Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
CRONACHE DAI CONFINI DELL’IMPERO: IN CARCERE ANCHE UN CONSIGLIERE REGIONALE DEL PD…UNO SPACCATO DEL LIVELLO DI PENETRAZIONE MAFIOSA E DELLA RELAZIONE TRA MAFIA E POTERE POLITICO
Il primo scrive, l’altro legge. 
Solo che il primo è un boss e killer spietato dei Casalesi, l’altro è un sindaco del Pdl, vicino a Cosentino.
Sono cugini e hanno lo stesso nome: Enrico Martinelli.
Andiamo con ordine.
Il Gip Alberto Capuano per offrire un ulteriore riscontro al concorso esterno nell’associazione camorristica dei fratelli Mastrominico, due imprenditori anche loro arrestati insieme al consigliere regionale del Pd Fabozzi, riportano un estratto dell’informativa dei carabinieri di Caserta.
Tutto inizia dalle indagini che hanno condotto alla cattura di Antonio Iovine, detto “o’ ninno”, capo assoluto del clan, e prima di lui di due suoi fidati galoppini Ernesto De Luca e Enrico Martinelli.
Quest’ultimo, omonimo del sindaco, è definito “un boss di antica tradizione criminale, capace di gestire gli affari del clan per conto del capo con autonomia decisionale”.
L’informativa riportata nell’ordinanza menziona la perquisizione avvenuta nel maggio 2010, alla ricerca di Iovine, in una abitazione a Casal di Principe nella quale viene ritrovato un bunker e sequestrata una macchina da scrivere elettronica.
Dagli esami dattiloscopici e grafici eseguiti dalla scientifica dei carabinieri di Roma emergeva che l’autore del testo estrapolato era il boss Enrico Martinelli.
L’informativa evidenzia diversi pizzini scritti dal boss, oggi detenuto in regime di 41 bis e condannato all’ergastolo nella sentenza Spartacus per omicidio e partecipazione all’associazione criminale clan dei Casalesi.
Uno dei pizzini, il numero 7 ha un destinatario che conta. “Indirizzato al sindaco di San Cipriano d’Aversa Martinelli Enrico è iniziato: “ Carissimo sindaco” ed è concluso: “ Non dimenticarti che fai di cognome Martinelli … omissis … ti saluto Enrico”.
Non finiscono qui i pizzini che scrive il gip “sono univocamente riconducibili al boss Martinelli perchè (…) effettivamente, il sindaco dell’epoca, e tuttora, è il suo omonimo Enrico Martinelli e in pubblico i due sono conosciuti quali cugini”.
Enrico Martinelli è sindaco di San Cipriano d’Aversa dal 2010, ma era stato primo cittadino già dal 2004 al 2008 quando il comune viene sciolto per condizionamento mafioso, poi reintegrato dalla giustizia amministrativa.
Nel 2010 Martinelli si sposa con Annarita Patriarca, sindaco di Gragnano e figlia dello scomparso Francesco, braccio destro di Gava, senatore democrastiano condannato per rapporti con la camorra.
Testimone di nozze: Nicola Cosentino.
Torniamo all’ordinanza e ai pizzini.
Quello più interessante è il 33.
L’informativa riporta prima il testo poi la traduzione: “ Ora ti elenco tutti i lavori e chi li deve fare. Ora ti elenco tutti i nominativi delle persone che devono fare il…..Ora ti elenco tutti i lavori e chi li deve fare, per non creare malintesi. Cimitero: Mastrominico; omissis”. Mastrominico è l’impresa considerata espressione dei clan, i carabinieri datano il testo “dal 9 maggio 2007 al 29 agosto 2007, data della delibera di giunta numero 38 e arresto del Martinelli Enrico”.
L’informativa spiega: “ Il presente “pizzino” è l’ultimo di una fitta corrispondenza epistolare intercorsa tra il latitante Martinelli Enrico e il suo omonimo sindaco, Martinelli Enrico”.
Viene indicato “quale ultimo documento cartaceo perchè successivamente, si ritiene che i predetti abbiamo comunicato tra loro facendo uso del computer usando la chat. In più occasioni, infatti, compresa la presente, il latitante ha chiesto notizie al sindaco circa il computer: “Computer: Verrone. Ok”.
E più avanti i carabinieri scrivono: “ Dal contenuto del “pizzino”, si rileva che il latitante Martinelli Enrico, evidentemente conscio e preoccupato dai comportamenti del suo affiliato, l’omonimo Sindaco, che non sempre è fedele nell’esecuzione dei suoi ordini, per evitare i frequenti malintesi gli ha elencato, in forma scritta, tutti gli appalti e le ditte alle quali devono essere affidati”.
Gli accertamenti svolti dagli inquirenti hanno evidenziato che per quanto riguarda il cimitero i lavori sono stati modificati e il comune non ha ancora indetto l’appalto, ma i carabinieri scrivono che il boss fornisce indicazioni al sindaco nel pizzino “che dalla latitanza, insieme a numerosi altri, invia al Sindaco, che egli stesso ha fatto eleggere e che deve sdebitarsi con lui. Gli si rivolge con uno scritto il cui contenuto non lascia dubbio ad interpretazioni”.
L’ultima parte dell’informativa è dedicata a un appalto, da 11 milioni di euro, vinto dalla Mastrominico, nel 2010, e bandito da una partecipata della regione, la Tess, per il restauro di un convento nel comune di Gragnano con la partnership dell’ente locale.
Cosa colleghi Gragnano a San Cipriano lo spiegano i carabinieri: “ Il Sindaco di Gragnano, Annarita Patriarca, è sposata proprio con Enrico Martinelli, il Sindaco di San Cipriano d’Aversa che riceveva le indicazioni dal boss di riferimento suo omonimo e affiliato al clan dei casalesi gruppo Iovine”.
L’amministrazione Patriarca, che difende l’operato del comune “ Siamo estranei, con quell’appalto non c’entriamo”, è già finita nella bufera dopo l’insediamento della commissione di accesso presso il comune per verificare eventuali infiltrazioni mafiose dopo l’inchiesta su brogli e sospetti di camorra condotta dalla distrettuale antimafia partenopea.
Da Martinelli nessuna reazione, pochi giorni fa le cronache lo descrivevano intento a consegnare le tessere Pdl, più di 400, raccolte nel suo comune al senatore Pasquale Giuliano, già magistrato in cassazione.
Il senatore è coordinatore del partito a Caserta.
Dopo l’azzeramento per mafia del comune retto da Martinelli, Giuliano difese strenuamente il suo compagno di partito: “I parenti — disse — non si scelgono ma ce li assegna Dio o la natura”.
Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
NON INASPRIRE IL “CLIMA DI TENSIONE DOVUTO AL SOVRAFFOLLAMENTO DELLE CARCERI”: CON QUESTA MOTIVAZIONE VENNE REVOCATO IL CARCERE DURO PER I PADRINI DOPO LE STRAGI DI MAFIA…LO RIVELA IL GIORNALISTA NUZZI NE “GLI INTOCCABILI”: LA TRATTATIVA CI FU
La trattativa c’è stata. C’è stata eccome. 
E si risolse proprio con la revoca del 41 bis, il carcere duro per i boss.
Ecco i primi documenti che attestano in modo inequivocabile come lo Stato italiano, a seguito delle stragi del 1992-1993, sia sceso a patti con la mafia.
Il primo è la lettera del febbraio del 1993 pubblicata da Repubblica e depositata dai pm di Palermo Di Matteo e Ingroia al processo contro il prefetto Mario Mori.
E’ la richiesta, dai toni minacciosi, dei familiari dei boss reclusi di alleggerire il carcere duro.
Il secondo documento può essere archiviato come la risposta dello Stato. Cioè la decisione di venire incontro alla richiesta con la sorprendente motivazione del “sovraffollamento”.
Si tratta di un ciclostile del Ministero di Grazia e Giustizia del 23 giugno 1993, quattro mesi dopo il primo, originariamente classificato come “riservato” e pubblicato sul sito della trasmissione “Gli Intoccabili” che Gianluigi Nuzzi condurrà il martedì sera su La7 a partire dal 29 novembre.
Entrambe le carte, messe una accanto all’altra, attestano per la prima volta in maniera chiara i termini della trattativa e l’esito.
Finora ampi settori della politica avevano potuto definire la trattativa un’ipotesi di pura fantasia.
E l’unico brandello cui attaccarsi erano le ricostruzioni di Massimo Ciancimino e di altri testimoni, subito tacciati come poco attendibili.
Ora parlano le carte.
Dopo la morte di Falcone e quella di Borsellino, lo Stato decide la linea dura contro la mafia e dispone circa novecento 41 bis per altrettanti mafiosi.
Cosa nostra alza il tiro: nel febbraio del 1993, un gruppo di familiari dei mafiosi in carcere invia una lettera ai vertici dello Stato italiano, al Papa, ad alcuni giornalisti.
Una lettera in cui, con tono intimidatorio, i familiari denunciano la durezza del 41 bis e chiedono un alleggerimento del regime carcerario.
Una richiesta che, come verrà alla luce in seguito, è una delle principali condizioni poste dalla mafia nella trattativa con lo Stato.
Dopo pochi mesi, alle minacce seguono i fatti, con gli attentati mafiosi di via Palestro a Milano, di via dei Georgofili a Firenze, di san Giovanni e San Giorgio al Velabro a Roma.
Una strategia terroristica che cessa all’improvviso.
Perchè? Forse i mafiosi ottengono quello che volevano?
Il documento esclusivo e inedito reso pubblico da “Gli Intoccabili” potrebbe essere la risposta a questa domanda.
E’ firmato dal direttore del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Adalberto Capriotti e indirizzato al Capo di Gabinetto del Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso e riguarda il rinnovo del 41 bis per “400 detenuti di particolare pericolosità , con posizione di particolare preminenza nell’ambito dell’organizzazione criminale di appartenenza”.
Nonostante la riconosciuta pericolosità dei boss detenuti, Capriotti propone a Conso di “acquisire da parte del Ministero dell’Interno una indicazione sulla perdurante sussistenza delle condizioni di ordine pubblico che a suo tempo contribuirono a determinare l’indirizzo politico” che portò all’applicazione del 41 bis.
Non solo: la durata dei nuovi decreti va dimezzata da un anno a sei mesi. Con questa, incredibile motivazione: “La linea complessivamente indicata, se attuata, consentirebbe di soddisfare contemporaneamente sia le esigenze di sicurezza, ordine pubblico e contrasto alla criminalità organizzata, sia l’esigenza di non inasprire inutilmente il “clima” all’interno degli istituti di pena ove la tensione è già evidente per il notevole sovraffollamento generale ed i problemi del personale di polizia penitenziaria.
Infatti le proposte di ridurre di circa il 10 per cento il numero di soggetti sottoposti al regime speciale aggravato, di non rinnovare alla scadenza i provvedimenti ex 41 bis emessi e di prorogare il predetto regime speciale di soli sei mesi, costituiscono sicuramente un segnale positivo di distensione”.
Pochi mesi dopo il Guardasigilli non firma il decreto di proroga del 41bis per 334 detenuti, fra cui diversi esponenti di vertice di Cosa nostra.
In un documento le richieste della mafia, nell’altro la risposta dello Stato. Manca il dialogo intermedio, certamente cifrato.
“E’ quello che stiamo cercando tutti”, spiega Gianluigi Nuzzi che annuncia nuovi documenti esclusivi sulla questione.
“Nella prima puntata degli Intoccabili avremo una testimonianza choc che sorprende perchè rivelare come la trattativa ai massimi livelli avesse addentellati nei corridoi dello Stato che la riproducevano a livelli inferiori. Siamo abituati a pensare questi rapporti come buoni contro cattivi, di livello alto e basso. Non è così. E non è neppure vero che le trattative si siano limitate al periodo delle grandi stragi. Tra mafie e Stato — questa la mia convinzione — il dialogo è stato continuo e su più livelli. Che poi emerga solo una parte e dopo difficili inchieste della magistratura, processi e ricerche giornalistiche non toglie nulla al fatto che rapporti ci siano e siano funzionali ad ambo i contraenti. Anzi, il fatto che questi documenti e certe verità processuali emergano dopo vent’anni da il segno di quanto forte e resistente sia la saldatura”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CASA DELLA LEGALITA’ NEL MIRINO DELLA ‘NDRANGHETA A CAUSA DELLE SUE INCHIESTE E DENUNCE SULLE COLLUSIONI MAFIOSE IN LIGURIA… L’ABBIAMO SENTITO STAMANE SERENO E DETERMINATO, ADERITE ANCHE VOI ALLA PAGINA FACEBOOK “LE VOSTRE MINACCE NON CI FERMERANNO”… LA DESTRA DI PAOLO BORSELLINO SA DA CHE PARTE STARE: FUORI LA MAFIA DALLO STATO E DAI PARTITI
Le cosche della ‘ndrangheta, ormai sotto scacco in quella Liguria che hanno colonizzato ritenendola “loro”, vogliono rispondere colpendo quello che ritengono essere “il problema”.
Vogliono colpire il Presidente della Casa della Legalità , l’amico Christian Abbondanza, per cui sono già state disposte misure di protezione dalle Autorità competenti.
Le denunce promosse dal Presidente della Casa della Legalità hanno trovato tutti i riscontri.
Sono già scattati provvedimenti preventivi e repressivi a carico di soggetti di ‘Ndrangheta e Cosa Nostra.
Si sono già colpite alcune pesanti contiguità e complicità , anche nei settori di controllo. Si sono palesati affari e appalti che si sviluppano nel centro-nord Italia.
Vi sono già stati provvedimenti di sequestro e confisca di beni, così come “accessi” antimafia in diversi Comuni, cantieri e cave, come richiesto dalla Casa della Legalità .
Teniamo alta l’attenzione, facciamo sentire che ad essere “il problema” per i loro affari e traffici criminali siamo tutti noi.
Facciamo sentire il nostro più totale disprezzo per i mafiosi e per i loro servi, anche se vestiti in giacca e cravatta.
Facciamo capire che siamo cittadini che non cedono ad omertà , paura, collusioni, connivenze e convivenze.
Facciamo sentire che siamo al fianco di Abbondanza e di tutta la Casa della Legalità .
Sostenere la Casa della Legalità è un dovere civile.
Se oggi sappiamo, è grazie alle loro battaglie di anni ed anni…
Se oggi si colpiscono gli interessi delle cosche, è anche grazie al loro lavoro.
Pubblichiamo una nota di Christian:
“Se le cosche dei Pellegrino-Barilaro, Marcianò e Co., così come i Fotia (Morabito-Palamara-Bruzzaniti), i Fameli (Piromalli), i Fazzari-Gullace (Gullace-Raso-Albanese) con i Pronesti, i Raso e Mamone, così come anche i Nucera, sono incazzati neri per i guai che gli stiamo procurando e per le attenzioni che continuiamo a porre su di loro, sui loro “affari” ed “amici”, comunichiamo loro che non c’è intimidazione o minaccia che possa fermarci.
Li vogliamo vedere spogliati di ogni bene:
E colpo dopo colpo saranno tutti, uno a uno, messi in mutande.
Poi se dalla Calabria vogliono salire per farmela pagare, si accomodino,anche loro saranno presi e impacchettati.
Aderisci alla pagina Facebook “Le Vostre Minacce Non Ci Fermeranno”
Questa pagina nasce per sostenere il presidio di solidarietà che si svolgerà sabato 26 Novembre a Genova a PALAZZO DUCALE, sala del Munizioniere, P/za Matteotti, dalle 15 alle 18.
Siete pregati di dare la massima diffusione a questa pagina.
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
ISCRIZIONI RECORD: SCATENATI I SIGNORI DELLE TESSERE: 200.000 ADESIONI E INCASSO DI 2 MILIONI DI EURO…ALL’ORIGINE LA LOTTA TRA LE CORRENTI PER ACQUISTARE IL CONTROLLO DEL PARTITO
E meno male che il segretario del Pdl Angelino Alfano si era tanto raccomandato di non
esagerare, per non trasferire nel tesseramento lo scontro tra i leader e gli aspiranti coordinatori cittadini e provinciali.
A Napoli e dintorni il suo appello è caduto nel vuoto.
Nella Campania di Nicola Cosentino, che festeggia il sesto anno da coordinatore regionale a dispetto di inchieste e rinvii a giudizio per camorra e trame varie, il Pdl ha staccato ben 185.000 tessere e ha raccolto quasi due milioni di euro.
Una fetta molto consistente del milione e mezzo di persone che in tutt’Italia avrebbe versato almeno dieci euro per iscriversi al partito di Berlusconi.
Sulla genuinità e spontaneità della campagna di adesioni campana, si pronunceranno le varie commissioni di garanzia. Le cui maglie di solito, per usare un eufemismo, non sono strettissime.
Ma di fronte a certi numeri i sospetti sono inevitabili. Come sono stati raggiunti?
Col consueto lavorìo dietro le quinte di parlamentari e capobastone locali.
I soliti noti che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nei territori. Luigi Cesaro. Nicola Cosentino, Edmondo Cirielli. Vincenzo Nespoli.
Si racconta che a Sant’Antimo, feudo del presidente della Provincia “Giggino ‘a Purpetta’” Cesaro, le tessere azzurre erano così tante da riempire ben due pulmini, diretti a Roma col pieno di benzina poche ore prima della chiusura della campagna.
“Ma quali pulmini” ha replicato stizzito Cesaro in un’intervista a Dario del Porto sulle pagine napoletane di Repubblica “un gruppo di giovani ha utilizzato un Doblò per trasportare le scatole. E solo perchè serviva una vettura più capiente, altrimenti avremmo dovuto impiegare tre o quattro auto”.
Cesaro è il signore delle tessere di Napoli.
Col suo triplo ruolo di deputato, Presidente della provincia e coordinatore provinciale del partito dai tempi di Forza Italia, nonchè fedelissimo del Cavaliere fino al punto di inserire in giunta una delle sue ‘pupille’, la ex billionarina Giovanna Del Giudice, Cesaro controllerebbe un pacchetto di circa 40.000 iscritti attraverso le adesioni raccolte dal suo gruppo sul territorio. Angelo Agrippa, giornalista del Corriere del Mezzogiorno molto informato sulle vicende in casa Pdl, disegna così la mappa del tesseramento dell’area Cesaro: 3000 iscritti riconducibili al consigliere regionale originario dell’isola d’Ischia, Domenico De Siano; 4000 a un altro consigliere regionale, Massimo Iannicello; 3500 alla parlamentare Giulia Cosenza; 4000 al capogruppo regionale Pdl Fulvio Martusciello, fratello di Antonio Martusciello, ex vice ministro di un vecchio governo B. e attualmente commissario all’Agcom; 1000 tessere sono riferibili al Responsabile sottosegretario all’Economia Bruno Cesario; 10.000 tessere, infine, farebbero capo a un ex finiano, il deputato Amedeo Laboccetta.
Il variegato e variopinto gruppo ha un cavallo su cui puntare per il ruolo di coordinatore provinciale: il giovane sindaco di Pollena Trocchia, Francesco Pinto.
Più complicata la corsa per il coordinatore della città di Napoli, dove Laboccetta dovrà vedersela con l’ex parlamentare e assessore regionale all’Urbanistica Marcello Taglialatela, detentore di un pacchetto di circa 7000 tessere e collocabile nello scacchiere nazionale vicino al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Saranno decisive probabilmente le mosse di alcuni politici non collocabili in questo o quello schieramento cittadino, come il senatore Raffaele Calabrò, detentore di 5000 adesioni, dell’area di Gaetano Quagliariello, e il senatore Giuseppe Scalera, fedelissimo di Lamberto Dini, che vale 1000 tessere.
In provincia, si segnalano le 6000 tessere raccolte dal sindaco-deputato di Afragola Vincenzo Nespoli, in ambasce per la recente sentenza della Consulta che lo costringerà a lasciare uno dei due incarichi.
Se dovesse rinunciare a quello di parlamentare, però, scatterebbe per lui l’esecuzione degli arresti domiciliari disposti nell’ambito di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta sul fallimento di alcuni istituti di vigilanza, misura cautelare congelata per il diniego della Camera dei deputati. Chiudono l’elenco le duemila tessere del deputato nolano Paolo Russo, le tremila riconducibili al sindaco di Castellammare di Stabia Luigi Bobbio (ben 10.000 adesioni in tutto nella città delle Terme), le 5000 iscrizioni raccolte a Giugliano
A Salerno e provincia hanno aderito al Pdl 25.000 persone.
E circa 22.000 lo avrebbero fatto grazie agli input del presidente della Provincia e deputato Edmondo Cirielli, padrone incontrastato del partito salernitano, un potere che nemmeno la ministra conterranea Mara Carfagna è riuscita a scalfire.
In Irpinia circa 5000 tessere sono state raccolte intorno al presidente della Provincia e deputato Cosimo Sibilia e al consigliere regionale Antonia Ruggiero.
Infine, Caserta e hinterland. Dove il Pdl è una cosa sola con Nicola Cosentino.
Quindicimila iscritti e due uomini forti sul territorio, il presidente del consiglio regionale della Campania Paolo Romano (quasi 4000 tessere) e il consigliere regionale Angelo Polverino (3500 tessere).
Il governatore Pdl della Campania, Stefano Caldoro, era contrario all’apertura della campagna di tesseramento.
In alcune interviste ha predicato la necessità di costruire un partito aperto, sul modello americano. Dichiarando: “L’organizzazione del consenso in un partito non si costruisce solo con le tessere, che possono essere un elemento di valutazione, ma occorre puntare a un modello moderno di partito nel quale il tesseramento sia un aspetto marginale”.
Alla fine, però, si è iscritto anche lui.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
ESCE IL VOLUME “SOLDI SPORCHI”: COME IL RICICLAGGIO INQUINA L’ECONOMIA LEGALE…UN FIUME DI DENARO PROVENIENTE DAI TRAFFICI DI DROGA E DI ARMI
Non ha odore e non riposa mai. È il denaro delle mafie, corre veloce, cambia posto di continuo e quando si materializza è irriconoscibile.
Profuma di fresco e di pulito, candeggiato dopo decine di transazioni, ricompare in circolo come linfa buona per nuovi affari.
Rintracciarlo nei forzieri dove sta in ammollo prima di finire nella centrifuga degli scambi e degli acquisti, delle cessioni e delle vendite, è la sfida del nuovo millennio.
Governi, non tutti, e analisti si ingegnano a trovare soluzioni, ma dall’altra parte un sistema vive di quei soldi e sa di non poterne fare a meno.
È il sistema dell’economia parallela, che si muove nell’ombra per difendere quella fetta di fortuna alla quale deve la propria esistenza e sopravvivenza.
Ma il denaro delle mafie non alimenta un circuito chiuso, non genera soltanto nuovi e redditizi traffici criminali.
Il riciclaggio non è un accessorio dei reati, non è la parte terminale di un traffico, è il pilastro sul quale sempre di più le organizzazioni criminali edificano le loro opere.
I grandi gruppi avviano un’attività solo nella consapevolezza di potere ripulire i proventi.
Con i soldi della droga, senza altre mediazioni, si può comprare soltanto altra droga. Gli utili, però, sono alti, i rischi di impresa calcolati e per ogni organizzazione c’è la necessità di immettere quei liquidi nell’economia sana.
Così quel denaro entra nel circuito legale. Si annida dietro formidabili scalate, ascese di tycoon rampanti, sta a difesa dei patrimoni di manager in grisaglia, fa sempre più spesso capolino in Borsa.
Rappresenta una holding con migliaia di partecipate e collegate, ha diramazioni in tutto il mondo e schiere di professionisti e consulenti che lavorano per cancellare le tracce della provenienza di quei soldi e per individuare nuove opportunità di investimento.
L’economia criminale, lo ha ricordato l’ex magistrato Giuliano Turone, è protesa verso la conquista illegale di spazi di potere economico e inquina il tessuto produttivo e gli assetti istituzionali dei Paesi in cui opera.
In un sistema corrotto non c’è più spazio per la libera concorrenza, saltano le regole, i valori sono falsati, si creano posizioni dominanti, le istituzioni subiscono effetti che non governano.
Il denaro delle mafie, semmai, si apposta comodo nei settori più moderni del mercato, dall’energia al riciclo dei rifiuti, e sconvolge anche lì le regole.
Dal riciclaggio spicciolo, dal reinvestimento nel mattone, fino alla creazione di fiduciarie estere, la movimentazione delle fortune dei boss è una parte rilevante dell’economia planetaria.
Secondo il Fondo monetario internazionale il denaro sporco muove tra il 3 e il 5% del Pil del pianeta, pari a una cifra che oscilla tra 600 e 1500 miliardi di dollari solo negli Usa, come dire: l’intera economia italiana.
Lo studioso americano Dale Scott, ex diplomatico ed ex insegnante a Berkeley, nel suo American War Machine, citando fonti del Senato Usa, sostiene che il riciclaggio bancario muoverebbe tra 500 miliardi e 1000 miliardi di dollari, con la metà incanalati verso il circuito bancario americano.
La gran parte proverrebbe proprio dal traffico di droga che è appena dopo il petrolio e prima del commercio di armi per volume di traffici.
In Italia, ogni giorno, l’industria del riciclaggio produce 410 milioni di euro, 17 milioni l’ora, 285 mila euro al minuto, 4750 euro al secondo.
Bankitalia stima che rappresenti da sola il 10% del Pil.
Con un fatturato di 150 miliardi di euro, dunque, la holding del riciclaggio è la prima azienda del Paese, davanti a un colosso come Eni, che con i suoi 120 miliardi è in cima alle classifiche della produzione italiana e tra le venti maggiori imprese internazionali.
La massa dei capitali sporchi stacca di quasi un terzo il primo polo bancario nazionale, Unicredit, fermo a 92 miliardi, ed è tre volte più grande di un’azienda di credito come Intesa San Paolo.
(stralcio tratto l’introduzione del volume “Soldi sporchi”, di Pietro Grasso con Enrico Bellavia)
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Novembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
BRIGATE COSTITUZIONE, IL CASO INGROIA, L’ANALISI DI MARCO TRAVAGLIO
Sono amico di Ingroia e me ne vanto.
Avrei voluto esserlo anche del suo maestro, Borsellino: purtroppo non ho fatto in tempo e invidio molto i colleghi che quel tempo l’hanno avuto.
Da Ingroia non ho mai avuto una notizia in anteprima. E dire che mi avrebbe fatto comodo.
Ma quelli che passano notizie sono pessimi magistrati, di cui mai diventerei amico.
Culturalmente, Antonio è un progressista e io un conservatore.
Ma ci incontriamo sui valori della Costituzione, che non è nè di destra nè di sinistra: è di tutti.
Perciò Antonio andava d’accordissimo con Borsellino, che da ragazzo era nel Fronte della Gioventù e i colleghi burloni lo salutavano romanamente.
Ogni anno, a Palermo, i giovani ex-An ricordano Borsellino perchè era “di destra”.
Ma nessuno s’è mai sognato di accusarlo di non essere imparziale: di fronte a un mafioso non si domandava se fosse di sinistra o di destra, lo indagava e basta.
Esattamente come fa Ingroia, che negli ultimi mesi s’è imbattuto nelle trattative fra Stato e mafia fra il 1992 e il ’94 sotto governi di centrosinistra (Amato e Ciampi) sia di centrodestra (B.).
E ha interrogato esponenti di centrosinistra (Scalfaro, Mancino, Amato, Conso, Ciampi, Martelli) e di centrodestra (Dell’Utri e altri).
L’altro giorno Ingroia ha accolto l’invito a parlare di lotta alla mafia al congresso del Pdci, così come aveva fatto in convegni e feste di Fli, Idv, Sel, Pd.
Anche Borsellino andava alle Feste dell’Unità come a quelle del Secolo d’Italia, quando l’antimafia non era nè di destra nè di sinistra: era di tutti.
Ora che governa l’amico di Mangano e Dell’Utri, i pm antimafia vengono invitati solo dai partiti di opposizione (e nemmeno tutti: alla convention di Renzi l’antimafia non era proprio prevista).
Dovrebbero rifiutare solo perchè il Pdl non li invita?
È quel che sostiene il fronte trasversale che va dal Giornale al Corriere, dal Pdl all’Anm.
Sallusti, poveretto, scrive che “Ingroia andrebbe allontanato subito dalla magistratura”; “qualsiasi elettore di centrodestra che capitasse in una sua inchiesta dovrebbe ricusarlo per dichiarata imparzialità ” (voleva dire “parzialità ”, ma va scusato: non sa mai quel che dice); e “tutto il suo lavoro passato andrebbe rivisto alla luce di questa ammissione, a partire dall’accanimento che ha portato alla condanna a 7 anni in secondo grado di Dell’Utri”.
Forse Sallusti pensa che Dell’Utri l’abbia condannato Ingroia: non sa che l’han condannato tre giudici di tribunale e tre di appello.
Ma soprattutto: quale sarebbe l’“ammissione” che lo renderebbe parziale (o, per dirla col povero Sallusti, imparziale)?
Questa frase, pronunciata alle assise del Pdci: “Un magistrato dev’essere imparziale quando esercita le sue funzioni. Ma, fra chi difende la Costituzione su cui ho giurato e chi cerca di violarla, violentarla e stravolgerla, io so da che parte stare: mi sento un partigiano della Costituzione”.
Beh, che c’è di strano?
Solo i magistrati partigiani della Costituzione sono imparziali, considerando (art. 3) “tutti i cittadini uguali davanti alla legge”.
Ma i tartufi dell’Anm raccomandano “particolare prudenza nell’esprimere valutazioni di carattere generale sulla politica del Paese”. Come se dirsi fedeli alla Costituzione fosse fare politica.
La Palma d’Oro della critica più demenziale spetta però al Corriere, che parla di “toni sbagliati” (questione di decibel?) e invita Ingroia a “evitare di esporsi alle critiche”.
Oh bella. Ma, per non esporsi alle critiche, i pm dovrebbero evitare certe indagini, non certi toni. Il pm Alfredo Robledo ha appena chiesto i danni a Pompetta B. che l’aveva accusato di “tramare infamità ” e di essere “indegno”.
Eppure non ha mai partecipato a raduni di partito.
In compenso è uno
dei pm che hanno scoperto lo scandalo Mills. Se si fosse girato dall’altra parte, gli avrebbero lasciato fare tutti i raduni che voleva.
I magistrati vengono attaccati non per quello che dicono, ma per quello che fanno.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile
ACCUSATO DI AVER UCCISO E SCIOLTO NELL’ACIDO LA MOGLIE NEL 2009, CARLO COSCO HA OTTENUTO IL PATROCINIO GRATUITO PER IL PROCESSO IN CUI E’ IMPUTATO…AVENDO DICHIARATO MENO DI 10.628,16 EURO, LA PARCELLA LA PAGHERANNO I CONTRIBUENTI
Sciogli tua moglie nell’acido? Lo Stato ti paga l’avvocato. 
Questa l’ultima beffa in ordine di tempo del processo a Carlo Cosco, l’affiliato alle famiglie di Petilia Policastro, accusato di aver ucciso e sciolto nell’acido la moglie Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia sparita la notte tra il 24 e il 25 novembre del 2009.
All’uomo infatti è stato concesso il gratuito patrocinio: la parcella di Daniele Sussman Steinberg, celebre penalista di Milano scelto da Cosco stesso, la pagherà lo Stato, perchè nel 2010 l’uomo, di professione buttafuori, ha dichiarato meno di 10.628,16 euro di reddito.
Una circostanza singolare.
Di solito erano gli stessi Cosco ad attivarsi per il pagamento delle spese legali dei loro accoliti.
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip, Giuseppe Gennari, annota che “il mantenimento dei detenuti e il sostegno per le spese legali è un tipico servizio che viene fornito, dalle organizzazioni criminali, agli affiliati arrestati” e Massimo Sabatino — tra quelli che hanno sequestrato Lea Garofalo prima di consegnarla al marito — “ha goduto del sostegno economico dei Cosco” in un altro procedimento.
Contro la donna la ‘ndrangheta complottava da tempo.
Lo ha confermato Angelo Salvatore Cortese, ex appartenente alla mafia calabrese e oggi pentito.
La sua testimonianza è stata ascoltata in Corte d’assise a Milano all’ultima udienza del processo per l’omicidio della Garofalo e che vede imputati non solo il marito Carlo, ma anche gli altri due fratelli Cosco — Vito e Giuseppe — insieme ai loro fiancheggiatori, Massimo Sabatino e Carmine Venturino.
Cortese, che verso la fine del 2001, assieme a Carlo Cosco, passò un periodo di detenzione nel carcere di Siano a Catanzaro, racconta di essere stato il primo a sapere che l’uomo voleva eliminare la moglie.
“Me la presentò come una questione di onore — riferisce Cortese — perchè Lea Garofalo lo aveva abbandonato, portando con sè la figlia e preferendo un altro uomo, un tipo che non conoscevo, di Bergamo”.
Carlo Cosco si guardò bene dal riferire che in quegli stessi giorni sua moglie aveva cominciato a collaborare con la giustizia e a denunciare gli affari illeciti dei fratelli.
Questi controllavano un pezzo di Milano, tra piazza Baiamonti, corso Como e via Montello 6 dove abitavano, occupando abusivamente una serie di appartamenti.
Si dedicavano allo spaccio di droga, ma anche agli appalti pubblici, tant’è che Vito Cosco ha lavorato nei primi cantieri per la costruzione del metrò 5.
Ad ascoltare con interesse la deposizione in videoconferenza da località segreta il collaboratore di giustizia, è stato il diretto interessato Carlo Cosco.
Cortese ha confermato che nell’onorata società non era tollerato il comportamento di Lea Garofalo, tanto più essendo lei la moglie di un personaggio vicino ai clan. Secondo Cortese, infatti, Carlo Cosco era affiliato alle famiglie di Petilia Policastro, un paese della provincia di Crotone.
Un dettaglio che però il pubblico ministero Michele Tatangelo ha giudicato ininfluente.
I Cosco, infatti, sono giudicati a Milano per aver commesso un efferato omicidio e non per essere componenti della ‘ndrangheta.
Su di loro nemmeno pesa l’aggravante mafiosa, per cui tecnicamente non si può parlare di un processo alla criminalità organizzata.
Ma sulla vicenda di Lea Garofalo i racconti di Cortese gettano ora una luce inquietante. Secondo il pentito, da un certo momento in poi, sulla donna pesò il verdetto di due boss: Pasquale Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e Domenico Megna di Paparice, anche loro nel 2001 rinchiusi nel carcere di Siano.
Secondo Cortese i due giudicarono legittima la volontà del marito di uccidere la moglie, anche se in quel momento non potevano aiutarlo.
Nei loro territori era in corso una guerra, che li contrapponeva alla famiglia degli Arena, sempre di Isola Capo Rizzuto, e la cosa naturalmente necessitava di ogni loro energia.
Cosco, in ogni modo, aveva bisogno dell’approvazione di qualche ‘mammasantissima’.
Lea era sorella di Floriano Garofalo, personaggio di spicco della ‘ndrangheta di Petilia Policastro; se avesse agito da solo sarebbe esplosa l’ennesima faida.
Cortese ha ricordato poi che secondo i principi della ‘ndrangheta, i capi famiglia non possono esimersi dal punire il comportamento sconveniente di un loro componente, se lo facessero ne risponderebbero loro direttamente.
Floriano Garofalo, forse per convincere la sorella a cambiare stile di vita o più realisticamente per chiederle di smettere di collaborare, cominciò a prendere informazioni sulla piccola Denise Cosco, la figlia di Lea, che ha testimoniato a Milano la scorsa udienza evidenziando che in quei giorni più volte si sentì a rischio.
Davanti ai giudici ha parlato poi il cugino di Floriano, Gennaro Garofalo, che nel 2004, durante il suo periodo di ferma nei carabinieri a Lissone, su mandato del boss, fece una ricerca nello Sdi, il registro segretissimo del ministero dell’interno, per cercare l’indirizzo cui era domiciliata Denise.
Trovò un appartamento a Perugia, ma l’ex carabiniere ha giurato di non aver mai comunicato quel dato a Floriano Garofalo.
Un altro episodio che dimostra come da tempo la ‘ndrangheta fosse sulle tracce di Lea e la giovane Denise.
Fabio Abati
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
NELL’ATTENTATO DEL 12 LUGLIO 1992 MORIRONO IL GIUDICE PAOLO BORSELLINO E 5 UOMINI DELLA SUA SCORTA…DEPOSITATE A CATANIA LE OLTRE 1000 PAGINE PER LA REVISIONE DEL PROCESSO: AFFIORANO SOSPETTI SUI SERVIZI SEGRETI
‘U tignusu, Gaspare Spatuzza, aveva deciso di saltare il fosso, di raccontare «la verità », quel 26 giugno del 2008, quando fu sentito per la prima volta dalle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, che indagavano sulle stragi.
E quando il procuratore nisseno, Sergio Lari, gli rivolse la prima domanda – «Ma lei cosa sa di via D’Amelio?» – apparve subito chiaro, dalle prime risposte, che Spatuzza avrebbe «riscritto» 16 anni di indagini, inchieste, processi e sentenze.
«Sono stato incaricato di un furto di una 126… quando mi venne di fare questo furto di 126 il mio pensiero andò a Chinnici (Rocco, giudice istruttore di Palermo, ucciso da Cosa nostra, ndr) all’epoca perchè saltò su una 126 e a questo punto io non sapevo a che cosa mi stavo prestando… quindi assieme a Vittorio Tutino abbiamo fatto il furto di una 126 che poi l’ho messa… l’ho tenuta io in consegna… e l’ho tenuta in due diversi magazzini questa 126…».
Quel verbale fa parte della memoria (1140 pagine) della Procura di Caltanissetta depositata insieme alla richiesta di revisione dei processi Borsellino, dal procuratore generale nisseno, Roberto Scarpinato, alla Corte d’appello di Catania che dovrà decidere se scarcerare per la strage Borsellino undici mafiosi estranei alla vicenda.
Ma insieme a quelle di Spatuzza, ci sono le rivelazioni dell’autista del boss del mandamento di Brancaccio, Giuseppe Graviano, Fabio Tranchina, che racconta: «Probabilmente Giuseppe Graviano ha premuto il telecomando appostato all’interno di un agrumeto nei pressi del luogo dell’attentato, in via D’Amelio».
La revisione del processo Borsellino comporta anche l’individuazione dei veri responsabili materiali della strage del 19 luglio del 1992, 56 giorni dopo la strage Falcone.
E la procura ha già inoltrato all’ufficio del gip una corposa richiesta di misure cautelari.
Ma il malessere della Procura, che affiora dalla lettura delle carte, è quel dubbio che il procuratore generale Scarpinato riassume in una sua considerazione: «Se Spatuzza dice la verità , siamo di fronte a un clamoroso errore investigativo prima e giudiziario poi, magari determinato dall’ansia di dare una pronta risposta all’opinione pubblica allarmata e disorientata dall’escalation stragista, ovvero il risultato di un vero e proprio depistaggio».
Insomma, errore investigativo o depistaggio?
Scarpinato non ha una sua tesi, aspetta che la Procura decida il da farsi, avendo indagato tre funzionari di polizia del pool investigativo Falcone-Borsellino diretto da Arnaldo La Barbera (deceduto alcuni anni fa), e non avendo ancora stilato le conclusioni perchè, spiega Scarpinato, non sono stati trovati ancora «sufficienti elementi di riscontro alle accuse formulate nei loro confronti».
Ma il procuratore generale aggiunge, a proposito del depistaggio, che «in questa seconda inquietante ipotesi, occorre cercare di capire se si fosse voluta coprire la responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra, astrattamente riconducibili ad (…) apparati deviati dei servizi segreti, o a organizzazioni terroristiche-eversive».
Certo è che i pilastri dei processi Borsellino uno e due si sono rivelati inesistenti.
Stiamo parlando delle dichiarazioni rese dai pentiti Vincenzo Scarantino, Salvatore Candura e Francesco Andriotta.
I tre che si autoaccusarono e accusarono altri mafiosi della strage Borsellino pur sapendoli innocenti. E sono loro che adesso puntano il dito sul gruppo di investigatori di Arnaldo La Barbera dipingendoli come quelli che suggerirono e pilotarono le loro dichiarazioni.
Annota il pool della Procura di Caltanissetta, dopo aver riletto tutti gli atti dell’inchiesta Borsellino e riscontrato le nuove rivelazioni di pentiti messe a confronto con testimoni: «Non si tratta solo di trovare le tessere mancanti del mosaico, ma le tessere false che qualcuno aveva inserito quasi certamente».
In attesa che si compia questa ricostruzione processuale del contesto della strage Borsellino, Gaspare Spatuzza ha recuperato diverse tessere del mosaico noto, sostituendole e riempiendo dei vuoti.
Per esempio, ha saputo indicare la via dove fu rubata la Fiat 126 della signora Pietrina Valenti, dove fu parcheggiata, come fu rubata. Secondo Scandura, con uno «spadino». Secondo Spatuzza, «con una forzatura del bloccasterzo».
E poi, ‘U tignusu precisa che la Fiat 126 «aveva problemi alla frizione e all’impianto frenante», rivelando anche l’identità del meccanico a cui si rivolse per aggiustare l’auto.
Ma è Fabio Tranchina, l’autista del boss Giuseppe Graviano, che chiarisce il ruolo chiave del padrino del mandamento di Brancaccio, il mafioso indicato come in rapporti con Marcello Dell’Utri, forte della consuetudine di rappresentante di un mandamento tradizionalmente «dialogante», nel tempo, con la politica, le istituzioni e la massoneria.
«Inoltre, sempre come ho già riferito, accompagnai Giuseppe Graviano a fare almeno due sopralluoghi in via D’Amelio, dopo averlo accompagnato nel magazzino di via Tranchina.
Il secondo sopralluogo è avvenuto nella settimana che ha preceduto l’attentato, a distanza di circa due settimane dal primo, che è dunque avvenuto ai primi del mese di luglio. Rammento che nel corso del secondo sopralluogo Giuseppe Graviano mi chiese di rallentare ma di non fermarmi perchè mi disse “questa è una zona che scotta”.
Non potevo ignorare che in occasione del primo sopralluogo avvenuto, come ho detto, nei primi del mese di luglio, Giuseppe Graviano mi aveva chiesto di reperire un appartamento proprio in via D’Amelio e che, dopo il secondo sopralluogo, preso atto che non ero riuscito a procurarlo, mi disse che si sarebbe “accomodato nel giardino”».
E fu lui probabilmente a premere il pulsante, da dietro la rete.
Così disse Fabio Tranchina.
Francesco La Licata e Guido Ruotolo
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 26th, 2011 Riccardo Fucile
DAVANTI ALLA CAMERA MANIFESTAZIONE IERI DEGLI “IN-DIA-GNADOS”: “IL GOVERNO UCCIDE IL PROGETTO DI FALCONE E BORSELLINO”… ANCHE GLI UOMINI DELL’ANTIMAFIA PROTESTANO CONTRO UN GOVERNO CHE NON LI METTE NELLE CONDIZIONI DI LAVORARE
«A causa della nota carenza di fondi destinati alla manutenzione dei veicoli», ai poliziotti della Piana di Gioia Tauro è stato ordinato di lavarsi le auto.
E di provvedere alla manutenzione, controllando i livelli dell’olio e dell’acqua, lo stato della batteria.
E la pressione delle ruote.
Ma i tagli del governo alla Sicurezza colpiscono anche gli stipendi degli investigatori della Dia, l’organismo antimafia interforze voluto da Giovanni Falcone.
Che ieri sono scesi in piazza protestando davanti a Montecitorio, dichiarandosi anche loro, provocatoriamente, «in-Dia-gnados».
«State uccidendo la Dia, il sogno di Falcone e Borsellino», si legge in uno striscione srotolato davanti alla Camera dai sindacati di polizia.
«Il governo arresta la Dia», c’è scritto in un altro. «L’Esecutivo ha fatto della lotta alla mafia – dice Enzo Letizia, leader dei Funzionari – quasi uno spot pubblicitario, parlando di antimafia dei fatti. Nei fatti, però, ha lasciato la polizia allo sbando, senza fondi per benzina, strutture adeguate, addestramento. E ora di fatto disarma anche la Dia».
La proteste degli investigatori antimafia è l’ultima in ordine di tempo che s’aggiunge a quelle di piazza dei giorni scorsi dei poliziotti.
A quella clamorosa del Cocer carabinieri (ai quali pare siano state tagliate mille linee fax).
E a quella dell’Esercito, il cui Cocer ha chiesto le dimissioni del governo. V
a detto che la Dia è un organismo investigativo molto particolare,
difficilmente condizionabile dal potere politico in quanto composto dalle tre forze dell’Ordine, polizia, carabinieri e finanza.
Grazie al loro lavoro sono stati sequestrati alle mafie beni per 6 miliardi e confiscati altri per 1,2 miliardi.
Ma la scure dei tagli s’è abbattuta anche su questo fiore all’occhiello della lotta alla criminalità .
«Dai 28 milioni di euro stanziati per la Dia nel 2001 – denunciano tutti i sindacati di polizia – siamo passati ai 15 di oggi. Il personale è stato ridotto a 1.300 unità rispetto alle 1.500 previste. E ora con l’ultima legge di stabilità è stato data un’ulteriore sforbiciata ai bilanci di 7 milioni di euro che prende dalle tasche degli investigatori dai 300 ai 600 euro al mese».
Si tratta del trattamento economico aggiuntivo «messo a disposizione del Dipartimento – sostengono i sindacati in una lettera al ministro dell’Interno, Roberto Maroni – senza concertazione alcuna, dal direttore di nuova nomina». Di qui la richiesta di rimuovere dal suo incarico il dirigente Alfonso D’Alfonso.«È venuto meno il rapporto di fiducia tra vertice e struttura – tuona Flavio Tuzi, il segretario dell’associazione ispettori di polizia Anip – chiediamo al ministro dell’Interno e al capo della Polizia l’immediata rimozione del direttore generale».
«È una punizione»,dicono i poliziotti, a chi invece «meriterebbe un premio». Da bravi investigatori, gli agenti della Dia sono andati a spulciare le pieghe del bilancio della Sicurezza, scoprendo – e suggerendo – possibili risparmi che il governo potrebbe fare prima di prendersela coi loro salari.
«Una nota dolente del bilancio della Sicurezza – dicono – è il costo dell’immobile che ospita a Roma, in zona Anagnina, gli uffici centrali della Dia, della direzione centrale Antidroga, della polizia Criminale, il cui canone di locazione, esorbitante, ammonta a circa 17 milioni annui».
Il riferimento è alla cittadella anticrimine del costruttore romano Renato Bocchi, sulla via Tuscolana, dove s’è trasferito 10 anni fa, fra le proteste sindacali, una gran parte del Viminale.
Ma «l’assurdità », per dirla con Giuseppe Brugnano, segretario regionale calabrese del sindacato indipendente Coisp, s’è raggiunta con l’ordine di servizio firmato dalla dottoressa Giuseppa Pirrello, dirigente della Sezione di Reggio Calabria del Dipartimento della polizia stradale, diretto ai poliziotti autisti della sottosezione di Palmi, Villa San Giovanni, Siderno e Brancaleone, di lavare le macchine da sè.
Chi non lo fa, armato del «materiale idoneo» in dotazione dei commissariati («shampoo, spugna, scopa, panno, bidone aspiratutto»), rischia il procedimento disciplinare.
«Abbiamo chiesto al Dipartimento – spiega Brugnano – il ritiro di questa direttiva umiliante per il personale che non ha precedenti. Ci hanno promesso che sarà annullata».
Ma ai poliziotti anti ‘ndrangheta di Palmi arriva un’altra brutta notizia.
«La Direzione centrale dei servizi tecnico logistici – scrive ancora la dottoressa Pirrello – non assicura l’invio e l’assegnazione di stivali invernali per la prossima vestizione invernale».
La polizia di Roberto Maroni è senza soldi.
Senza benzina. E senza scarpe.
La criminalità organizzata ha un volume d’affari quantificato in 311 miliardi di euro nei 27 Paesi dell’Ue, classifica nella quale l’Italia è seconda, con 81 miliardi, ma ai proclami del Governo in tema di lotta al crimine organizzato hanno fanno riscontro una serie di tagli indiscriminati che hanno colpito le forze dell’ordine e gravemente compromesso la funzionalità dell’attività di contrasto al crimine, dando agli operatori di Polizia una sensazione di isolamento mai avuta prima.
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