Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
PER LA PRIMA VOLTA NON CI SARA’ L’EX SEGRETARIO ALLA SETTANTESIMA EDIZIONE DELLA FESTA…”OSCURATI”, DENUNCIA LA PARLAMENTARE EMILIANA FABBRI
Non ci saranno nè Pierluigi Bersani nè Gianni Cuperlo alla Festa nazionale dell’Unità che parte domani
a Bologna.
Un evento eccezionale per festeggiare i 70anni della celebre kermesse che si terrà nel giorno in cui la città festeggia la liberazione di Bologna, avvenuta quattro giorni prima del 25 aprile.
I due principali esponenti della minoranza dem non sono stati invitati.
A stilare l’elenco dei dibattiti — precisano dalla federazione di Bologna, onde evitare equivoci — è stato il Pd nazionale.
Sarà strano per gli emiliani, abituati a vedere Bersani a tutte le feste dell’Unità , non ascoltarlo in quest’anniversario.
Emiliano-romagnolo (di Bettola-Pc) l’ex segretario è particolarmente popolare in Emilia e presso i volontari senza i quali la Festa non potrebbe essere organizzata. Sono lontani (ma non tanto) i tempi in cui a non essere invitato alla Festa dell’Unità bolognese era stato l’attuale premier Matteo Renzi. Era il 2012 e tutta l’Emilia era bersaniana a eccezione di pochi pionieri come il parlamentare Matteo Richetti.
Alla fine il partito locale, dopo molte pressioni, aveva fatto dietrofont e ospitato Renzi che aveva ricevuto un’accoglienza gelida da dirigenti e volontari ed era arrivato con la sua claque distribuita in alcuni pulmann, come alcuni del Pd avevano fatto notare.
Dal partito, in ogni caso fanno sapere che non c’è nulla di personale nel non aver invitato Bersani e Cuperlo.
I dibattiti — dicono — sono organizzati per aree tematiche, perciò sono stati chiamati degli esperti per ogni campo.
In realtà , nella prima bozza del programma era stato invitato anche il capogruppo dimissionario, il bersaniano Roberto Speranza, poi il suo nome è stato tolto.
Figura invece quello di Gennaro Migliore, ex deputato di Sel, che interverrà ad un dibattito sulla riforma elettorale, il 23 aprile, insieme agli onorevoli Nico Stumpo, Roberto Giachetti e Lucrezia Ricchiuti.
La minoranza dem intanto insorge. Chi alla luce del sole e chi fuori taccuino.
“Il fatto che ci siano idee diverse non giustifica l’oscuramento della minoranza” scandisce la parlamentare bolognese Marilena Fabbri che oggi è stata invitata a lasciare la commissione Affari costituzionali perchè — spiega — “ci è stato chiesto se intendevamo attenerci alla disciplina di partito e non presentare emendamenti all’Italicum votandolo così com’è’”.
E c’è anche chi definisce l’esclusione dei due leader “vergognosa”.
La festa si terrà nel parco della Montagnola a Bologna, nello stesso luogo dove si svolse nel 1951 la prima Festa nazionale dell’Unità . Durerà fino al 3 maggio.
A presentare la kermesse, il tesoriere nazionale del Partito Democratico Francesco Bonifazi, il segretario del Pd di Bologna Francesco Critelli e il responsabile Feste e autofinanziamento del Pd provinciale Fabio Querci.
La festa come sempre coniugherà politica, cultura ed eccellenze culinarie.
Ad inaugurarla, domani, Lorenzo Guerini, vicesegretario nazionale; Paolo Calvano, coordinatore dei segretari provinciali dell’Emilia Romagna e segretario regionale in pectore e Francesco Critelli, segretario Pd Bologna.
Il 22 si affronterà il tema delle “sfide dei Governi locali”, con Piero Fassino sindaco di Torino e presidente Anci; Virginio Merola sindaco di Bologna; Matteo Biffoni Sindaco di Prato; Andrea Gnassi sindaco di Rimini e la deputataValentina Paris, responsabile nazionale Pd Enti Locali.
Molti i nomi di rilievo del Pd che parteciperanno, tra cui anche pochi rappresentanti della minoranza dem, come Donata Lenzi, capogruppo Pd in Commissione Affari Sociali; Andrea De Maria, responsabile nazionale Pd della Formazione Politica e civatiani come Sergio Lo Giudice e l’europarlamentare Elly Schlein.
Ci saranno anche Debora Serracchiani, vicesegretario Pd; Matteo Orfini, presidente Pd e il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini.
Vasto il parterre di ministri: Stefania Giannini dell’Istruzione; Andrea Orlando della Giustizia; Maurizio Martina delle Politiche Agricole Ambientali e Forestali e Giuliano Poletti del Lavoro e delle Politiche sociali.
A chiudere la kermesse il 3 maggio sarà il premier Matteo Renzi.
Paola Benedetta Manca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
CON CHE FACCIA CHI AFFOSSO’ MARINI NEL SEGRETO DELL’URNA OGGI VUOL NEGARE ALLA MINORANZA INTERNA IL DIRITTO AL DISSENSO?
Era già accaduto al Senato nel giugno 2014, con la sostituzione- destituzione dalla commissione Affari costituzionali di tre senatori del Pd (Mineo e Chiti) e di Scelta civica (Mauro), rei di dissentire sulla controriforma costituzionale di Renzi.
E siccome nessun’autorità , tantomeno Napolitano, fece una piega per difendere la Costituzione contro quella scandalosa purga ordinata dal capo del governo, ora la scena si ripete pari pari alla Camera, con la cacciata dalla commissione gemella di 10 deputati Pd colpevoli di dissenso sull’Italicum: Bersani, Cuperlo, Bindi, D’Attorre eccetera.
Ma solo per 10 giorni: giusto il tempo di far votare i 10 sostituti come soldatini obbedienti sull’Italicum, poi, a missione compiuta, torneranno i titolari.
E naturalmente anche stavolta nessuno fa un plissè, nemmeno gli epurati.
Eppure l’articolo 67 della Costituzione afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Si può contestarlo (Grillo vorrebbe abolirlo, e secondo noi sbaglia), ma intanto la regola è quella.
Poi ci sono i regolamenti parlamentari: i membri delle commissioni sono nominati dai presidenti delle due Camere su indicazione dei gruppi e possano essere sostituiti se si dimettono o assumono altre cariche elettive o di governo.
Non certo perchè non s’inchinano agli ordini di scuderia, per giunta del governo.
E poi qui non si tratta di un singolo deputato, ma di 10: tutti quelli che dissentono dal governo che — altro fatto inaudito — pretende di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza (che poi -ennesima anomalia- è minoranza, senza il premio del Porcellum cancellato dalla Consulta).
Inoltre — paradosso dei paradossi — Renzi invoca il vincolo di mandato dimenticando che il mandato elettorale del Pd è esattamente l’opposto dell’Italicum: i suoi parlamentari sono stati eletti nel 2013 promettendo agli elettori di cancellare il Porcellum per restituire ai cittadini il diritto di scegliersi i propri rappresentanti, non per perpetuare il potere dei capi di nominarseli col trucco delle liste o dei capilista bloccati.
Quindi a tradire il mandato (peraltro mai ricevuto, essendo stato eletto per fare il sindaco di Firenze) è Renzi, non i “dissenzienti”.
E, come ricorda Pippo Civati, il programma elettorale Pd diceva: “Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. È una strada che l’Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi”.
Poi ci sarebbe lo Statuto del gruppo Pd alla Camera, che recita: “Il pluralismo è elemento fondante del Gruppo e suo principio costitutivo. Esso si basa sul rispetto e la valorizzazione del contributo personale di ogni parlamentare alla vita del Gruppo, nel quadro di una leale collaborazione e nel rispetto delle norme del presente Statuto”. Quello del gruppo al Senato addirittura “riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico… Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei senatori… Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione e le condizioni etiche di ciascuno, i singoli senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo…”.
Ma che pluralismo è quello che rimuove i deputati che non s’inchinano supinamente agli ordini di scuderia, per giunta del governo, per giunta sulla riforma costituzionale ed elettorale, cioè sulle regole fondamentali del gioco democratico?
Sentite queste parole: “La sostituzione in commissione di Vigilanza del senatore Paolo Amato è del tutto illegittima. Il Regolamento prevede la sostituzione di un commissario solo in caso di sue dimissioni, incarico di governo o cessazione per mandato elettorale. Checchè ne dica il presidente Schifani, che sta esercitando le funzioni di presidente del Senato con modalità che vanno totalmente censurate sotto ogni profilo, istituzionale e regolamentare. Modalità più da giocoliere che da interprete del diritto”.
Così parlò il 4 luglio 2012 Luigi Zanda, allora vice e ora capogruppo del Pd al Senato, sdegnato perchè Schifani aveva epurato l’azzurro dissidente Amato.
E invocava l’art.67, che ai vertici del Pd piace molto quando c’è da sbatterlo in faccia a Grillo (che non lo vuole) e molto meno quando c’è da rispettarlo in casa propria. Cos’è cambiato da allora a oggi, a parte il colore degli epuratori e degli epurati?
La Costituzione e il Regolamento per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano, anzi si calpestano.
Il refrain del Politburo Renziano, graziosamente detto Giglio Magico, è che l’assemblea del gruppo ha votato a maggioranza pro Italicum, quindi ora tutti devono adeguarsi per disciplina di partito.
Ma questo può valere per le leggi di ordinaria amministrazione, non certo per le regole e i passaggi fondamentali della vita democratica.
Altrimenti, di grazia, perchè il 18 aprile 2013, quando l’assemblea dei grandi elettori Pd scelse Franco Marini per il Quirinale, Renzi e la sua minoranza si ribellarono alla maggioranza votando Chiamparino?
Con che faccia, oggi che sono maggioranza, vogliono negare alla minoranza il diritto al dissenso?
Ps. Siccome è già partita la black propaganda per squalificare i dissenzienti come conservatori del Partito No Tutto, perfetto corollario del refrain “meglio l’Italicum che nessuna legge elettorale”, sarebbe cosa buona e giusta se la minoranza Pd, M5S, Sel e chi ci sta presentassero subito in Parlamento un ddl di una riga: “È ripristinato il Mattarellum”.
Chissà che ne pensa il capo dello Stato.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
LA SOSTITUZIONE DEI DIECI COMMISSARI PD NON HA PRECEDENTI IN PARLAMENTO
Stazza robusta e spalle coperte, i guardiani dell’Italicum — Emanuele Fiano e Gennaro Migliore —
cercano un po’ di adrenalina in un caffè alla buvette di Montecitorio.
Sono appena usciti dall’ennesima seduta della commissione Affari Costituzionali, ma lì dentro, ammettono “non si è avvertita nessuna tensione”.
La truppa dei dieci dissidenti che ha annunciato il no alla riforma elettorale ha già posato le armi. E ieri, a poche ore dalla loro defenestrazione d’ufficio, hanno pensato bene di portarsi avanti, sparendo in anticipo.
Solo Alfredo d’Attorre si è presentato nell’auletta: ha illustrato i suoi emendamenti, ultima fiammata prima di finire nel congelatore.
Ieri sera, come previsto, l’ufficio di presidenza del gruppo (alla guida Ettore Rosato, reggente dopo le dimissioni di Roberto Speranza) ha messo nero su bianco la “sostituzione ad rem ” di dieci esponenti democratici fuori sincrono con il cronoprogramma di Matteo Renzi.
Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo (la frattura con la “ditta” è tale, che nessuno dei due parteciperà alla Festa nazionale dell’Unità che si inaugura oggi a Bologna), Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini, Marco Meloni: tutti chiedevano modifiche che avrebbero inevitabilmente rallentato la corsa dell’Italicum.
Tanto nel calendario di quella commissione, di cose importanti non ce ne sono più.
La sostituzione di dieci commissari non ha precedenti nella storia recente del Parlamento. In passato, accadde per la valutazione di questioni regionali, in cui si era ritenuto utile affidarsi a deputati territorialmente competenti (e il presidente Pertini bollò pure quell’uso come rischioso, perchè foriero di “visioni parziali”).
Ma un “utilizzo politico” dell’istituto della sostituzione, ricorda il presidente del gruppo Misto Pino Pisicchio, “non c’è mai stato”.
E perfino alcuni sopravvissuti in commissione osano definire la scelta della dirigenza Pd come“antiestetica”.
La tesi della maggioranza democratica è che in commissione il parlamentare rappresenta il gruppo, dunque non può appellarsi all’articolo 67 della Costituzione che lo libera dal vincolo di mandato.
Crinale avventuroso, che ieri ha già provocato una serie di reazioni a catena.
Scelta Civica e Cinque Stelle (che, per la verità , dell’autonomia del parlamentare non hanno mai fatto una bandiera) minacciano di abbandonare i lavori della commissione, Sel e Forza Italia criticano la decisione di Renzi ma ricordano che l’esame
dell’Italicum proseguirebbe anche se rimanesse in Affari Costituzionali anche solo un quarto dei suoi componenti.
Ma ormai, quella della commissione, è acqua passata. E in aula, non potendo sostituire il centinaio di allergici all’Italicum, si fa strada l’ipotesi della fiducia.
Gianni Cuperlo ieri è partito in quarta dicendo che sarebbe “uno strappo” che “metterebbe seriamente a rischio il proseguimento della legislatura”.
Ma, tranquilli: stamattina ci sarà una riunione tra Sinistra dem e Area riformista per ricucire anche questo.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DI AGGUATI SU APPARENTAMENTO E CAPILISTA
Appena 20 emendamenti dei grillini, 27 di Sel, 7 della minoranza Pd (Bindi e D’Attorre, per ora), nessuno dei centristi di Alfano (esclusa la Di Girolamo), una ventina di Forza Italia e poca roba anche da Scelta civica, Fratelli d’Italia e Lega. Stando ai numeri delle proposte emendative alla legge elettorale depositate in commissione alla Camera, il premier Matteo Renzi e il ministro Maria Elena Boschi potrebbero dormire sonni tranquilli.
Ma, si sa, il diavolo si annida nei dettagli.
E all’Italicum 2.0, ormai arrivato in dirittura di arrivo, basterebbe una virgola in più, o in meno, per rimpiombare in quella che il segretario del Pd chiama «palude» del Senato e che minoranza dem e opposizioni si ostinano a definire libera dialettica parlamentare.
Sul potenziale attrattivo degli emendamenti (che in aula alla Camera verrebbero votati a scrutinio segreto, se il governo non spazza via tutto con la fiducia) la maggioranza ha già alzato le antenne alla ricerca di «scudi» per probabili agguati trasversali.
II tema più sensibile è quello che abbraccia un arco trasversale davvero ampio. Proposto dalla minoranza del Pd (Bindi e D’Attorre), da Forza Italia, da Sel, da Scelta Civica – e soprattutto appoggiato dai grillini – c’è l’emendamento che punta a scardinare il bipartitismo con l’introduzione dell’apparentamento tra partiti al ballottaggio e, dunque, anche del premio di maggioranza alla coalizione.
Spiega Danilo Toninelli (M5S): «Non abbiamo presentato l’emendamento perchè lo hanno fatto gli altri. Ma lo voteremo, di sicuro…».
Secondo tema, in termini di pericolosità per il governo, il ridimensionamento dei capilista bloccati nei 100 collegi.
D’Attorre (Pd) propone che ai capilista con il miglior risultato venga riservato il 25% dei seggi mentre tutti gli altri si giocano il posto con le preferenze.
Analoga la proposta del costituzionalista Roberto Zaccaria che Area riformista (Bersani, Giorgis, Agostini) proporrà in aula.
I grillini spingono nella stessa direzione, Scelta civica non è insensibile, Sel è d’accordo ad eliminare i nominati e Nunzia Di Girolamo (Ap) ha presentato un emendamento per «far correre tutti con le preferenze».
Terzo tema, con un occhio di riguardo alla Consulta, quello delle pluricandidature volute da Alfano.
La proposta di Giorgis (Pd) mira a far scattare un automatismo: il pluricandidato dovrà optare per il collegio in cui ha riportato la più alta percentuale di voti.
Per Scelta civica, invece, il seggio scatta laddove il capolista ha riportato il minor numero di voti.
Interessante, poi, il meccanismo individuato da Giuseppe Lauricella (Pd) che «probabilmente» verrà presentato in aula: il pluricandidato opta per il collegio in cui il secondo arrivato (con le preferenze) riporta il peggior risultato: «Questo per evitare che venga escluso un candidato che ha preso 30 mila voti e venga ripescato uno che ne ha ottenuti solo 3 mila».
Ma sono insidiosi per il governo anche altri emendamenti «fuori tema»: abolizione del ballottaggio (Sel in commissione, Lauricella in preparazione per l’Aula), soglia minima di partecipazione per la validità del ballottaggio (Giorgis, Pd, per l’aula), cancellazione del nome del capo del partito dalla scheda (D’Attorre), divieto di ingresso in Parlamento per gli inquisiti (M5S), allineamento della vigenza dell’Italicum e della riforma costituzionale (Lauricella), incremento della soglia dal 3% al 4,5% (Sel).
I grillini, poi, hanno presentato emendamenti neutri che potrebbero risultare pericolosi per la maggioranza.
Come quelli che chiedono di installare «urne trasparenti di plexiglass» o di eliminare le tendine dalle cabine (per evitare scambi di schede) o di scegliere per sorteggio gli scrutatori.
Si inizia oggi in commissione ma il Pd, in vista dei voti di domani, stasera formalizzerà l’avvicendamento dei 10 «ribelli» che non sono disposti a votare la legge senza correzioni come ha chiesto Renzi.
Poi il secondo tempo, decisivo, si giocherà in aula.
A maggio.
Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
SE ESCONO 50 DEPUTATI PD SALTA IL NUMERO LEGALE E RENZI VA A CASA: ORA VEDREMO DA CHE PARTE STANNO I “DIFENSORI DELLA DEMOCRAZIA”
È l’ora della grande “cacciata” della minoranza (dalla commissione).
Per preparare l’ultimo strappo, ovvero il voto di fiducia finale sulla legge elettorale in Aula. Tempi rapidissimi. Nessuna trattativa: “Siamo a un passo — dice Renzi a Rtl 102.5 – vediamo il traguardo dell’ultimo chilometro. Faremo lo sprint finale sui pedali e a testa alta”.
La “mossa” è stata preparata nel week end, con i fedelissimi Emanuele Fiano e Ettore Rosato, “reggente” del gruppo dopo le dimissioni di Speranza.
Sono stati loro a chiamare, ad uno ad uno, i membri della commissione Affari costituzionali della Camera, dove la sinistra dem è maggioranza: “Che hai intenzione di fare — questa la domanda — in commissione sulla legge elettorale? La posizione del gruppo, stabilita e votata nell’ultima riunione è che l’Italicum non si cambia. La segui o vuoi essere sostituito?”. “Nè l’uno nè l’altro” è stato il coro di risposte.
Ecco allora il passaggio successivo.
Da palazzo Chigi parte l’ordine di sostituire i dieci membri della minoranza, all’ufficio di presidenza che si terrà stasera. Via Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini, Marco Meloni. Resterà invece Giuseppe Lauricella che pur essendo critico verso l’Italicum ha dischiarato che seguirà le indicazioni del gruppo.
Dentro un plotone di fedelissimi tra renziani di ferro, turchi e franceschiani. Chiamati a portare a termine una missione. Approvare il testo, come è uscito dal Senato. Senza cambiare una virgola.
Dietro la mossa non è difficile intravedere quale sia la paura e quale sia il passaggio successivo.
La paura, spiegano a microfoni spenti i renziani di rango, si chiama Aula: “Se lasci in commissione Bersani e compagnia, quelli cambiano la legge elettorale. Per tornare al testo che vuole Renzi, occorre votare in Parlamento. Ma in Parlamento il voto è segreto e a quel punto diventa un pastrocchio”.
Un ragionamento che porta dritti a scoprire il passaggio successivo che ormai appare scontato. E che si chiama voto di fiducia: “Renzi — prosegue la fonte – vuole avere la possibilità di mettere la fiducia sul suo testo, quello licenziato dal Senato. Quindi ha bisogno che la commissione non lo cambi. Altrimenti non può più usare l’arma atomica”.
E non è un caso che dentro il Pd già si discuta delle grandi manovre attorno al voto di fiducia. Dice Gianni Cuperlo: “La fiducia sarebbe uno strappo serio che metterebbe seriamente a rischio la prosecuzione della legislatura, perchè ci sarebbe da parte delle opposizioni tutte una reazione molto molto severa”.
I contatti tra l’ala dura della minoranza e gli altri gruppi ci sono già stati.
Scelta Civica e M5S hanno dichiarato che diserteranno la commissione se Renzi dovesse procedere con le sostituzioni.
Ma la grande manovra riguarda l’Aula. L’idea è un Aventino per mettere a rischio il numero legale.
Con Forza Italia, Lega, Cinque stelle fuori, se escono una cinquantina del Pd il numero legale salta.
Il premier pare però non temere l’ipotesi. Nella sua narrazione decisionista, la fiducia toglie dall’imbarazzo anche la minoranza: “Gli diamo l’alibi — dice uno dei suoi — così diranno che anche se il provvedimento gli fa schifo, non si può far cadere il governo”. Chissà . Da regolamento alla Camera, quando metti il voto di fiducia prima si vota la fiducia, poi il provvedimento. Si potrebbe anche votare sì al primo e affossare il secondo.
(da Huffingtonpost”)
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
“SE RENZI PORRA’ LA FIDUCIA VOTERO’ CONTRO”
Lei è in commissione, si farà sostituire in quanto espressione della minoranza Pd, dunque contrario
all’Italicum, onorevole Alfredo D’Attore?
«No, non intendo farmi sostituire volontariamente. Ho presentato alcuni emendamenti e, come ho chiarito al vice-capogruppo vicario, intendo sostenerli in commissione. E come me altri colleghi»
Pensa che alla fine il governo metterà davvero la fiducia?
«Io considero grave il solo fatto che faccia aleggiare questa ipotesi: già questo mi pare una forma di pressione del tutto impropria sul Parlamento. L’esasperazione di un ruolo invasivo ed esorbitante che il governo ha esercitato nell’iter delle riforme. La fiducia segnerebbe una lacerazione politica e istituzionale dalle conseguenze imprevedibili»
Non temete di essere additati come vetero conservatori?
Credo che questo giochino mediatico sia abbastanza logoro e non funzioni più. Lo dimostra la confusione apertasi nel governo a proposito della possibilità di modificare l’articolo 2 della riforma costituzionale, relativo alla composizione del Senato. Oggi Renzi e la Boschi dovrebbero riconoscere che avevano ragione quanti nel Pd si sono battuti alla Camera per cambiare quell’articolo e migliorare la riforma».
Lei come voterà in caso di fiducia?
«Do per scontato che non si arrivi a un atto che ha pochissimi e oscuri precedenti. In linea di principio, personalmente, non darei la fiducia neppure a un governo che la ponesse su una legge elettorale da me condivisa ».
(da “La Repubblica”)
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
TRA I DEPUTATI A RISCHIO ANCHE BINDI, BERSANI E CUPERLO, CHE AVVERTE: “CON LA FIDUCIA, LEGISLATURA A RISCHIO”
La telefonata è arrivata nei giorni scorsi: «Come pensi di orientarti nei voti in Commissione?».
A un capo del filo, a porre la domanda, il vicepresidente vicario del gruppo del Pd, Ettore Rosato, reggente della numerosa truppa dei dem dopo le dimissioni del capogruppo Roberto Speranza; dall’altro, uno per uno ognuno dei membri «dissidenti» del Pd in Commissione affari costituzionali della Camera, lì dove oggi si comincia a discutere la riforma elettorale.
E dove il Pd, su 50 membri, ne conta 23, ma di questi ben 11 della minoranza critica con l’Italicum: abbastanza per mandare sotto il governo se decidessero di non votare secondo le indicazioni del partito
Per questo, la telefonata di Rosato: per verificare chi proprio non è disponibile a votare la riforma e procedere, stasera in una riunione dell’Ufficio di presidenza del partito, a sostituirlo con altri deputati.
Scelta che venne fatta già sulla legge costituzionale in Senato, quando a essere sostituito fu Mineo.
Stavolta, però, dalle risposte che Rosato ha ricevuto, si tratta di ben altre proporzioni: sette-otto deputati da rimuovere, forse addirittura dieci, quasi la metà del gruppo Pd. Tra i candidati più accreditati a perdere (temporaneamente) il posto in Commissione sono Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Barbara Pollastrini, Alfredo D’Attorre, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca; buone probabilità , ma verrà deciso oggi coi diretti interessati, anche per Roberta Agostini, Marilena Fabbri e Marco Meloni.
E poi c’è Pierluigi Bersani, così critico con la legge che, anticipò, forse avrebbe fatto lui richiesta in questo senso.
«È una scelta politicamente pesantissima, che deriva dalla drammatizzazione che Renzi ha voluto dare alla vicenda», commenta Pippo Civati.
«Ma diciamo la verità — scherza — se potesse, Renzi li sostituirebbe anche in Aula: e non è detto che non lo farà , quando ci saranno da fare le liste…».
Altrettanto critico Stefano Fassina, che lo definisce un «atto politico estremamente rilevante», la cui gravità «si misurerà dalla possibilità di presentare o meno emendamenti in Aula».
Tra i diretti interessati, invece, c’è grande cautela. O rassegnata consapevolezza: «Sapevo di andare incontro alla sostituzione quando ho presentato due emendamenti e non faccio resistenza», sospira la Bindi, anche se certo, sottolinea, «non esistono precedenti» di una sostituzione di massa. La linea che si sono dati è il basso profilo: riconoscere che è nelle prerogative del gruppo fare sostituzioni, non fare polemiche, poi «le valutazioni politiche le faremo dopo», si limita a dire D’Attorre.
Quando, da lunedì 27, la battaglia sarà in Aula.
«Antidemocratico» è chi non rispetta «espressioni di volontà come le primarie o le decisioni degli organi del partito», dice Renzi.
Che non esclude il voto di fiducia: «Uno strappo grave», gli ha ripetuto in un incontro a Palazzo Chigi, mercoledì scorso, Gianni Cuperlo.
Prima di aggiungere ieri in tv che la fiducia rischierebbe nientemeno che di «instradare la legislatura sul binario di un suo esaurimento».
E portare dritti alle urne.
Nel mirino Anche Pier Luigi Bersani, tra i «big» della dissidenza del Partito Democratico, potrebbe essere sostituito in commissione Affari Costituzionali a causa della sua opposizione all’Italicum.
Francesca Schianchi
(da “La Stampa”)
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Aprile 17th, 2015 Riccardo Fucile
ERA GIA’ TUTTO PRONTO PER MANIPOLARE LE PRIMARIE TAROCCO
Le banconote di grosso taglio da cambiare in un mare «di spiccioli».
La moneta da 2 euro, o due monete da 1, da consegnare agli elettori delle primarie prima che raggiungessero il seggio.
E poi i documenti da segnare a ogni consegna: da un lato ti do i soldi, dall’altro registro le generalità .
Tutto doveva avvenire in un negozio, sembra una pescheria, che si trova proprio «sulla strada del seggio» nel giorno delle consultazioni per scegliere il candidato sindaco democrat ad Ercolano.
Sarebbe sembrata una domenica di “festa democratica”.
Tutto doveva consumarsi in occasione dei gazebo, fissati l’8 marzo, poi rinviati al 12 aprile: e infine saltati in extremis, una settimana fa, solo dopo la notizia dell’inchiesta della Procura di Napoli che travolge il sindaco Vincenzo Strazzullo e il suo vice Antonello Cozzolino, costretti a ritirarsi di fronte allo scenario presunto di favori, assunzioni clientelari e tangenti tra imprenditori di una coop e politica sporca.
Primarie “pre-pagate”, dunque.
Una strategia ricostruita da Repubblica e verificata con fonti qualificate.
Eppure, l’ultimo segreto dello scandalo Pd che investe Ercolano – città dove i democrat hanno anche scritto pagine importanti di impegno anticamorra e di coraggio antiracket – è destinato a fare esplodere ulteriori veleni.
Il dettaglio choc non ha rilievo penale, ma arroventa la vigilia delle amministrative.
E ad Ercolano, dopo una settimana di occupazione del circolo e difficile mediazione, ieri le segreterie provinciale e regionale decidono che le consultazioni rinviate torneranno.
Ovviamente tra protagonisti che non sono quelli dell’indagine: il renziano Ciro Buonajuto, il medico Gennaro Sulipano e il segretario cittadino Antonio Liberti che aveva svolto un’opera di “raccordo” e su cui si erano riversati Strazzullo e Cozzolino.
I gazebo si aprirano «tra il 19 e il 26 aprile», ovvero a cinque giorni dal termine per le liste
Intanto l’inchiesta dei pm Valter Brunetti e Celeste Carrano coordinati dal procuratore aggiunto Alfonso D’Avino e nata da accertamenti vecchio stile della Guardia di Finanza, si allarga. Appalti per oltre 20 milioni nel mirino, chilometri di strade storiche da rifare e c’è persino il cantiere di una caserma dei carabinieri.
Lavori, ma anche rifiuti.
Nelle indagini, tracce di corruzione intorno alla Multi ecoplast, l’azienda che si occupa di smaltimento.
Sotto inchiesta anche l’assessore (poi dimissionario) Salvatore Solaro, il cui studio professionale pare che vincesse spesso le progettazioni per i lavori.
Gli investigatori guidati dal colonnello Cesare Forte hanno controllato gli stati di avanzamento dei lavori, colto per mesi dialoghi e racconto, acquisito atti in Comune.
Lo scandalo è appena cominciato.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Aprile 17th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI AVEVA APERTO ALLA TRATTATIVA CON LA MINORANZA PD, MA I SUOI NEGANO CHE SI POSSA INTERVENIRE SULLA RIFORMA
Renziani spiazzati da Matteo Renzi.
Il presidente del Consiglio in un’intervista a Repubblica apre alla possibilità di una mediazione sul “Senato elettivo“.
La minoranza Pd prende tempo, ma i primi a smentire sono i più vicini al leader Pd.
“La composizione del Senato prevista dal ddl Boschi”, ha detto il vicecapogruppo alla Camera Ettore Rosato, “è frutto di una grande mediazione che ha prodotto questo modello di Senato e questo modello di Senato è stato approvato sia dalla Camera che dal Senato in misura uguale quindi non più modificabile”.
La questione è politica, ma soprattutto tecnica: il ddl Boschi è un disegno di legge di riforma costituzionale che ha già avuto due approvazioni e che nelle ultime due letture non può essere più modificato. Quindi il rischio è che si debba ricominciare da zero.
Perplessa anche la vicepresidente della Camera Marina Sereni. “Non credo proprio”, ha detto, “che ci siano spazi per ‘ripartire da zero’ sulla composizione del Senato, come qualcuno auspica. A me sembra invece utile, e possibile, vedere come rendere più chiara possibile la ripartizione delle funzioni tra i due rami del Parlamento e semmai cominciare a discutere sulla legge elettorale per il Senato ancora da scrivere”.
“La discussione nel Pd, prima negli organismi di partito e poi nel gruppo parlamentare, è stata fatta e si è conclusa -aggiunge- con una votazione dalla quale nessuno può prescindere. La proposta del segretario è chiara: approvare la legge elettorale nel testo uscito dal Senato e semmai ragionare su altri passaggi per rispondere ad alcune preoccupazioni emerse dal dibattito”.
Chi aspetta la prossima mossa è la minoranza Pd.
L’apertura di Renzi, riferita da Repubblica, “va presa con le molle”, fanno sapere i bersaniani, sia sul merito sia per ciò che riguarda l’eventuale percorso del cambiamento del testo delle riforme che nei punti essenziali ha già ricevuto la doppia lettura conforme. Inoltre, osservano, non è chiaro quale modello di Senato elettivo ha in mente il premier-segretario: il Senato delle garanzie o ancora un Senato delle Regioni seppur modificato?
Comunque, sottolineano i bersaniani, visto che Renzi è il segretario del Pd oltre che premier, la sua apertura viene “presa sul serio” in attesa che, al suo ritorno da Washington “scopra le carte” e “faccia bene capire le sue intenzioni”.
Civati intanto respinge ogni ipotesi di scambio con l’approvazione della legge elettorale: “Abbiamo scoperto”, scrive sul blog, “che il Senato non elettivo era solo una fissazione di Vasco Errani. A che scopo? Il solito: uno scambio. Votatemi una legge elettorale su cui avete molti dubbi e avrete il Senato elettivo. Al di là delle gravi perplessità che suscita qualunque scambio di questo tipo, tantopiù in materia istituzionale, la proposta è interessante per un aspetto: si può ridiscutere la riforma costituzionale. La mia posizione sull’Italicum però non cambia: non lo voterò”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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