Ottobre 17th, 2013 Riccardo Fucile
L’INTESA SU DELLAI DI “SCELTA CIVICA” SALTA A CAUSA DEGLI STESSI MONTIANI: “LA MAFIA AL MASSIMO L’AVRA’ VISTA AL CINEMA”…IL PD LASCIA LA SEDUTA
La Commissione Antimafia finisce di nuovo nel caos per l’elezione del presidente. È saltata l’intesa su Lorenzo Dellai come candidato e soprattutto i parlamentari del Pd hanno abbandonato San Macuto, determinando anche la mancanza di numero legale della Commissione per il voto.
Ancora una fumata nera dopo lo stallo provocato dalla mancata elezione di Rosy Bindi e Donato Bruno lo stallo per via del muro contro muro tra Pd e Pdl.
Sul nome di Dellai si era raggiunto un accordo, ma è tutto crollato in un’ora, prima della convocazione dei 50 componenti designati.
Davanti agli ascensori i senatori e deputati di tutti i gruppi arrivano alla spicciolata, molti ancora ignari del fuoco amico che ha investito Dellai da parte del 74enne catanese Andrea Vecchio, imprenditore anti-racket.
“Il collega Lorenzo Dellai — aveva detto — è certamente un buon amministratore, ma non ha le competenze per presiedere la Commissione antimafia e finora non è neppure membro. La sua candidatura appartiene, dunque, alle peggiori pratiche della vecchia politica. Dellai viene da Trento, che vuol dire contributi a fiumi rispetto al resto d’Italia. Di conseguenza, da quelle parti, a gestire bene la cosa pubblica. Ci vuole poco, soprattutto se non devi contrastare la mafia. Dellai, infatti, la mafia l’avrà vista al massimo al cinema. Credo che non si debba affidare una carica del genere per calcoli di palazzo. L’Antimafia non può essere un giochino politico”.
Fatto sta che in diversi, nel Pd e nel Pdl, sembrano ritenere che la candidatura regga. Prima di salire al quinto piano, un esponente del Pdl assicura: “Oggi si vota Dellai. Dovrebbe farcela, se le cose non cambiano… in ascensore”.
Sembra una battuta, in realtà dopo pochi minuti escono i parlamentari del Pd: “Non partecipiamo alla seduta, l’intesa è saltata per autoaffondamento” dice Miguel Gotor. Così non si è raggiunto il numero legale: i parlamentari avrebbero dovuto essere almeno 26, ma erano meno 20 sono quelli che si erano presentati.
“E’ un pessimo segnale per i tanti che si impegnano nella lotta alla mafia, magistrati, amministratori, movimenti, il fatto che nemmeno oggi un organismo dall’importanza simbolica così pronunciata come la Commissione Antimafia non sia riuscito ad eleggere il presidente. Noi non avevamo cercato questa carica, la candidatura era stata avanzata da Pd e Pdl e in questo senso resto a disposizione” dice Dellai (Sc) parlando con i giornalisti. Alla domanda se sia amareggiato per il fuoco amico che lo ha colpito, il capogruppo montiano alla Camera replica: “Sono solo questioni personali…”.
E così l’antimafia diventa il nuovo tavolo da poker sul quale ciascuno può giocare la propria carta.
I Cinque Stelle e Sinistra ecologia e libertà se la prendono con l’intera maggioranza: “E’ una grandissima vergogna. Pd e Pdl litigano per spartirsi una poltrona” dichiara Mario Michele Giarrusso.”Grave che la commissione antimafia resti ostaggio della maggioranza e delle sue interminabili contraddizioni” aggiungono i vendoliani.
Ma gli effetti più visibili sono soprattutto all’interno della maggioranza e anche all’interno dello stesso Partito democratico.
Nella riunione, che ha visto riuniti deputati e senatori democratici in commissione Antimafia, non si è trovato un punto di mediazione, a quanto si apprende, tra chi vorrebbe che il Pd continuasse a votare ad oltranza per Rosy Bindi e chi, invece, preferirebbe trovare un accordo di maggioranza.
Toccherà ad Epifani sbrogliare la matassa entro martedì prossimo quando bisogna assolutamente arrivare all’elezione del presidente dell’Antimafia.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 16th, 2013 Riccardo Fucile
IL SINDACO E’ ACCUSATO DI CORRUZIONE AGGRAVATA E DI LEGAMI CON LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
Sedriano, 11mila abitanti in provincia di Milano, è il primo comune lombardo sciolto per mafia. A un anno e sei giorni dall’arresto del primo cittadino per corruzione e di personaggi vicini all’Amministrazione comunale con l’accusa di associazione mafiosa, il Consiglio dei ministri ha deliberato: Sedriano va sciolto per mafia.
Il commissariamento immediato, proposto del ministro dell’Interno Angelino Alfano, coinvolge nelle stesse ore anche un’altra cittadina italiana: Cirò in provincia di Crotone.
Due storie diverse da Nord a Sud che necessitano l’intervento delle autorità competenti per ripulire la pubblica amministrazione dall’infiltrazione della ‘ndrangheta.
Una fine amministrativa preannunciata, quella di Sedriano, a cui la maggioranza consiliare Pdl eletta nel 2009 ha tentato di opporsi rifiutando l’invito alle dimissioni chiesto a gran voce dalla cittadinanza a partire dal 10 ottobre 2012, giorno in cui in Lombardia scattarono gli arresti che a Sedriano coinvolsero il sindaco Alfredo Celeste e il padre e il marito di due consigliere comunali.
Si tratta di Eugenio Costantino, titolare di “compro oro” e padre della giovane consigliera 27enne Teresa, presunto boss della ‘ndrangheta operante nel milanese; e del medico chirurgo del pavese Silvio Marco Scalambra, marito della consigliera comunale e capogruppo Pdl Silvia Stella Fagnani, accusato di essere collettore di voti delle cosche.
Secondo i magistrati, i due sarebbero stati complici di un ‘do ut des’, “asservendo a fini corruttivi il Sindaco di Sedriano” che, come risulta dalle intercettazioni riportate nell’ordinanza di custodia cautelare, sognava un posto in Senato.
Quando il consiglio comunale respinse la richiesta di sfiducia per il sindaco
Il primo caso di scioglimento per mafia in Lombardia arriva dopo l’indagine della commissione d’accesso prefettizia insediatasi in Comune l’8 aprile 2013.
La relazione inviata dal Prefetto al ministro dell’Interno Alfano, accolta oggi a Roma con esito positivo, risale alla prima metà di luglio. In questi stessi giorni si stanno svolgendo le udienze preliminari del processo a carico del sindaco Celeste, Costantino e Scalambra che vede coinvolto anche l’ex assessore Regionale Domenico Zambetti, e il pm Alessandra Dolci della Dda di Milano ha chiesto tre anni di misura di sorveglianza speciale per il primo cittadino specificando la “pericolosità sociale del soggetto”.
Celeste, fino all’attuale provvedimento di scioglimento, non si è dimesso dall’incarico di sindaco.
Ester Castano
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Ottobre 12th, 2013 Riccardo Fucile
IL PALADINO DEL CONDONO EDILIZIO, L’INDAGATO, IL NEMICO GIURATO DEL 41 BIS….ECCO I NOMI DELLA COMMISSIONE CHE FANNO DISCUTERE
Ci sono voluti sette mesi. Lunghi travagli interni ai partiti e la solita danza delle nomine e delle poltrone ne hanno bloccato l’insediamento.
Tra i deputati e senatori che siederanno sugli scranni dell’organismo bicamerale, che ha il compito di indagare e approfondire il fenomeno mafioso, non mancano nomine che faranno discutere.
Vediamo quali.
Carlo Giovanardi (Pdl)
Il democristiano cresciuto nella rossa Emilia, passato poi nelle truppe di Silvio Berlusconi, negli ultimi tempi è diventato il difensore delle aziende emiliane bloccate dalla Prefettura perchè a rischio condizionamento mafioso e quindi da tenere fuori dalla ricostruzione post sisma.
Una questione che l’ha impegnato molto in questi mesi tanto da portare in aula diverse interrogazioni per chiedere modifiche alle interdittive antimafia.
Provvedimenti amministrativi emanati dai prefetti sulla base di informative investigative, utilizzati per tenere alla larga imprese sospette dai cantieri pubblici.
Dalle interrogazioni è passato poi alle vie di fatto presentando due emendamenti per modificare drasticamente questo strumento di prevenzione, ritenuto dagli addetti ai lavori indispensabile per prevenire l’infiltrazione mafiosa nei lavori pubblici.
Proposta bocciata dall’ufficio legislativo del ministero dell’Interno, che nero su bianco ha motivato le sue preoccupazioni: gli emendamenti indebolirebbero l’azione dei prefetti.
Ma Giovanardi è stato anche il dirigente di partito che ha criticato duramente la sua ex collega di partito Isabella Bertolini per aver denunciato la presenza di camorristi tra gli iscritti del Pdl modenese.
Sospetto rivelatosi poi vero e che ha obbligato l’ala di Giovanardi ha depennare una serie di nominativi dagli iscritti. Nonostante le affermazioni di Bertolini fossero provate dai documenti, è finita sotto attacco con l’accusa di razzismo verso i meridionali e di voler giocare sporco in vista del congresso regionale.
Carlo Sarro(Pdl) è da sempre vicino alla famiglia di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario imputato per concorso esterno in associazione camorristica.
Di mestiere avvocato, in Campania, il deputato Sarro si batte da tempo per assicurare a centinaia di cittadini la riapertura dei termini del condono edilizio del 2003 che la regione, a guida centro sinistra, bloccò.
Questione di giustizia spiega. Più volte ha proposto una moratoria sulle demolizioni delle case abusive: “Bisogna tenere in considerazione chi ha fatto ricorso all’abusivismo per necessità ”. Si è reso protagonista di un’aspra polemica contro Libera e Don Luigi Ciotti presentando una interrogazione parlamentare.
L’associazione aveva sottoscritto una petizione per opporsi proprio alla riapertura dei termini di condono edilizio.
Vincenza Bruno Bossio (Pd) è deputata calabrese del Partito Democratico. Condivide la passione per la politica con il marito Nicola Adamo, ex vicepresidente della regione Calabria durante la giunta Loiero.
Bossio e marito sono usciti puliti dall’inchiesta Why not, Adamo resta, invece, imputato di corruzione e altri reati in un’altra inchiesta, condotta dalla Procura di Catanzaro, sull’eolico in Calabria.
Giovanni Bilardi (Gal) è un senatore del gruppo Gal, il centrodestra di governo. Ex consigliere regionale in Calabria dove era capogruppo della “Lista Scopelliti’. E’ indagato dalla procura di Reggio Calabria per peculato nell’ambito dell’inchiesta sui rimborsi per le spese dei gruppi regionali.
Donato Bruno (Pdl) è il candidato presidente del Pdl per la commissione antimafia. Avvocato, parlamentare di Forza Italia dal 1996, molto vicino all’ex ministro e pregiudicato Cesare Previti. Del tema criminalità Bruno si è più volte occupato difendendo a spada tratta i colleghi a processo per collusioni e viaggiando controcorrente sulle misure che, negli anni, lo stato ha messo in campo contro il crimine organizzato.
Tra queste c’è quella del cosiddetto carcere duro per i boss, quel 41 bis che i mafiosi odiano, ma che in molte occasioni sono riusciti comunque ad aggirare. Donato Bruno, nel 2002, all’Ansa spiegava la sua opinione sul punto: “Personalmente io abrogherei il 41 bis, che è solo una tortura per i detenuti” esprimendo la sua contrarietà , per vizi di costituzionalità , a renderlo definitivo, ipotesi in discussione, in quei giorni, in Parlamento.
Non solo Previti, però. Bruno ha avuto a cuore anche le sorti del capogruppo in Senato del Pdl Renato Schifani, attualmente indagato dalla Procura di Parlermo per concorso esterno. Quando, lo scorso luglio, il gip non ha accolto la richiesta di archiviazione della pubblica accusa chiedendo un supplemento di indagine, Bruno ha reagito così: «Decisione inspiegabile che ci lascia rammaricati».
Claudio Fazzone (Pdl) è il plenipotenziario del partito in provincia di Latina.
Si è battuto come un leone contro lo scioglimento per condizionamento mafioso del comune di Fondi, assecondato dall’allora governo Berlusconi che decise di salvare l’ente locale nonostante fossero provate le infiltrazioni criminali. In ogni sede, anche giudiziaria, ha retto l’impianto accusatorio, la mafia a Fondi c’era, Fazzone parlava, invece, di complotto politico e mediatico. Nella relazione, redatta dal prefetto Bruno Frattasi, spuntava anche il nome del senatore, ora commissario antimafia.
Era in una società con il sindaco Luigi Parisella e il cugino del primo cittadino Luigi Peppe. Così veniva descritto in una interrogazione parlamentare l’intreccio: “Il signor Luigi Peppe, oltre ad essere cugino del sindaco, è fratello di Franco Peppe (condannato nel processo Damasco II a 6 anni lo scorso giugno, ndr), soggetto in rapporti certi con la famiglia Tripodo, ed in particolare con Antonino Venanzio Tripodo”.
Scrivi Tripodo e leggi ‘ndrangheta. A firmare l’interrogazione Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione antiamafia della passata legislatura. Ora Garavini in antimafia si troverà proprio Fazzone come commissario.
Rosanna Scopelliti (Pdl), giovanissima deputata calabrese, è un nome importante dell’antimafia sociale, fondatrice dell’associazione Ammazzateci tutti, e figlia del giudice Antonino Scopelliti, ucciso da Cosa nostra con la collaborazione della ‘ndrangheta di Reggio Calabria.
Una figura che dovrebbe essere di garanzia per la commissione.
Sulla sua nomina non ci sarebbe nulla da eccepire. Se non per alcune prese di posizione che hanno fatto discutere all’interno dei movimenti antimafia, mondo da cui lei proviene.
Ha criticato l’ex ministro dell’Interno Cancellieri per aver sciolto il consiglio comunale di Reggio Calabria, feudo dell’attuale governatore Pdl della Calabria Giuseppe Scopelliti.
Una mossa imprudente la definì. E scatenò la risposta di Sonia Alfano, la figlia di Beppe, giornalista ucciso dalla mafia e presidente della commissione antimafia europea.
E proprio Rosanna Scopelliti, figlia del giudice dalla schiena dritta, onesto servitore dello Stato, ha partecipato alla manifestazione contro i giudici organizzata dal suo partito il 4 agosto scorso. Non deve essere stata una bella esperienza, con la folla che insultava magistrati e Cassazione.
Giovanni Tizian e Nello Trocchia
(da “l’Espresso”)
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Ottobre 9th, 2013 Riccardo Fucile
IL RISARCIMENTO DELLO STATO PER “ERRORE”
Un indennizzo antimafia da 2 milioni era stato versato dal ministero dell’Interno a un esponente di spicco della mafia di Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, che in un ribaltamento della realtà era riuscito a presentarsi come vittima di Cosa nostra. Emerge dall’indagine dei carabinieri che ha portato al sequestro di un patrimonio da 38 milioni di euro riconoducibile al capomafia latitante Matteo Messina Denaro e a suoi fedelissimi.
Dagli accertamenti bancari a carico del nucleo familiare di Cataldo La Rosa, arrestato tempo fa per associazione mafiosa, è spuntato un risarcimento destinato alle vittime della mafia: 2 milioni di euro erogati dal ministero dell’Interno e indebitamente incassati dagli eredi di Salvatore Stallone, cognato di La Rosa ucciso a Campobello di Mazara negli anni ’80.
Secondo gli inquirenti, Stallone era in realtà inserito nel contesto mafioso trapanese ed era stato eliminato nel corso di una guerra tra i clan.
In base ai risultati delle indagini, il ministero degli Interni, ha proceduto alla revoca del beneficio economico che era stato concesso e ha disposto il recupero delle somme.
L’intervento è stato eseguito nelle province di Trapani, Varese, Trieste e Milano, colpendo il patrimonio riconducibile ai presunti mafiosi Filippo Greco, Simone Mangiaracina e Vito Signorello e degli imprenditori Antonino Moceri e Antonino Francesco Tancredi, arrestati il 12 dicembre del 2011 per associazione mafiosa e fittizia intestazione di beni.
Le indagini avrebbero permesso di documentare assetti e attività criminali della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, storicamente tra le più attive del mandamento di Castelvetrano (Trapani), e la conflittualità tra i gruppi di Leonardo Bonafede e Francesco Luppino.
Quest’ultimo, forte del sostegno di Matteo Messina Denaro, avrebbe cercato di ampliare il proprio potere all’interno della organizzazione criminale, con l’obiettivo di contendere al Bonafede la leadership della ‘famiglia’.
Le divisioni non hanno impedito ai due clan di gestire unitariamente le strategie criminali e lo sfruttamento delle principali attività economiche del territorio.
Complessivamente da carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani sono stati sequestrati 2 strutture industriali, 4 società attive nel settore olivicolo, 181 immobili, tra cui ville, appartamenti, magazzini e terreni agricoli, 20 autovetture, nonchè 43 rapporti bancari e 5 polizze assicurative.
(da “Huffington Post”)
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Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
RISPUNTA L’INTERVISTA A SCARANTINO CHE NEL ’95 SVELO’ I DEPISTAGGI
Uno scoop soffocato, un’indagine contorta che si rivelerà poi un gigantesco depistaggio, un pentito che si pente di essersi pentito e una sua intervista cancellata per seppellire ogni prova.
Anche così hanno deviato l’inchiesta sull’uccisione del procuratore Paolo Borsellino. E per “legge” l’hanno incanalata su una falsa pista.
I misteri sulla strage di via D’Amelio non finiscono mai. E adesso si scopre che diciotto anni fa la magistratura aveva ordinato di far sparire una registrazione televisiva – con un provvedimento di sequestro – sulla prima ritrattazione del famigerato Vincenzo Scarantino, il finto collaboratore di giustizia che si era autoccusato del massacro offrendo un’ingannatrice ricostruzione del massacro e indicando come suoi complici sette innocenti.
Tutto su suggerimento di uomini di apparati dello Stato.
Dopo le sue confessioni, Vincenzo Scarantino aveva subito fatto marcia indietro affidando alle telecamere di Studio Aperto la sua verità .
La procura di Caltanissetta ha deciso nel 1995 che quella verità non poteva diventare pubblica e, subito dopo la messa in onda dell’intervista, ne ha imposto la distruzione dagli archivi e perfino dai server.
Quell’intervista non doveva più esistere. E così è stato, almeno ufficialmente.
Perchè qualcuno, probabilmente un tecnico disubbidiente, ne ha conservato una copia – invano cercata dai pm, che oggi indagano sulle indagini e che hanno smascherato il depistaggio della vecchia inchiesta – di cui Repubblica è entrata in possesso.
Basta ascoltare la voce di Scarantino per capire che lui aveva già detto tutto, tutto quello che si sarebbe scoperto quasi vent’anni dopo.
Ma nulla si doveva sapere allora, c’era solo una verità da far emergere: Vincenzo Scarantino colpevole.
I pm di Caltanissetta di oggi stanno ancora indagando su ciò che è accaduto – chi ha taroccato l’inchiesta fin dai primi passi, perchè – ma nei loro archivi non hanno trovato neanche il fascicolo originale del sequestro di quella video- cassetta. Scomparso anche quello.
Adesso vi raccontiamo nei dettagli questa vicenda, precisandovi che la video cassetta recuperata contiene solo una parte dell’intervista concessa da Scarantino.
È lunga quasi tre minuti. La versione integrale non esiste più. Ma in quei tre minuti trasmessi vent’anni fa e mai più riproposti il falso pentito dice tutto.
E tutto è cominciato il 26 luglio 1995, tre anni dopo la morte di Paolo Borsellino.
Il mafioso che si era autoaccusato della strage telefona alla redazione di Studio Aperto a Palermo. Per la prima volta ammette di essersi inventato ogni dettaglio sull’autobomba, di avere fatto nomi di uomini innocenti dopo le torture subite nel supercarcere di Pianosa.
Passano poche ore e, negli studi della redazione di Italia Uno, arriva la polizia e sequestra tutte le cassette con l’intervista di Scarantino.
Il provvedimento è firmato dalla procura di Caltanissetta. L’ordine è quello di cancellarla da tutti i computer, a Palermo e a Milano. Il falso pentito – subito dopo il servizio televisivo – viene raggiunto dai magistrati di Caltanissetta che lo convincono a ritrattare la ritrattazione. È la svolta dell’inchiesta sulla strage di via Mariano D’Amelio. La procura, il capo è Giovanni Tinebra, mette il sigillo sull’autenticità delle rivelazioni false di Scarantino.
Per più di quindici anni il “caso” viene dimenticato, fino a quando appare sulla scena un nuovo pentito – Gaspare Spatuzza – che smentisce Scarantino e racconta che ad organizzare la strage era stato lui e non l’altro.
Nell’autunno del 2010 la revisione del processo e la scarcerazione di sette imputati, ingiustamente condannati all’ergastolo.
Poi, qualche giorno fa, anche la registrazione dell’intervista a Scarantino è ricomparsa.
Ecco cosa diceva il 26 luglio del 1995 al giornalista Angelo Mangano: «Ho deciso di dire tutta la verità e di non collaborare più perchè ho detto tutte bugie. Io sono innocente…Non è vero niente, sono tutti articoli che ho letto sui giornali, e ho inventato tutte queste cose. Il giornalista gli chiede se gli uomini che lui ha accusato sono innocenti, Scarantino risponde: «Tutti, tutti, tutti…».
Poi, in una seconda parte dell’intervista – uno spezzone andato in onda il giorno dopo, il 27 luglio – il falso pentito comincia a parlare delle torture subite in carcere: ««A me a Pianosa mi fanno urinare sangue. A me facevano delle punture di penicillina, mi stavano facendo morire a Pianosa… ma voglio tornare in carcere… mi fanno morire in carcere, però morirò con la coscienza a posto».
Scarantino fa anche un nome nell’intervista (che però non è andato in onda) e lo rivela oggi Angelo Mangano: «Gli chiesi: “Chi le ha fatto urinare sangue? Mi rispose: il dottore La Barbera”».
Arnaldo La Barbera, il capo della squadra mobile di Palermo che l’attuale procura di Caltanissetta considera il principale responsabile della gigantesca montatura che è stata l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio.
I retroscena di quell’intervista ce li racconta Mangano: «Nacque in modo del tutto casuale. La mattina del 26 luglio 1995 si era avuta notizia da ambienti giudiziari di una ritrattazione di Scarantino, decisi dunque di andare a casa della madre, alla Guadagna. La signora mi fece sentire una registrazione in cui il figlio ritirava le accuse, una registrazione che si sentiva male. Diedi allora il mio numero alla signora, e neanche un’ora dopo fu Vincenzo Scarantino a chiamarmi».
Qualche mese prima si era già concluso il primo processo per la strage Borsellino, con la condanna del falso testimone a 18 anni e con l’ergastolo per i complici che aveva indicato.
Due giorni dopo l’intervista e il sequestro della cassetta, Scarantino decise di fare il pentito in un verbale firmato davanti al sostituto procuratore di Caltanissetta Carmelo Petralia. Poi le indagini proseguirono su una falsa pista.
E la procura di Caltanissetta aprì addirittura un’inchiesta «per accertare eventuali comportamenti illeciti per convincere Scarantino a ritrattare ».
Seguì una nota ufficiale dei pm per definire «grave il comportamento della madre di Scarantino e di quanti hanno strumentalizzato un comprensibile desiderio d’affetto per fini processuali».
Il «colpevole» era stato trovato, non ce ne dovevano essere altri. Quella era la verità sull’uccisione del procuratore Paolo Borsellino.
Ufficiale e falsa.
Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo
(da “la Repubblica“)
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Settembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
LA SENTENZA D’APPELLO SU DELL’UTRI: “BERLUSCONI ALLEATO DELLA MAFIA DA 40 ANNI”
Quella depositata ieri dalla Corte d’appello di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri,
condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è la quarta sentenza in nome del popolo italiano a mettere nero su bianco che nel 1974, cioè agli albori della sua resistibile ascesa di imprenditore, Silvio Berlusconi stipulò un patto d’acciaio con Cosa Nostra attraverso il suo (di Cosa Nostra e di B.) intermediario palermitano.
L’avevano già sostenuto, oltre ai pm Ingroia e Gozzo e al gup Scaduto, i tre giudici del Tribunale che l’avevano condannato a 9 anni, il pg Gatto che aveva chiesto la conferma della condanna, i tre giudici di Corte d’appello che l’avevano confermata riducendo la pena a 7 anni, i 5 giudici di Cassazione che l’avevano annullata solo per il periodo 1977-’82.
Ora, su richiesta del pg Patronaggio, l’hanno ribadito altri tre giudici di appello.
In totale 19 magistrati di funzioni, sedi e correnti diverse hanno accertato che 40 anni fa B. iniziò la sua carriera con un patto con la mafia.
E non occorre più nemmeno la Cassazione per rendere definitiva questa verità processuale, ormai irrevocabile dalla sentenza di parziale rinvio del maggio 2012: “A seguito della sentenza della Cassazione è stato definitivamente accertato che Dell’Utri, Berlusconi, Cinà , Bontade e Teresi (gli ultimi tre sono boss mafiosi, ndr) avevano siglato un patto in base al quale l’imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa Nostra per ricevere in cambio protezione”.
Eppure da 15 mesi giornali e politici, salvo rare eccezioni, fanno finta di nulla.
E intanto l’uomo del patto con la mafia è stato architrave del governissimo Monti, si è ricandidato alle elezioni, ha raccolto il 22% dei voti, è stato più volte ricevuto al Quirinale con tutti gli onori, è stato invitato da Bersani a indicare il candidato Pdl-Pd per il Colle (Marini), ha avuto in dono la testa dell’odiato Prodi da 101 (o forse 120) appositi franchi tiratori Pd, ha ottenuto la riconferma di Napolitano, ha strappato l’agognato governissimo, ha pure scelto il premier che preferiva (il nipote di Gianni Letta), è divenuto il partner prediletto del Pd (che in compenso schifa Di Pietro e Ingroia) e ora viene implorato da tutti i poteri che contano, ma soprattutto da Pd e Quirinale, perchè non abbandoni la maggioranza e resti fedele a Letta nipote, mentre giuristi à la carte e scudi umani dell’inciucio lavorano per salvarlo da una legge che impone la sua decadenza da senatore.
“Resta con noi, non ci lasciar” detto — avete capito bene — a colui che nel 1974 incontrò nel suo ufficio di Foro Buonaparte a Milano “Dell’Utri, Gaetano Cinà , Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo”, prima dell’“assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore…”, suggellando “il patto di protezione” con i vertici della mafia. “In virtù di tale patto i contraenti (Cosa Nostra da una parte e Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Dell’Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell’imprenditore mediante l’esborso di somme di denaro che Berlusconi ha versato a Cosa Nostra tramite Dell’Utri che, mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio mediante l’ingresso nelle proprie casse di ingenti somme di denaro”.
Una simbiosi andata “avanti nell’arco di un ventennio”.
Questi fatti ormai consacrati da una sentenza definitiva, ma già noti da tempo, sono scomparsi dalla scena politico-mediatica.
Tant’è che ancora ieri Polito El Drito, sul Corriere , pregava in ginocchio B. di restare fedele al governo “nell’interesse degli italiani”.
Non volendo o potendo rimuoverlo dalla politica nell’interesse degli italiani, si rimuovono quei fatti nell’interesse suo e si racconta che è nell’interesse nostro.
Come recita un vecchio proverbio catalano: ci pisciano in testa e ci dicono che piove.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
COSA NOSTRA AVREBBE GIA’ FATTO ARRIVARE A PALERMO 15 CHILI DI ESPLOSIVO… DI MATTEO RAPPRESENTA LA PUBBLICA ACCUSA NEL PROCESSO SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA
Il confidente, non mafioso, è considerato attendibile. 
E per questo il pm di Palermo Nino Di Matteo, pubblica accusa nel processo sulla Trattativa, avrà la scorta di primo livello.
Cosa nostra starebbe organizzando un attentato contro un magistrato e per ucciderlo sarebbero già arrivati nel capoluogo siciliani 15 chili di esplosivo.
La notizia è riportata da alcuni quotidiani, tra cui La Repubblica, che descrive come un mese fa agli investigatori un uomo legato al traffico di droga abbia svelato questo piano della mafia, anche se senza fare nome della toga finita nel mirino, ma il “candidato” più probabile è stato individuato in Di Matteo, già scortato, che ora avrà con lui tre carabinieri del Gis, il Gruppo intervento speciale.
Il confidente avrebbe riferito di un summit fra capimafia in cui sarebbe stato chiesto di accelerare l’esecuzione dell’attentato.
Al palazzo di giustizia la tensione è alle stelle.
Venti giorni fa qualcuno si è introdotto in casa di un altro pm, Roberto Tartaglia anch’egli pubblica accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia rubando una pen-drive: nella chiavetta Ubs c’erano verbali non ancora depositati.
L’attenzione è quindi massima intorno a tutti i magistrati che indagano sul presunto patto tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra per fermare la stagione stragista.
In parallelo al processo trattativa c’è infatti un fascicolo d’inchiesta bis, il fascicolo madre in realtà che sta cercando di accertare eventuali responsabilità di ambienti deviati dei servizi segreti.
Ad aprile, erano già arrivate due lettere anonime che annunciavano un attentato nei confronti di Nino Di Matteo, “autorizzato” dal super latitante Matteo Messina Denaro e da alcuni suoi “amici romani”: “Amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità . Cosa Nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d’accordo” si leggeva in una delle missive e a scrivere è, a suo dire, uno dei membri del commando di morte, in grado di fornire una serie di notizie riservate e dettagliate sugli spostamenti quotidiani (e sui punti deboli della protezione) del pm che indaga sulla trattativa mafia-Stato.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 14th, 2013 Riccardo Fucile
NEL LUGLIO 1992, IL PM INVESTIGAVA SUL CORVO 22 CHE SCRISSE DI UN INCONTRO TRA MANNINO E RIINA
In piena stagione stragista, a metà giugno del ’92, un anonimo di otto pagine scatenò fibrillazione e panico nei palazzi del potere politico-giudiziario: sosteneva che l’ex ministro dc Calogero Mannino aveva incontrato Totò Riina in una sacrestia di San Giuseppe Jato (Palermo).
Una sorta di prologo della trattativa.
Su quell’anonimo, si scopre oggi dai documenti prodotti dal pm Nino Di Matteo nell’aula del processo Mori, stava indagando formalmente Paolo Borsellino.
Con un’indagine che il generale del Ros Antonio Subranni chiese ufficialmente di archiviare perchè non meritava “l’attivazione della giustizia”.
Il documento dell’assegnazione del fascicolo a Borsellino e a Vittorio Aliquò, datato 8 luglio 1992, insieme alle altre note inviate tra luglio e ottobre di quell’anno, non è stato acquisito al fascicolo processuale perchè il presidente del Tribunale Mario Fontana non vi ha riconosciuto una “valenza decisiva” ai fini della sentenza sulla mancata cattura di Provenzano nel ’95, che sarà pronunciata mercoledì prossimo.
Ma le note sono state trasmesse alla Procura nissena impegnata nella ricostruzione dello scenario che fa da sfondo al movente della strage di via D’Amelio.
In aula a Caltanissetta, infatti, nei giorni scorsi, Carmelo Canale ha raccontato che il 25 giugno 1992, Borsellino, “incuriosito dall’anonimo” volle incontrare il capitano del Ros Beppe De Donno, in un colloquio riservato alla caserma Carini, proprio per conoscere quel carabiniere che voci ricorrenti tra i suoi colleghi indicavano come il “Corvo due”, ovvero l’autore della missiva di otto pagine.
Quale fu il reale contenuto di quell’incontro?
Per il pm, gli ufficiali del Ros, raccontando che con Borsellino quel giorno discussero solo della pista mafia-appalti, hanno sempre mentito: una bugia per negare l’esistenza della trattativa, come ha ribadito Di Matteo ieri in aula, nell’ultima replica.
Tre giorni dopo, il 28 giugno, a Liliana Ferraro che gli parla dell’iniziativa avviata dal Ros con don Vito, Borsellino fa capire di sapere già tutto e dice: “Ci penso io”.
Il primo luglio ’92, a Palermo il procuratore Pietro Giammanco firma una delega al dirigente dello Sco di Roma e al comandante del Ros dei Carabinieri per l’individuazione dell’anonimo.
Il 2 luglio, Subranni gli risponde con un biglietto informale: “Caro Piero, ho piacere di darti copia del comunicato dell’Ansa sull’anonimo. La valutazione collima con quella espressa da altri organi qualificati. Buon lavoro, affettuosi saluti”.
Nel lancio Ansa, le “soffiate” del Corvo sono definite dai vertici investigativi “illazioni ed insinuazioni che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti”. Come ha spiegato in aula Di Matteo, “il comandante del Ros, il giorno stesso in cui avrebbe dovuto cominciare ad indagare, dice al procuratore della Repubblica: guardate che stanno infangando Mannino”.
Perchè Subranni tiene a far sapere subito a Giammanco che l’indagine sul Corvo 2 va stoppata? Venerdì 10 luglio ’92 Borsellino è a Roma e incontra proprio Subranni, che il giorno dopo lo accompagna in elicottero a Salerno.
Borsellino (lo riferisce il collega Diego Cavaliero) quel giorno ha l’aria “assente”. Decisivo, per i pm, è proprio quell’incontro con Subranni, indicato come l’interlocutore diretto di Mannino.
È a Subranni che, dopo l’uccisione di Salvo Lima, l’ex ministro Dc terrorizzato chiede aiuto per aprire un “contatto” con i boss.
È allo stesso Subranni che Borsellino chiede conto e ragione di quella trattativa avviata con i capi mafiosi?
No, secondo Basilio Milio, il difensore di Mori, che ieri in aula ha rilanciato: “Quell’incontro romano con Subranni e’ la prova che Borsellino certamente non aveva alcun sospetto sul Ros”.
Il 17 luglio, però, Borsellino dice alla moglie Agnese che “Subranni è punciuto”.
Poche ore dopo, in via D’Amelio, viene messo a tacere per sempre.
Nell’autunno successivo, il 3 ottobre, il comandante del Ros torna a scrivere all’aggiunto Aliquò, rimasto solo ad indagare sull’anonimo: “Mi permetto di proporre – lo dico responsabilmente – che la signoria vostra archivi immediatamente il tutto ai sensi della normativa vigente”.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 7th, 2013 Riccardo Fucile
IL GIURISTA DI SINISTRA FIANDACA E LA TRATTATIVA STATO MAFIA
Il professor Giovanni Fiandaca, giurista “de sinistra”, ha ottenuto un’improvvisa notorietà
con un presunto “saggio” contro il processo sulla trattativa Stato-mafia, rilanciato dal Foglio, dai Macalusi e da altri difensori — professionali e d’ufficio — degli imputati di Stato.
La sera prima della decisione della Corte d’assise sulla competenza del processo — come avveniva nella Palermo metà anni 80 con aulici simposii contro il maxiprocesso di Falcone e Borsellino- l’allegra brigata s’è ritrovata a palazzo Steri per un rito propiziatorio che impetrava il trasloco verso le nebbie e le sabbie romane.
Purtroppo invano: l’indomani i giudici hanno spazzato via tutte le eccezioni delle difese e delle teste d’uovo retrostanti.
Così come il gup Morosini aveva già sbugiardato le loro tesi giuridiche, rinviando a giudizio tutti gli imputati.
Ma il Fiandaca, sia pur un po’ provato, insiste. E, sempre sul Foglio di Berlusconi & Ferrara, mi riempie di insulti, sostenendo che avrei criticato il suo “saggio” senza leggerlo, e comunque se l’avessi letto non l’avrei capito, perchè sono “ignorante”, “prevenuto”, “superficiale”, “giustizialista”, financo “pernicioso”.
Purtroppo il suo cosiddetto “saggio” l’ho letto e temo persino di averlo capito.
Lui mi accusa di “non argomentare” e di rivolgergli “attacchi ad hominem” perchè lo considero “un azzeccagarbugli filomafioso”.
Si rassicuri: io lo considero semplicemente un orecchiante molto sopravvalutato e disinformato. Infatti, nella sua pallosissima dissertazione, non cita mai un solo atto d’indagine, e nemmeno l’ordinanza di rinvio a giudizio del Gup: ma solo la memoria riassuntiva dei pm (una ventina di pagine, poca fatica), esponendo così la sua luminosa scienza giuridica a una serie impressionante di sfondoni, figuracce e balle a volontà .
Vuole che argomenti? Argomento.
Presunto sarà lei
Fiandaca parla di ”cosiddetta trattativa” e “presunta trattativa”. Cominciamo bene.
La trattativa Stato-mafia è giudiziariamente indiscutibile in quanto confermata da sentenze definitive della Cassazione sulle stragi del 1992-’93, oltrechè dai diretti protagonisti e testimoni, non solo mafiosi: Mori e De Donno parlano a verbale di “trattativa” con i capi di Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino, e non di una semplice “presa di contatto”, come fa loro dire Fiandaca.
Che deve farsene una ragione: se vuol parlare di trattativa, si legga almeno le sentenze. Ma per lui tutto è presunto.
Infatti, riassumendo le tesi dell’accusa, scrive: “Cosa Nostra avrebbe reagito (alla sentenza del maxiprocesso, ndr) ideando e in parte realizzando un programma stragista”.
Avrebbe? Dunque anche le stragi sono cosiddette e presunte?
Il gioco delle tre carte
L’assenza di reati nella trattativa sarebbe “confermata dal fatto che altri uffici giudiziari, in particolare Firenze e Caltanissetta… non hanno ravvisato ipotesi di reato”. A parte il fatto che, se due procure non trovano reati e una terza sì, non si vede perchè debbano avere ragione le prime due e non la terza, a Fiandaca sfugge che Firenze e Caltanissetta sono competenti sulle stragi e Palermo sulla trattativa: normale che Palermo contesti reati sulla trattativa e le altre procure no.
Trattativa insindacabile
“Ai pm — scrive il Fiandaca — sfugge… la divisione dei poteri: la tutela della sicurezza collettiva… spetta al potere esecutivo e l’eventuale scelta politica di fare qualche concessione ai poteri criminali non è sindacabile giudiziariamente”.
Se avesse letto almeno il capo d’imputazione, saprebbe che qui il reato non è che la mafia tratti con lo Stato e viceversa: il delitto contestato (art. 338 Cp, “violenza o minaccia a corpo politico”) è che la mafia, col delitto Lima e le stragi, ricatta i governi in combutta con alcuni servitori dello Stato veri o presunti, per estorcere scelte politiche e normative che mai quei governi avrebbero adottato senza essere sotto scacco.
Infatti l’ex ministro Conso che non rinnovò il 41-bis a 334 mafiosi non è imputato per quello (anzi è anche lui vittima della minaccia): ma per aver mentito ai giudici sui retroscena di quella decisione.
Quindi non sono in discussione le scelte politiche, ma il ricatto di chi le determinò. Che il ricatto sia reato, è da dimostrare: per questo si fa il processo.
Noi non abbiamo mai scritto che il reato sia provato, ma che spetta ai giudici decidere se i fatti, ormai straprovati, siano reato, e se il reato sia quello contestato, e se i colpevoli siano gli attuali imputati. È Fiandaca che sostiene, sostituendosi ai giudici, che il reato non c’è. Il “giustizialista” è lui, non noi.
Trattativa a fin di bene
Dopo aver messo in forse la trattativa con condizionali e aggettivi dubitativi, Fiandaca la dà per certa, ma con finalità buone, anzi “salvifiche”: “L’obiettivo di far cessare le stragi mai potrebbe essere giuridicamente qualificato come illecito; al contrario esso può apparire doveroso”, una “scelta politica penalmente non censurabile”.
Intanto, come ben sa chiunque abbia letto qualche atto dell’inchiesta, la trattativa — secondo l’impostazione accusatoria già vagliata dal Gup — non partì “per arginare il rischio stragista” o “per far cessare le stragi”, semplicemente perchè partì quando non c’era stata ancora alcuna strage: e cioè dopo il delitto Lima e prima di Capaci.
Lo scopo era salvare la pelle ai politici i cui nomi erano in una lista di morituri dopo Lima: Mannino, Andreotti (o parenti), Vizzini, Andò, Martelli.
I quali puntualmente si salvarono grazie a un cambio di programma di Cosa Nostra, che dopo Capaci abbandonò le vendette sui politici (servivano vivi per recepire il “papello”) e virò su Borsellino, che si opponeva alla trattativa.
Dunque, come si legge nella sentenza definitiva di Firenze sulle stragi del ’93, la trattativa non solo non fermò, ma moltiplicò e rafforzò lo stragismo.
Distogliendolo dai politici e indirizzandolo su Borsellino (a proposito: chi è il “servitore dello Stato” che avvertì i boss che il giudice ostacolava la trattativa?
E chi spiega ai parenti delle vittime di Firenze e Milano che i loro cari dovevano morire ammazzati perchè lo Stato perseguiva il “doveroso” e “salvifico” obiettivo di fermare le stragi incentivandole?).
In ogni caso, che ogni scelta politica sia di per sè insindacabile per chi la fa e chi la chiede è una fesseria: se io pago un politico in cambio di una legge, è corruzione; se minaccio un politico per avere una legge, è estorsione; se minaccio un governo a suon di bombe per ottenere “scelte politiche” elencate in un papello che poi guardacaso diventa legge, è minaccia a corpo politico; se mento al giudice, è falsa testimonianza.
Trattativa all’insaputa
Nella sua rocciosa incoerenza, Fiandaca ipotizza che i “servitori dello Stato” che trattarono con la mafia (ma la trattativa non era presunta?) non siano punibili perchè manca “l’elemento soggettivo”, “il dolo”, l’“autentica coscienza e volontà di concorrere coi mafiosi nelle violenze e minacce ai danni del governo”.
Cioè, politici navigati e ottimi conoscitori della mafia e ufficiali specializzati nella lotta alla mafia trattarono con la mafia, poi si prodigarono per ammorbidire il 41-bis come da papello , ma a loro insaputa.
Un caso Scajola ante litteram, e al cubo
Fiandaca, restando serio, domanda perchè i pm non abbiano contestato i reati di concorso esterno in associazione mafiosa o addirittura concorso in strage.
La risposta è banale: perchè le stragi furono decise da uomini di mafia e non di Stato, o almeno non c’è prova del contrario.
Complimenti comunque al grande giurista per il trucchetto di negare il reato già vagliato dal gup ipotizzandone di più gravi e iperbolici.
Il solito gioco delle tre tavolette.
Movente e contropartita
Per Fiandaca, al Grande Ricatto mancano il movente e la contropartita. Ma il movente, pienamente realizzato, era salvare la pelle ai politici candidati a finire come Lima.
Quanto alla contropartita, è inutile (?) ricordare al giurista di chiara fama che l’estorsione e la minaccia sono reati anche se non sortiscono effetti.
Qui comunque gli effetti ci sono eccome, anche se Fiandaca scrive che “la montagna ha partorito il topolino” perchè i pm sono riusciti a provare “solo” la “revoca di alcuni 41-bis”.
Alcuni? Il 26 giugno ’93 il nuovo capo del Dap Adalberto Capriotti (che ha preso il posto di Niccolò Amato, inviso ai boss e subito licenziato) invita Conso a revocare centinaia di 41-bis come “segnale di distensione” alla mafia.
Conso, cinque mesi dopo, obbedisce ribaltando le indicazioni della Procura di Palermo e regalando il carcere molle a 334 detenuti: capi-mandamento come Antonino Geraci sr., Vito Vitale e Giuseppe Farinella, pezzi da 90 come Spadaro, Di Carlo jr., Prestifilippo sr., i fratelli Ferrara e Calafato, Giuliano, Miano, Di Trapani, Grassonelli, Spina, Fidanzati jr.
Quasi tutti i maggiori mafiosi allora detenuti, a parte l’appena arrestato Riina che, se fosse uscito pure lui dal 41-bis, avrebbe suscitato un pandemonio.
E questo sarebbe il topolino? In ogni caso, per i pm, era già partita una seconda trattativa con la nascente Forza Italia sul resto del papello, con garanzie così solide da indurre Cosa Nostra a interrompere di botto le stragi e ad annullare quella già decisa allo stadio Olimpico. Ma tutto questo Fiandaca non lo sa. O non lo dice.
Il can per l’aia
Il finale è strepitoso: processare politici sospettati di delinquere significa “processare la politica”, con la “tendenza populistico-giustizialista” già emersa con Mani Pulite di innescare “quel conflitto fra politica e giustizia che nell’ultimo ventennio ha disturbato il funzionamento della democrazia”.
Ma certo, se i politici rubano o trescano con la mafia, non vanno processati per non “disturbare” la democrazia.
Berlusconi non avrebbe detto meglio.
Ps. Caso mai Fiandaca volesse confrontarsi in pubblico, a Palermo o in tv o dove vuole lui, io sono pronto.
Troverà pane per la sua dentiera.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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