Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile
LA VEDOVA DI PAOLO: “CONDIVIDO OGNI PAROLA DELLA LETTERA EMOZIONANTE CON LA QUALE ROBERTO SI E’ RIVOLTO A PAOLO”… I FRATELLI: “HA RIEMPITO DI EMOZIONE I CUORI DELLE MIGLIAIA DI PERSONE GIUNTE DA OGNI PARTE D’ITALIA”
La famiglia Borsellino si schiera con Roberto Scarpinato, del quale “condivide ogni parola della lettera emozionante” per Paolo, ed esprime “sdegno per la richiesta” di apertura di un procedimento disciplinare del Csm, su sollecitazione del membro laico Nicolò Zanon (Pdl), per il procuratore generale di Caltanissetta.
E’ una presa di posizione netta quella che i familiari del giudice ucciso dalla mafia nella strage di via D’Amelio prendono contro il Consiglio superiore della magistratura che ha già assegnato la pratica per valutare il comportamento del pg di Caltanissetta che durante la cerimonia per il ventennale in un “lettera a Paolo Borsellino” aveva, tra l’altro, detto: “Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità , anche personaggi la cui condotta di vita sembra la negazione dei valori di giustizia e legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere”.
“Condivido — dice Agnese Piraino Leto vedova di Borsellino — ogni parola della lettera emozionante con la quale Roberto Scarpinato si è rivolto a Paolo. Non avrei mai immaginato che alcuni stralci di quella lettera inducessero un membro laico del Csm a chiedere l’apertura di un procedimento a carico del procuratore generale di Caltanissetta e fossero ritenute così gravi da giustificarne la richiesta di trasferimento per incompatibilità ambientale e funzionale. Se vi è oggi un magistrato ‘compatibile’ con le funzioni attualmente svolte quello è il dottor Scarpinato, che non dimenticherò mai essere stato uno degli otto sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che all’indomani della morte del ‘loro’ procuratore aggiunto Paolo Borsellino rassegnò le dimissioni, poi fortunatamente rientrate, dopo avere avuto il coraggio e la forza di denunciare le divergenze e le spaccature di quella Procura di Palermo che avevano di fatto isolato ed esposto più di quanto già non lo fosse mio marito”.
Rita e Salvatore Borsellino, fratelli di Paolo, condividono l’intervento di Agnese Piraino Leto e aggiungono: “Esprimiamo a nostra volta il nostro sdegno per questa improvvida iniziativa di un membro del Csm a carico del procuratore Scarpinato, tanto più — sottolineano — grave perchè prende a pretesto proprio quella lettera a Paolo che, letta in via d’Amelio il 19 luglio pochi minuti prima dell’ora della strage, ha riempito di emozione i cuori delle migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia a Palermo — chiosano Rita e Salvatore Borsellino — per onorare la memoria del magistrato Paolo Borsellino e dei cinque poliziotti che hanno perso la vita al suo fianco”.
E con Scarpinato si schiera anche l’Anm, l’associazione nazionale dei magistrati sottolineando che il magistrato ha espresso il “suo libero pensiero”.
‘L’Anm si dice “sorpresa e preoccupazione” perchè “quel discorso, pronunciato in un contesto commemorativo fortemente emotivo — si legge nella nota — non può che essere inteso come manifestazione di libero pensiero, quale giusto richiamo, senza riferimenti specifici, nel ricordo delle idee e delle stesse parole di Paolo Borsellino, alla coerenza dei comportamenti e al rifiuto di ogni compromesso, soprattutto da parte di chi ricopre cariche istituzionali”.
La pratica, che pende presso la Prima commissione del Csm, è stata aperta dal Comitato di presidenza su richiesta del laico del Pdl, Niccolò Zanon.
L’organo direttivo del Csm ha anche inviato copia dell’intervento di Scarpinato al procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile
IL CSM APRE UN FASCICOLO PER TRASFERIRE D’UFFICIO IL PROCURATORE GENERALE DI CALTANISSETTA… IL PDL LO ACCUSA PER LE PAROLE PRONUNCIATE IN RICORDO DI BORSELLINO
E ora tocca a Roberto Scarpinato.
Dopo il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale contro i pm di Palermo, il Csm presieduto da Giorgio Napolitano apre un fascicolo finalizzato al trasferimento d’ufficio del pg di Caltanissetta, rilevando un profilo di incompatibilità ambientale sulla base della sua lettera a Paolo Borsellino, letta pubblicamente in occasione del ventennale in via D’Amelio.
Ma non solo.
Il comitato di presidenza del Csm ha attivato anche il pg della Cassazione, Gianfranco Ciani, titolare dell’azione disciplinare, affinchè verifichi se in quella lettera Scarpinato ha utilizzato argomenti, parole o toni censurabili con provvedimento punitivo.
Nel ventennale delle stragi il conflitto istituzionale contro i magistrati siciliani si allarga dunque a Caltanissetta, dove il presidente dell’Anm, Giovambattista Tona, giudica l’intervento di Scarpinato “del tutto condivisibile e condiviso dai tanti magistrati del distretto che l’hanno ascoltato e applaudito la mattina del 19 luglio”.
A sollevare il caso è stato Nicolò Zanon, consigliere laico del Pdl, citando la lettera in cui Scarpinato aveva definito “imbarazzante” partecipare alle cerimonie ufficiali per le stragi di Capaci e di via D’Amelio, per la presenza “talora, tra le prime file, nei posti riservati alle autorità ”, di “personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione” dei valori di giustizia e di legalità per i quali Borsellino è stato assassinato.
Il pg di Caltanissetta aveva fatto riferimento a “personaggi dal passato e dal presente equivoco” le cui vite — aveva aggiunto riprendendo un’espressione di Borsellino — “emanano puzzo di compromesso morale”.
Parole forti, contro la retorica antimafia e la strumentalizzazione della memoria.
A coloro che “non hanno null’altro credo che il denaro e il potere”, ha detto ancora il pg di Caltanissetta, “verrebbe da chiedere, se fosse possibile, che ci facessero la grazia di restarsene a casa il 19 luglio”, ma soprattutto “di tacere”.
Una vicenda che ora potrebbe pesare a sfavore di Scarpinato nella corsa alla poltrona di Pg di Palermo, che lo vede attualmente sfavorito rispetto al procuratore di Palermo Francesco Messineo.
Secondo Zanon, infatti, il Csm ora dovrebbe fare spazio ad altre candidature: “Ci vorrebbe un altro Pignatone”, ha detto il consigliere del Pdl, riferendosi al procuratore della Repubblica di Roma.
Per anni aggiunto a Palermo, Scarpinato è stato il primo a collegare il depistaggio di via D’Amelio alla trattativa mafia-Stato.
“I falsi collaboratori che hanno determinato il depistaggio — ha sostenuto pubblicamente — non si sono presentati da soli. I vertici di Cosa Nostra sapevano bene che erano costruiti a tavolino. Eppure non hanno reagito. Perchè? Perchè si convinsero che quella non era un’iniziativa individuale di alcuni poliziotti che volevano fare carriera, ma un depistaggio pilotato dall’alto, da un potere con cui si poteva trattare” .
Una tesi che contrasta con l’impostazione dell’inchiesta su via D’Amelio, che si avvia verso l’archiviazione dei tre funzionari indagati.
E se oggi Scarpinato ha deciso di non commentare (il suo telefono squilla a vuoto), a Caltanissetta il presidente della Anm Tona, ha usato parole severe: “Con stupore apprendo di quest’iniziativa che riguarderebbe il testo di una lettera a Paolo Borsellino il cui contenuto mi sembra totalmente condivisibile e pienamente condiviso dai tanti magistrati che cercano di onorare la memoria del magistrato ucciso in via D’Amelio”
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA RELAZIONE DELLA FINANZA… L’INDAGINE PER APPURARE SE IL SENATORE SI SIA TRASFORMATO IN MEDIATORE CON I CLAN
Sono stati distribuiti su decine di conti i soldi che Silvio Berlusconi ha versato negli ultimi dieci anni a Marcello Dell’Utri.
Si tratta di almeno settanta depositi che gli specialisti del nucleo valutario della Guardia di Finanza stanno adesso analizzando per stabilire se queste operazioni possano nascondere anche il passaggio di denaro a prestanome di boss mafiosi.
E dunque verificare l’ipotesi dell’accusa secondo la quale il senatore non sarebbe l’unico terminale delle elargizioni dell’ex presidente del Consiglio, ma in alcuni casi possa essersi trasformato in una sorta di mediatore con le cosche dopo la morte di Vittorio Mangano e Gaetano Cinà .
Anche tenendo conto che soltanto una parte dei fondi sono stati girati alla moglie, ai figli e ad altri familiari del politico.
E non escludendo la possibilità che la scelta di trasferire undici milioni di euro a Santo Domingo servisse proprio a far perdere le tracce di una somma destinata pure ad altre persone.
La prima relazione consegnata dagli investigatori ai pubblici ministeri ricostruisce nel dettaglio le «entrate» ed evidenzia come le elargizioni di Berlusconi comprendano, oltre ai circa 40 milioni in contanti, anche circa 7 miliardi di lire in titoli ceduti tra 1989 e il 1995.
Un ulteriore tassello che lo stesso ex premier e sua figlia Marina sono stati chiamati a chiarire, anche se appare difficile che la prossima settimana si presenteranno per essere interrogati dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, titolari dell’inchiesta.
I bonifici in entrata
Secondo il rapporto della Finanza, il primo versamento risale al 1989: titoli per 700 milioni di lire.
L’anno dopo la cessione di obbligazioni ha un valore ben più alto, pari a due miliardi di lire. Altri 760 milioni arrivano nel 1991 e 302 nel 1993.
Nel 2005 la stessa modalità viene utilizzata per far transitare ulteriori obbligazioni in due tranche da un miliardo e mezzo di lire.
Nel 2000 si passa ai contanti. Berlusconi ordina due bonifici in favore di Dell’Utri da 3 milioni e mezzo di euro e da 2 milioni e 700 mila euro.
Nel 2003 ci sono due versamenti effettuati lo stesso giorno rispettivamente da 362 mila euro e da 755 mila euro che partono da un conto sul quale possono operare lo stesso Berlusconi e la figlia Marina.
Sono state le indagini condotte dalla Procura di Roma sulla cosiddetta «P3» a rivelare altri passaggi di soldi.
E il risultato di quelle verifiche è stato poi trasmesso ai colleghi siciliani.
Nel 2008 il senatore riceve dal leader del Popolo della libertà un milione e mezzo di euro.
Tre anni dopo c’è un’ulteriore impennata nelle elargizioni: prima un milione di euro bonificato nel febbraio 2011 e poi sette milioni di euro fatti arrivare sullo stesso deposito nel marzo 2011.
In entrambi i casi è l’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, a segnalare le operazioni sospette.
E un «avviso» arriva anche qualche mese fa, quando Berlusconi versa 15 milioni di euro a saldo per l’acquisto della villa sul lago di Como valutata 21 milioni di euro.
Un affare che Dell’Utri perfeziona trasferendo circa undici milioni di euro nella Repubblica Dominicana.
E – questo dicono gli accertamenti già effettuati – recandosi personalmente oltreoceano.
Un viaggio che adesso finisce al centro delle indagini per scoprire se servisse a incontrare qualcuno che doveva poi ottenere una parte di quei soldi.
I movimenti in uscita
Secondo le prime verifiche, Dell’Utri riceve il denaro nella maggior parte dei casi e si adopera per trasferirlo al più presto dai suoi conti.
E lo fa seguendo modalità che nella stessa relazione della Guardia di Finanza vengono definite «sospette».
Nel 2010 dallo stesso conto corrente dove sono arrivati gli otto milioni di euro di Berlusconi «vengono effettuati 474 movimenti per un totale di un milione e 829 mila euro».
Uscite frazionate anche l’anno dopo con «190 movimentazioni per un totale di 10 milioni e 718 mila euro».
Chi sono i beneficiari di queste somme?
Una parte la ricevono i familiari, il resto arriva invece a persone e società sulle quali sono tuttora in corso le verifiche.
I controlli hanno già consentito di scoprire che «10 mila euro li riceve Chiara Dell’Utri, 60 mila Marco Dell’Utri e 80 mila Alberto Dell’Utri».
Si tratta però di una goccia nel mare.
Il problema riguarda il resto delle elargizioni, quel fiume di soldi che viene diviso in mille rivoli e che, come sottolinea uno degli investigatori, «si disperde in una maniera solitamente utilizzata per il riciclaggio di fondi illeciti».
Un sospetto alimentato dalla scelta del senatore di emettere tra il 2005 e il 2010 157 assegni, tutti di importi non superiori a 10 mila euro, per un totale che supera il milione e mezzo di euro e per la maggior parte dei quali non è stato possibile identificare il beneficiario.
Nella sua relazione la Finanza evidenzia «l’operatività particolarmente significativa» e la necessità di svolgere ulteriori controlli.
Il rifiuto dei testi
Su tutto questo dovranno fornire spiegazioni Berlusconi e la figlia, ma al momento appare improbabile che decidano di rispondere alla convocazione.
La data per l’interrogatorio era stata fissata al 16 luglio però l’avvocato Niccolò Ghedini ha fatto sapere che l’ex premier era impegnato in una riunione in materia di economia a villa Gernetto e che Marina Berlusconi si trovava all’estero.
Aveva chiesto di poter rinviare l’appuntamento precisando comunque che Berlusconi avrebbe accettato soltanto un incontro fissato a Roma.
La stessa strategia era stata utilizzata lo scorso anno quando il leader del Pdl era ancora capo del governo e fu chiamato a testimoniare dai magistrati napoletani che indagavano sul presunto ricatto di Gianpaolo Tarantini e Walter Lavitola.
Anche in quel caso chiese un incontro nella capitale, ma dopo numerosi rinvii comunicò che non avrebbe accettato di rispondere alle domande dei pubblici ministeri.
Ora però non è più a Palazzo Chigi e il rischio è che venga disposto il suo accompagnamento coatto.
Qui a Palermo si attende che cosa accadrà mercoledì prossimo.
Quel giorno è fissato l’interrogatorio di Marina Berlusconi: la sua mossa servirà a far comprendere quale linea si è deciso di seguire.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PARLA IL MAGISTRATO AL CENTRO DELLE POLEMICHE… CON UNA CONSTATAZIONE AMARA: “ALL’ESTERO SI E’ PIU’ APPREZZATI”
Il ricordo di Falcone e Borsellino. Il nuovo incarico all’Onu. Il governo
tecnico e la lotta alla criminalità .
Antonio Ingroia, in questi giorni al centro delle polemiche sulle intercettazioni nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ha incontrato i ragazzi di Pdci e Prc che a Otranto hanno organizzato la loro festa-campeggio.
Per parlare di lotta alla mafia, naturalmente. E anche di politica.
Insieme a Orazio Licandro, ex deputato siciliano del Pdci e componente della commissione Antimafia.
Ingroia ha ricordato il proprio passato nel centro Peppino Impastato, da giovane studente “impegnato” e poi gli esordi da magistrato con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Mentre Licandro ha raccontato le peripezie dell’ultimo incontro col magistrato: “Qualche settimana fa ci incontrammo mezz’ora a Roma davanti a Montecitorio. La piazza era blindata, si approvava la riforma Fornero. Appena rientrai nella camera d’albergo proprio lì davanti scoprii che mi avevano rubato il pc e le chiavette, che strano…”.
Procuratore, la scelta di accettare l’offerta Onu per un anno di lavoro in Guatemala è una scelta legata alle polemiche sulla trattativa Stato-mafia? Perchè solo poco tempo fa aveva negato la notizia di un suo eventuale e momentaneo abbandono della procura di Palermo.
“Da diversi mesi curo rapporti di lavoro con il centro America. La proposta mi era stata fatta qualche mese fa, ma avevo chiesto tempo per concludere le indagini sulla trattativa tra Stato e mafia. L’antimafia si può e si deve sviluppare sempre più a livello globale e un incarico del genere può aiutarmi a sviluppare maggiori competenze e a coordinare meglio le indagini tra diversi paesi. Non nego ci sia una componente personale in questa scelta, nel senso che cambiare ogni tanto fa bene ed è stimolante. E sono cosciente che forse lasciare l’Italia per un po’ possa allentare la pressione su Palermo, vista la campagna di stampa che ci ha investito soprattutto negli ultimi tempi e che rischia di mettere in cattiva luce le indagini finora svolte dal mio ufficio. Poi devo fare una constatazione amara: all’estero si è più apprezzati”.
Due giorni fa Pierferdinando Casini ha detto che non si farebbe giudicare da lei. Si sente delegittimato da queste valutazioni?
“Mi sono sentito offeso, questo sì. Anche se sono abituato ormai. Casini ripete a pappagallo le frasi dei Cicchitto e dei Gasparri e in passato ha detto anche di peggio sulle nostre indagini. Tra l’altro non sa di cosa parla, perchè sono un pm e non un giudice. Siamo a un livello di imbarbarimento altissimo: in altre democrazie i politici non si permettono di esprimere giudizi di questo genere su chi fa solo il proprio lavoro cercando la verità su vicende oscure della nostra storia”.
Gian Carlo Caselli ha parlato di una guerra in atto contro la procura di Palermo. Ha spiegato che attaccano lei per puntare al lavoro di tutto il pool. L’iniziativa del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il ricorso alla Consulta sulle intercettazioni indirette che lo riguardano e che voi avete fatto, rientra in questa guerra?
“No, Napolitano ha agito secondo le prerogative che gli spettano. Allo stesso tempo sono convinto di aver agito secondo le norme. Qualche commentatore ha spiegato che c’erano delle ragione di opportunità che dovevamo considerare, ma nel nostro lavoro non può esistere un criterio discrezionale su ciò che è opportuno o meno, così facendo entreremmo in un campo pericoloso: il principio di uguaglianza davanti alla legge comporta il fatto che un magistrato agisca secondo la legge, senza fare altre valutazioni e senza favorire nessuno. Sono rammaricato per lo scontro istituzionale. Però le parole di Napolitano sulla trattativa Stato-mafia e sulla necessità di scoprire la verità mi hanno fatto molto piacere e le sottoscrivo in pieno”.
Ma c’è qualche possibilità che queste intercettazioni diventino mai di dominio pubblico? Cioè che finiscano sui giornali?
“Mi dispiace deluderla (sorride) ma no, sono irrilevanti e verranno distrutte”.
Berlusconi ha annunciato la sua candidatura a presidente del Consiglio, per la sesta volta. L’ex premier ripete spesso che il lavoro svolto dal suo governo contro la mafia non ha eguali. È così?
“Per prima cosa dobbiamo ricordare che la mafia non è in ginocchio come si vorrebbe far credere. Anzi. L’epicentro della criminalità organizzata adesso è la Lombardia e gli intrecci col mondo economico sono quanto mai forti e intricati. Rilevo comunque che durante gli anni del centrodestra la legislazione antimafia è stata smantellata passo dopo passo. Ci sono stati dei risultati dal punto di vista repressivo, ma il merito è stato delle forze dell’ordine: non si capisce perchè l’arresto di un latitante debba essere un trofeo da esporre per un governo. Vorrei aggiungere: doppio merito per le forze dell’ordine, perchè in questi anni le risorse sono state tagliate a più riprese. Certe uscite sono assai propagandistiche”.
Da quando si è instaurato il governo tecnico si sono fatti dei passi avanti nella lotta alla mafia?
“Sì. Si è rasserenato il clima, si è rinunciato alle controriforme più ostili verso la magistratura. E anche la riforma delle circoscrizioni giuridiche mi pare un ottimo provvedimento. Poi non mi aspetto certamente grandi rivoluzioni, questo governo è pur sempre sostenuto da chi c’era prima. Per il futuro, il grande lavoro da fare è accorciare i tempi del processo e allungare la prescrizione, visto che finora per non essere giudicati si punta sempre a far saltare i procedimenti”.
E per quanto riguarda le intercettazioni?
“Se ne può certamente parlare, soprattutto per quanto riguarda la privacy, cioè l’uscita sui giornali di trascrizioni che c’entrano poco con le indagini. A patto che il dialogo sia costruttivo e che non si cavalchino strumentalmente casi come quello legato al presidente della Repubblica”.
Giovedì si commemorava la strage di via D’Amelio. La sorella di Maria Falcone ha pronunciato queste parole: “Ingroia non sa cosa si prova ad essere Falcone. Ingroia deve capire che ha alle spalle tutta una società che lo appoggia. Mio fratello non l’aveva”. Cosa ne pensa di queste parole?
“È vero che Falcone subì un isolamento peggiore, in generale. Però le difficoltà che incontriamo nei rapporti con le istituzioni politiche sono simili a quelle che trovò Falcone. Ed è vero che l’antimafia oggi sia molto più forte di allora, ma non bisogna scordare la presenza forte e diffuso dell’altra Italia, quella delle convivenze, connivenze e contiguità con il mondo criminale”.
Prima il congresso, poi qui con i giovani. Quando Fantozzi fece questa domanda al capo supremo della ditta tremò la terra: ma non sarà mica che lei è comunista?
“La formula “mi avvalgo della facoltà di non rispondere” si può utilizzare? Sento di avere il diritto e il dovere di intervenire anche pubblicamente in difesa della Costituzione. Chi lo fa in Italia viene automaticamente bollato come “comunista”. Io mi reputo semplicemente consapevole. Se poi pensare con la propria testa significa dirsi comunista, allora sì, in questo senso sono comunista”.
(Licandro è lì, alla domanda sul come vedrebbe un futuro in politica del magistrato scherza: “Ma qui o in Guatemala?”. Poi risponde seriamente: “Di sicuro una persona come Ingroia la voterei volentieri, ma è una scelta che eventualmente farà lui. Se poi in futuro facesse questo passo e magari nel partito che dico io ne sarei molto felice”).
Matteo Pucciarelli
(da “La Stampa”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL MAGISTRATO ALLA COMMEMORAZIONE DI BORSELLINO: “STRINGE IL CUORE A VEDERE TALORA TRA LE PRIME FILE, NEI POSTI RISERVATI ALL’UNIVERSITA’, PERSONAGGI LA CUI CONDOTTA DI VITA SEMBRA LA NEGAZIONE DEI VALORI DI GIUSTIZIA E LEGALITA’ PER I QUALI TU TI SEI FATTO UCCIDERE”
L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.
Caro Paolo,
oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perchè più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità , anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite — per usare le tue parole — emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà .
E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perchè pronunciate da loro, parole come Stato, legalità , giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.
Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perchè questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perchè parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.
Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perchè agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.
Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti di Bassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinchè lo Stato diventi più credibile, perchè noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perchè quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perchè eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perchè grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire “ Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perchè la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perchè non è fuggito, perchè ha accettato questa tremenda situazione, perchè mai si è turbato, perchè è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città , verso questa terra che lo ha generato”.
Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perchè ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.
Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perchè private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità .
E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava — come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime — che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perchè non finisse nella polvere e sotto le macerie.
Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.
Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.
Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità .
E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità , è stato fatto di tutto e di più.
Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perchè sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.
Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perchè hanno capito che non ci fermeremo, perchè sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità . Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.
E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DEL PRESIDENTE DELL’ANTIMAFIA REGIONALE E’ STATA RESPINTA A SCRUTINIO SEGRETO
Era un timido ma importante segnale, poteva marcare un’inversione di tendenza in una Sicilia sull’orlo del default, prigioniera dei tatticismi di Raffaele Lombardo duramente contrastati dal tandem Lo Bello (Confindustria) — Monti: ma quell’emendamento di Lillo Speziale, presidente dell’Antimafia regionale, che lasciava fuori dalle stanze del sottogoverno regionale mafiosi, corruttori e pregiudicati di vario tipo non è piaciuto a 39 deputati siciliani che lo hanno bocciato a scrutinio segreto (contro 32 voti a favore) senza metterci la faccia e accorciando ancora di più le distanze dell’isola dalle sponde africane.
La Sicilia dell’eterno paradosso commemora così nel modo peggiore il ventennale delle stragi lasciando che i condannati per mafia o corruzione, o semplicemente rinviati a giudizio, continuino a essere nominati al vertice, tra i consulenti o negli organigramma di Regione, comuni, province e aziende sanitarie e ospedaliere, in enti sottoposti a tutela o controllo da parte della Regione, in società controllate o partecipate.
Nomine (tutte) bloccate dal momento del via alla campagna elettorale, visto che la legge per contrastare la bulimia da incarichi di Lombardo è passata, ma senza lo sbarramento antimafia: nelle scelte di amministratori, consulenti, esperti e via “nominando”, la fedina penale continuerà a non contare nulla.
E pregiudicati, condannati e rinviati a giudizio continueranno a offrire i loro servizi alla pubblica amministrazione siciliana in cambio di robuste remunerazioni.
Per Lillo Speziale “era un’occasione per fare del bene alla Sicilia ed è stata buttata al vento: una brutta pagina per il parlamento regionale”.
Concorda Pino Apprendi (Pd): “Sarebbe stato un atto di stima al lavoro che quotidianamente fa la magistratura per smantellare le relazioni fra mafia e politica. Mi riferisco soprattutto a chi non ha manifestato il proprio pensiero nascondendosi dietro il voto segreto e questo, un giorno dopo l’anniversario del ventennale delle stragi non ci fa onore”.
Si stava per votare, infatti, in modo palese l’emendamento che aveva messo per un istante d’accordo le due anime del Pd (tra i firmatari anche il segretario Lupo, contro ogni accordo con Lombardo, e Antonello Cracolici, ancora fan convinto del governatore) quando otto deputati di vari schieramenti hanno chiesto (e ottenuto) il voto segreto.
Tra loro il vice presidente dell’Antimafia Rudy Maira (Pid), indagato a Caltanissetta in un’inchiesta su appalti pilotati, che ha sostenuto addirittura l’incostituzionalità della norma, “che ha il solo scopo — ha detto Maira — di guadagnarsi qualche pagina di giornale. E magari fare additare chi non è d’accordo come componente di una ‘casta’, specie in questo periodo di grande diffidenza per la politica”.
Il vice di Speziale ha promesso che si impegnerà a presentare una legge-voto per far disciplinare la materia dal Parlamento nazionale, che, a suo giudizio, è titolare di tale materia. Oltre Maira, tra i sostenitori convinti del voto segreto c’è Riccardo Minardo (Mpa), arrestato e poi scarcerato per associazione per delinquere , truffa aggravata e malversazione ai danni dello Stato.
E poi Salvino Caputo e Fabio Mancuso (Pdl), il primo condannato in appello ad un anno e cinque mesi di carcere per tentato abuso di ufficio, il secondo arrestato su ordine del gip di Roma per associazione per delinquere, finanziamento illecito ai partiti e bancarotta fraudolenta.
E inoltre Giovanni Greco (Mps), sponsorizzato dall’ex pm antimafia (oggi assessore alla Sanità ) Massimo Russo, abituato a chiudere i suoi interventi con un colorito: “Non v’è piaciuto il mio discorso? E io mi ‘nni futtu (me ne frego, ndr)”.
E infine Innocenzo Leontini (Pdl), pronto a replicare alle parole dure del procuratore aggiunto Antonio Ingroia, pronunciate qualche mese fa a Marsala: “Il Parlamento siciliano — disse il pm — è lo specchio fedele di una società e di una classe dirigente profondamente inquinata, soprattutto ai piani alti, dalle collusioni con il sistema mafioso. Purtroppo non è una novità , nè una sorpresa”.
In quell’occasione Leontini replico’: “O si è trattata di un’affermazione che è andata al di là delle intenzioni, o dobbiamo forse anche investire la Commissione antimafia per fare luce su quanto detto da Ingroia”.
Si attende ancora la convocazione.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PER ALCUNI MAGISTRATI LE INCHIESTE DELLA PROCURA DI PALERMO RISCHIANO DI DELIGITTIMARE I POLITICI PROCESSATI PER CONCORSO ESTERNO… MA COSI’ LA CASTA ASSOLVE SE STESSA
Il nostro Paese è teatro di una guerra vera e propria. Non contro la crisi economica. O contro la disoccupazione. O contro l’evasione fiscale. O contro la corruzione.
La vera guerra che si combatte è contro la Procura di Palermo.
Una guerra totale, condotta con tattiche diverse, ma tutte ispirate all’obiettivo di restringerne gli spazi operativi e di circoscrivere il rischio che si scoprano verità sgradevoli.
Bersaglio “privilegiato” di questa guerra è Antonio Ingroia.
Già pupillo di Paolo Borsellino; da sempre costretto a vivere con i militari, i cani lupo e i sacchetti di sabbia intorno a casa sua, a causa di processi delicatissimi in cui è stato o è Pm (Contrada; Dell’Utri; “trattative ” tra Stato e mafia) Ingroia è finito proprio nel punto d’incrocio della raffica di assalti scatenata contro la Procura di Palermo e contro l’antimafia.
Un luogo di intersezione che lo ha esposto moltissimo ad attacchi anche furibondi. Come l’assurda richiesta (in relazione al cosiddetto caso Ciancimino) di tirar fuori per lui l’art. 289 del codice penale — attentato a organi costituzionali — che punisce con 10 anni di galera chi cospira contro lo Stato.
O come nel raggelante episodio di inciviltà che ha riguardato la sua persona in Senato, quando — mentre si citava il gravissimo fatto di un attentato distruttivo ordito contro di lui — una parte dell’aula ha fatto un coretto di irrisione alla pronunzia del suo nome. Episodi squallidi di una guerra che denunzia l’insofferenza per il controllo di legalità realizzato con metodo e rigore.
Con sullo sfondo l’ambizione mai accantonata di una riforma della giustizia che consegni alla maggioranza politica contingente (poco importa di che colore) il potere di aprire o chiudere il rubinetto delle indagini penali e di regolarne l’intensità .
Come in ogni guerra, ogni tanto capita di dover registrare anche del “fuoco amico”.
È il caso dell’intervista che Giuseppe di Lello ha rilasciato il 18 luglio a La Stampa. Di Lello è un valoroso magistrato che dopo essere stato in trincea con Falcone e Borsellino ha scelto di darsi alla politica.
Forse è questa nuova collocazione che lo ha portato (come lui stesso ammette) a manifestare sempre — dopo la tragica stagione del ’92/93 — “una certa insofferenza nei confronti della gestione delle grandi inchieste politiche della Procura di Palermo”. Dimenticando che era stato proprio lui a stigmatizzare come “scaltri” quei magistrati che sono sempre disposti a riconoscere in teoria la pericolosità della mafia nelle sue connessioni con il potere politico ed economico per poi essere pronti — nel momento di passare all’azione — a colpire soltanto l’ala militare.
Ebbene, la Procura di Palermo del “dopo stragi” ha doverosamente rifiutato ogni “scaltrezza”.
Ha invece cercato di oltrepassare il cordone sanitario delle relazioni esterne, indagando anche sulle coperture e complicità che sono il vero perno della potenza mafiosa.
Nel solco di quel “voltare pagina” che aveva tracciato proprio il pool di cui anche Di Lello era stato (con meriti indiscutibili) componente, indicando come non più eludibili indagini sul “retro — terra dei segreti e inquietanti collegamenti che vanno al di là della mera contiguità ”.
È in questo quadro che si sono svolti — tra gli altri — i processi Andreotti e Dell’Utri. Con esiti certamente positivi per l’accusa.
Se è vero (come ammette persino Di Lello) che “il senatore a vita Giulio Andreotti è stato riconosciuto responsabile fino al 1980 dei suoi rapporti con la mafia”. E se è vero —com’è vero — che il senatore Dell’Utri, nella sentenza 9 marzo 2012 n. 15727 della Cassazione, è stato ritenuto responsabile — in base a prove sicure — del reato di concorso esterno con Cosa Nostra per averlo commesso, operando di fatto come mediatore di Silvio Berlusconi, almeno fino al 1978 (per i periodi successivi, fino al 1992, la Cassazione ha disposto un nuovo giudizio avanti alla Corte d’appello di Palermo).
Dunque la Procura di Palermo ha svolto inchieste che hanno portato all’accertamento di pesanti responsabilità — per collusioni con la mafia — di personaggi che sono assolutamente centrali nella storia del nostro Paese: sul versante politico (Andreotti) e su quello dell’imprenditoria che si fa poi politica (Dell’Utri e dintorni).
L’enormità di questi incontestabili dati di fatto dovrebbe sconsigliare ogni processo sommario alla stagione giudiziaria successiva alle stragi del ’92, stagione in cui la Procura di Palermo ha contribuito a salvare il Paese.
Mi riesce davvero difficile, pertanto, condividere la tesi che Di Lello espone nella citata intervista, là dove sostiene che “molte scelte giudiziarie (della Procura di Palermo) si sono risolte in un boomerang”.
Ma singolare è altresì la tesi secondo cui tali scelte giudiziarie “hanno poi rilegittimato i politici processati”.
Singolare perchè in realtà si è trattato e si tratta di una costante scandalosa autoassoluzione da parte della politica (praticamente tutta, trasversalmente) anche a fronte di responsabilità penali accertate fino a sentenza definitiva della Suprema corte. Quindi non “rilegittimazione”, ma vergognoso rifiuto di qualunque forma di responsabilità anche politico- morale.
Rifiuto cui fa da corollario il mantra di certi magistrati che operano inseguendo biechi “teoremi”.
Che è quello che in sostanza si va ingiustamente ripetendo (per svilirla) anche a proposito dell’inchiesta della Procura di Palermo e di Ingroia sulle “trattative”.
Gian Carlo Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile
LA VEDOVA DI PAOLO: “IO E I MIEI FIGLI NON SIAMO PERSONE SPECIALI”.. “ABBIAMO IL DOVERE DI SERVIRE LO STATO”
Rispetto per le istituzioni, speranza nella verità , fiducia nel futuro.
Mentre infuria lo scontro istituzionale tra la procura di Palermo e il Quirinale sull’uso delle intercettazioni sulla trattativa Stato-mafia, mentre due fratelli di Paolo Borsellino — il leader delle «Agende rosse» Salvatore e l’europarlamentare Rita — scendono in campo contro il Colle, la vedova del giudice, Agnese, e i suoi tre figli affidano a una lettera il ricordo dell’uomo ucciso vent’anni fa in via D’Amelio e diventato icona dell’antimafia.
Lontani dalle polemiche dirette, ma decisi a dire la loro su quello Stato in cui continuano a credere seppure «non abbia fatto tutto quello che era in suo potere per impedire la morte» del magistrato.
Seppure la mancata protezione non sembri la sua «sola colpa».
Seppure Manfredi abbia di recente bollato come un processo-farsa quello che a Caltanissetta portò a sette ergastoli in seguito a un colossale depistaggio e abbia accusato il responsabile delle indagini, Arnaldo La Barbera, di essere «uno che aveva molta fretta di fare carriera».
Nonostante tutto questo, la famiglia sceglie di ribadire fiducia nelle istituzioni perchè «abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato», dice la vedova nella lettera.
È lei a firmare venti righe rivolte ai giovani, dettate dal letto dell’ospedale dove — scrive — «affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere».
Righe partorite insieme con i figli, tra le flebo e il via vai dei dottori: un ricovero che non le ha consentito, come già era successo per l’anniversario di Capaci, di partecipare alle commemorazioni del marito.
Righe composte e serene che suonano come un controcanto nel giorno della memoria diventato terreno di scontro.
A portare pubblicamente il testimone del ricordo è stato Manfredi, oggi commissario di polizia a Cefalù: mercoledì sera, alla chiesa di San Domenico, insieme con gli scout, a ridare voce al celebre discorso che il padre tenne il 23 giugno del 1992, per il trigesimo di Falcone.
Ieri mattina alla caserma Lungaro, insieme con i familiari degli agenti della scorta caduti con il padre: Agostino Catalano, Eddie Cosina, Fabio Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina, tutti giovani.
Poi a Palazzo di giustizia, con il figlioletto Paolo — quattro anni e mezzo — aggrappato ai suoi pantaloni, ad ascoltare le parole di Diego Cavaliero, uno dei giudici ragazzini che Paolo formò alla procura di Marsala, e poi di don Cesare Rattoballi, il prete al quale il giudice affidò i pensieri più intimi sulla ineluttabilità della morte alla quale andava incontro.
«Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui», scrive adesso la moglie, in memoria di un marito amatissimo «che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita».
E non perchè avesse la vocazione al martirio, non perchè volesse lasciare tre figli orfani ma perchè — ha chiarito poche settimane fa il figlio — «non toccava a lui pensare alla sua sicurezza personale, perchè c’erano altre persone e istituzioni deputate a farlo».
Malgrado questo, malgrado «le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito», malgrado «alcuni momenti di sconforto” dovuti “alla lettura in ospedale delle notizie che si susseguono sui giornali», scrive, Agnese si dice orgogliosa dei figli perchè servono lo Stato, quello stesso Stato in cui credeva il marito.
Manfredi ha reso omaggio a suo padre come è stile di famiglia: lavorando sodo.
E raccogliendo i frutti di un’inchiesta che ha portato a dieci arresti tra i paesi delle Madonie.
La sorella Lucia è rimasta al timone del dipartimento Salute dell’assessorato regionale alla Sanità .
L’altra sorella, Fiammetta, appartata nella sua casetta di contrada Kamma a Pantelleria – l’isola che il giudice adorava – ieri ha fatto celebrare una messa in ricordo del padre. Una messa di campagna, con il parroco del paese, i contadini, pochi amici.
Tutti, come sempre, uniti come una falange.
Tutti con nomi scelti dal padre sulla base delle sue passioni letterarie: la Fiammetta di Boccaccio; la Lucia manzoniana; Manfredi, ultimo re di Sicilia.
Tutti e tre desiderosi di un profilo basso, di una testimonianza discreta.
Lontani dai clamori, perchè «non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai». Anche ieri, mentre Palermo e tutto il Paese si dilaniava tra accuse e polemiche, tutti testardamente fiduciosi nel futuro.
«Io non perdo la speranza in una società più giusta e onesta — dice Agnese ai giovani – sono anzi convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia».
Laura Anello
(da “La Stampa“)
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Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile
“LA LOGICA DELLA GUERRA NON MI APPARTIENE”
Nell’aula magna del primo piano di palazzo di Giustizia, quando il presidente della Corte
d’Appello finisce di leggere il messaggio del Capo dello Stato, la platea di magistrati rimane fredda.
Qualche timido applauso parte dalle autorità presenti.
«Ho apprezzato e condiviso il richiamo del Capo dello Stato alla necessità di lavorare senza sosta e senza remore per accertare la verità sulla strage di via D’Amelio».
Dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia arrivano segnali di pace in direzione dell’Alto Colle. Nel giorno del ventennale della strage di via D’Amelio, Ingroia racconta delle indagini e delle polemiche che lo hanno visto al centro dell’attenzione, in questi giorni.
E annuncia che a settembre partirà per il Guatemala, accettando l’offerta delle Nazioni Unite per un incarico annuale.
Sostiene il procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, che è stata dichiarata guerra contro di lei e l’ufficio di Palermo.
«Io non mi sento in guerra con nessuno, però che sia diventato un bersaglio questo lo avverto anch’io. Non mi appartiene la logica della guerra, in questi anni ho cercato di muovermi sempre seguendo gli insegnamenti di Paolo Borsellino».
Quali?
«Cercare la coesione istituzionale e la collaborazione tra le istituzioni per quello che dovrebbe essere l’obiettivo di tutti: la ricerca della verità ».
Nel suo messaggio in occasione dell’anniversario di Borsellino, il Capo dello Stato fa un appello perchè vengano scongiurate sovrapposizioni nelle indagini su torbide ipotesi di trattativa tra Stato e mafia…
«È vero che in passato c’è stata qualche incomprensione tra le procure che indagano sul biennio stragista del ’92-’93. Ma da tempo ormai il coordinamento funziona a perfezione come attestato dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso».
Non è irrituale che la Procura di Palermo si appelli all’opinione pubblica?
«Noi lavoriamo nel rispetto delle regole ma se occorre ci appelliamo all’opinione pubblica per denunciare quello che non va. Ricordo che nell’estate del 1988 anche Paolo Borsellino si rivolse all’opinione pubblica denunciando un calo di tensione all’interno della magistratura, e perciò rischiò in prima persona un provvedimento disciplinare del Csm».
Procuratore Ingroia, chiariamo la questione delle intercettazioni indirette che coinvolgono il Capo dello Stato…
«Proprio per evitare il rischio di precipitosi o intempestivi depositi di intercettazioni che a nostro parere devono assolutamente rimanere segrete – così come fino a oggi è avvenuto – , sono state depositate soltanto le intercettazioni ritenute rilevanti (tra le quali non risultano telefonate del Presidente della Repubblica, ndr.). Quelle del tutto irrilevanti sono rimaste in un altro procedimento che avrà tempi certamente molto più lunghi rispetto al fascicolo definito in questi giorni».
Si invoca la necessità di far chiarezza sulla trattativa e implicitamente si accusa il Capo dello Stato di frapporre ostacoli a questo obiettivo. Ma scusi, procuratore Ingroia, nei prossimi giorni non chiederete il processo per la trattativa?
«La Procura di Palermo ritiene di aver ricostruito la trama e lo svolgersi di questa trattativa; di aver individuato i principali protagonisti, ma non ancora tutti coloro che hanno avuto un ruolo nella trattativa, nella consapevolezza che rimangono ancora dei buchi neri».
Quali?
«Più che quali insisterei oggi nel segnalare che per risolvere i punti ancora da chiarire dobbiamo superare l’omertà in Cosa nostra di quel tempo, e reticenze nel mondo istituzionale di quel tempo».
Come superare queste reticenze?
«Credo sia necessario che la politica, le istituzioni comprendano di dover procedere quanto prima alla revisione della legge sui pentiti, allungando il periodo dei sei mesi entro i quali il collaboratore di giustizia deve dichiarare tutti i temi sui quali vuole parlare».
Allora, procuratore Ingroia accetta l’offerta delle Nazioni Unite? Va in Guatemala?
«Da tempo le Nazioni Unite mi hanno proposto un incarico annuale di capo dell’unità di investigazione e analisi criminale contro l’impunità in Guatemala. La proposta la considero una sorta di prosecuzione della mia attività in Italia. In quelle latitudini, per fortuna, i giudici antimafia italiani sono apprezzati anzichè denigrati e ostacolati».
Sembrava che volesse rinunciare all’offerta dell’Onu…
«I fatti accaduti negli ultimi giorni, la delicatezza del momento mi stanno facendo riflettere sui tempi entro i quali accettare la proposta. Intanto ho deciso di rinunciare alle mie ferie».
(da “La Stampa”)
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