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BRUSCA CITA BERLUSCONI: “GLI DISSI: ACCORDO O BOMBE”

Maggio 4th, 2011 Riccardo Fucile

IL PENTITO DEPONE A FIRENZE E CONFERMA LA TRATTATIVA CON LO STATO, CON MANCINO COME REFERENTE….”MANDAI MANGANO DA BERLUSCONI E DELL’UTRI: SENZA REVISIONE DEL 41 BIS LE STRAGI SAREBBERO CONTINUATE”…”VOLEVANO METTERCI IN CONTATTO CON LA LEGA”

Giovanni Brusca lo disse dialogando con il cognato e lo ha ripetuto a Firenze, deponendo al processo al boss Francesco Tagliavia: Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri «non c’entravano niente» con le stragi del 1993.
Il collaboratore di giustizia lo ha voluto precisare: «Non sono loro i mandanti esterni delle stragi», ma, nel contro-esame ha poi ricordato come, subito dopo la seconda ondata di attentati, mandò Mangano in missione ad Arcore. Brusca ha sottolineato che dopo la strage di via d’Amelio, in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino «era cessato ogni contatto» con lo Stato.
Le stragi di Firenze, Roma e Milano erano quindi «strumenti per risvegliare lo Stato e per consigliarlo a trattare nuovamente».
È a questo punto, ha spiegato il pentito, che è subentrato un nuovo referente politico di Cosa nostra, cui vennero rivolte le stesse richieste che erano già  state rivolte al ministro degli Interni Nicola Mancino.
Il compito di Mangano era di avvertire Dell’Utri e Berlusconi che, se non avessero trattato con la mafia, rivedendo il 41 bis e il maxiprocesso, gli attentati sarebbero continuati.
«Mandai Mangano a Milano – ha testimoniato Brusca – ad avvertire dell’Utri e, attraverso lui, Berlusconi che si apprestava a diventare premier, che senza revisione del maxiprocesso e del 41 bis le stragi sarebbero continuate. Mangano – ha aggiunto – tornò dicendo che aveva parlato con dell’Utri, che si era messo a disposizione».
Secondo Brusca, l’attentato all’Olimpico contro i carabinieri era una vendetta per chi non aveva mantenuto le promesse: «Chiudiamo il caso con il vecchio – ha spiegato – vendicandoci, e apriamo il nuovo».
Quindici-venti giorni prima della morte del giudice Paolo Borsellino, Brusca incontrò inoltre Totò Riina che gli disse: «Finalmente si sono fatti sotto, gli ho consegnato un papello con tutta una serie di richieste».
«Il tramite non me lo disse – ha raccontato Brusca confermando dunque la trattativa Stato-mafia -, ma mi fece il nome del committente finale. Quell’ora dell’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino».
«È la prima volta – ha concluso il collaboratore di giustizia – che lo dico pubblicamente».
Immediata la replica di Mancino alle parole, di Brusca. «È una vendetta contro chi ha combattuto la mafia con leggi che hanno consentito di concludere il maxiprocesso e di perfezionare e rendere più severa la legislazione di contrasto alla criminalità  organizzata» ha scritto in una nota l’allora titolare del Viminale.
In ogni caso, secondo Brusca la trattativa si interruppe dopo via D’Amelio. «Dopo la strage Borsellino – ha spiegato il collaboratore di giustizia -, il primo a dire che si era tagliato ogni contatto è stato proprio Salvatore Riina che mi diceva “non c’è più nessuno”».
Le stragi di mafia degli anni Novanta, secondo Brusca, servivano «per far tornare lo Stato o chi per esso a trattare con Cosa Nostra».
Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino, poi, si sarebbero offerti come tramite tra la mafia e la Lega e un altro soggetto politico: è quanto avrebbe riferito Riina a Brusca, dopo l’uccisione del giudice Giovanni Falcone.
Brusca ha raccontato infatti che fino all’attentato di Falcone l’obiettivo di Riina era di influenzare il maxi-processo di mafia a Palermo.
In seguito, sarebbero subentrati Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino che volevano «portare» a Riina la Lega e un altro soggetto politico.
«In un primo tempo Riina era titubante e anch’io gli chiedevo se ci fossero novità  -ha dichiarato Brusca-. Fino all’ultimo attentato Riina pensava di condizionare il maxi-processo».
Ma poi, ha concluso, sarebbero subentrati,«dei soggetti indicati in Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino che gli volevano portare la Lega e un altro soggetto che non ricordo».

(da “Il Corriere della Sera“)

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IN MANETTE DUE CANDIDATI PDL DI UN COMUNE NAPOLETANO: SONO 40 GLI ARRESTATI PER CAMORRA

Maggio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

NEL MIRINO IL CLAN POLVERINO CHE CONTROLLA LE PIAZZE DELLO SPACCIO… SEQUESTRATI IMMOBILI, TERRENI, AUTO, MOTO E SOCIETA’… ARMANDO CHIARO, CONS. COM. PDL DI QUARTO, E’ CONSIDERATO IL PRESTANOME DELL’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE… PER SALVATORE CAMERLINGO L’ACCUSA E’ DI SPACCIO DI DROGA E DETENZIONE ILLEGALE DI ARMI

Ci sono anche due candidati del Pdl tra le quaranta persone arrestate questa mattina dai carabinieri nel corso del blitz che ha interessato il clan camorristico dei Polverino.
Uno dei due, in particolare, è Armando Chiaro, consigliere comunale di Quarto (Napoli) e ritenuto prestanome dell’organizzazione, già  destinatario negli anni passati di un’ordinanza di custodia cautelare.
L’altro nome che figura nelle liste del Partito delle libertà  è quello di Salvatore Camerlingo, cugino del boss Salvatore Liccardi.
Anche per Camerlingo sono scattate le manette: è infatti accusato di spaccio di droga e detenzione illegale di armi. In particolare, Camerlingo è considerato “uomo d’ordine del clan”.
I provvedimenti notificati questa mattina sono stati emessi su richiesta dei pm Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio e Maria Cristina Ribera.
Le altre 38 persone arrestate sono elementi di spicco e gregari del clan attivo nell’area nord di Napoli.
Le indagini sono partite nel 2007, in collaborazione con la Guardia civil spagnola, per il traffico di droga tra Italia e Spagna.
Tra gli arrestati manca ancora il boss Giuseppe Polverino, che deve scontare due anni di casa-lavoro e che è da tempo ricercato.
Sequestrati anche con un decreto preventivo immobili, terreni, auto, moto e società .
Tutti gli arrestati rispondono a vario titolo di reati che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, ai tentati omicidi, estorsioni, usura, traffico e spaccio di droga, trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori, riciclaggio di capitali di provenienza illecita.
I Polverino controllano anche attività  commerciali tra l’Italia e la Spagna, oltre a gestire il traffico di droga che dalla penisola iberica porta sostanza stupefacente a rifornire ‘le piazze di spaccio’ gestite da altri clan napoletani.

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DUE CANDIDATI “IMPRESENTABILI” E CONDANNATI RIAMMESSI IN REGIONE CAMPANIA CON L’OK DI BERLUSCONI

Maggio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

FUTURO E LIBERTA’ E PD ACCUSANO: “CALDORO DISSE CHE NON VOLEVA GENTE COSI’, MA ORA SE LI DEVE TENERE”…NONOSTANTE LE CONDANNE PER PECULATO E ASSOCIAZIONE MAFIOSA RIENTRANO IN CONSIGLIO REGIONALE GAMBINO E CONTE CON UN DECRETO AD HOC DI BERLUSCONI: PORTANO VOTI

Condannati, ma portano consensi.
Pd e Fli accusano: “Caldoro disse che non voleva gente così, ma ora se li deve tenere”.
Gli impresentabili, eletti nelle istituzioni malgrado le condanne per peculato o per associazione mafiosa, son tornati.
E a dargli il via libera per sedere nel consiglio regionale della Campania, guarda caso a ridosso delle elezioni amministrative di Napoli, è stato un decreto del presidente del Consiglio.
Il premier Berlusconi con i decreti 824 e 825, firmati tre giorni fa, ha preso atto dei ricorsi vinti dai due consiglieri Alberico Gambino e Roberto Conte, che erano stati eletti ma immediatamente sollevati dal consiglio.
E, modificando il proprio precedente decreto – senza attendere l’esito di ulteriori reclami in corso, nè valutare le incompatibilità  pre-esistenti – ha disposto il reintegro in aula di Gambino e Conte.
Politici dai profili molto controversi, e oggi tutti e due macchine porta-voti del Pdl.
Gambino, appena tornato anche sindaco di Pagani, vicinissimo al senatore e presidente di quella Provincia Edmondo Cirielli, è stato condannato in primo e secondo grado per peculato:   caduta, invece, la concussione.
Roberto Conte, trasmigrato dal centrosinistra al centrodestra, e l’anno scorso eletto in una lista («Alleanza di popolo») a sostegno del governatore Pdl Stefano Caldoro, è stato invece condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dietro la sentenza, una storia di voto di scambio tra Conte e il clan camorristico Misso.
Lo stesso Conte risulta inoltre coinvolto in un’altra inchiesta e rinviato a giudizio in un terzo processo sui “Fitti d’oro”, truffa consumata ai danni di uffici istituzionali.
Proprio in questo procedimento, capolavoro dei paradossi, si è costituita come parte civile la stessa Regione Campania in cui Conte si appresta a sedere, trionfante.
D’altro canto, in queste ore, tra le 11 liste a sostegno di Lettieri, ve n’è una che porta il timbro di Conte, “Insieme con Napoli”, dove ha piazzato quattro dei suoi fedelissimi.
Condanna immediata dalle opposizioni.
«Pensavamo avessero il pudore di farlo dopo le elezioni, ci sbagliavamo, sono atti inqualificabili», sottolinea il segretario regionale Pd, Enzo Amendola. Il vicepresidente di Fli Italo Bocchino tuona: «Ormai è chiaro che Pdl e questione etica della politica stanno agli antipodi».
Cade un’altra ipoteca forte sull’esito del ballottaggio di Napoli?
«Se dovessero andare alla sfida finale il candidato di centrosinistra e quello di centrodestra, noi ci sentiremmo distanti da entrambi. Però sapremmo anche che da un lato c’è un prefetto dello Stato e dall’altro l’espressione di Cosentino e di gente come Conte».
Da parte di Bocchino, anche la stoccata al governatore Pdl Caldoro: «Un anno fa, il governatore aveva correttamente detto che lui non voleva assolutamente i voti di Conte, ma ora, per garantire il pacchetto di consenso di Conte al candidato Lettieri, se li tiene, eccome».
Va ribadito che il termine di sospensione dall’aula, fissato in diciotto mesi, era già  scaduto per entrambi gli eletti.
Ma non vi era urgenza nell’esecuzione, sostengono i legali dei consiglieri regionali che ora dovranno uscire per effetto del reintegro: l’orientamento giurisprudenziale suggerisce di attendere la fine dei reclami oggi sospesi, proposti sia dall’avvocatura regionale, sia da coloro che erano subentrati, Carmine Sommese al posto di Conte e Monica Paolino per Gambino.
«Il mio ricorso è in discussione in Tribunale il 6 maggio: si trattava di attendere una settimana», spiega Sommese.
E la Paolino, moglie a sua volta del sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti, ha inviato addirittura una lettera di diffida alla presidenza della Regione: Gambino è già  sindaco a Pagani e deve risolvere la incompatibilità  con la carica di consigliere regionale.
Parola d’ordine, imbarazzo.
Perfino Nicola Turco, presidente nazionale di “Alleanza di popolo”, la lista che un anno fa decretò per Roberto Conte un trionfo di 10mila preferenze alla Regione, e produsse un certo imbarazzo a Stefano Caldoro, oggi se la dà  a gambe: «Stiamo annullando tutto di quella votazione. Sono stato all’autorità  giudiziaria a raccontare che Conte e i suoi amici falsificarono le firme della lista. Ho scoperto che mentre io registrai il partito a febbraio 2010, loro avevano apposto le firme già  il 4 gennaio 2010. No basta, non voglio avere più nulla a che fare con questi. Mio figlio di 13 anni mi dice ancora: “Papà , ma chi avevi messo nella lista con te, uno del genere?”».

Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)

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L’ANTIMAFIA BLOCCA A REGGIO EMILIA L’AZIENDA CHE FINANZIO’ LA LEGA

Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile

STOP AI LAVORI PER UN’AZIENDA VICINA AL CARROCCIO E IMPEGNATA NELA COSTRUZIONE DELLA TANGENZIALE A NOVELLARA…IL PREFETTO DI REGGIO EMILIA: “NELLA NOSTRA PROVINCIA C’E’ LA MAFIA”…SI TRATTA DELLA DITTA BACCHI DI BORETTO, SPECIALIZZATA IN ESCAVAZIONI: HA DATO IN SUBAPPALTO I LAVORI A DUE AZIENDE COLLEGATE ALLA FAMIGLIA MATTACE

Le infiltrazioni mafiose — o i tentativi — al Nord continuano a destare allarme nella politica.
Questa volta la bufera si abbatte sul Reggiano.
Durante un convegno della Cna il prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro, ha rilanciato: “A Reggio la mafia c’è”.
A corollario dell’ultima notizia che riguarda lo stop imposto dalla Dia all’appalto per la costruzione della circonvallazione a Novellara.
Evento che ha scosso il mondo politico.
Le amministrazioni locali hanno chiesto di “continuare i lavori della tangenziale”.
L’ex vicesindaco di Guastalla ed ex leghista Marco Lusetti, espulso dal Carroccio la scorsa estate e fondatore del movimento “Agire Comune”, ha difeso a spada tratta la ditta che ha vinto l’appalto.
Nessun commento sulla vicenda è arrivato ad oggi dal segretario della Lega Nord Emilia, l’onorevole leghista Angelo Alessandri, presidente della Commisione lavori pubblici ed Ambiente della Camera dei Deputati ed originario di Guastalla, paesi a pochi chilometri dal Po e da Boretto.
Invece il consigliere regionale Andrea Defranceschi (Movimento 5 Stelle) annuncia una interrogazione in Regione chiedendo il “check-in” di tutti gli appalti sulle estrazioni di sabbie dal Po negli ultimi anni.
Ma qual è il punto di tutta la vicenda?
E perchè imbarazza così tanto la Lega?
Riguarda Novellara,   appunto, paese della provincia di Reggio Emilia, e quella che gli ambietalisti la chiamano la “tangenziale discarica”.
Un progetto   partorito all’inizio del millennio tra le contestazione in primis da Legambiente, in quanto il finanziameno di questa opera pubblica è nato come compensazione per l’ampliamento della locale discarica gestita dalla municipalizzata pubblica Sabar spa di cui il Comune è socio.
Su quest’opera pubblica, cavallo di battaglia di tutti i sindaci di centrosinistra degli ultimi dieci anni, è arrivato lo stop dell’antimafia.
Il 23 marzo scorso alla Prefettura di Reggio Emilia è stata consegnata una dettagliata relazione, arrivata dopo la richiesta degli accertamenti sui cantieri, disposti dalla Direzione investigativa antimafia di Firenze.
Controlli attivati a metà  febbraio tramite il prefetto De Miro.
Le indagini hanno portato alla sospensione dell’appalto e alla revoca della certificazione antimafia alla ditta Bacchi di Boretto, notissima in zona anche per le escavazioni nel Po fortemente contestate da associazioni ambientaliste come Legambiente.
Una ditta la Bacchi spa nota anche per gli ottimi rapporti istituzionali con diversi politici in primis con quelli della Lega Nord, tanto che il Carroccio nel 2006 ricevette un regolare finanziamento di 5.000 euro registrato alla Camera dei Deputati.
Agli investigatori del centro operativo del capoluogo toscano era stata segnalata la presenza nel cantiere di soggetti vicini alla criminalità  organizzata.
Le ispezioni hanno dato esito positivo.
Da quanto è emerso l’azienda di Boretto avrebbe assegnato due subappalti ad imprese con sede in provincia di Parma, il Consorzio edile M2 di Soragna e la Tre Emme Costruzioni di Roccabianca.
La Direzione investigativa antimafia ha ricostruito che le due le imprese sono collegate alla famiglia Mattace di Cutro, ritenuta dagli investigatori molto vicina al clan Grande Aracri.
Secondo quanto emerge dai documenti della Prefettura, nell’assegnazione di questi lavori alle ditte riconducibile ai Mattace, la Bacchi avrebbe eluso in maniera consapevole la legge antimafia per il controllo dei subappalti.
Le ditte dei Mattace non avrebbero mai ottenuto la certificazione antimafia dalla Prefettura.
La legge prevede che l’obbligo dell’autorizzazione antimafia scatta solo per subappalti di importo superiore ai 155 mila euro.
E’ stato così, come emerge dall’ispezione, che la Bacchi avrebbe aggirato l’ostacolo.
Spezzando il subaappalto tra le due ditte: 50mila euro di lavori al Consorzio M2 e 130mila euro alla Tre Emme.
Ma non è finita qui. Ispezionando il cantiere le forze dell’ordine hanno trovato Giuliano Floro Vito.
Chi è ? E’ l’ex cognato di Domenico Mattace, il presidente della TreEmme e considerato dagli inquirenti un elemento di grande spessore criminale, legato al clan della n’drangheta dei Dragone e poi dei Grandi Aracri, già  posto agli arresti nel 2001 e poi assolto per l’operazione “Scacco Matto”, finito poi in manette per usura nell’aprile 2010.
Per questa vicenda Floro Vito, per la legge dovrebbe essere agli arresti domiciliari e sorvegliato speciale.
Peccato che si trovasse sul cantiere di Novellara come dipendente della Tre Emme.
Dalle fatture poi risulta che la Bacchi ha versato alla Tre Emme 161 mila euro.
Una cifra superiore a quello concordata.
In particolare maggiore alla soglia che fa scattare l’obbligo di certificazione antimafia.
Altra anomalia. L’azienda di Boretto ha chiesto alla stazione appaltante, Iniziative Ambientali, società  mista che vede tra i soci le municipalizzate Sabar Spa, Iren Spa e Unieco, di poter procere all’affidamento del subappalto solo il 21 giugno 2010.
Ma i Bacchi avevano già  firmato il contratto con la ditta dei Mattace da circa un mese e mezzo.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PDL CAMPANO: LE LISTE LE COMPILANO GLI INDAGATI COSENTINO E NESPOLI

Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile

PROMETTE LISTE PULITE, MA CHI LE COMPILA E’ SOTTO INCHIESTA: COSENTINO PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE CAMORRISTICA, PER IL SEN. VINCENZO NESPOLI SONO STATI CHIESTI GLI ARRESTI DOMICILIARI

Nelle ore della consegna delle candidature in vista delle elezioni amministrative — il termine scadeva oggi a mezzogiorno — torna di attualità  il tema delle liste pulite.
Dai partiti arrivano ampie rassicurazioni e per le comunali a Napoli, il candidato del Pdl Gianni Lettieri ha promesso attenzione massima: “Etica pubblica e legalità  sono al centro della nostra campagna elettorale. Chiederò ad ogni lista che mi sostiene la nomina di un garante per assicurare candidati autorevoli e specchiati. Alla fine di questo percorso sarò io il responsabile per tutti. Sfido gli altri a fare lo stesso”.
Un’attenzione particolare per non ripetere il caso di Roberto Conte, un passato nel centro-sinistra, che alle ultime regionali nonostante la condanna in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione camorristica, si è presentato in una lista a sostegno di Caldoro.
Intanto, non si arrestano le migrazioni.
Alfredo Ponticelli, assessore allo sport della giunta uscente di Rosa Russo Iervolino si è dimesso e appoggia, con il suo partito (il Pri), Gianni Lettieri.
Ma in attesa di conoscere nei dettagli i candidati, non tranquillizzano certo le posizioni giudiziarie dei vertici regionali del Pdl.
Lettieri è stato accompagnato da Silvio Berlusconi per l’investitura ufficiale da Nicola Cosentino, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, prossima udienza il 18 aprile.
Cosentino, dimessosi da sottosegretario ma ancora coordinatore regionale, in queste settimane è impegnato in prima persona per la compilazione delle liste dopo aver scelto il candidato sindaco a Napoli e negli altri comuni al voto in Campania.
Un compito non facile. Per la scelta dei candidati nei comuni della provincia, nell’area a nord di Napoli c’è un altro vertice locale del partito Vincenzo Nespoli, vice-coordinatore provinciale del Pdl (il coordinatore è Luigi Cesaro, presidente della provincia) e vice-responsabile nazionale del settore elettorale.
Nespoli è anche senatore della Repubblica e sindaco di Afragola, comune in provincia di Napoli, ma il doppio incarico è l’ultimo dei suoi problemi.
Nel maggio 2010 la procura di Napoli (pm Piscitelli, Woodcock, Di Mauro) ha chiesto e ottenuto dal gip gli arresti domiciliari.
Accusato di diversi reati: concorso in riciclaggio e bancarotta fraudolenta. L’autorizzazione all’esecuzione della misura cautelare, come nel caso di Nicola Cosentino, è stata però negata prima dalla giunta per l’immunità  (di cui Nespoli faceva parte) e poi dal Senato, nel luglio scorso.
Nei giorni scorsi il Tribunale del riesame ha confermato la misura cautelare. Le motivazioni dell’ordinanza sono diventate un manifesto politico delle opposizioni, che da tempo per Afragola chiedono l’istituzione di una commissione di accesso da parte della prefettura.
I giudici del riesame considerano «indispensabile» la misura dei domiciliari.
E sull’esponente del Pdl, scrivono: «Le modalità  con cui ha portato a termine il proprio intento criminoso sono certamente sintomatiche di una pericolosità  in quanto denotano una scaltrezza e una spregiudicatezza, rivelatrici di professionalità  nel delinquere, che lo dipingono come un soggetto di notevole spessore criminale».
Nespoli continua a negare ogni addebito, a dirsi estraneo ad ogni accusa. Tutto ruota attorno ad una vicenda di mattoni e di un istituto di vigilanza. Vincenzo Nespoli, secondo la Procura, è dal 2001 amministratore di fatto di una società  di vigilanza, la Gazzella srl, fallita nel 2007 (con un passivo di 25 milioni di euro), affidata nelle mani di uomini di fiducia.
Secondo l’accusa e le ricostruzioni documentali della Guardia di Finanza, dai bilanci dell’istituto sono stati distratti soldi che sarebbero confluiti nelle società  immobiliari (Immobiliare San Marco e Sean spa) riconducibili al senatore, impegnate in attività  di lottizzazione eseguite nel comune di Afragola, dove Nespoli è primo cittadino.
Ma non solo.
Nonostante le gravi condizioni economiche dell’azienda e lo stato di mobilità , furono assunte diverse persone in cambio del pagamento di 30 mila euro.
Per il posto da guardia giurata: soldi e la riconoscenza alle urne.
Ora lo stato maggiore del Pdl campano è pronto a presentare i candidati puliti per le prossime amministrative.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“LISTE PULITE” A NAPOLI: NEL PDL SPUNTANO GLI “IMPRESENTABILI”

Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile

ACHILLE DE SIMONE, CAPOLISTA DEL PARTITO DI PIONATI, FU ARRESTATO NEL 2009 NEL CORSO DI UNA RETATA CONTRO I CLAN DELLA CAMORRA…GIA’ CALDORO EBBE IN LISTA VINCENZO CONTE, CONDANNATO IN PRIMO GRADO PER CONCORSO IN ASSOCIAZIONE CAMORRISTICA

E’ finita come nelle previsioni.
Gianni Lettieri, candidato del centrodestra alla guida della città  di Napoli aveva promesso: “Etica pubblica e legalità  sono al centro della nostra campagna elettorale. Chiederò ad ogni lista che mi sostiene la nomina di un garante per assicurare candidati autorevoli e specchiati. Alla fine di questo percorso sarò io il responsabile per tutti”.
Ma un minuto dopo la presentazione delle liste spunta la prima presenza ‘inammissibile’. Si tratta di Achille De Simone, capolista di Alleanza di centro, il partito di Francesco Pionati, che sostiene Lettieri sindaco.
De Simone viene arrestato, con l’accusa di violenza privata, nel novembre 2009 in una retata dei carabinieri contro il clan Sarno, formazione camorristica che ha il suo feudo militare a Ponticelli, nell’hinterland napoletano.
Un clan falcidiato dalle dichiarazioni dei pentiti come quelle di Vincenzo Sarno.
De Simone avrebbe accompagnato nel luglio 2009 il nipote, che voleva aprire una sezione antiracket, al cospetto di Patrizia Ippolito, detta a’ patana, moglie dell’allora boss Vincenzo Sarno.
La moglie del boss avrebbe dato il suo assenso ad una sola condizione: la rivelazione dei nomi degli imprenditori che si sarebbero rivolti allo sportello, che poi non fu più aperto.
“In pratica — scrivono i magistrati — si chiedeva a Giovanni (il nipote, ndr) di diventare la ‘quinta colonna’ dei Sarno, un’anticamorra che diventa camorra”. De Simone esce dal carcere nel marzo 2010 per decorrenza dei termini.
Era stato eletto nel 2006 come consigliere comunale a Napoli, da indipendente con il Pdci (poi migrato in Forza Italia e nel gruppo misto), contemporaneamente era assessore a Cercola in una giunta di centro-destra.
E arriviamo ad oggi. De Simone ci riprova.
Appena dopo la presentazione delle liste, ieri sera, si è proclamato innocente: “Sono sotto processo ma le accuse contro di me sono infamie e falsità . I giudici accerteranno la mia innocenza, e in seguito avvierò una causa civile di risarcimento danni contro chi mi ha calunniato in modo vergognoso”.
Lettieri però, a tarda sera lo scarica: “La presenza di De Simone, rinviato a giudizio per gravi reati, nella lista dell’Adc di Pionati è inammissibile. Ho chiesto a Francesco Pionati, garante della lista, di imporre a De Simone l’immediata rinuncia alla competizione”.
E aggiunge: “Se questo non dovesse accadere, riterrei l’Adc fuori dalla mia coalizione elettorale. Se i suoi voti dovessero risultare determinanti per la mia elezione, non esiterei un momento a dimettermi da sindaco. La mia battaglia per la moralità  pubblica e la legalità  è e sarà  assoluta nei riguardi di tutti”.
Una scena già  vista.
Alle regionali del 2010, Stefano Caldoro, futuro governatore del centrodestra, predicò intransigenza nelle candidature.
Poi scoprì che in una lista in suo sostegno c’era Roberto Conte, girovago tra i partiti (dai Verdi al Pd prima di passare nel centro-destra) e con una condanna in primo grado a 2 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione camorristica.
Roberto Conte, che continua a proclamarsi innocente, da poco ha terminato il periodo di sospensione e potrebbe tornare in consiglio regionale.
Conte appoggia una formazione che sostiene Gianni Lettieri ‘Lista insieme per Napoli’, animata da quattro consiglieri comunali passati nell’ultimo periodo di consiliatura da sinistra a destra in vista delle amministrative.

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“NON RINCHIUDERTI PARTITO NELLE TUE STANZE, RESTA AMICO DEI RAGAZZI DI STRADA”

Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile

EFFETTO PENNACCHI IN PUGLIA, A NARDO’ NASCE IL “POLO NERETINO” CONTRO LE CRICCHE DEGLI AFFARISTI E PER IL BENE DELLA CITTA’…I GIOVANI DI DESTRA DI “PIAZZA PULITA PER NARDO”, IDV E PD INSIEME CONTRO I VECCHI SCHEMI…AUTONOMIA, LEGALITA’ E PASSIONE A FIANCO DEL POPOLO

Un polo trasversale per il bene della città  e contro cricche ed affaristi.
Anche in Salento, a Nardò, alle prossime amministrative si assisterà  ad una sperimentazione, con una coalizione chiamata Polo Neretino, al cui interno vi è una lista civica Piazza pulita per Nardò (composta da elementi di Azione Giovani) accanto a Pd e Ivd: uniti per le esigenze del territorio ed oltre vecchi schemi.
Nella lista è presente Azione Giovani, movimento giovanile eretico, ribelle, “orfano di padre politico”.
Che ha deciso di abbandonare i riferimenti locali di An prima e di Pdl poi, per fare “la nostra politica, rigorosamente autofinanziata e libera”.
Un movimento che negli ultimi anni ha portato avanti numerose battaglie.
Come l’aver sostenuto Le radici ca tieni del gruppo reggae salentino Sud Sound System ad Atreju, festa nazionale di Azione Giovani; per aver ideato manifesti di un noto calciatore di colore con addosso la maglia della nazionale, accompagnandolo con lo slogan “un movimento per chi ha l’Italia nel cuore!”.
Senza dimenticare il viso di Giovanni Falcone ripreso come icona Pop in contraltare al murales ritraente Matteo Messina Denaro; e l’immagine di Paolo Borsellino in versione Che, così come spesso appare su bandiere e magliette.
E poi Peppino Impastato, icona dell’antimafia di sinistra, raffigurato in un manifesto, con sotto la celebre massima del poeta cubofuturista russo, Vladimir Majakovsij: “Non rinchiuderti partito nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada”.
Un cammino verso le elezioni amministrative caratterizzato dalla profonda indipendenza, rivendica Pippi Mellone, ma anche dall’autonomia, dalla legalità  e della passione.
Un nome, Polo Neretino, che significa più di una semplice sigla elettorale, perchè intende racchiudere in un unico concetto i valori di aggregazione e trasversalità  come dimostrato dal fatto che ne fanno parte neritini di centro, di centro-sinistra e di centro-destra, comprese componenti provenienti da Azione Giovani.
Un progetto che si caratterizza per una forte discontinuità  rispetto ad esperienze passate, con in lista gli stessi individui che in passato, ad esempio, avevano chiesto maggiore trasparenza sul bilancio ed una diversa gestione della macchina amministrativa e dirigenziale.
Sono stati proprio questi temi a rappresentare la prima occasione di incontro tra la coalizione delle civiche ed il Pd.

(da “Il Futurista”)

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IL MINISTRO ROMANO RESTA INDAGATO PER MAFIA, ALTRO CHE “NESSUNA INCHIESTA IN CORSO”

Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile

E’ INQUISITO A PALERMO PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA E IL GIP HA ORDINATO L’ACQUISIZIONE DI NUOVE CARTE…IN UN’ALTRA INDAGINE IN CORSO, SAVERIO ROMANO E’ INVECE INDAGATO PER CORRUZIONE AGGRAVATA

La richiesta di archiviazione della Procura per il ministro Saverio Romano, indagato di concorso esterno in associazione mafiosa, non convince il gip Giuliano Castiglia.
Ieri mattina, il giudice avrebbe dovuto decidere, dopo aver sentito avvocati e pubblici ministeri.
Invece, non ha aperto neanche la discussione, e ha chiesto al pm Nino Di Matteo di inviargli nuove carte: sono quelle dell’indagine su mafia e politica che ha portato in carcere l’ex governatore Totò Cuffaro.
Era il 2000 quando il Ros piazzò una cimice nel salotto del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro: fra i più assidui frequentatori c’era uno dei delfini di Cuffaro, l’ex assessore Mimmo Miceli, anche lui oggi condannato.
In un’intercettazione, Miceli si dava da fare per organizzare un incontro fra Guttadauro e Romano.
Ma l’incontro, poi, non sarebbe avvenuto.
In Procura si fa notare che gli atti dell’inchiesta Guttadauro su Romano erano già  stati inviati.
Il gip vuole invece vedere tutto il fascicolo su mafia e politica.
Ha già  fissato udienza per il 9 giugno.
Intanto, la Procura sta preparando un’altra richiesta per Romano: riguarda l’indagine che lo vede indagato per corruzione aggravata.
I pm chiederanno alla Camera l’utilizzazione di alcune intercettazioni, risalenti al 2004, in cui l’allora deputato Romano parlava con l’avvocato Gianni Lapis, prestanome dei Ciancimino nel business della metanizzazione.
Fra gli argomenti trattati, anche la preparazione del testo della legge 350, che ha previsto per le aziende del gas un abbattimento dell’Iva.

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CLAN DEI CASALESI, SOTTO SEQUESTRO L’AZIENDA PADOVANA CHE TANTO PIACEVA A URSO

Aprile 8th, 2011 Riccardo Fucile

PER MOLTO TEMPO IL MODELLO DELLA TPA ERA STATO ESPORTATO ALL’ESTERO COME ESEMPIO DI SVILUPPO IN TEMA DI RIFIUTI…URSO L’AVEVA VOLUTA PRESENTE IN TRE MISSIONI ESTERE…ORA E’ ACCUSATA DALLA PROCURA ANTIMAFIA DI RICICLAGGIO DI DENARO SPORCO

E’ stata una tra le aziende portate sempre in palmo di mano dal finiano Adolfo Urso, quando questi era vice ministro al commercio estero del IV governo Berlusconi.
La Tpa Srl di Santa Giustina in Colle, della stessa provincia di Urso, ovvero Padova, rappresentava allora un vanto per l’industria del rifiuto italiano.
Tanto da accompagnare il rappresentante del Governo in almeno tre missioni estere: Cile, Turchia ed Emirati Arabi, come esempio di modello di sviluppo e di fantasia imprenditoriale all’italiana.
Oggi quell’azienda è sospettata di un reato molto grave: aver riciclato i soldi della camorra, ottenendo con quelli la possibilità  di spiccare il volo e di scalare posizioni nel mercato estero e nazionale.
Gli agenti del centro operativo di Napoli con i colleghi della distrettuale antimafia di Padova hanno effettuato infatti un sequestro di beni nel capoluogo patavino ai danni di Franco Caccaro, 49 anni, padovano, presidente di Tpa — Tecnologia per l’ambiente srl.
Il provvedimento è stato spiccato dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ed è partito da un avvocato, Cipriano Chianese, 57 anni, del casertano, al quale la magistratura ha bloccato ben 13 milioni di euro in capitali investiti.
Soldi che il professionista, titolare di imprese attive nello smaltimento dei rifiuti ed attualmente a giudizio con l’accusa di associazione mafiosa, avrebbe ricevuto dal clan un tempo retto da Francesco Schiavone detto “Sandokan”.
Secondo l’accusa Chianese era la vera figura che al nord Italia stava dietro una serie di beni e società  formalmente intestate a Franco Caccaro.
Come la Tpa, azienda leader nel settore delle macchine per la triturazione dei rifiuti ma che improvvisamente, senza una reale ragione economica, attorno al 2005 ha sviluppato di molto la sua attività .
Non per propri meriti, dicono i magistrati, ma per l’ingresso di ingenti capitali sporchi.
Tra cui i tre milioni di euro che secondo i pm napoletani arriverebbero da due assegni intestati alla Resit, la storica azienda di Chianese, che Caccaro ha giustificato come crediti personali, dovuti a lui stesso.
L’accusa, però, sostiene che di quella somma vantata l’imprenditore padovano non abbia le prove.
E così il calcio giocato su fondo artificiale può aver involontariamente aiutato la camorra.
La Tpa di Caccaro, infatti, è titolare di un brevetto per la triturazione delle gomme per auto, per il conseguente reimpiego dei granuli così ottenuti sul fondo dove vanno installati i fili d’erba in plastica.
Dopo l’ok della Fifa ai campi sintetici quello divenne uno dei business del futuro.
E fu anche sulla scorta di progetti innovativi come questo, che l’allora vice-ministro Urso — naturalmente estraneo alla vicenda di oggi — portò con sè nel 2004 la Tpa in una missione in Turchia.
Paese nel quale oggi l’azienda protagonista del provvedimento giudiziario, ha una propria sede operativa.
Come pure in Francia, Brasile, in Australia e negli Stati Uniti, dove può vantare un ufficio in Wall Street, la strada della finanza a New York.
A Caccaro è stato inoltre sequestrato un grande capannone industriale situato a Santa Giustina in Colle, nel padovano, sempre intestato alla Tpa.
La società  di Caccaro ha oltre 200 dipendenti e sedi operative a New York,   in Turchia, Australia, Francia e Brasile.
In base alle dichiarazioni di diversi pentiti era già  emerso che Chianese stesse cercando di creare società  operanti nel settore dei rifiuti nel nord dell’Italia.
La posizione dell’imprenditore padovano s’è aggravata perchè non sia riuscito a giustificare il flusso di denaro che gli ha consentito l’estromissione dei vecchi soci dalle sue società  e alcuni aumenti di capitale, proprio per importi equivalenti a quelli forniti con gli assegni di Chianese.
Rimane qust’ultimo il vero collegamento con la camorra, che già  nel 1993 e nel 2007 aveva ricevuto due ordinanze di custodia cautelare per vicende connesse al traffico dei rifiuti e per la presunta appartenenza al clan di Francesco Schiavone.
Fu la sua figura del riciclatore di rifiuti senza scrupoli a ispirare uno dei personaggi del film “Gomorra”.
La Resit Srl di Chianese, infatti, portò in Campania scarti tossici ed industriali da mezzo settentrione.
È probabile anche dal Veneto, dove si scopre era in affari con Caccaro.
Fu proprio quest’ultimo a fare un’offerta all’amministratore giudiziario dei beni di Chianese — sotto sequestro e poi confiscati a causa delle sue vicende giudiziarie — per l’acquisto di due Ferrari: una 360 spider e una “Enzo Ferrari”, dal valore di un milione di euro circa.
Ma anche dietro questa transizione c’era l’inghippo.
Secondo gli inquirenti il tentativo di acquisto delle due fuoriserie aveva lo scopo di farle riavere a Chianese.

(da “Il   Fatto Quotidiano“)

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