Giugno 2nd, 2015 Riccardo Fucile
RISPETTO ALLE EUROPEE LA MORETTI FA PERDERE 600.000 VOTI SU 900.000, CON LA PAITA E LA MARINI SE NE VA IL 505 DELL’ELETTORATO… VINCONO I NON RENZIANI ROSSI, EMILIANO E CERISCIOLI
Hanno perso tutti.
Il Pd che festeggia il 5-2 e dà la colpa della Liguria a Pastorino. Finchè si parla di vittoria, può anche avere ragione. Ma i democratici fanno finta di non notare che in termini assoluti, nelle sette regioni, lasciano sul campo tra un milione e mezzo e due milioni di voti rispetto alle elezioni Europee.
Perchè la forbice? Perchè alle Europee il Pd corre da solo, alle Regionali si presentano spesso liste civiche a supporto dei candidati presidente che però sono animate da pezzi del partito. Secondo l’istituto Cattaneo il Partito democratico ha perso 2 milioni e 143mila voti.
Se ci aggiungiamo le preferenze raccolte da liste come “Emiliano sindaco di Puglia” o “De Luca presidente” si scende a un milione e 632mila voti di differenza tra la performance del 41 per cento di un anno fa e quella del 5-2 delle Regionali.
Tanto per capirsi: il Pd che aveva “non vinto” alle Politiche del 2013, quello di Bersani, aveva preso nelle stesse Regioni un milione di voti in più.
E a registrare che il “nuovo” Pd ha scalato di una marcia sono tutti i giornali con Stefano Folli (Repubblica) che fotografa che il 40 per cento non esiste più e Aldo Cazzullo (Corriere) che conferma che “l’uno contro tutti non funziona”.
Eppure per Renzi il “voto è molto positivo“.
La dispersione eventuale di voti tra la lista del Pd e le altre collegate ai presidenti è la prima avvertenza di un raffronto di questo tipo.
Ci sono altri due fattori che mettono Europee e Regionali su piani diversi.
Il primo: l’affluenza che nel 2014 in quelle regioni fu del 61 per cento e ora è stata del 52; tuttavia anche l’affluenza può essere letto come un “giudizio” dell’elettore.
Il secondo: il contesto politico, perchè un anno fa c’era il richiamo di un appuntamento “nazionale”, per giunta con l’esordio di Renzi fresco presidente del Consiglio e l’onda lunga dell’entusiasmo grillino.
Paita, la più renziana delle sconfitte
Ma per il Pd il punto è anche un altro: il calo non è tutto omogeneo da nord a sud ed è l’altra cosa che Renzi segretario non potrà nascondere nell’ultimo cassetto: in Puglia Michele Emiliano ha perso pochissimo (circa 15mila voti), in Toscana e nelle Marche Enrico Rossi e Luca Ceriscioli hanno stravinto.
Mentre il tracollo è stato in Veneto, con Alessandra Moretti, e in Liguria con la Paita che ha perso metà dei voti (160mila voti) mentre Pastorino a cui tutti danno la colpa non ne ha presi più di 36mila.
Ne viene che i candidati davvero forti potranno anche subire l’influenza della politica nazionale ma resistono (e vincono) anche in caso di “emergenza” e di colpi di scena, come può essere la prestazione del Carroccio.
Non solo: sembrano aver retto all’urto i candidati “non renziani”, mentre l’icona del fiatone del Pd è proprio la Paita, la più renziana nelle dinamiche e nei modi di fare politica, con quegli occhiolini a destra che Rossi o Emiliano non si sono mai sognati di fare.
Renzi rischia di ritrovarsi una pagella insufficiente se a questo si aggiunge la frittata della Campania, dove ha sostenuto un candidato presidente che ora da presidente del Consiglio dovrebbe sospendere. E se non lo sospende si alzerà il grido allo scandalo sul Pd che favorisce il suo candidato. Un bivio quasi cieco, nonostante il leader democratico sia di solito abituato a sorprendere.
Emiliano l’invincibile
L’unico che non perde voti rispetto a un anno fa è Emiliano. Non ne perde il Pd in termini percentuali (33,5 nel 2014 contro 32 tra Pd e liste collegate), non ne perde in termini assoluti (differenza di 16mila voti in meno) e l’effetto è che anche l’affluenza è identica (51 per cento). Per giunta lo stesso ex sindaco di Bari ha vinto disperdendo gli avversari in una Regione gestita finora da Nichi Vendola, circostanza che alla vigilia veniva descritta come un handicap per la corsa del nuovo governatore.
Sostenitore del dialogo con i Cinque Stelle (per convinzione o per strategia, quello è un altro conto), Emiliano si è sempre mosso in modo molto “autonomo” rispetto ai vertici del partito. Con il renzismo c’entra poco. Tanto che Renzi a fare campagna elettorale in Puglia non è mai andato.
Il comunista democratico e l’ex sindaco
E hanno fatto il vuoto anche Rossi in Toscana e Ceriscioli nelle Marche.
Il primo ha saltato le primarie su indicazione della dirigenza del Pd: si definisce comunista democratico, da sindaco di Pontedera vent’anni fa bloccò il trasferimento della Piaggio, si fa le foto con i rom, manifesta davanti alle fabbriche con gli operai contro i gruppi industriali che si trasferiscono all’estero, si incazza e risponde stizzito e a muso brutto a chi lo contesta per strada, ha sempre in bocca l’antifascismo (cosa c’entra con Renzi?).
Il Pd in Toscana ha perso 400mila voti in un anno, un milione contro circa 600mila e rotti, ma l’avversario più vicino è rimasto a 28 punti di distanza, rendendo quasi ininfluenti Cinque Stelle, centrodestra vario (nonostante le urne rigonfie di voti alla Lega) e sinistra alternativa.
Marche, Ceriscioli “l’incandidabile” (per Lotti)
Ceriscioli, invece, ex sindaco di Pesaro, con Renzi ha avuto un lungo duello a distanza perchè il Partito democratico non voleva farlo correre alle primarie per la segreteria regionale: lo statuto prevedeva che chi fa il sindaco non può partecipare.
“Ma come — disse Ceriscioli — Renzi da sindaco di Firenze ha fatto le primarie nazionali e io non posso fare quelle regionali?”.
Renzi evitò di occuparsi del caso, Ceriscioli disse che il silenzio del capo era “agghiacciante” e serviva a favorire le correnti di Fassino e Franceschini.
Il fedele Lotti gli chiuse la porta in faccia: “E’ incandidabile”. Il Pd nelle Marche, a questo giro, doveva fare i conti con la questione del lavoro con il boomerang Whirlpool e gli scandali sui rimborsi.
Per giunta il presidente uscente Gian Mario Spacca con disinvoltura è passato dal centrosinistra al centrodestra (con effetti zero, ma vabbè). Eppure ai democratici sono rimasti 212mila voti (contro i 361mila del 2014, meno 6%).
Umbria, Catiuscia Marini: il renzismo non basta
E’ un dato di fatto che invece abbiano sofferto i candidati ritenuti più vicini al capo del governo, che siano della prima o della ultima ora. In Umbria la presidente uscente Catiuscia Marini, “giovane turca” (area Orfini) ed ex bersaniana, ha vissuto un paio d’ore bruttarelle quando exit poll e proiezioni davano il suo rivale Claudio Ricci in testa, anche se di poco.
Il precedente di Perugia persa dopo 70 anni di sinistra era lì dietro l’angolo, ma alla fine la paura è stata a fatica scacciata.
La Marini ha dato il merito della corsa di Ricci alla Lega Nord, in realtà il Pd ha fatto fuori in un anno quasi la metà del proprio bacino elettorale: 228mila nel 2014 contro 125mila di domenica. Se la percentuale è rimasta identica (intorno al 36 per cento), c’è l’affluenza che è crollata dal 70 al 55 (calo tra i più vistosi) e in questo caso non si può dare la colpa alla tentazione di andare al mare.
Il buco nero del Veneto
Poi c’è la voragine del Veneto: alle Europee aveva fatto notizia il 37,5 per cento del Pd nei territori delle piccole imprese, delle partite Iva, delle villette e della paura di furti e rapine.
Erano quasi 900mila voti, allora, che sono diventati solo 390mila, meno di quelli che prese Bersani nel 2013. Una bella botta di sfiducia che potrebbe trascinare giù anche Casson — un altro che con Renzi può vantare solo un rapporto professionale — nel ballottaggio di Venezia.
L’impresentabile e i 300mila voti in meno
La Campania fa un po’ storia a sè perchè lì — come scriveva alcuni giorni fa il Financial Times — comanda più De Luca che Renzi quindi non si capisce chi è sostenitore di chi.
La cronaca degli ultimi mesi, tuttavia, racconta di Renzi e Guerini che hanno dato il via libera a De Luca decine di volte, a partire dalle primarie.
E che ora il Pd ha perso oltre 300mila voti, nonostante la vittoria finale: da 832mila a 543mila, dal 36% al 24, con l’affluenza stabile al 51 per cento. Un successo che potrebbe diventare solo un pensiero in più per il presidente del Consiglio che ora deve sbrogliare il gomitolo della legge Severino.
Tutti per la Paita, anzi no
Infine la Liguria, la sconfitta più bruciante. L’affluenza è scesa dal 60 al 50 per cento. I voti democratici sono stati falciati da 323mila a 163mila e la sinistra che “se n’è andata col pallone in mano” non c’entra niente.
La Paita è stata sostenuta da tutto il partito, a Genova sono passati Renzi, Delrio, la Boschi, la Madia e la Pinotti e — visto che la situazione era molto complicata — perfino Speranza e Bersani. Ma non è bastato.
E infatti Rossi il berlingueriano ora, certo, dice che “non ha senso stare fuori dal partito con avventure minoritarie e velleitarie”, ma avverte i vertici del partito che dopo i risultati di domenica “di qualcosa si dovrà parlare”. Altro che “va tutto bene”.
Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 2nd, 2015 Riccardo Fucile
FASSINA. “IL POPOLO PD NON SI RICONOSCE NELLA LINEA DEL PREMIER”… PUPPATO: “IN VENETO UNA CLASSE DIRIGENTE DA MANDARE A CASA”
Stefano Fassina, uno tra i leader più in vista della minoranza interna, è il primo a caricare a
testa bassa: «Il messaggio è chiaro, il popolo del Partito democratico non si riconosce nella svolta liberista e plebiscitaria» di Matteo Renzi.
Il primo, ma non il solo. «Abbiamo giocato senza avversari tirando più di un rigore a porta vuota e mancando clamorosamente il bersaglio», rincara con una metafora calcistica contro la linea del presidente del Consiglio il bersaniano Alfredo D’Attorre. Ci va giù dura anche Laura Puppato. In Veneto, dove il Pd è uscito con le ossa rotta dal confronto con la Lega Nord, per la senatrice c’è «una classe dirigente che andrebbe mandata a casa».
FRATELLI COLTELLI
E’ guerra nel Pd. Il giorno dopo le elezioni regionali che hanno visto il partito vincere in cinque Regioni su sette, nei corridoi di Largo del Nazareno si respira un’aria decisamente pesante.
Frutto delle due sconfitte, quella in Liguria, dove Renzi e i suoi non si aspettavano di perdere contro Giovanni Toti, candidato di una Forza Italia ridotta ai minimi termini, e in Veneto, con Alessandra Moretti doppiata da Luca Zaia.
Ma anche dello scenario senza precedenti che si è aperto in Campania, dove, oltre ad aver ufficialmente disconosciuto il suo marchio di fabbrica, la Rottamazione, il premier-segretario si ritrova con un Vincenzo De Luca che ha battuto il presidente uscente Stefano Caldoro ma ora rischia di non poter governare per effetto della legge Severino.
Ecco perchè, visti anche gli importanti risultati raggiunti dal Movimento 5 Stelle e dal Carroccio, c’è chi, come il bersaniano Miguel Gotor, punta il dito contro l’operato del presidente del Consiglio.
Scatenando ovviamente una reazione dura. «Qui serve un’analisi della non sconfitta, chi parla di una vittoria è affetto quantomeno da miopia: non solo Renzi non è riuscito ad arginare le cosiddette forze “antisistema” ma, al contrario, ha fatto da concimatore consentendo loro di germogliare meglio», dice Gotor a ilfattoquotidiano.it.
Una posizione, quella del senatore dem, cui fa eco la domanda posta da un altro esponente di fede bersaniana, Davide Zoggia: «Cosa accadrebbe domani se si andasse a votare con l’Italicum così com’è stato approvato?».
Riflessioni che aprono scenari incerti soprattutto in vista della ripresa della discussione sulle riforme avviate dal presidente del Consiglio. In primis scuola e Senato.
VOTI A PERDERE
Fra riflessioni e accuse di «sabotaggio» da parte di una «sinistra irresponsabile» (alias Giuseppe Civati), dal quartier generale renziano Ernesto Carbone respinge però l’idea di qualsiasi ipotesi di rimescolamento delle carte.
«Onestamente non capisco cosa debba cambiare adesso, casomai dobbiamo accelerare sulle riforme che in agenda — afferma il responsabile Pubblica amministrazione della segreteria del Pd — Ricordiamo che nel 2010 il Partito democratico governava in sei Regioni mentre altre sei erano sotto il controllo del centrodestra. Ne abbiamo riconquistate quattro. Possiamo dire qualsiasi cosa ma i numeri sono incontestabili». Ma non è solo una questione di cifre.
«C’è un “no” al Pd di Renzi e senza radicali correzioni ai provvedimenti in discussione la situazione non migliorerà : il messaggio arrivato delle urne è molto chiaro», dice infatti Fassina.
Il test decisivo resta la riforma della scuola, già approvata a Montecitorio e ora all’esame di Palazzo Madama: «È da lì che devono arrivare le risposte, non nelle dichiarazioni post elezioni».
Altrimenti, ha già fatto sapere l’ex viceministro dell’Economia, «lascerò il Pd».
E non è il solo a suonare l’allarme. «In questa tornata elettorale il Partito democratico ha avuto condizioni favorevoli che non ci sono mai state in passato e non ci saranno mai più in futuro», aggiunge D’Attorre: «In tutte e 7 le Regioni, rispetto al 2010, perdiamo voti in termini assoluti, un fatto che, sulle materie fondamentali come scuola ed economia, dovrebbe spingerci ad interpellare iscritti ed elettori. Su questi temi non sono accettabili dei semplici diktat».
TUTTI CONTRO TUTTI
Ma al Nazareno le porte del dialogo sono tutt’altro che aperte.
«Abbiamo già depositato emendamenti che migliorano il provvedimento, quindi, per quanto riguarda la riforma della scuola, non c’è alcun cambiamento radicale da fare», ribatte Francesca Puglisi, responsabile Scuola, università e ricerca della segreteria dem.
Secondo la quale «la sconfitta in Liguria è stata solo colpa di una parte di sinistra dura e pura che ha deciso di tirare la volata alla destra».
Stessa musica da Giuditta Pini, ex bersaniana di ferro ora passata nelle fila renziane. Anche se ammette che «serve una discussione per rinvigorire il partito sui territori», la deputata dem non sembra abbassare le armi di fronte alle accuse della minoranza: «Avevamo dei problemi nelle elezioni locali già nel 2014, quando alle Comunali siamo andati male rispetto alle Europee».
Da qui l’invito a stringere le maglie del partito nel confronto con i “ribelli”: «Bisogna decidere come stare insieme, mi riferisco a chi sta nel Pd e annuncia di votare per il candidato di un altro schieramento».
Nemmeno troppo velato il riferimento a Fassina, che alla vigilia delle elezioni ha affermato che, se fosse stato chiamato a votare in Liguria, avrebbe scelto Luca Pastorino, il candidato di Giuseppe Civati, e non Raffaella Paita.
BOCCA A BOCCA
Ma non è tutto, ci sono anche altri fronti polemici sul tappeto. Perchè, aggiunge Miguel Gotor, grazie al patto del Nazareno il premier-segretario «ha fatto la respirazione bocca-a-bocca a Berlusconi» e «il tentativo di rianimarlo è riuscito: la destra c’è. In più, abbiamo un altro dato da considerare, e cioè che il primo partito italiano è ormai Astenemos: il fatto che circa la metà degli aventi diritto non siano andati a votare non è solo disaffezione per la politica, ma insoddisfazione rispetto all’offerta che il Pd ha presentato in quelle Regioni storicamente sue roccaforti, come la Liguria. Comunque, il campanello d’allarme era già suonato in Emilia-Romagna, ma si è preferito fare gli struzzi e non sentirlo».
Quanto alla Campania e alla “vittoria mutilata” di De Luca, «all’origine di tutto — conclude il senatore del Pd — c’è il codice etico del Pd che è stato bypassato: un gravissimo peccato di mancata vigilanza. Era Renzi che, in veste di segretario, avrebbe dovuto far rispettare le regole. Ora per noi si apre una situazione imbarazzante in una Regione nella quale il tema della legalità è centrale».
CLASSE ZERO
Pure in Veneto però si è creato un corto circuito senza precedenti. «Oggi siamo qui a commentare una sconfitta che, seppur attesa, non credevamo si trasformasse in dèbà¢cle», spiega Laura Puppato che, nel novembre scorso, alle primarie per scegliere l’aspirante governatore dem da contrapporre a Luca Zaia, appoggiò la candidatura di Simonetta Rubinato.
Primarie, quelle, che fecero registrare una scarsa partecipazione: appena 40 mila votanti contro i 170 mila che dodici mesi prima si erano ritrovati per scegliere il nuovo segretario nazionale.
Ma che consegnarono comunque la vittoria all’europarlamentare vicentina Alessandra Moretti. Per la Puppato, però, la sconfitta affonda le radici nel pessimo atteggiamento tenuto dalla costola locale del partito.
«Dopo che la Moretti ha vinto le primarie — spiega — molti di quelli che l’avevano appoggiata, guardando i sondaggi e le proiezioni di voto, hanno cominciato a fare un passo indietro. Una singolare forma di schizofrenia che, alla fine, ci è costata molto cara e che la dice lunga sulla qualità della classe dirigente del nuovo partito renziano».
Stefano Iannaccone e Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“IL PD NON HA UNA ORGANIZZAZIONE, RENZI HA LA SUA CULTURA, SI CIRCONDA DI UNA CORTE”
«Cos’è il Pd, oggi? È solo il partito di Renzi. Dietro non c’è nient’altro».
L’analisi di Massimo Cacciari è spietata. Senza sconti, a partire dalla questione settentrionale: «La Lega rappresenta qualcosa di reale, il Pd nulla. È solo una grande corrente d’opinione renziana».
Professore, qualcuno aveva detto: “Sarà un referendum su Renzi”. Se è davvero così, il premier l’ha perso?
«Ma quale referendum su Renzi? Lui ha fatto campagna elettorale solo il minimo indispensabile. Quindi non è stato un referendum su di lui. Le considerazioni da fare sono altre».
Proviamoci. Partendo naturalmente dal Pd, per molti osservatori il grande sconfitto di questo voto regionale.
«Primo dato: dove non c’è Renzi a correre in prima persona, il Pd è un partito allo stato gassoso. Neanche liquido, proprio gassoso. Non ha una struttura organizzata, manca di un radicamento territoriale. Insomma, non ha niente, In Veneto il risultato della Lega è pazzesco. E in Liguria ha vinto Toti… Non un Berlusconi in forma, ma Toti, non so se mi spiego. Una cosa fantascientifica».
Non è impietoso? In fondo il Pd resta il primo partito.
«Il Pd dovrebbe riflettere. Ha raccolto percentuali forse peggiori di quelle di Fassino, Veltroni, Bersani e compagnia».
Cosa ha sbagliato Renzi?
«Non è che Renzi ha sbagliato qualcosa: questa è la sua cultura. Il partito è una corte di fedeli che lui paracaduta una volta in Veneto, un’altra in Liguria. Questo è Renzi».
E non può fare nulla per cambiare?
«O Renzi cambia strategia, oppure auguriamoci che riesca ancora a vincere da solo…».
Ma ha vinto in cinque regioni. Questo non conta?
«Dove vince, vincono ras locali come Emiliano e De Luca, che c’entrano con Renzi come c’entro io con la Mongolia esterna. E d’altra parte perchè stupirsi? Questo modello di partito è nella filosofia di Renzi, corrisponde alla sua concezione dei partiti e dei sindacati. Ecco, chi semina vento raccoglie tempesta».
Eppure per molti i dem rappresentano l’unico partito nazionale. Ancora senza alternative. Condivide?
«Per ragioni storiche Renzi si limita a convogliare su di sè una grande corrente d’opinione pubblica. Ci sono industriali, giornali e persone ragionevoli che dicono: che devo fare, c’è Renzi, chi c… voto altrimenti? Ma è un ragionamento di bassissima real politik».
Almeno nelle Regioni rosse ha vinto.
«Dove vince, vince con il cavallo di Caligola perchè dall’altra parte non c’era nulla. Ma la questione settentrionale riesplode prepotentemente, con la Lega che in Toscana è al 16% e sopra il 10% nelle altre regioni centrali. La prospettiva è drammatica. E i grillini tengono bene, rispetto alle ultime tornate».
Nel suo Veneto la Lega ha raggiunto vette stratosferiche e il Pd è precipitato. Sorpreso?
«Il dato del Veneto è epocale. Strepitoso. Con la somma dei voti della Lega, della lista Zaia e di Tosi, l’area leghista è al 60%. E il Pd, invece? Ricordo che il Pci non era mai andato così male. Anche quando aveva di fronte la grande balena bianca veneta, quella di Rumor, raccoglieva il 15 o 16%. E qualitativamente non c’era paragone, rappresentava settori importanti della classe operaia. Oggi invece c’è solo un generico voto d’opinione che non rappresenta nulla. C’è gente come me che vota Pd solo perchè lo vota da una vita».
Qual è la ricetta vincente del Carroccio?
«La Lega, come partito, ha una vera organizzazione. Ha perfino fatto dimenticare che Zaia era il vice di Galan, superando la catastrofe di quella classe dirigente. E Renzi? Neanche lui ragiona di autonomia e federalismo, temi sollevati e poi subito messi da parte da Bersani, D’Alema, Fassino. E d’altra parte è la vecchia classe dirigente ad aver prodotto Renzi».
Professore, nel Pd sarà scissione? E il governo rischia?
«Guardi, la sinistra non c’è. La lista Tsipras è sparita. Se Pastorino avesse preso il 20%, allora sarebbe stato un altro discorso, con la prospettiva che ipotizzava. Ma così no, cosa vuole che possa succedere? Assolutamente nulla».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DELLE COALIZIONI SOCIALI E IL PARALLELO IMPOSSIBILE… TRA LANDINI, CIVATI, FASSINA E ZINGARETTI
Giocando con le parole si potrebbe dire: in Spagna Podemos, in Italia “podevamos”. Tante
sono le liti della sinistra italiana e i detriti malmostosi di una sconfitta rovinosa, da far pensare che l’occasione sia giaÌ€ passata.
E tante le facce già viste contro la freschezza e la novità del fenomeno spagnolo.
Quel che è più vero, però, è che lo spazio politico che in Spagna ha saputo occupare il partito di Pablo Iglesias, in Italia è presidiato da tempo dal Movimento 5 Stelle.
La pensano cosiÌ€ politologi come Piero Ignazi o Alessandro Campi. E la pensa cosiÌ€, soprattutto, Gianroberto Casaleggio che non ieri ha diramato l’indicazione ai suoi di non commentare il risultato spagnolo.
Il M5S non ha nessuna intenzione di farsi trascinare su questo terreno percheÌ non ha nessuna intenzione di dialogare con le varie parti della sinistra che guardano con ansia a Podemos.
Chi ha chiaro questo aspetto, ad esempio, eÌ€ un osservatore attento come Paolo Flores d’Arcais, tra i promotori iniziali della lista Tsipras, abbandonata proprio per il suo arroccamento nell’angusto spazio dell’ex sinistra radicale.
Il direttore di MicroMega ha fatto ieri il suo appello al voto per le Regionali del 31 maggio contro la “deriva di berlusconismo senza Berlusconi rappresentata dal governo Renzi”.
D’Arcais indica solo due nomi: Felice Casson a Venezia e la candidata M5S, Alice Salvatori, in Liguria, percheÌ “Pastorino eÌ€ totalmente fuori gioco, come Toti del resto, il fotofinish eÌ€ tutto tra Paita e Alice Salvatore”.
Eppure, attorno al risultato di Pastorino si giocano molte delle chance per quella “Podemos all’italiana” a cui guardano in molti.
Un risultato a due cifre, magari attorno al 15%, magari in grado di far perdere Raffaella Paita, significherebbe per Giuseppe Civati, Nichi Vendola, Paolo Ferrero, Stefano Fassina, Sergio Cofferati e altri, trovare spazio anche a livello nazionale.
La strada, però, non è semplice e le divisioni, le sfumature, sono sempre in agguato.
Anche nella stessa Liguria, dove accanto a Pastorino c’eÌ€ l’Altra Liguria di Antonio Bruno, sostenuta da don Paolo Farinella, polemica contro le manovre che hanno portato alla candidatura dell’ex sindaco di Bogliasco.
Pippo Civati, intanto, uscito dal Pd pochi giorni fa, sta cercando di formare un gruppo parlamentare autonomo al Senato senza però dover passare necessariamente per i senatori di Sel che, a Palazzo Madama, conta su sette parlamentari.
Quest’ultima, a sua volta, vuole dimostrare di essere decisiva e cosiÌ€, il gruppo ancora non nasce
Il rischio che anche in questo campo ci si paralizzi per la ricerca della leadership eÌ€ alto. Anche percheÌ i soggetti sono piuÌ€ di due.
Stefano Fassina eÌ€ atteso fra poco come nuovo compagno di strada. La sua uscita dal Pd dopo le Regionali, anzi dopo l’approvazione del ddl sulla scuola, eÌ€ cosa fatta. Insieme a qualche altro parlamentare terraÌ€ un’assemblea nazionale per decidere di mettersi a disposizione di “nuovi percorsi”.
La dote principale che porta con seÌ Fassina non eÌ€ una fetta consistente del Pd — anche se a livello locale le simpatie non mancano —, ma un rapporto privilegiato con la Cgil. Le mosse future dell’economista sono calibrate con Susanna Camusso che ormai guarda con interesse a possibili novitaÌ€ a sinistra del Pd.
C’eÌ€ chi spera anche che nomi come quello del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, sempre piuÌ€ stretto nel partito renziano, possa decidersi a un passo. Zingaretti ha giaÌ€ pronto nome e logo di un’associazione culturale che dovrebbe varare in estate.
Se nel possibile soggetto unitario di una sinistra che guarda a Podemos ci saraÌ€ anche una fetta consistente della lista Tsipras — a partire da Marco Revelli — critiche e diffidenze sono invece arrivate dall’europarlamentare Barbara Spinelli che nell’uscita da quel progetto ha sottolineato anche l’incapacitaÌ€ di parlare con il M5S.
Poi c’eÌ€ la “coalizione sociale” di Maurizio Landini che si pone “fuori dai partiti” ma a cui piace Podemos.
Il debutto del progetto si terraÌ€ a Roma il 6 e7 giugno e il percorso immaginato da Landini guarda soprattutto alla “maggioranza che non vota” e alla capacitaÌ€ di tessere alleanze soprattutto a livello territoriale.
“Basterebbe indicare un perimetro comune”, spiega il responsabile organizzativo di Sel, Massimiliano Smeriglio, “in cui mettere a validazione democratica le varie opzioni”.
Ma non è detto, però, che le varie opzioni vogliano o possano stare nello stesso perimetro.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
DAL PRESUNTO PRESTANOME DEL BOSS AI MOLTI INTERROGATIVI PER I BROGLI ALLE PRIMARIE… DUE INDAGINI PUNTANO AD ALBENGA: “UN QUADRO RACCAPRICCIANTE”
Il destino politico di Raffaella Paita è appeso alla «città delle torri», Albenga, paesone del ponente ligure, terra di campanili, asparagi violetti, immigrati nei campi, infiltrazioni della ‘ndrangheta e intrighi elettorali.
L’ultimo, il più plateale, è stato confezionato per le primarie del Pd che hanno incoronato «Lella» aspirante governatrice della Liguria. Palazzo Oddo, storico edificio tra i caruggi, domenica 11 gennaio 2015: al seggio democratico accorrono spaesati stranieri, imberbi minorenni, timorose vecchine.
Paita trionfa con un bulgaro 84 per cento: 1.320 consensi su 1.578.
Sergio Cofferati, il suo sfidante, lamenta brogli e nefandezze.
A molti sarebbero stati elargiti i due euro necessari per votare. Altri avrebbero avuto un «rimborso » addirittura maggiore. Tanto che i vertici del partito savonese denunciano una delle pagine più nere che la politica ligure ricordi.
Una pagina che la Procura di Savona ha però deciso di non archiviare. Negli ultimi mesi il nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri ha interrogato più di mille votanti.
Un’indagine portata avanti tra reticenze e omertà . Mutuando le parole di uno degli inquirenti: «Il quadro emerso è raccapricciante».
Intere squadre di calcio trascinate al seggio, gruppi di marocchini ricompensati con la colazione al bar, pakistani pagati dieci euro.
E persino appelli su Facebook, in cui viene annunciato il rimborso dell’obolo necessario per indicare la preferenza.
Gli interrogatori proseguiranno nei prossimi giorni. Solo quando saranno completati, Ubaldo Pelosi, il magistrato di Savona che coordina l’inchiesta, deciderà come procedere.
L’articolo 294 del codice penale recita: «Chiunque con violenza, minaccia o inganno, impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico » è punito con una reclusione che va da uno a cinque anni.
Il reato, quindi, si consumerebbe se, alle elezioni, venisse indicato un candidato scelto con criteri fraudolenti.
Due mesi dopo, i democratici locali rimangono coinvolti in un’altra inchiesta del pm Pelosi. Che, seppur indirettamene, si collega ancora una volta a quel contestatissimo voto. Il 6 marzo 2015 viene arrestato Carmelo Gullace, detto «Ninetto».
La Procura di Savona lo accusa di usura, tentata estorsione, estorsione e intestazione fittizia dei beni.
Ma «Ninetto» non sarebbe solo uno spietato cravattaro. La Direzione antimafia (Dia) di Genova lo considera un esponente di spicco della cosca Raso-Gullace-Albanese di Cittanova, nel reggino: sarebbe lui l’uomo che governa la ‘ndrangheta nel nord-ovest d’Italia.
Tra gli indagati dell’inchiesta c’è anche un imprenditore di Albenga: Paolo Cassani. Viene considerato il prestanome del boss, per agevolare il suo giro d’usura. Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip di Savona, Emilio Fois, spiega: «Gullace, essendo stato condannato per reati di criminalità organizzata e già sottoposto a misura di prevenzione, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, attribuiva fittiziamente a Cassani Paolo la disponibilità di denaro e di rapporti giuridici».
Ma Cassani, oltre al paventato ruolo criminale, è anche un fervente supporter di Paita. Addirittura è il responsabile di uno dei comitati nati ad Albenga proprio per promuovere la candidatura dell’ultrarenziana «Lella» alle primarie. Il 6 ottobre 2014 i due vengono pure immortalati insieme. «Albenga: Raffaella Paita incontra tre comitati a suo sostegno» titola Savona News.
Nella foto d’apertura viene ritratta la candidata con i coordinatori dei comitati: tra questi c’è pure Cassani, annota il sito.
Dopo la notizia dell’inchiesta, tutti prendono le distanze da Cassani, che si dimette subito.
La Casa della legalità , la onlus che da anni denunciava Gullace, scrive che l’uomo ha già avuto «una condanna divenuta definitiva» e «un’interdizione all’esercizio di impresa commerciale per anni dieci».
Eppure Cassani ha un ruolo di primo piano alle primarie. Una contingenza che getta su quelle elezioni un’ombra ancora più sinistra.
Vero regista della votazione sarebbe stato però un ras locale dei consensi folgorato sulla via democratica: Roberto Schneck.
Della sua conversione, finalizzata alla candidatura in una lista pro Paita, i giornali locali cominciano a scrivere già nell’autunno 2014.
Nel mentre, il politico albenganese avrebbe cominciato a organizzare il voto per le primarie.
Gli investigatori hanno ricostruito pure le riunioni con i suoi «galoppini», tra cui alcuni consiglieri comunali. Sarebbero stati loro a raccogliere le ricevute consegnate nei seggi agli elettori: una colletta necessaria per contare poi le preferenze ottenute.
Paita, nonostante il fragore delle polemiche, non ha mai commentato il voto di Albenga.
In molti si aspettavano almeno un’implicita stigmatizzazione, con l’esclusione di Schneck dalle regionali. Che invece corre per «Liguria cambia», lista civica che appoggia Paita.
La candidata renziana, in compenso, ha annunciato che la nascitura Commissione regionale alla legalità avrà sede ad Albenga: «Il posto giusto da dove ripartire con risposte forti e nette».
Le promesse però non dissimulano gli intoppi. Paita è già indagata per concorso in disastro e omicidio colposo per l’alluvione di Genova del 9 ottobre 2014.
E adesso l’inchiesta sulle primarie di Albenga mette sotto accusa anche il suo sistema di potere.
Lella, come annunciano i manifesti elettorali, «va veloce ».
Ma sul suo orizzonte si addensano le nubi più fosche.
Antonio Rossitto
(da “Panorama“)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
ADRIANA LODI, DA ASSESSORE DI BOLOGNA FU LA PRIMA AD ANDARE IN SVEZIA A STUDIARE QUEL MODELLO DI WELFARE: “NON POSSIAMO AVERE UNA SCUOLA DIVISA PER CLASSI”
“Quest’anno non ho rinnovato la tessera del Pd, e tutto mi fa dubitare che lo farò in futuro. Io
non mi ci ritrovo più, non è più il mio partito. Ma dopo aver lavorato per 60 anni come una matta, faccio molta fatica a non essere iscritta a nessun partito, lo sono da quando avevo 15 anni. Per questo mi trovo a disagio a dire: non mi iscrivo più. Non l’ho ancora detto del tutto, diciamo che ci sto pensando ma è l’ultimo dei miei pensieri”.
L’addio di Adriana Lodi è di quelli ad alto valore simbolico.
Assessore al Comune di Bologna dal 1964 col sindaco Giuseppe Dozza, Lodi aprì i primi asili nido a Bologna nella giunta di Guido Fanti.
In Italia strutture simili ancora non esistevano, ma lei andò in Svezia a studiare quel modello di welfare, insieme a un rappresentante della minoranza.
Così nel 1969 si apre sotto le Due Torri il primo nido, il Patini, alla Bolognina. In città tutti la ricordano per quell’esperienza, ma la sua carriera non si è fermata lì: entrata in parlamento nel 1969 ci è rimasta per 23 anni. La prima tessera al Pci la fece nel 1948.
Di Adriana Lodi passò alla storia la fotografia in Comune insieme alla prima cosmonauta, e la sua militanza in quella “stagione del fare” rimasta nei ricordi di tanti bolognesi, oltre che sui libri di storia.
Ma dopo tante battaglie, a 82 anni, Adriana lascia il partito che ha sempre seguito, attraverso tutte le trasformazioni. “Seguo i lavori parlamentari e mi viene la rabbia – racconta dalla sua casa, casualmente proprio in via Dozza – non mi trovo d’accordo quasi con niente e mi sembra strano perchè la mia vita è stata tutta dedicata al’impegno e alla politica. Io ci ho messo la vita, ho sacrificato tutto quello che potevo, ora basta”.
La decisione della “mamma” degli asili nido è il frutto di tante delusioni, anche quelle nate dall’ultimo dibattito sulla scuola, ma parte dalla politica locale.
“Parto proprio dal livello locale, perchè credo che non siamo mai caduti così in basso- dice l’ex assessore – ma anche nella riforma della scuola io faccio fatica in generale a capire certe prese di posizione, sinceramente sarei stata anche più ardita”.
Ma il “cambiamento necessario” non può prescindere dal “caposaldo” che Lodi rivendica: “La difesa senza se e senza ma della scuola pubblica”.
“Se vogliamo avere un Paese moderno non possiamo avere una scuola divisa per classi – spiega – non mi convincono con il sostegno alle scuole private. Anche Francesca Puglisi, che è bolognese, per me fa discorsi insostenibili. La scuola pubblica, statale e comunale, è quella di tutti. La più importante e la più democratica”.
Eleonora Capelli
(da “La Repubblica”)
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Maggio 21st, 2015 Riccardo Fucile
“UN CANDIDATO SBAGLIATO E IMPOSTO CON LA FORZA, PRIMARIE SCORRETTE E SPACCATURA A SINISTRA”
Nato a Savona ma trapiantato a Roma, Carlo Freccero continua a portarsi la Liguria nel cuore
(“anche se ormai ci vado sempre meno”).
E adesso guarda alle elezioni della sua terra “con grande interesse e un pizzico di speranza: è un test importante per capire se in Italia può aprirsi una fase nuova”.
Freccero, davvero la Liguria può essere laboratorio politico per il Paese?
Siamo piccoli noi liguri, non contiamo nulla (ride, nda). Scherzi a parte, sulle Regionali pesano tanti fattori particolari. Si vince da soli, contano le persone. Eppure può essere un simbolo di quello che accade nel Paese.
In che senso?
La Liguria rappresenta l’arroganza di questo Partito Democratico: un candidato sbagliato e imposto con la forza, le primarie scorrette e poco trasparenti, la frattura a sinistra. E la gente che è stufa.
Raffaella Paita non le piace proprio…
La Paita è centro, nessuno la percepisce come sinistra. È la candidatura ideale del Patto del Nazareno, la dimostrazione vivente che l’asse Renzi-Berlusconi esiste eccome.
E Toti?
Una versione sbiadita della Paita. Si è differenziato un minimo quando la Lega ha deciso di appoggiarlo. Anche questo può valere a livello nazionale: oggi il centrodestra ha un’identità solo con Salvini.
In Liguria però ci sono altri due candidati forti
Appunto, è questa la grande novità politica: un Movimento 5 Stelle forte e Pastorino. La gente in un primo momento pensava di non andare a votare, poi ha capito che ci può essere un’alternativa. Magari insieme…
Un’alleanza Pastorino-M5S?
Me lo auguro. I 5 stelle devono capire che a destra con Salvini non hanno più spazio: se si aprissero a sinistra, invece, potrebbe davvero nascere qualcosa di nuovo. Mi piacerebbe molto ad esempio vederli governare insieme in Giunta.
Perchè questo accada c’è bisogno che la Paita perda. Possibile?
È difficile, ma più passa il tempo più il fronte anti-Paita si rafforza. Ed è un fronte anti-Renzi. Non vedo grandi distanze, è tutto in bilico.
Se il Pd uscisse sconfitto in Liguria potrebbero esserci delle ripercussioni sul governo
Non so, probabilmente ci vorrebbe un tracollo più esteso, anche in Veneto e Campania. Di certo sarebbe un messaggio chiaro: “Renzi, abbassa la cresta”.
Lorenzo Vendemiale
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Maggio 16th, 2015 Riccardo Fucile
IN LIGURIA NON SFONDA A DESTRA E PERDE VOTI A SINISTRA
C’è un motivo se Matteo Renzi e Silvio Berlusconi hanno tarato le rispettive agende elettorali sulla Liguria.
Col premier che si prepara a tornare almeno un paio di volte per dare un sostegno alla Paita. E il Cavaliere che ha deciso di dedicare a Giovanni Toti il suo rush finale.
E per questo la prossima settimana sarà a Napoli, ma poi volerà a Genova nei giorni a ridosso del voto.
E il motivo è che la Liguria è qualcosa di più di una elezione regionale: è la battaglia campale sul Partito della Nazione, dove si combatte una partita tutta nazionale.
Perchè è lì che si potrebbe verificare uno scenario da incubo per il premier: il Partito della Nazione che non sfonda a destra e perde pezzi rilevanti alla sua sinistra.
È più di una previsione “gufesca”. I segnali in tal senso sono già molto intensi.
E allora, occorre partire dall’inizio per capire ciò che sta succedendo in Liguria.
Da quando cioè si svolgono le primarie del Pd.
Sulla carta, allora, è una di quelle regioni dove il Pd vince facile. Nel corso delle primarie si verifica il primo sisma che porta alla denuncia di Sergio Cofferati sul “voto inquinato” e alla sua uscita dal partito.
Nelle urne delle primarie nasce il partito della Nazione in Liguria, con pezzi rilevanti di centrodestra che vanno a votare in blocco per la Paita.
Nelle cinque pagine con cui la commissione dei garanti ha spiegato l’annullamento del voto delle primarie liguri in 13 seggi si trovano parecchi casi di pezzi di destra che corrono con la candidato del Pd. Per dirne uno: nel seggio di Santo Stefano al Mare (Imperia) una scrutatrice lamenta “la presenza di un assessore di Pompeiana che chiedeva, recandosi più volte presso il seggio, l’elenco dei votanti per verificare”.
E, guarda caso, il sindaco di Pompeiana Rinaldo Boeri aveva firmato nel 2012 un documento a sostegno di Scajola.
Nel seggio di Moconesi (Tigullio), per dirne un’altro, è a verbale “un pressante controllo del voto e l’interferenza di persone estranee al seggio, appartenenti a liste contrapposte al centrosinistra”, che in un caso, “hanno espresso frasi volgari rimanendo a controllare e minacciando e intralciando la libera espressione del voto”. E ancora: a Lavagna (Tigullio), scrivono i garanti, “risultano gravi segnalazioni di due elettrici, e in particolare di una, che parla di euro versati a lei prima dell’ingresso nel seggio ai fini del voto”.
Altro caso, a Savona, Albisola Superiore – il sindaco è Franco Orsi, ex senatore Pdl – dove sono stati segnalati al voto “9 soggetti dichiaratamente di centrodestra di cui risultano a verbale i nomi così come risulta a verbale che un’elettrice votando ha dichiarato di essere per il centrodestra”.
Nel seggio di Deiva Marina (La Spezia) esponenti di centrodestra davano indicazioni esplicite di voto. E questi sono solo i casi più eclatanti.
Ma le primarie sono solo un episodio del movimento che porta rilevanti pezzi del centrodestra nell’orbita del Pd e della Paita, che appaiono come i vincitori annunciati. Anche nelle settimane successive si verifica una profonda mutazione genetica, dal Pd al Partito della Nazione.
Pierluigi Vinai, ad esempio, ex presidente della fondazione Carige, era l’uomo del potere di Scajola a Genova e dei rapporti col cardinal Bagnasco.
Ora ha costituito una fondazione, Open Liguria, e sta con la Paita, mentre a Roma ha ottimi rapporti con Graziano Delrio.
Ma non è l’unico.
L’aiuto più importante è arrivato da Enrico Musso, ex senatore del Pdl vicino a Scajola, che corre da governatore con una lista civica. Molto forte a Genova, sottrae importanti consensi a Toti.
Al Partito della Nazione arriva pure la benedizione. Il cardinale di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco, dopo una visita in città di Luca Lotti, dichiara: “Provo grande dispiacere e dolore per il fatto che, chissà perchè, le indagini esplodono sempre in certe ore della storia, della città , della nazione”. È evidente il riferimento alla candidata Raffaella Paita.
E qui, nel momento di massima espansione del Partito della Nazione, quando ormai l’esito delle elezioni appare scontato, accade un doppio movimento, che si presta a una lettura “nazionale”.
La rottura a sinistra che porta alla candidatura di Luca Pastorino, su cui si giova la scommessa di Pippo Civati, candidatura che intercetta un diffuso malessere nell’elettorato di sinistra verso il Partito della Nazione.
E dall’altro lato Silvio Berlusconi che torna a fare Silvio Berlusconi, e non più la stampella di Renzi. Cioè: gioca a vincere.
E attorno a Giovanni Toti riesce a mettere su una coalizione che riporta a casa quel soccorso azzurro che alle primarie, svoltesi in pieno Nazareno nazionale, era andato a sostegno della Paita.
È, ad esempio, il caso di Andrea Costa, sindaco di Beverino (La Spezia), che alle primarie aveva aiutato la Paita ed ora è candidato nel listino di Toti. E di Alessio Saso, ex An, e capogruppo di Area Popolare che, dopo aver fatto votare la Paita alle primarie, è candidato di Ncd a sostegno di Toti.
Proprio l’accordo tra Toti e Area Popolare, su cui ha lavorato molto da Roma Lorenzo Cesa e la risurrezione di una coalizione di centrodestra, toglie truppe e voti al Partito della Nazione.
Il sugello dell’operazione di Berlusconi è la candidatura del nipote di Claudio Scajola, Marco, nelle liste di Forza Italia. E Scajola, a cui erano legati gli amministratori del Ponente che in una fase iniziale avevano contestato Toti, ha riacceso la sua non irrilevante macchina elettorale.
Domenica scorsa l’ex ministro ha chiamato alle armi lo stato maggiore dei suoi fedelissimi: amministratori, ex amministratori e figure storiche del centrodestra di Imperia per organizzare il sostegno al nipote.
Dunque, lo schema cambia. E se Berlusconi riesce ad alzare un muro a destra, inizia la frana a sinistra, dove Pastorino miete consensi, come effetto delle primarie inquinate e anche della campagna elettorale della Paita, molto poco in sintonia con il mood della sinistra e molto tarata sul “partito della Nazione”.
E’ una dinamica che va ben oltre la Liguria e su cui si misura la capacità dell’area a sinistra del Pd — di Civati e non solo — di poter rappresentare una alternativa a sinistra. La frana a sinistra in Liguria è consistente, tale da far scattare l’allarme rosso a Roma. Sono 200 i dirigenti del Pd ligure che firmano un documento per rivendicare “libertà di scelta” alle elezioni, a un mese dal voto.
Tradotto: che non voteranno la Paita.
La lettera, racconta più di un firmatario, è frutto di un malcontento profondo: brucia ancora l’immagine alle primarie di file di immigrati che non parlano una parola di italiano, elettori reclutati da aspiranti candidati, famiglie in odore di criminalità ai seggi; e brucia anche l’atteggiamento poco “umile” della Paita, nel frattempo raggiunta da un avviso di garanzia sulla vicenda dell’alluvione.
A proposito, proprio il suo comportamento durante l’alluvione ha suscitato più di qualche polemica dopo che Giovanni Toti, sulla sua pagina facebook, ha pubblicato le foto della Paita che, proprio il giorno dell’alluvione, era in campagna elettorale per le primarie.
Ci sono nomi pesanti tra i firmatari della lettera dei 200, come l’attuale vicepresidente della giunta regionale e assessore alla Sanità , Claudio Montaldo, l’ex segretario genovese Pds Ubaldo Benvenuti, i presidenti dei Municipi Valpolcevera e Medio Ponente, Jole Murruni e Giuseppe Spatola, e diversi altri nomi di spicco del partito ligure.
Dopo le firme, per la Paita sono arrivati pure i primi fischi, come al giro d’Italia di ciclismo.
Tutti segnali che indicano una dinamica nuova: il Partito della Nazione non sfonda a destra e perde a sinistra.
E nel Pd ora avanza la grande paura legata ai numeri. E al voto disgiunto: “In parecchi — sussurrano al Nazareno — voteranno Pastorino come candidato e Pd come lista”.
E qui già si intravede lo scenario da incubo per Renzi: l’impasse e la risurrezione del Nazareno.
Già , perchè in quella regione la legge elettorale prevede che, se nessuno raggiunge il 35 per cento, non scatta un premio di governabilità e i seggi si ripartiscono col proporzionale”.
Per governare potrebbe servire una coalizione Pd-Forza Italia.
E la Liguria, da test del Partito della Nazione, diventerebbe il test di un nuovo Nazareno.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA FARSA: UN CONDANNATO CHE CHIEDE DI NON VOTARE GLI INDAGATI
Che spettacolo, signori. Da pagare il biglietto, all’occorrenza.
Il candidato governatore della Campania, Vincenzo De Luca, assicura che nella lista del Pd e in quelle che lo appoggiano “non c’è nessun condannato tranne me”: garantisce lui.
Però ammette che “alcune candidature ce le saremmo potute risparmiare” e invita gli elettori a non votare gli eventuali impresentabili, nessuno dei quali è condannato: purchè tutti votino per lui, che è condannato.
Chissà che faccia avranno fatto i non condannati nel sentirsi dare degli impresentabili da un condannato.
Ma non è finita, perchè il vicesegretario nazionale del Pd Lorenzo Guerini si e ci illumina di immenso: “Il Pd in Campania ha stabilito principi molto chiari in merito alla qualità delle liste, con un’applicazione di regole più rigorose dello stesso codice etico”.
Talmente rigorose da lasciar passare tutto intero De Luca, due volte decaduto da sindaco di Salerno, per la sua incompatibilità col ruolo di viceministro del governo Letta e per la sua condanna in primo grado per abuso d’ufficio.
E chi le ha scritte queste regole ancor più rigorose del codice etico: Pasquale Barra ‘o Animale? Genny ‘a Carogna?
Purtroppo — aggiunge Guerini — “nonostante questo impegno molto forte messo in campo, alcune situazioni di alcune liste alleate possono destare qualche interrogativo che un lavoro più attento avrebbe potuto evitare. Per questo mi rifaccio alle parole chiare di De Luca di non votare certi nomi, il nodo venga risolto con la competizione elettorale”.
Quindi sia De Luca sia Guerini si appellano agli elettori affinchè non votino le liste d’appoggio senza condannati, ma solo quella del Pd con il condannato.
Perchè — spiega ancora Guerini — il condannato De Luca ha una “figura nettamente distante da certe situazioni ambigue o opache”.
Infatti non presenta alcuna ambiguità od opacità : è condannato e basta, punto.
Viva la chiarezza. Dopo giorni di silenzio, si fa vivo persino Renzi su Repubblica Tv: premesso che “le liste del Pd sono pulite” (quelle che sostengono il condannato De Luca in Campania, l’indagata Paita in Liguria, l’indagato Rossi in Toscana, l’indagato Spagnolli a Bolzano, l’indagato Crisafulli a Enna e così via), è vero che “su alcune liste collegate si può discutere: ci sono candidati che non voterei neanche se costretto”.
Quelli non condannati e non indagati. Invece il condannato, cioè De Luca, è “un buon amministratore, come ha dimostrato per la città di Salerno”.
Infatti è stato condannato in tribunale a un anno di carcere per aver inventato l’inutile ruolo di “project manager” dell’inceneritore di Salerno per regalare un po’ di soldi pubblici all’amico e capostaff Alberto Di Lorenzo, coprendo poi l’abuso di potere con “false giustificazioni postume” e con “il successivo occultamento sul sito web, della presenza di persone astrattamente più qualificate”.
Insomma è provato che “la nomina, lungi dall’essere finalizzata a perseguire esclusivamente una finalità pubblica, aveva l’unico scopo di svincolare Di Lorenzo dal gruppo di lavoro e attribuirgli un’inventata posizione apicale, con conseguente riconoscimento di una più sostanziosa retribuzione”.
A questo punto qualcuno — eventualmente, ma non è il caso di Repubblica Tv — potrebbe domandargli: scusa, Matteo, ma chi ha deciso di candidare nel Pd tanti indagati e un condannato?
Chi ha autorizzato De Luca a correre alle primarie per una carica — la presidenza della Regione Campania — che non potrà ricoprire per via della legge Severino?
E chi ha autorizzato il Pd campano a collegarsi a liste con candidati che tu non voteresti neppure se costretto?
A noi risulta che il via libera l’abbia dato il fido sottosegretario Luca Lotti: qualcuno gliene ha chiesto conto e l’ha sanzionato per la — per così dire — avventatezza?
La risposta è un doppio no.
Altra domanda: ora che avete scoperto — a vostra scajoliana insaputa, ci mancherebbe — fascisti, consentiniani, berlusconiani, amici dei camorristi e nemici dei vostri stessi sindaci
anticamorra nelle liste collegate a De Luca, perchè non togliete loro l’apparentamento, anzichè chiedere agli elettori di ripulirvi la coscienza?
Scrive Massimo Gramellini su La Stampa: “È come se uno, invitando a cena il suo migliore amico, gli dicesse: a tavola con noi ci saranno Barbablù, Al Capone e il mostro di Firenze, però tu non rivolgere loro la parola, anzi ti autorizzo a cacciarli di casa”.
La verità vera è che hanno fatto accordi con i peggiori lestofanti, ben sapendo che portano con sè i voti di scambio di gente ancora peggiore di loro: gente che non si lascerà certo impressionare dall’invito a non votarli.
L’alleanza con quelle liste non è avvenuta nonostante gli impresentabili, ma in virtù degli impresentabili.
Senza i quali quelle liste non avrebbero alcuna utilità .
Gli impresentabili non sono un incidente di percorso, ma la scelta cinica e consapevole di un partito che ha perso per strada tutti i principi e persino la virtù (sì, la virtù) dell’ipocrisia, avendo ormai un solo imperativo categorico: vincere a qualsiasi costo e non buttare via niente.
Dire “non votateli” facendo l’occhiolino e incrociando le dita dietro la schiena è una penosa presa in giro.
Che fa giustamente infuriare gli alleati prima usati e poi scaricati (per finta).
Tipo l’ex forzista irpino Arturo Iannaccone (Campania in Rete), che dice al nostro Vincenzo Iurillo: “Noi non siamo saliti sul carro del vincitore: abbiamo spinto De Luca fin dalle primarie”. Altro che alleati last minute, impresentabili ma incontrollabili per mancanza di tempo. Tutti sapevano tutto, tutto è stato fatto apposta.
Almeno, però, nessuno potrà accusare Renzi di non mantenere le promesse.
L’altroieri aveva annunciato“la banda larga”.
Almeno in Campania, l’ha già fatta.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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