Dicembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
IL MAGISTRATO HA GIUSTAMENTE RIFIUTATO DI MUOVERSI SU UN CARRO ARMATO LINCE … UN GRUPPO DI CITTADINI HA ORGANIZZATO UN SIT-IN DI SOLIDARIETA’ DAVANTI ALL’AULA BUNKER MILANESE
Dopo l’ultimo allarme legato alle nuove minacce lanciate dal boss Totò Riina il pm Nino Di Matteo ha deciso di non partecipare all’udienza sulla trattativa Stato-mafia che si svolge oggi a Milano nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi.
È prevista la deposizione del pentito Giovanni Brusca.
Il magistrato nelle ultime settimane è stato il bersaglio di minacce anonime e violentissime intimidazioni da parte del boss corleonese. Che addirittura ha detto a un detenuto: “Lo faremo in modo eclatante”.
Proprio per queste minacce era in forse la trasferta nel capoluogo della toga di Palermo. Un gruppo di cittadini ha organizzato un sit-in di solidarietà davanti all’aula bunker in cui si celebra il dibattimento. I manifestanti esibiscono lo striscione con scritto “Milano sta con Di Matteo“.
A rappresentare l’accusa in aula sono il procuratore di Palermo Francesco Messineo, l’aggiunto Vittorio Teresi e i pm Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.
La Procura non ha ritenuto che ci fossero le condizioni di sicurezza per una trasferta a Milano del pm.
Il nuovo allarme risale a venerdì scorso, quando la Dia, che sta ascoltando ore di conversazioni registrate di Riina, capta una frase molto allarmante che riguarda proprio Di Matteo.
Le parole del boss fanno pensare che il progetto di attentato al magistrato sia giunto a una fase esecutiva. La notizia viene comunicata subito alle Procure di Palermo e Caltanissetta, che indaga sulle intimidazioni al pm.
Sabato i vertici degli uffici giudiziari nisseni e palermitani si riuniscono e decidono di rivolgersi al ministro dell’Interno Angelino Alfano che li riceve domenica.
Come prevede la legge in casi eccezionali, i magistrati consegnano al ministro le intercettazioni di Riina: il codice di procedura penale stabilisce infatti che l’autorità giudiziaria possa trasmettere copie di atti di procedimenti penali e informazioni Viminale ritenute indispensabili per la prevenzione di delitti per cui è obbligatorio l’arresto in flagranza.
Nella frase sentita venerdì Riina, che in un’altra conversazione aveva anche detto al boss della Sacra Corona Unita riferendosi a Di Matteo “tanto deve venire al processo”, non farebbe riferimenti specifici a Milano.
Ma la trasferta nel capoluogo lombardo era stata organizzata ed era nota da settimane, quindi ci sarebbe stato tutto il tempo di mettere in piedi eventuali atti intimidatori. Inoltre le condizioni di sicurezza dell’aula bunker non sono state ritenute ottimali.
Di Matteo è già sottoposto a protezione di “livello 1 eccezionale”.
Nell’ultimo Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica che si è svolto a Palermo alla presenza di Alfano, si è discusso anche di potenziare la vigilanza attraverso spostamenti in un Lince blindato e dotando la scorta del pm del bomb jammer, un dispositivo che neutralizza congegni usati per azionare esplosivi.
Ma il magistrato si è rifiutato di andare in giro a bordo di un carro armato: “No, non se parla. Non posso andare in giro per Palermo, in un centro abitato con un carro armato. Non chiedetemelo” avrebbe detto la toga — come riporta il Corriere della Sera — quando gli è stata mostrata la foto del Lince.
(da “il Fatto Quotidiano“)
Commento del ns. direttore
Prendiamo atto che lo Stato italiano non è in grado di trasferire in sicurezza un magistrato da Palermo a Milano, un bel messaggio per i collaboratori di giustizia e i testimoni in genere.
Salvo che non si aggiri, per non dare nell’occhio, su un carro armato anti esplosivi come fossimo in Afghanistan.
Qualcuno obietterà , che avreste fatto voi?
Semplice: avremmo condotto Riina in un ampio salone con dieci sgabelli e dieci cappi che pendono dal soffitto.
Sugli sgabelli in piedi avrebbe trovato i dieci familiari a lui più cari, senza distintizione di sesso ed età , con la corda al collo.
Poi ci saremmo rivolti a lui: “Totò, tra poco facciamo partire Di Matteo su un’auto scoperta da Piazza Politeama a Palermo per Milano. Qua hai un cellulare e due minuti di tempo: se hai qualche amico che vuole salutarlo digli pure che quando passa sono graditi gli applausi e i “viva Di Matteo”. Poi fino a che non arriva in tribunale a Milano stiamo tutti qua con i tuoi familiari, cosi li vedi bene in viso. Sperando che non sia per l’ultima volta. Gli sgabelli certe volte cedono…”
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Dicembre 8th, 2013 Riccardo Fucile
“SI TEME COLPO DI CODA DI RIINA”…MA IL PROCURATORE DI CALTANISSETTA RICONOSCE I MERITI DI ALFANO
È possibile un “colpo di coda” di Cosa Nostra.
È questo l’allarme lanciato dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, nel corso della trasmissione In Mezz’ora.
“L’allarme che lancia il ministro Alfano è un allarme serio”, ha detto Lari.
Alfano, infatti, “parla dopo aver ascoltato i magistrati a Palermo. Non va sottovalutato. La situazione è seria ma non è assimilabile al ’92-’93 se non perchè il protagonista è lo stesso, Totò Riina, che non vede di buon occhio il processo sulla trattativa. E allora di fronte a questa prospettiva potrebbe esserci un colpo di coda” di Cosa Nostra.
“Il processo sulla trattativa ha fatto inalberare Salvatore Riina come non lo hanno fatto inalberare altri processi. Probabilmente – ha spiegato il procuratore di Caltanissetta – perchè teme che vengano a galla verità inconfessabili che gli possano far perdere la faccia davanti a Cosa Nostra o perchè lo ritiene un insulto all’organizzazione per patti che alla fine si sono rivelati un nulla di fatto”, “un fallimento totale per la mafia”, una trattativa che “non ha dato esiti sperati nè da una parte nè dall’altra”.
“L’organizzazione mafiosa è oggi profondamente indebolita, non è più quella del 92-93, abbiamo un ‘capo dei capi’ che mantiene il suo ruolo, il suo carisma nell’organizzazione ma che di fronte alla sconfitta ha all’esterno punti di riferimento e potrebbe decidere di vendicarsi, di dare una risposta violenta allo Stato”, ha spiegato il procuratore. “C’è ancora voglia di violenza, voglia di disfatta”.
Una situazione – ha aggiunto Lari – che è favorita “da una situazione politica molto caotica” e dal fatto che oggi c’è “un ministro degli Interni che è anche leader di un partito nuovo che ha spezzato l’asse del centrodestra”.
Alla richiesta di Lucia Annunziata di spiegare questo passaggio, Lari ha chiarito: “la linea del centrodestra non è mai stata vicina ai giudici antimafia come ha invece fatto Alfano in questi giorni”.
Quanto alle primarie del Pd, “la mafia vede negativamente tutto ciò che è democrazia” e “le primarie sono esercizio di democrazia”, ha affermato Lari.”
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE CAPO DI CALTANISSETTA: “SE UNO DOVESSE VIVERE SEMPRE CON LA PAURA NON POTREBBE ANDARE AVANTI”
Il Capo dei capi Totò Riina, intercettato durante l’ora d’aria nel carcere di Opera, che minaccia di morte il sostituto procuratore Nino Di Matteo, Pm nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. Martedì, a Palermo, la riunione straordinaria del Comitato per la sicurezza con i vertici delle Procure di Palermo e Caltanissetta, i comandanti di Carabinieri, Finanza, il capo della Polizia, soprattutto con la presenza del ministro dell’Interno, Angelino Alfano.
Che poche ore dopo consegna all’opinione pubblica una dichiarazione choc: “Non possiamo escludere la tentazione di una ripresa della strategia stragista”.
Un allarme inconsueto, improvviso che nasconde qualcosa di più?
Cosa si sta muovendo nella testa e nella pancia di ciò che resta dell’organizzazione mafiosa? Quello di Riina è stato lo sfogo rabbioso di un uomo provato da vent’anni di carcere duro o un messaggio per l’esterno?
Lo abbiamo chiesto a Sergio Lari, Procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta, che ha in mano le indagini sulle stragi degli anni Novanta che costarono la vita a Falcone e Borsellino e oggi anche quelle sulle minacce ai magistrati palermitani.
Procuratore Lari, cosa avete detto al ministro Alfano nella riunione che ha scatenato l’allarme?
“Molto semplicemente, io e i colleghi di Palermo abbiamo espresso le nostre valutazioni sullo stato dell’organizzazione mafiosa e sulla possibilità che ci possa essere un colpo di coda di Cosa Nostra, col rischio concreto di una ripresa di quello stragismo che tra il 1992 e il 1993 ha insanguinato la Sicilia e l’Italia”.
Valutazioni fatte su quali basi?
“Per quanto mi riguarda, ho tenuto conto di diversi elementi, compresi i procedimenti penali aperti a Caltanissetta nei quali sono parti offese i magistrati di Palermo. Indagini avviate in seguito agli scritti anonimi pervenuti dalla fine del 2012 alla fine del 2013, in cui si parla di potenziali attentati nei confronti del dottor Di Matteo e di magistrati della nostra città ”.
Che senso avrebbe un colpo di coda, se apparentemente Cosa Nostra sembra assestata su una strategia di basso profilo?
“Per capirlo dobbiamo fare un’analisi di questa evoluzione. Lo stragismo ha il suo culmine dopo l’arresto di Totò Riina il 15 gennaio del 1993, quando le redini dell’organizzazione vengono prese da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e dal gruppo dirigente che si riconosce nella linea dettata da Riina”.
L’ala stragista corleonese di Cosa Nostra
“Esatto. Non dimentichiamoci che alcuni collaboratori ci hanno raccontato che la mattina in cui fu arrestato, sembra che Riina si stesse recando ad una riunione in cui si doveva mettere a punto una ripresa della campagna stragista”.
Cosa che in effetti avvenne.
“Nella primavera-estate, con attentati a Roma, Firenze e Milano perchè Provenzano aveva ottenuto che le stragi fossero portate a termine solo oltre lo stretto di Messina, nel continente. Poi, tra il ’95 e il ’96, Bagarella e Brusca vengono arrestati e la guida ela strategia di Cosa Nostra passano nelle mani di Bernardo Provenzano e dei suoi fedelissimi, tra i quali spicca la figura di Nino Giuffrè”.
Poi Giuffrè viene a sua volta arrestato e collabora.
“Esatto. Fui io a coordinare le indagini per la sua cattura e, insieme all’allora procuratore Pietro Grasso e ad altri colleghi, a gestire quella collaborazione che fu preziosissima perchè ci consentì di ricostruire tutta la cosiddetta fase B della strategia post-stragi”.
La transizione dalla linea di Riina a quella di Provenzano.
“Dopo gli arresti che portano alla decapitazione dell’ala stragista corleonese, Provenzano si occupa soprattutto di ricostituire l’ordine gerarchico nella Cosa Nostra palermitana, mentre a Giuffrè spetta il compito di ricreare i collegamenti nel resto della Sicilia. Ma sarebbe un errore pensare che tra Riina e Provenzano si fosse creata una frattura. C’è una famosa intercettazione effettuata sull’utenza di Pino Lipari a San Vito Lo Capo, in cui si dice chiaramente che le stragi volute da Riina possono essere state un errore ma vanno considerate acqua passata perchè l’organizzazione deve guardare al futuro”.
Quindi, nessuna rottura tra i due Capi dei capi?
“E nessun ripudio delle stragi. Cosa Nostra è sempre stata una e quando ha deciso di dichiarare guerra allo Stato lo ha fatto compatta. Non esistono un Bernardo Provenzano buono e un Totò Riina cattivo. Provenzano è artefice e complice di Riina in tutta la campagna stragista. Poi capisce che le conseguenze sono pesantissime, tra arresti e 41bis a tutto spiano, allora rinuncia allo scontro frontale e decide l’inabissamento dell’organizzazione. La fase B, appunto”.
La fase C comincia dopo la cattura di Provenzano?
“Beh, quando nel 2006 viene arrestato il colpo è durissimo. Il vertice scricchiola. Persino Matteo Messina Denaro che tra i grandi capi è l’ultimo a non essere ancora caduto nella rete, direi l’ultimo dei mohicani, nella gerarchia gli era sottomesso. Poi segue un periodo di inazione e Cosa Nostra subisce l’offensiva della magistratura”.
Non considera Messina Denaro all’altezza di guidare l’organizzazione?
“Tutt’altro. Al momento è l’unico tra gli stragisti ad avere la capacità di riproporre azioni eclatanti. E’ il capo indiscusso della provincia di Trapani e dei quattro mandamenti che la compongono ed esercita il suo carisma anche in altre zone della Sicilia. Penso soprattutto al mandamento di Bagheria, dove ha sempre avuto grande influenza anche per ragioni di parentela. Ma non si può dire che sia il capo della cupola regionale, semplicemente perchè quella cupola non esiste più. Però è sicuramente il depositario di tutti i segreti dello stragismo degli anni Novanta e l’ultimo della vecchia guardia a poter fare da catalizzatore nella ricostruzione di una nuova leadership regionale”.
Dal punto di vista di Cosa Nostra, quali vantaggi porterebbe una nuova stagione stragista?
“Se stiamo ad alcuni scritti anonimi, dovrebbe essere sostanzialmente una risposta al mancato alleggerimento del regime carcerario duro per i boss”.
Così torniamo alla sostanza della trattativa Stato-Mafia?
“Purtroppo, sì. Il 41bis è rimasto inalterato, di revisione dei processi non se ne parla, la morsa dello Stato non si è allentata, quindi si dovrebbero trovare altre forme di pressione perchè la politica dell’inabbissamento voluta da Provenzano si è rivelata fallimentare. Ma secondo altri anonimi una nuova fase stragista sarebbe richiesta da forze occulte esterne a Cosa Nostra per evitare che il potere politico possa finire nelle mani di “comici” e “froci”…”.
Lei crede davvero che Cosa Nostra abbia paura di Beppe Grillo?
“Questo scrivono gli anonimi. Cioè, lo scrivevano prima delle elezioni”.
Se le dicessi che eventuali nuove stragi potrebbero essere decise come forma di pressione per evitare che le vostre indagini su Capaci e via D’Amelio vadano più a fondo, sbaglierei?
“Qui entriamo nel campo delle ipotesi. Cosa Nostra ha regole assolute che nella storia non sono mai cambiate. Chi è a capo dell’organizzazione, lì rimane. Chi ne esce, è perchè muore o collabora con la giustizia. Se un boss è detenuto rimane a capo del proprio mandamento e al massimo ci può essere un reggente. Quindi, ha fatto scalpore il fatto che Riina si sia lasciato andare a quelle affermazioni così violente nei confronti del processo sulla trattativa e del collega Di Matteo. E ci si è domandati: come mai un uomo che ha subito tanti ergastoli si sta occupando di un processo alla fine del quale potrebbe avere qualche anno di reclusione in più?”.
Domanda legittima. La risposta?
“Difficile. Dobbiamo considerarlo lo sfogo di chi dopo vent’anni di 41bis, non vedendo spiragli per sè nè per gli altri, esprime la sua vera natura di killer sanguinario che dice: se io fossi fuori a Di Matteo gli farei fare la fine del tonno, cioè la fine che ha fatto fare a Falcone e Borsellino? Il dato oggettivo è che, a distanza di vent’anni, noi a Caltanissetta abbiamo scoperto che il tritolo per le stragi di Capaci, via D’Amelio e per tutte quelle nel continente era di provenienza militare, procurato dal gruppo di Brancaccio comandato da Giuseppe Graviano e dai vertici del mandamento, tra cui Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Fare luce in quel buco nero che sembrava essere la ricostruzione dell’organigramma della strage di Capaci, ha portato all’arresto di otto persone, sette delle quali già detenute, che dopo anni e anni di detenzione ora dovranno fare di nuovo i conti con pesanti condanne e col 41bis, tornando indietro come nel gioco dell’oca”.
Stessa cosa per l’indagine sulla strage di via D’Amelio.
“Infatti, consideri che se da una parte sono state scagionate undici persone di cui sette condannate all’ergastolo e già scarcerate, dall’altra ne abbiamo individuate nove di cui cinque già sottoposte a giudizio, tre condannate, voglio dire…”.
Che lo Stato alla fine i conti li fa. E anche Riina.
“E non si può escludere che questo lo mandi in bestia, perchè si sente di perdere la faccia davanti a tutta l’organizzazione”.
D’accordo, però le rifaccio la domanda: dietro la nuova minaccia stragista non ci sarà la paura di qualcos’altro? Di qualche entità esterna a Cosa Nostra che ha suggerito, agito, coperto le stragi del passato?
“Questo non lo posso escludere. E’ un pensiero che ho fatto anch’io, che ci sia qualche segreto inconfessabile e che Riina sia terrorizzato che possa venir fuori”.
La preoccupazione che possa accadere qualcosa ha messo in moto una macchina che non si era messa in moto nè tre, nè sei mesi fa. Perchè così all’improvviso?
“Perchè si è riunito il Comitato per la sicurezza…”.
Non solo. Un esponente di primo piano del governo, il ministro Alfano, ha partecipato e poi ha detto pubblicamente che il rischio di nuove stragi c’è.
“E merita un plauso, se solo ricordiamo l’isolamento che ci fu ai tempi di Falcone e Borsellino, a cui non fu concessa nemmeno la rimozione delle auto sotto casa della madre in via D’Amelio dove si recava puntualmente. Invece martedì noi abbiamo avuto un ministro dell’Interno il quale ci ha detto: qualunque cosa di cui abbiate bisogno non dovete fare altro che chiederla e vi sarà data. E lo ha detto davanti al comandante dei carabinieri, a quello della Finanza e al capo della Polizia. Da questo punto di vista noi ci siamo sentiti molto confortati”.
Soprattutto il procuratore Nino Di Matteo.
“Se volesse, sarebbero pronti ad accompagnarlo da casa al tribunale con un tank di quelli che si usano in Afghanistan. Starà a lui decidere, è una scelta che tocca anche la qualità della vita personale. Ma sapere che lo Stato è alle nostre spalle fino a questo punto non è un fatto indifferente, solo se pensa a Riina che nel suo sfogo nel carcere di Opera lo dice chiaramente: tanto quello prima o poi in tribunale ci deve andare. Abbiamo a che fare con gente che per uccidere Falcone, la moglie e la scorta ha fatto saltare in aria 300 metri di autostrada”.
Secondo voi le esternazioni di Riina sono solo uno sfogo nel chiuso di un carcere di massima sicurezza o sono state raccolte come una precisa indicazione anche all’esterno, da Cosa Nostra?
“Mah, il paradosso è stato proprio rendere pubbliche quelle frasi che Riina ha rivolto a un detenuto pugliese con cui stava passeggiando nel cortile del carcere, con una terminologia e una modalità che ci fanno chiaramente pensare che non sapesse di essere intercettato. Infatti, nei colloqui coi familiari è completamente un’altra persona e si guarda bene dal fare dichiarazioni confessorie come quelle registrate in quell’ora d’aria in cui si accredita la responsabilità delle stragi del ’92, dice come le ha fatte e si vanta di essere il numero uno in quanto a stragi commesse. Averle pubblicate ha reso noto anche al popolo di Cosa Nostra quello che pensa e farebbe Totò Riina”.
Lei che conosce bene la sua psicologia, crede davvero che mentre diceva quelle cose si sentisse al riparo da una possibile intercettazione?
“Guardi, io l’ho interrogato due volte e credo di essermi fatto un’idea molto chiara della sua personalità . Riina ha un’alta considerazione di se stesso. Ma le frasi che ha pronunciato, le sue vanterie, soprattutto con un detenuto che non fa parte dell’organizzazione, sinceramente devo dire che non rientrano nei canoni comportamentali di un Capo dei capi di Cosa Nostra”.
Quindi, è lecito porsi qualunque domanda sul perchè le abbia dette.
“Esattamente. E’ lecito porsi qualunque domanda. Ma bisogna anche considerare che da vent’anni è rinchiuso in regime di carcere duro e ci risulta che consideri quel detenuto come una persona di cui si può fidare. Ci sta che dopo vent’anni anche uno come lui abbia avuto un cedimento e si sia lasciato andare come mai avrebbe fatto prima”.
Se dovesse fare una fotografia di Cosa Nostra aggiornata a dicembre di quest’anno, come la descriverebbe?
“Non è quella dei primi anni Novanta, quando esisteva una cupola regionale e sul territorio era organizzata con i mandamenti, le famiglie, con un organigramma al completo. Oggi Cosa Nostra è molto indebolita, gran parte dei capi provincia sono stati arrestati e fatica a trovare sostituti con la stessa qualità dei boss che c’erano prima. Ma sarebbe sbagliato pensare di aver vinto la battaglia, perchè tutti i capi che non sono stati condannati all’ergastolo appena escono dal carcere riprendono in mano le redini della situazione. E i segnali che abbiamo sono quelli di un’organizzazione che continua a mantenersi in vita col traffico degli stupefacenti e l’imposizione del pizzo”.
La stagione dei veleni e delle polemiche tra le procure siciliane è finita?
“Negli ultimi tempi ci incontriamo spesso e i rapporti sono di cordialità e collaborazione a 360 gradi. Lo posso dire tranquillamente”.
Procuratore, lei ha paura?
“Guardi, negli ultimi anni non mi sono fatto mancare niente, dalle minacce alle buste coi proiettili. Poi, se vuole saperlo, una settimana fa alle quattro e mezza di notte ho ricevuto un pacco di rosticceria… qua in Sicilia avvengono le cose più strane, ormai ci siamo abituati. Ma se uno dovesse vivere sempre con la paura non potrebbe andare avanti. Paolo Borsellino diceva: se hai paura, muori ogni giorno; se non hai paura, muori una volta sola. E’ una bellissima frase, l’ho fatta mia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile
“DOPO L’ARRESTO DEL SINDACO “ANTIMAFIA” E’ TEMPO DI DENUNCIARE CHI USA L’ANTIMAFIA PER COSTRUIRSI UNA PATENTE DI CREDIBILITA'”: LA PROPOSTA DELLA “CASA DELLA LEGALITA'”
La ‘ndrangheta, come ogni altra organizzazione mafiosa, sia Cosa Nostra o Camorra, ha capito da
tempo che deve saper “fare antimafia”.
Ciò soprattutto attraverso i politici, gli amministratori pubblici. A volte anche con associazioni, comitati e gruppi che si professano antimafia su un particolare territorio. Usare “l’antimafia” per costruirsi patentini di credibilità . Usare “l’antimafia” per salvaguardare i propri sporchi interessi.
Questo è un elemento che se si vuole fare antimafia sul serio, nel concreto, dal punto di vista sociale, culturale, nella cosiddetta “società civile”, non si può ignorare. €
Se lo si ignora si rischia di generare mostri. Di farsi, più o meno consapevolmente, strumento delle organizzazioni mafiose per perseguire i propri affari.
Più volte noi abbiamo denunciato il rischio di “accreditare” con patentini antimafia soggetti, a partire da politici ed amministratori pubblici, che di antimafia non avevano proprio nulla, ed anzi vedevano la presenza di pesanti ombre se non ben altro di peggio.
Questo mettere in guardia, questo indicare alcuni casi verificatisi, è stato inutile. La risposta, ad esempio, di “Libera” è stata quella di querelarci…
Dopo i fatti di Isola Capo Rizzuto, dell’ex sindaco Carolina Girasole, arrestata questa mattina per i legami con la cosca degli Arena finalizzati alla sua elezione, quella stessa Girasole eretta da Libera a “simbolo dell’antimafia” in Calabria, se Libera vuole fare quel bagno di umiltà che suggerivamo recentemente e sedersi ad un tavolo con gli “altri” dell’antimafia, per cambiare radicalmente ed eliminando certe storture, noi siamo disponibili, come pensiamo lo siano anche altri.
Garantire alle strutture che fanno “antimafia” gli anticorpi necessari ad evitare contiguità con i contigui, e collaborazioni con soggetti tutt’altro che limpidi ed in certi casi complici veri e propri delle mafie, è un dovere, crediamo, a cui non ci si può sottrarre.
Così come crediamo sia da considerare un dovere il rifiutare finanziamenti da chi non è trasparente o coerente, come anche eviatare di ‘”abbracciare” strutture o singoli che è opportuno tenere (e, nel caso, mettere) ben alla larga.
Libera ha querelato noi ed altri che hanno osato indicare il problema. Con il blocco politico-economico con cui ha scelto di operare, facendosi “di parte”, ha cercato di annientare, isolare e delegittimare chi osava non allinearsi indicando certe incongruenze, come, ad esempio, l’accettare finanziamenti da chi limpido non era. Crediamo che quanto accaduto ora imponga davvero un cambio di passo.
Noi, per gli attacchi e gli insulti subiti (tutti documentati) non abbiamo mai fatto querela a Libera ed ai suoi esponenti. Non dobbiamo quindi da sotterrare alcuna “ascia di guerra”.
Se loro vogliono ritirare la querela contro di noi, perchè si era osato metterli in guardia indicando certe storture, noi accetteremo la remissione e saremo a quel punto pronti ad un dialogo e confronto costruttivo che è quello che, da sempre, abbiamo auspicato, nel solo interesse, lo ripetiamo, dell’eliminare le storture utili alla mafia e non certo all’antimafia.
Ma attenzione: un dialogo e confronto serio aperto a tutti, non solo a noi, ma anche agli altri che in questi anni sono stati messi al bando da Libera, che ha preferito tenere rapporti con certi amministratori pubblici e politici, nonchè anche con certi meccanismi assai discutibili.
La pari dignità deve essere la base perchè anche da questo approccio passa l’assunzione di corresponsabilità che impone a tutti, senza esclusione alcuna, di fare la propria parte per evitare lo “stupro” dell’antimafia.
Ognuno di noi ha propri metodi di lavoro e di azione, in alcuni casi molto diversi, anche radicalmente diversi. Ognuno di noi ha convinzioni diverse, ad esempio, anche sulla gestione dei beni confiscati, che noi vediamo viziata di troppe storture dettate dalla sete di business e viziate da un pericolo clientelismo.
Noi non vogliamo imporre il nostro punto di vista, il nostro essere, ad altri.
Ma confrontarsi, in un Paese civile, nelle differenze, anche con toni accesi, dovrebbe essere la prassi. Rispettarsi dovrebbe essere la norma.
Si voleva dipingere Libera come un santuario imbiancato che non sbaglia mai. Non lo è. Tutti sbagliano. Tutti sbagliamo.
Si è assistito ad una volontà di isolare, delegittimare ed annientare chiunque fosse “altro” da Libera. Si è posto sul banco degli imputati chi indicava i problemi, anzichè affrontare e risolvere i problemi indicati.
La questione è accettare che esistano “altri”. Altri soggetti. Altri metodi. Altre convinzioni. Altre sensibilità .
Ascoltandole si possono correggere errori, sbandamenti e superficialità . Si possono quindi evitare conseguenze devastanti che rischiano di spezzare la speranza di tanti ragazzi che credono e vogliono un’antimafia vera e concreta.
Speriamo che con l’ipocrisia caduta a Isola Capo Rizzuto si volti pagina. Questa svolta è necessaria anche per quei ragazzi e quelle ragazze che si sono visti presentare la Girasole – così come, in altri territori, altri soggetti imprensantabili – quale simbolo dell’Antimafia.
C’è chi come noi, svolgendo l’attività di contrasto alle mafie, sente, da sempre, come primo dovere quello di evitare di essere “usati”, altri hanno chiuso gli occhi e si sono fatti usare, hanno permesso l’abuso della fiducia di tanti.
E’ ora che chi ha chiuso gli occhi li apra.
Casa della Legalita’
Ufficio di Presidenza
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Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile
ERA STATA ALLA GUIDA DI ISOLA CAPO RIZZUTO DAL 2008 AL 2013… A MAGGIO LE AVEVANO INCENDIATO LA CASA DI VILLEGGIATURA
E’ sempre stata in prima fila contro la ‘ndrangheta. La stessa ‘ndrangheta che arrivò a incendiarle
la casa al mare per intimidirla. La stessa ‘ndrangheta a cui, adesso, viene accostato il suo nome.
Carolina Girasole, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto dal 2008 al 20013, è agli arresti domiciliari con l’accusa di essere stata eletta grazie a voti sporchi, in cambio dei quali avrebbe garantito favori della ‘ndrina Arena.
Una delle cosche più potenti all’interno dell’organizzazione, estesa in altre regioni italiane e all’estero.
La Guardia di Finanza di Crotone ha eseguito 13 ordinanze di custodia cautelare con accuse, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, corruzione elettorale, turbativa d’asta, usura, favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio.
Tra gli arrestati ci sono soggetti affiliati alla ‘ndrangheta, un poliziotto che avrebbe passato informazioni alla cosca e il boss Nicola Arena, di 76 anni, capo dell’omonima ‘ndrina, già detenuto.
Le ordinanze sono state emesse dal gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura distrettuale antimafia.
Carolina Girasole, professoressa e attualmente consigliere di minoranza, venne eletta nel 2008 nella lista civica di centrosinistra, alle ultime elezioni politiche era stata candidata alla Camera con Scelta civica di Mario Monti ma non venne eletta.
A maggio la sua casa al mare venne incendiata, una minaccia, si pensò subito, per il suo impegno antimafia.
A Il Fatto Quotidiano denunciò di essere stata abbandonata dal suo stesso partito, il Partito democratico che alle elezioni amministrative di quello stesso mese preferì appoggiare Nuccio Milone, ma venne comunque eletta come consigliere di opposizione.
L’ipotesi di reato a suo carico è corruzione elettorale in occasione delle elezioni amministrative del 2008.
Nei cinque anni precedenti, la Girasole aveva incentrato il suo mandato contro la criminalità organizzata.
Per questo venne accomunata ai primi cittadini di Monasterace e Rosarno, Maria Carmela Lanzetta ed Elisabetta Tripodi (la prima non è più in carica), insieme alle quali aveva partecipato a numerose manifestazioni antimafia.
Ad una di queste partecipò anche l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, venuto in Calabria per esprimere solidarietà a Maria Carmela Lanzetta dopo un’intimidazione subita.
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Novembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
IN CARCERE LO SFOGO DEL BOSS CONTRO I PM DI PALERMO: “GLI MACINEREI LE OSSA”
“Questi cornuti… (i pm di Palermo, ndr), se fossi fuori gli macinerei le ossa”. Totò Riina si guarda intorno, volta le spalle ai sorveglianti, si piega verso il suo interlocutore, poi bisbiglia: “Sono stati capaci di portarsi pure Napolitano”.
Il boss è seduto su una panchina: accanto a lui c’è Alberto Lorusso, personaggio di spicco della Sacra corona unita, la mafia pugliese, un uomo rispettoso che sa ascoltare.
Lorusso tace, Riina parla: “Berlusconi? A quello carcere non gliene fanno fare… Ci vuole solo che gli concedano la grazia”. E poi: “Io sono sempre stato un potentoso… e se fossi libero, saprei cosa fare, non perderei un minuto”.
L’immagine catturata dalla micro-telecamera nascosta è nitida e la voce registrata dalle cimici piazzate nel cortile del carcere di Opera arriva agli uomini della Dia forte e chiara: dopo vent’anni trascorsi in carcere al 41-bis, nel più assoluto silenzio, il capo dei capi non si trattiene più.
La sua camera di decompressione, il suo sfogatoio, è l’ora d’aria: ricorda, commenta, si sfoga, chiacchiera a ruota libera di Berlusconi, cita Napolitano, critica il suo complice Bernardo Provenzano, giudicandolo poco coraggioso, e per la prima volta rivendica la piena paternità delle stragi di Capaci e via D’Amelio, gonfiandosi d’orgoglio: “Quello venne per i tonni — dice alludendo a Falcone che nel maggio del ’92 era stato invitato a Favignana ad assistere alla mattanza — e gli ho fatto fare la fine del tonno”.
“Che bella la mia stagione delle stragi”
Riina “il purosangue” (così lo ha definito il pentito Nino Giuffrè, alludendo alla sua fama di irriducibile all’interno di Cosa Nostra) perde l’autocontrollo che sfoggia nelle aule giudiziarie e appare come un fiume in piena, vomitando tutta la sua rabbia per il processo sulla trattativa Stato-mafia. Dice: “Mi fa impazzire”. E ancora: “Questi pm mi fanno impazzire”.
Ce l’ha in particolare con Nino Di Matteo: “Ma che vuole questo? Perchè mi guarda? A questo devo fargli fare la fine degli altri”. Di Matteo è il suo chiodo fisso. È uno che “fa parlare i pentiti, gli tira le cose di bocca”, uno “troppo accanito”
È una svolta epocale. Per la prima volta, i pm di Palermo e gli investigatori della Dia ascoltano in presa diretta la storia di un ventennio di stragi attraverso i ricordi dello stratega mafioso più sfrenato.
Quando parla di Rocco Chinnici, il magistrato assassinato con un’autobomba in via Pi-pitone Federico nel luglio del-l’83, Riina è compiaciuto: “A quello l’ho fatto volare in aria, saltò in aria e poi tornò per terra, fece un volo”.
Quando parla di Falcone e Borsellino, quasi si commuove al pensiero di quanto fosse gloriosa quella stagione di sangue. “Io sono sempre stato un potentoso, deciso, non ho mai perso tempo”. Il pugliese Lorusso, a questo punto, lo lusinga: “Che bella stagione quella, peccato che sia finita”.
E Riina: “Se fossi fuori, non starei a perdere tempo, a questi cornuti gli macinerei le ossa”.
“Dovevamo continuare con le bombe in Sicilia”
I magistrati della procura palermitana hanno raccolto centinaia di pagine di trascrizioni, e altre decine di ore di conversazioni non sono state ancora trascritte. Riina si descrive come il capo assoluto dell’organizzazione che ha sfidato lo Stato. Con il rammarico, persino, di non aver potuto proseguire i piani sanguinari, stoppati il 15 gennaio ’93 dall’arresto sulla Circonvallazione di Palermo. E se avesse potuto, avrebbe continuato a colpire in Sicilia: “Io avrei continuato a fare stragi in Sicilia, piuttosto che queste cose in Continente, cose ambigue… dovevamo continuare qui”. Lo stragismo, insomma, è il suo pallino.
E Riina, depositario di tutti i segreti, parlando con Lorusso, fa capire che ci sono alcuni “misteri fittissimi”, che riguardano soprattutto la strage di Capaci: “Queste cose i picciotti di Cosa Nostra non dovranno saperle mai”. Alcuni di questi misteri Riina dice di averli condivisi solo con un altro uomo d’onore, il boss poi pentito Totò Cancemi, il capo-mandamento di Porta Nuova che prese il posto di Pippo Calò, il “cassiere” della mafia, morto nel 2011.
L’assenso dal 41-bis per un attentato a Di Matteo
Sono intercettazioni che per la prima volta hanno monitorato tutte le esternazioni del boss in ogni momento della sua vita carceraria: dai colloqui con i familiari, dove Riina è sempre perfettamente vigile e auto-controllato, alla cosiddetta socialità , che si svolge in un ambiente interno del carcere, dove resta prudente, e si rivolge a Lorusso solo per parlare di calcio e di argomenti “neutri”.
Ma quando arriva l’ora d’aria, il momento di maggiore libertà di un detenuto al 41-bis, che si svolge all’aperto e regala l’illusione di essere irraggiungibile da occhi e orecchie indiscreti, si assiste — secondo gli analisti dell’intelligence antimafia — all’incredibile metamorfosi del capo dei capi.
Riina esce sul cortile a fianco del pugliese, si allontana con lui fino a spostarsi nell’angolo più distante dal portico dove stazionano i sorveglianti, si siede sulla panchina, si guarda intorno e alle spalle, e poi abbassando la voce comincia a discutere liberamente, elaborando le sue analisi, commentando le notizie apprese in tv, o semplicemente abbandonandosi ai ricordi.
La sua voce si abbassa fino al bisbiglio, ma le cimici piazzate con grande perizia dagli uomini della Dia captano, sullo sfondo del cinguettio degli uccelli, ogni sussurro del boss.
L’idea di intercettare Riina, nella primavera scorsa, viene dall’anonimo che con una lettera avverte la Procura di Palermo che Riina dal carcere, attraverso il figlio, ha dato l’assenso a un attentato contro il pm Nino Di Matteo: il Corvo, secondo gli inquirenti che ne hanno tracciato il profilo psicologico, è probabilmente un uomo delle istituzioni.
A giugno, in coincidenza con l’avvio del processo sulla trattativa, i pm chiedono di piazzare microspie e telecamere nel carcere di Opera per scoprire se Riina reagisce con qualche commento interessante.
La risposta è superiore a ogni aspettativa.
Una chiamata alle armi per i picciotti?
Sono messaggi o è la voce della rabbia covata in carcere per venti anni? L’analisi in queste ore ruota attorno a questa domanda: le conversazioni intercettate — fanno notare gli investigatori — sembrano rivelare per la prima volta i lati più oscuri della personalità del capo della mafia stragista. Per questo l’improvvisa loquacità del superboss in questo momento per gli 007 antimafia è un’autentica sciarada. Perchè Riina parla tanto? Facile leggere le esternazioni del super-boss come una “chiamata alle armi”. La prima, e la più immediata lettura è quella di un messaggio rivolto alla manovalanza mafiosa in libertà , perchè si attivi e metta in pratica le minacce a Di Matteo e ai pm della trattativa.
Una lettura corretta dal procuratore Francesco Messineo secondo cui le dichiarazioni bellicose di Riina potrebbero fornire copertura a eventuali entità esterne a Cosa Nostra, fornendo — così ha detto Messineo — “l’alibi perfetto” per una nuova azione violenta a Palermo.
Ma perchè, si domandano gli inquirenti, il boss dovrebbe prestarsi a una simile messinscena?
È possibile — è un’altra tesi diffusa tra chi indaga — che Riina parli spontaneamente, senza sapere di essere intercettato. E che le sue dichiarazioni siano assolutamente genuine. Ma perchè il processo sulla trattativa, che fino a questo momento non ha fatto emergere nulla di particolare nei suoi confronti, lo fa “impazzire”?
Il ruolo del mafioso nella Trattativa Stato-mafia
Una risposta possibile riguarda gli sviluppi futuri dell’indagine: secondo chi indaga, Riina forse teme che prima o poi dall’aula bunker possa venire fuori qualcosa che provi pienamente la sua collaborazione con parti deviate dello Stato, che avrebbero usato lui e Cosa Nostra per portare avanti la strategia della tensione; e che alla fine avrebbero distrutto l’organizzazione mafiosa , uscita devastata dalla stagione delle stragi.
Oggi, insomma, il boss, potrebbe avere paura: il processo sulla trattativa, fanno notare gli inquirenti, è per lui come “una spada di Damocle”.
Perchè se alla fine il processo proverà che Riina ha trattato, che si è fatto utilizzare, che ha esposto i suoi soldati alla rovina, la sua fama di “purosangue” sarebbe definitivamente oscurata.
Con una grave perdita di prestigio tra gli affiliati di Cosa Nostra.
Lo Bianco e Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
TOTO RIINA LO VORREBBE MORTO, LE ISTITUZIONI GLI HANNO PROPOSTO IL TRASFERIMENTO PER SICUREZZA, MA LUI REPLICA: “LA GENTE DA ME VUOLE LA VERITA'”
«Io ci sono», sorride gentile Nino Di Matteo. «E continuo a fare come ogni giorno il mio lavoro», rassicura con una stretta di mano energica.
Il magistrato che Totò Riina vorrebbe morto per le sue indagini vive ormai da vent’anni sotto scorta. E gli ultimi mesi sono stati i più pesanti. Prima una lettera anonima che annunciava: “I pm della trattativa sono pedinati e spiati. Tutte le informazioni confluiscono a Roma”.
Poi, un’altra lettera che metteva in guardia da un attentato al tritolo, «deliberato con l’assenso di Riina e dei suoi amici romani», così scriveva l’anonimo dopo aver elencato con una precisione inquietante i luoghi più frequentati dal pm del processo trattativa.
Dottor Di Matteo, all’ultimo comitato per l’ordine e la sicurezza si è anche ventilata una soluzione estrema, un suo allontanamento da Palermo, per qualche tempo, verso una località segreta. E’ un’ipotesi che ha preso in considerazione?
«Per il momento non ho alcuna intenzione di lasciare la mia città , so che nella mia terra tanti semplici cittadini condividono un sogno di giustizia e di verità ».
Ritiene che le istituzioni stiano facendo tutto il possibile per la sua protezione?
«Mi fido delle istituzioni che si stanno prendendo cura della mia sicurezza. Ringrazio soprattutto i carabinieri che curano da tempo la mia scorta».
La settimana scorsa, alcuni giovani che partecipavano a un convegno in cui lei era relatore, alla facoltà di Giurisprudenza, hanno proposto di istituire una scorta civica per proteggere i magistrati del pool trattativa. Cosa ne pensa?
«Rimango sempre colpito dalla grande voglia di partecipazione che incontro nelle scuole e nelle università : i giovani esprimono con tutta la loro passione civile la stessa voglia di verità che deve sempre animare gli sforzi della magistratura».
Quanto è difficile cercare la verità dentro i misteri del nostro Paese?
«La ricerca della verità deve riguardare tutti i cittadini e tutte le istituzioni, senza distinzioni e reticenze. Questo è il più grande sostegno che si può dare ai magistrati e alle forze dell’ordine che si trovano in prima linea. Bisogna tendere tutti alla verità senza paure e infingimenti».
Nino Di Matteo si allontana per i corridoi del palazzo di giustizia, circondato dai nove carabinieri della scorta.
Lo attende l’ennesima riunione nella stanza del procuratore aggiunto Teresi, con i colleghi del pool, Del Bene e Tartaglia.
La prossima udienza del processo trattativa è già alle porte: il 21, la Procura chiamerà a testimoniare l’ex padrino della Cupola Antonino Giuffrè, che fra il 1992 e il 1993 era uno dei consiglieri più fidati di Bernardo Provenzano.
In questi giorni, Di Matteo è impegnato anche su un altro fronte processuale molto delicato, l’appello contro la sentenza che ha assolto l’ex comandante del Ros Mario Mario e il colonnello Mauro Obinu dall’accusa di aver favorito la latitanza di Provenzano.
E, intanto, va avanti un’indagine bis della Procura sulla trattativa, che resta segretissima.
s.p.
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Ottobre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
LA SUA ELEZIONE A PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA GENERA QUALCHE MALUMORE ANCHE NEL PD
Non ha nessuna intenzione di dimettersi, Rosy Bindi. È stata eletta presidente della commissione
antimafia al secondo turno durante una riunione convulsa in cui il Pdl non si è presentato per protesta, Scelta Civica ha scelto di astenersi per «mancata concertazione», il 5 stelle siciliano Giarrusso guardava in cagnesco il suo candidato Luigi Gaetti (epatologo di Mantova non proprio esperto di fenomeni criminali), e il Pd entrava a palazzo San Macuto con il mal di pancia ancora in corso.
«Alla riunione con Epifani non c’è stata alcuna unanimità – rivela un democratico – sulla Bindi avevano espresso riserve i renziani, Lumia, la stessa capogruppo Garavini, ma il segretario ha deciso di forzare».
Anche Davide Faraone, deputato siciliano vicino al sindaco di Firenze, crede sia stato «un errore aver ragionato su questa commissione con la logica delle bandierine ed essersi divisi », ma nega ripensamenti: «La Bindi è una presidente autorevole e va sostenuta»
Alla fine, quindi, prevale la diligenza di partito.
Rosy Bindi è certa di aver preso tutti i voti dei democratici (19 escluso il suo) più 2 di Sel, 2 socialisti, e probabilmente anche quelli della Lega.
Erano 23 alla prima votazione, sono diventati 25 al ballottaggio, quando – assente il Pdl – i giochi erano praticamente fatti.
I vicepresidenti sono Claudio Fava di Sel e il 5 stelle Gaetti (di cui qualche giorno prima il collega Giarrusso diceva: «Non so chi sia, viene dal nord, io gli incompetenti non li voto»).
Segretari il leghista Angelo Attaguile e Marco Di Lello del Psi.
A otto mesi dall’insediamento delle Camere, quindi, la commissione sarebbe finalmente in grado di lavorare.
L’Aventino del Pdl, però, rende tutto più complicato.
I capigruppo alla Camera e al Senato Brunetta e Schifani hanno cercato di scongiurare il voto fino all’ultimo, facendo disertare la riunione e denunciando un patto violato. Non è servito. Così, nel momento stesso in cui una sorridente Rosy Bindi a via del Seminario si augurava che «tutti gli eletti si adoperino per ricomporre questa frattura e che chi non era presente riconosca che c’è stato un voto», dagli uffici pdl di Camera e Senato arrivava un identico comunicato: «Si dimetta. Noi non ci presenteremo in commissione finchè non lo farà ».
Non si tratta solo di falchi. Per la prima volta dopo settimane il Pdl è unito nel dichiarare inaccettabile l’elezione dell’ex vicepresidente della Camera, che anche per Fabrizio Cicchitto «dovrebbe rimettere il mandato» perchè «con questa forzatura è stata affossata l’antimafia».
Lei invita tutti a «fare un piccolo passo», a ricordare che «siamo qui per lottare contro la mafia e non per farci la guerra tra di noi».
A chi le chiede se prende in considerazione le dimissioni, risponde ferma: «Non posso non rispettare le 25 persone che mi hanno votato. So che devo essere la presidente di tutti, ma non lo posso fare se loro non mi riconoscono come tale».
Dice che la commissione può andare avanti anche senza una componente, ma si augura di cominciare «il giorno in cui il Pdl mi indicherà il suo capogruppo».
La pensa diversamente il neo vicepresidente Claudio Fava: «Abbiamo perso fin troppo tempo, un organismo così importante e delicato come la commissione antimafia non può essere ostaggio delle beghe dei partiti. Dobbiamo metterci subito a lavoro».
A sera, il presidente del Senato Piero Grasso invita il Pdl a tornare sulla sua decisione, ma dal partito di Silvio Berlusconi non arrivano aperture.
Per ora, resta l’Aventino.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
MURO CONTRO MURO, ADDIO LARGHE INTESE E ROSY PASSA AL BALLOTTAGGIO
Le larghe intese si spaccano sulla presidenza della commissione antimafia.
Al secondo tentativo Rosy Bindi, candidata del Pd per niente gradita al Pdl, è stata eletta presidente della bicamerale.
La deputata democratica ha ottenuto al ballottaggio 25 voti, contro gli 8 di Luigi Gaetti del M5S (tanti quanti i componenti pentastellati presenti).
Al primo turno Bindi non ce l’ha fatta. Ha ottenuto infatti 23 voti (ne occorrevano 26) contro i 6 di Luigi Gaetti dell’M5S e i 2 di Raffaele Volpi. Le schede bianche sono state 4 più una nulla.
Bindi è andata al ballottaggio con Gaetti che ha preso 6 voti, 2 in meno dei componenti M5S.
I commissari dei Cinque Stelle si sono dunque divisi, per poi ricompattarsi nella seconda votazione, ma la loro presenza alla seduta ha garantito il numero legale.
Muro contro muro Pd-Pdl.
Il Pd, in un’assemblea avvenuta ieri sera, ribadisce all’unanimità la candidatura di Bindi. Ma la scelta dei democratici scatena le ire del Pdl che, in un primo tempo, annuncia di non votarla. Poi decide di non presentarsi proprio in commissione.
I capigruppo di Camera e Senato, Renato Brunetta e Renato Schifani arrivano addirittura a minacciare di disertare non solo quella odierna, ma tutte le sedute della bicamerale fino alla fine della legislatura, in caso fosse stato eletto “il presidente imposto dal Pd e non una personalità condivisa dall’insieme delle forze politiche”.
Il partito di Berlusconi aveva deciso di fare un passo indietro la scorsa settimana in favore di Lorenzo Dellai, capogruppo alla Camera di Scelta Civica, subentrato in commissione il 17 ottobre scorso al posto di Paolo Vitelli.
Ma poi era saltato l’accordo di maggioranza e la riunione era finita nel caos.
I parlamentari del Pd avevano abbandonato San Macuto, determinando anche la mancanza di numero legale della commissione per il voto.
Nel frattempo, però, la forza politica di Monti si è frantumata e il Pdl, dopo la vittoria del Pd, è furioso.
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