collaboratori. Non è giusto, nel Lazio abbiamo tagliato tutto e nessuno lo dice».
Time out. Avete tagliato qualcosa nella scorsa legislatura perchè esplosero i casi di Fiorito e Maruccio, emerse lo spreco (formula molto garantista) dei soldi dei gruppi consiliari.
Senza il caso Fiorito il Lazio avrebbe tagliato?
«E allora diciamo evviva Fiorito, evviva la procura, che sta indagando anche su altri gruppi. Ma per la politica i soldi servono, con 5.200 euro al mese non si può fare».
I 5 Stelle come fanno, loro si tengono 2.700 euro?
«Ma quelli fanno tutto con internet. Io le persone le vado a incontrare, in tutto il Lazio».
Le sembra giusto che presto, da cinquantenne, lei per avere fatto l’assessore esterno, non votato, incasserà pure il vitalizio? Un cittadino va in pensione oltre i 65 anni
«Vogliono alzare l’età per incassare i vitalizi? Bene, però per tutti, anche per chi già lo prende, per gli ex consiglieri. E la Regione chieda indietro la differenza. Altrimenti è un’ingiustizia e ci sarà una pioggia di ricorsi. Se faremo questo, rinuncio al vitalizio. In caso contrario, è polverone. Ah, mi devono restituire ciò che era stato versato per il mio vitalizio».
Mauro Evangelisti
(da “il Messaggero“)
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Agosto 12th, 2014 Riccardo Fucile
LA LOTTA ALLA “CASTA” SALVA ANCORA LE REGIONI ITALIANE DOVE VIGE IL DIRITTO ALLA PENSIONE PER GLI EX CONSIGLIERI… L’ASSEGNO A VITA PREVISTO A 50 ANNI
Nuovi vitalizi crescono. Nel Lazio, la regione più colpita dagli scandali e dalle ruberie, sfugge di mano la spesa per mantenere vita natural durante gli ex consiglieri.
Non è una spesa irrisoria: la casta degli ex costa già 20 milioni di euro l’anno. E il Lazio vanta un record: è la regione che ha fissato l’età minima pensionabile più bassa.
A 55 anni, con pochi anni di carriera politica un consigliere ha diritto all’assegno per sempre. Ma, se non bastasse, c’è la possibilità d’anticiparlo a 50 anni.
È sufficiente sedere cinque anni all’assemblea della Pisana per ottenere l’assegno.
Eppure sembrava essere iniziata una guerra ai vitalizi.
Invece, un emendamento bipartisan, votato nel 2012, ha fatto saltare la norma voluta dal governo Monti, che prevedeva un’età minima di 66 anni e almeno 10 anni di mandato.
Per gli attuali consiglieri il vitalizio non esiste perchè è stato abolito, ma la legge non è retroattiva, e per gli ex onorevoli niente è cambiato.
Anzi, il bonifico della regione Lazio è cumulabile con quello del parlamento italiano ed europeo. E c’è chi comodamente fa parte della tripletta.
Tra questi, Domenico Gramazio: Pdl, già parlamentare e consigliere regionale, che grazie al cumulo supera i diecimila euro.
Il presidente Nicola Zingaretti promette di ricalcolare i vitalizi in pagamento. Ma solo al rientro dalla pausa estiva.
Oggi sono 270 — scrive il Messaggero — ma nel 2016 il numero è destinato a salire a 314. Infatti, ci sono 44 onorevoli vicini alla mezza età .
Le pensioni più basse sfiorano i 3mila euro.
Nel 2014 sono già scattati 5 vitalizi: Bruno Astorre e Marco Di Stefano, del Pd, che per il momento non possono ricevere la pensione perchè siedono in Parlamento; Giulio Gargano, ex assessore al Demanio della giunta Storace; il 21 agosto soffierà su 50 candeline anche Roberto Buonasorte de La Destra, partito che ha avanzato delle proposte per il superamento di questo privilegio; a seguire sarà la volta di Nicola Illuzzi (Lista Polverini).
Sia Buonasorte sia Illuzzi, per avere l’assegno del vitalizio dovranno versare una differenza perchè la scorsa legislatura, nella quale furono eletti, è terminata prima.
Ma è un buon investimento, visto il diritto anche alla reversibilità .
Il prossimo anno toccherà ad Annamaria Tedeschi, quota Idv, Monica Ciccolini (consigliere del centrodestra tra il 1995 e il 2000) e Clemente Ruggiero (eletto nel 2000 con l’Udeur).
Nel 2016 altra pioggia di vitalizi. Tra questi Enzo Foschi (Pd), Sandro De Gasperis, Nicola Palombi e Adriano Roma (Pdl).
Adriano Roma subentra a Franco Fiorito dopo lo scandalo sui rimborsi e resta in Consiglio per pochi mesi. Va meglio a Sabatino Leonetti che subentra a Vincenzo Maruccio dell’Idv, finito anche lui in galera per lo scandalo rimborsi, e che supera i 3 mila euro al mese.
Ma il paradosso si raggiunge con la governatrice Renata Polverini che per salvare i suoi 15 assessori esterni — non votati da nessuno – emana una legge ad hoc per estendere il vitalizio anche a loro.
E così l’anno prossimo anche Mariella Zezza ex assessore della Polverini, avrà il suo assegno che si aggiungerà a quello del suo collega del Bilancio, Stefano Cetica che già incassa quasi 3 mila euro al mese.
E nel 2016 anche l’ex assessore Luca Malcotti maturerà la pensione.
Oltre un terzo degli ex consiglieri percepisce vitalizi tra i 5mila e i 6mila euro al mese.
Tra questi: Piero Badaloni ex Governatore del Lazio, Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, eletto per un mandato nelle liste del Pci.
Sempre in quota partito comunista, il linguista Tullio De Mauro (3mila euro). Angiolo Marroni, Garante dei diritti dei detenuti — funzione per la quale riceve uno stipendio di 3mila euro — supera ottomila euro mensili.
Poi Goffredo Bettini del Pd (3.150 euro). Non se la passa male Donato Robilotta (4.900), dieci anni in consiglio regionale, già Presidente dell’Ipab Sant’Alessio di Roma.
Vitalizi cospicui anche per Paris Dell’Unto (5.150 euro), già socialista craxiano della prima repubblica e Marco Verzaschi (4.463 euro), coinvolto nell’inchiesta Lady Asl.
Loredana Di Cesare
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 8th, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2012 COSTAVANO IN MEDIA 152.000 EURO L’ANNO, ORA “SOLO” 149.000
Una Porsche! Com’è venuto in mente a una delegata dei dipendenti di Montecitorio, per spiegare i
mugugni contro i tagli, di paragonare la «macchina» burocratica della Camera a un’auto di lusso che «come tutte le cose pregiate» è giustamente costosissima?
Quel tetto di 240 mila euro di stipendio massimo che dovrebbe essere imposto è di 9 mila superiore alla busta paga di Angela Merkel: la cancelliera tedesca ha forse una «professionalità » più bassa dei nostri funzionari?
Di più: quel tetto, dopo anni di crisi, consumi in calo, disoccupazione crescente, equivale al Pil pro capite di 9 friulani, 14 sardi, 16 pugliesi o 17 calabresi…
Chi lo spiegherà , ai cittadini, che si tratta di «diritti acquisiti» e intoccabili?
La signora Anna Danzi, che si riconosce in una delle undici (undici!) sigle sindacali di Montecitorio, non poteva scegliere giorno peggiore per schiaffeggiare gli italiani. Proprio nelle ore in cui l’Istat comunicava che siamo ancora in recessione e che l’uscita dalla crisi si allontana di nuovo, ha spiegato a Tommaso Ciriaco di Repubblica : «Il nostro lavoro richiede una elevata professionalità . Come tutte le cose pregiate, come una Porsche, ha un costo. Nessuno si stupisce se costa di più un diamante di una pietra di scarso pregio».
Ma come: abbiamo una squadra di fuoriclasse nel cuore dello Stato eppure siamo l’unico paese dell’Europa e dell’Ocse ad avere avuto negli ultimi anni un crollo del reddito pro capite?
Le cose vanno male solo per colpa dei governi, dei premier, dei ministri, dei deputati e senatori che non approfittano della fortuna di avere in tasca quei purissimi «diamanti»?
Al di là delle ironie, che la progressiva decadenza di una classe politica sempre più mediocre abbia spalancato spazi enormi agli apparati di supporto è indiscutibile.
Che questi apparati siano spesso chiamati a rimediare alle carenze di questo o quell’altro eletto del popolo è altrettanto vero.
E gli italiani devono essere grati a tanti funzionari e dirigenti perbene e preparatissimi che in questi anni hanno accudito uomini di governo talora incapaci, arginandone gli errori.
Chapeau . E grazie.
Detto questo, va ricordato anche che in troppi si sono impossessati di un potere immenso dando ragione a Max Weber: «Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni».
Al punto che mesi fa Pietro Ichino si levò in Senato sventolando una legge in votazione: «Questo è un testo letteralmente illeggibile. Non è solo incomprensibile per i milioni e milioni di cittadini chiamati ad applicarlo, ma illeggibile anche per gli addetti ai lavori, per gli esperti di diritto del lavoro e di diritto amministrativo. È illeggibile per noi stessi legislatori che lo stiamo discutendo (…) Credo che in Aula, in questo momento, non ci sia una sola persona in grado di dirci cosa voglia dire». Risultato: il burocrate estensore di quella legge è l’unico in grado di interpretarla.
Di quella legge è dunque il padrone. Non va così, in una democrazia sana.
Ha spiegato mesi fa il commissario alla spending review Carlo Cottarelli che i dirigenti pubblici di prima fascia sono pagati mediamente il 4,27% più del reddito pro capite dei propri concittadini in Germania, il 5,21% in Francia, il 5,59% in Gran Bretagna, il 10,17% in Italia.
I cittadini sono o no autorizzati a chiedere perchè mai i nostri dovrebbero essere pagati più del doppio dei tedeschi nonostante il loro Stato, il loro sistema sociale, la loro economia vadano molto meglio?
È accettabile che, come spiegano i dati messi online dalla Camera per una scelta di trasparenza, un consigliere parlamentare possa arrivare a prendere 421.219 euro lordi e cioè quasi duecentomila più di Ban Ki-moon, che come segretario dell’Onu di euro ne guadagna 222 mila?
Di più, mentre altri sindacalisti di Montecitorio come Claudio Capone della Cgil sostenevano il rifiuto del tetto perchè «dà l’idea che un datore di lavoro può decidere che un dipendente guadagni troppo e togliergli parte dello stipendio», la signora Danzi ha aggiunto che per carità , nessun tabù nelle trattative, «ma da dieci anni sigliamo accordi a perdere. Siamo stanchi di vedere peggiorare il nostro status giuridico ed economico senza una riforma organica».
Sicura? Stando ai bilanci della Camera è vero che, dopo tante polemiche sui costi, il monte-stipendi e le retribuzioni medie hanno preso a calare.
Soprattutto grazie agli esodi di chi si è affrettato ad andare in pensione appena possibile, s’intende, col risultato che i trattamenti di quiescenza pesano sempre di più. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Laura Boldrini quel che è di Laura Boldrini, dei grillini e degli altri deputati che hanno appoggiato i primi tagli: nel 2012 un dipendente della Camera costava in media 152.531 euro, l’anno dopo 150.403 e oggi, con i dipendenti ridotti a 1.417, «solo» 149.047 euro. Bene.
Da qui a dire che da anni i «montecitorini», scusate il neologismo, prendono di meno, però, ce ne corre.
Il costo medio di un dipendente nel 2006, prima della crisi, era di 112.071 euro. Da allora, se le retribuzioni fossero state semplicemente aggiornate con l’inflazione (cosa che gli altri dipendenti, comunque, se la sognano dopo l’abolizione della scala mobile), il costo unitario sarebbe salito nel 2013 secondo i parametri Istat a 128.881. Invece, come dicevamo, è stato di 21.522 euro superiore: più 34% (nominale) in otto anni.
Un incremento stratosferico, offensivo in anni di vacche magrissime.
Nel frattempo, secondo l’Ocse, il reddito medio italiano perdeva dal 2007 al 2012 (e poi è calato ancora…) il 12,9% subendo «una diminuzione di circa 2.400 euro rispetto al 2007, arrivando a un livello di 16.200».
Tutti italiani che la Porsche o i diamanti non possono permetterseli di sicuro…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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