Marzo 31st, 2015 Riccardo Fucile
LA DIREZIONE PD Dà€ LA “FIDUCIA” ALL’ITALICUM… GLI OPPOSITORI NON VOTANO
In maniche di camicia (bianca) e jeans d’ordinanza, seduto al banco della presidenza, Matteo Renzi guarda lo smartphone mentre la direzione Pd vota la “fiducia politica” all’Italicum.
Non solo non tradisce preoccupazione, ma neanche prende in considerazione le reazioni e le richieste della minoranza del Pd: tant’è vero che si risparmia pure la replica.
È un sì all’unanimità . La minoranza, come annunciato, non vota.
I sì sono120 su circa su circa 200 (si contano una ventina d’assenze, tra cui Bersani e D’Alema).
Il segretario-premier, dopo aver annientato il dissenso in un intervento fiume di sfondamento, è già “oltre”: come avversario vede praticamente solo Maurizio Landini.
“Anche tu sei diventato un soprammobile da talk show”, gli dice (in diretta streaming nazionale), rimproverandogli di non sapere cosa c’è nella legge di stabilità . “La coalizione sociale io non la sottovaluto. Ma non rappresenta il futuro e neanche il passato della sinistra. È un tentativo che sarà respinto dalla realtà ”.
È “una sfida” che “non mi toglie il sonno”. Ma che evidentemente richiede una riflessione e non lo lascia così indifferente.
“Io non lascio la parola sinistra solo a chi la usa con più frequenza”, dice Renzi. Partendo da questa premessa lancia la “sua” coalizione sociale: “Organizziamo tra luglio e settembre un grande dibattito pubblico, con soggetti culturali ed educativi, sulla sinistra in Italia, in Europa e nel mondo”.
Strumento ne sarà la nuova Unità (in edicola da fine aprile). Ostenta indifferenza, Renzi.
Ma Landini è un elemento politico da tenere in considerazione. Mentre Salvini ormai è più che derubricato (anche lui a fenomeno televisivo) e Beppe Grillo da “spauracchio è diventato sciacallo”.
Questo, se è per l’opposizione esterna. Se è per quella interna, ieri il segretario ci è andato giù pesante.
Niente dibattito supplementare sulla legge elettorale, niente ritocchi: Renzi vuole l’Italicum a fine maggio. E ieri ha messo di fronte alla minoranza una serie di argomenti “scomodi”.
A partire dal ruolo avuto nella “defenestrazione” di Letta: un voto compatto di tutto il Pd in direzione, con l’alibi sullo sfondo della legge elettorale che non si riusciva a fare: “Non c’è stato qualcuno che ha scelto di staccare la spina al governo precedente. Non riusciva ad andare avanti sul percorso delle riforme. Questo ha stabilito la direzione all’unanimità ”.
C’era “un blocco” che “veniva reso plastico, sublimato, sulla legge elettorale”.
E adesso allora: “Chiedo un voto per la dignità e la qualità di questo governo”.
Non fa passi indietro, Renzi, neanche sulla possibilità di mettere la fiducia sull’Italicum: “Ne parleremo tra di noi. Permettetemi ora di mettere la fiducia al nostro interno”. Stoccatina: “Fossi in voi rivendicherei le mediazioni ottenute”. Conclusione: “Considero un clamoroso errore riaprire la discussione al Senato, è un azzardo che ci espone a molti problemi, non si spiega politicamente alla Camera, riapre un accordo di coalizione già chiuso e, soprattutto dà il senso di una politica come un grandissimo gioco dell’Oca”.
Che lo sfondamento del premier abbia avuto effetto lo dicono i balbettii e la faccia stravolta di Roberto Speranza.
Che arriva a evocare le proprie dimissioni da capogruppo a Montecitorio: sono sul piatto dalla prossima riunione del gruppo dem alla Camera, che dovrebbe essere dopo Pasqua.
Lo dicono gli interventi di Cuperlo e Fassina, che richiamano il segretario a una mediazione che non ha alcuna intenzione di mettere in atto.
Come il tentativo di rilancio di D’Attorre, che mentre definisce “ricatto inconcepibile” la fiduicia sull’Italicum arriva a minacciare esplicitamente il percorso delle riforme in Senato.
La minoranza è tramortita: il non voto è una non decisione, un problema rimandato.
I renziani, invece, sono compatti, all’attacco. Il senatore Andrea Marcucci la butta sul filosofico (“la minoranza non ha sempre la verità in tasca”),
Matteo Richetti reagisce a D’Attorre (“Non ci si può lamentare che è in atto un ricatto sulla legge elettorale e poi dire che se non si cambia la legge elettorale le riforme sono su un binario morto”,) Roberto Giachetti fa uno show, ricordando tutti i cambi di posizione di quelli che oggi si vestono da pasdaran (“Bersani dice che ‘il Mattarellum lo firmerebbe anche domani’. A Bersani dico, l’avete avuta l’occasione di votare Mattarellum, e avete imposto di votare contro”).
Voto in direzione scontato. Futuro ipotetico.
La parola scissione per adesso è solo un fantasma. “Continueremo la battaglia in Aula. Ci voteremo i nostri emendamenti”, dice D’Attorre.
Ma finora, Renzi l’ha avuta sempre vinta.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 28th, 2015 Riccardo Fucile
I CASI DELLA CAMPANIA, DI ENNA E DI AGRIGENTO
Prima scena: Campania, primarie del Pd per il candidato governatore.
Il primo sfidante è il
bassoliniano Andrea Cozzolino, che nel 2011 da candidato sindaco aveva causato l’annullamento delle primarie del Pd per la massiccia presenza di cinesi al seggio, con conseguente dèbà¢cle del partito e vittoria di De Magistris: dunque merita un’altra chance. L’altro è il sindaco (per quattro volte) di Salerno, il deluchiano Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio, prescritto per smaltimento abusivo di rifiuti, imputato in altri processi per associazione a delinquere, truffa, peculato e abusi vari, decaduto per la legge Severino ma reintegrato dal Tar, però di nuovo decaduto perchè da sindaco faceva pure il sottosegretario di Letta: l’uomo giusto al posto giusto per sfidare Caldoro che l’aveva già trombato quattro anni fa.
Stravince, almeno alle primarie, De Luca. A quel punto nel Pd scoprono all’improvviso ciò che sapevano tutti anche prima: e cioè che, se De Luca fosse eletto governatore, appena poggerà il culetto sulla poltrona dovrebbe sloggiarne per la decadenza ex legge Severino.
Qualcuno pensa di cambiare la Severino ad hoc, escludendo l’abuso d’ufficio dalla lista dei reati causa di decadenza, ma non si fa a tempo.
Così ora i cervelloni del Nazareno stanno confabulando su altre soluzioni, una più geniale dell’altra: convincere De Luca a “fare un passo indietro” candidare un altro, senza primarie, contro il vincitore delle primarie (tipo il magistrato Cantone, che però ha declinato, o il ministro Orlando, che è come le piante grasse: dove lo metti sta); oppure non fare campagna elettorale a De Luca, lasciandolo al suo destino per la gioia di Caldoro.
La vicesegretaria Serracchiani spiega che, in fondo, “alle primarie hanno votato in 140 mila persone che conoscevano la condizione di De Luca”.
Già , per questo esistono i partiti: per selezionare le candidature migliori, possibilmente escludendo condannati, decaduti e incompatibili, per evitare che venga eletto uno che non può ricoprire la carica a cui concorre.
Ma — udite udite — il codice etico del Pd va “allineato alla legge Severino”: che è stata approvata nel novembre 2012, ma il Pd in due anni e mezzo s’è scordato di stabilire che i condannati in primo grado non possono candidarsi.
Complimenti vivissimi.
Seconda scena: Enna, elezioni comunali.
Il Pd, che per statuto si è imposto di selezionare i propri candidati con le primarie, decide che lì non è il caso.
Isuoi massimi dirigenti nell’isola, Fausto Raciti e Marco Zambuto, rispettivamente segretario e presidente regionale, che con l’uomo forte e sottosegretario di Renzi Davide Faraone hanno appena imbarcato una vagonata di forzisti, cuffariani e lombardiani, si recano in pellegrinaggio a Enna per implorare il segretario provinciale Mirello Crisafulli di candidarsi a sindaco.
“Le eventuali opposizioni dovranno essere solo sul piano politico, su altri piani non potranno essere accettate”, dichiara Raciti.
E pazienza se alle ultime elezioni politiche, nel 2013, la commissione di garanzia presieduta da Luigi Berlinguer aveva escluso Crisafulli dalle liste in quanto impresentabile per le frequentazioni (celebre l’abbraccio con l’amico boss Raffaele Bevilacqua) e per i guai giudiziari: l’ultimo un’accusa di abuso d’ufficio per aver fatto asfaltare con fondi della Provincia la strada per casa sua, appena caduta in prescrizione. “A Enna vinco col proporzionale, col maggioritario e anche col sorteggio”, dice sempre Mirello.
Il quale, lusingato dal corteggiamento, accetta: “Mi candido”.
A quel punto i geni del Nazareno scoprono ciò che tutti sanno benissimo e, siccome i giornali ne parlano, fanno la faccia malmostosa.
La soluzione è strepitosa: il vicesegretario Guerini gli dice “dai, fai il bravo”, la vicesegretaria Serracchiani auspica “che decida di non presentarsi”, ma nessuno gli spiega il perchè, visto che è perfettamente in linea con la Severino e persino con il codice etico (quello “non aggiornato”), e soprattutto nessuno fece un plissè un anno fa, quando fu eletto segretario provinciale a Enna col voto del 90% degli iscritti.
In che senso Mirello è perfetto come segretario e impresentabile come sindaco?
Lui infatti manda tutti a quel paese: “Faccio un passo indietro solo se mi fanno ministro o sottosegretario, tanto c’è chi è peggio di me”.
Tipo i cinque sottosegretari indagati, fra cui il suo allievo Faraone. Fantastico.
Terza scena: Agrigento, elezioni comunali.
Qui il Pd le primarie le fa, ma aperte a una lista di Forza Italia sotto mentite spoglie.
Si chiama “Patto per il Territorio”, fondata e guidata da Riccardo Gallo, parlamentare forzista e vice coordinatore siciliano del partito fondato da B. & Dell’Utri.
Il candidato forza-renziano è un suo fedelissimo, Silvio Alessi. Il presidente regionale del Pd Zambuto, ex sindaco agrigentino, cresciuto nella Dc e poi nell’Udc di Cuffaro, due anni fa folgorato sulla via di Renzi e, con la casacca del Pd, candidato (invano) dal Pd alle Europee 2014 ed eletto presidente del partito, non fa una piega.
Poi però i giornali titolano “Forza Italia vince le primarie del Pd” e a Roma qualcuno si sveglia fuori tempo massimo: allora i renziani di Agrigento (fra cui Zambuto) chiedono di annullare le primarie, anche se nessuno ha denunciato irregolarità . ù
La Serracchiani ordina di “cercare una nuova candidatura” e chissenefrega delle primarie: si parla di un tal Calogero Firetto, deputato regionale Udc: di bene in meglio.
Fabrizio Barca, data un’occhiata al Pd romano dopo Mafia Capitale, lo definisce “cattivo, dannoso e pericoloso” perchè “lavora per gli eletti e non per gli elettori”.
E nel resto d’Italia?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 27th, 2015 Riccardo Fucile
SALTA IL CONVEGNO PER LANCIARE DE LUCA…. CRISAFULLI: “POSSONO SEMPRE FARMI SOTTOSEGRETARIO”
Sono ingombranti, provocano malumori nella base e in alcuni casi «un grande imbarazzo» non solo in via del Nazareno ma anche a Palazzo Chigi.
Si chiamano Vincenzo De Luca in Campania, Vladimiro Crisafulli a Enna, Silvio Alessi ad Agrigento.
Sono i candidati che Matteo Renzi non vorrebbe in corsa con il Pd e che, via il vicesegretario Lorenzo Guerini, sta cercando di convincere a fare un passo indietro. Ricevendo sempre la stessa risposta. «Mi candido anche se me lo vieta Renzi», ripetono Crisafulli, De Luca e Alessi.
Diventando così spine nel fianco alle quali si appigliano gli oppositori esterni e interni.
A partire dal caso Campania.
De Luca è piombato a Palazzo Chigi per incontrare il presidente del Consiglio. Alla fine è riuscito a parlare con il sottosegretario Luca Lotti e Guerini, ed entrambi lo hanno invitato a valutare un ritiro, anche alla luce della condanna per abuso d’ufficio. De Luca, invece, ha chiesto un «maggiore sostegno» temendo che nessuno dei big vada in Campania.
E l’annullamento della manifestazione in programma domani a Napoli alla quale avrebbero dovuto partecipare il ministro della Giustizia Andrea Orlando e il presidente dei dem Matteo Orfini, è stato letto come un campanello d’allarme.
Alla Camera tra i renziani si vocifera di soluzioni alternative che Renzi starebbe sondando e il nome che circola è quello del ministro Orlando. Rumors, nulla di più, che la dicono lunga sullo spirito con il quale Renzi e i suoi si apprestano alle elezioni campane.
Altra grana è quella di Enna.
Renzi è chiaro: «Crisafulli non avrà il simbolo Pd». L’ex senatore, considerato «impresentabile» alle politiche perchè intercettato in un colloquio con un boss e alle prese con un rinvio a giudizio per una strada abusiva, adesso non ha nulla sulle spalle perchè il reato è prescritto e nel frattempo è stato eletto segretario locale.
Crisafulli ieri si è presentato alla Camera e appena ha visto Guerini lo ha raggiunto: «Perchè non mi devo candidare?», ha chiesto a un vicesegretario evidentemente in imbarazzo, che si è defilato dicendo soltanto: «Mirello, dai, fai il bravo».
Crisafulli è netto: «Faccio un passo indietro solo se mi nominano ministro o sottosegretario, tanto tra questi c’è chi è messo peggio di me».
Grane su grane anche ad Agrigento, dove infuriano le polemiche sul vincitore delle primarie sostenuto da un pezzo di Fi.
L’input che arriva da via del Nazareno è quello di trovare un candidato alternativo. Due nomi sul tavolo ci sono: il presidente del tribunale Luigi D’Angelo e l’Udc Calogero Firetto. «Ad Agrigento interverremo», dice il vicepresidente del Pd, Matteo Ricci.
«Abbiamo toccato il fondo», attacca Cesare Damiano.
Dalla Sicilia alla Liguria, dove i democratici sono alle prese con lo spettro del voto disgiunto nei confronti dell’ex Pd Luca Pastorino contro la candidata ufficiale Raffaella Paita.
Il partito avverte: «Chi vota un altro candidato è fuori». Basterà ?
Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica“)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
DAL PIEMONTE A ROMA, LE DIVISIONI DEL PD
Piemonte, Sicilia, Campania, Marche, Liguria, Roma, Lazio.
A metterle insieme, le aree di crisi del Pd renziano fanno impressione, da sud a nord il partito è squassato da guerre intestine, che non danno certo la misura di una creatura in splendida salute con percentuali da vecchia Dc e oggi dotata di un leader dominus assoluto del panorama politico.
Primarie contestate, candidature contestate, base in rivolta, potentati locali inestirpati.
Il tutto alla vigilia delle comunali dei sindaci e soprattutto delle regionali di fine maggio: quelle che sei mesi fa si presentavano come una passeggiata, qualcuno ipotizzata un “cappotto” sette a zero. E invece oggi il quadro non è più roseo, anzi.
L’ elenco delle grane che i colonnelli renziani stanno gestendo dunque fa assomigliare il Pd ad un campo di battaglia, piuttosto che al partito più votato d’Europa.
I guai della Campania
Non c’è solo il caso De Luca, che non potrà fare il presidente della Regione se la Consulta dopo i ricorsi sancirà la validità della legge Severino, ma una serie di polemiche locali sulle liste, anche per i “figli di”, in una realtà dove capita che i capi corrente locali siano figli di ex consiglieri regionali.
La rottura con i vendoliani è ufficiale, Sel non ci sta a votare De Luca, sta valutando un’altra candidatura e Caldoro marcia in testa ai sondaggi.
Così come Zaia in Veneto, altra regione ad alto rischio, dove perfino la discesa in campo di Tosi rischia di erodere consensi moderati per il Pd della Moretti.
Roma, dai Parioli in giù
Non bastava Fabrizio Barca a liquidare i mali del partito romano dipinto a tratti come “pericoloso e dannoso”.
Un partito commissariato da Matteo Orfini nei vari municipi, da Parioli alla periferia, con dirigenti del calibro di Antonio Funiciello, Gennaro Migliore e il torinese Stefano Esposito nominati commissari di quartiere, costretti a tenere Assemblee permanenti, verifiche delle tessere e repulisti come mai si era visto prima.
Ora è scoppiato pure il caso della regione, con il capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, Maurizio Venafro, che si è dimesso per essere indagato nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di mezzo”.
Certo, come dice il governatore, «Venafro è oggetto di una fase di accertamento delle indagini rispetto ad una gara della nostra regione, ma essere indagato non vuol dire essere colpevole». Quindi massima fiducia al suo principale collaboratore. Ma la scossa si è fatta sentire, eccome.
Sicilia, un mondo a parte
Il più eclatante nell’isola dei tormenti è il caso di Mirello Crisafulli, storico dirigente ex Pci-Ds forte di un solido bacino di consensi locali, coinvolto in due procedimenti giudiziari, uno archiviato e l’altro prescritto, che vuole candidarsi alle primarie per il sindaco di Enna.
Creando un problema a Renzi, che giorni fa diramò un altolà ricordando l’intervento di Pif alla Leopolda del 2014 con un passaggio contro l’esponente siciliano «che fece venir giù la platea», rammentano gli uomini del leader.
E non è da meno il caso delle primarie agrigentine, paradossale ma sintomatico. Fausto Raciti il segretario regionale Pd, ha convocato un summit in settimana, per discutere se annullare le primarie vinte da Silvio Alessi, indipendente a capo di una lista civica, che non nasconde simpatie berlusconiane.
Firme contestate
Altra grana di prima grandezza in Piemonte, dove sono state contestate alcune delle firme depositate per la candidatura di Chiamparino, il quale ha annunciato di volersi dimettere nel caso venisse accertato il problema.
Se ciò avvenisse, si dovrebbe rivotare come avvenne per il caso Cota, il governatore leghista.
La guerra nelle Marche
È un caso di specie, a nulla sono valsi i tentativi diplomatici: dopo vent’anni di governo rosso nelle Marche sta nascendo una sorta di “tutti contro il Pd”; grazie al presidente uscente, Gian Mario Spacca, ex Margherita, per dieci anni al potere e dal 2010 con una coalizione Pd-Udc. Che vuole fare il terzo mandato e che – tradendo il Pd – potrebbe riuscire nell’impresa di compattare Forza Italia, Lega e Ncd.
Costringendo il Pd di Renzi a schiacciarsi a sinistra con un candidato appoggiato da Sel. Insomma un caos, che coinvolge anche la Liguria, dove il civatiano Pastorino con la sua coalizione di sinistra insidia la renziana Paita, che ha vinto le primarie contestate da Cofferati per brogli ai seggi.
In tutto ciò Renzi non ha ancora deciso come regolarsi in campagna elettorale e valuterà se scendere in campo in realtà mirate a macchia di leopardo.
Carlo Bertini
(da “la Stampa”)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA VECCHIA SOCIETA’ NON HA PAGATO LE CONDANNE PER DIFFAMAZIONE
Dopo il via libera concesso dal Tribunale fallimentare di Roma, l’Unità è pronta a tornare in edicola. 
Potrebbe accadere in tempi stretti: forse già dalla data simbolica del 25 aprile.
La notizia era attesa dal 1° agosto dello scorso anno, giorno in cui erano cessate le pubblicazioni del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
Un’ottima notizia per il pluralismo dell’informazione italiana e per una testata storica, la fine di un incubo per una parte dei lavoratori del giornale.
L’accordo tra il nuovo editore, Guido Veneziani, e il Comitato di redazione del quotidiano prevede infatti la riassunzione solo per alcuni dei giornalisti finiti in cassa integrazione straordinaria. Saranno 25 sui 56 totali della vecchia redazione, insieme a quattro poligrafici
L’intesa è stata criticata dalla Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti e da diverse associazioni regionali di stampa, che hanno espresso “preoccupazione per le modalità che hanno portato all’accordo fra la Nie in liquidazione (la vecchia società di Matteo Fago, ndr) e l’Unità di Guido Veneziani”. La Fnsi, si legge nel comunicato, “non può non rilevare che oltre al progetto editoriale, che rimane ancora non chiaro, non convincono le scelte imposte sulla riduzione dell’organico, sulle mansioni, sul taglio delle retribuzioni e sui criteri di selezione dei 25 giornalisti della nuova l’Unità “.
L’accordo sottoscritto dal Cdr (e approvato con 44 sì, 6 no e 7 astenuti) non comporta solo il sacrificio di buona parte della vecchia redazione: c’è un’altra partita che è stata completamente ignorata nell’intesa con Veneziani.
Quella dei direttori e dei giornalisti che hanno subito condanne civili per diffamazione insieme alla vecchia società Nie.
Le regole, a volte non scritte ma sempre applicate a l’Unità come altrove, prevedono che se ne faccia carico l’azienda, ma la Nie era in liquidazione, solo ora è stata ammessa al concordato preventivo, e non ha pagato.
Abbandonando dipendenti ed ex al proprio destino. Drammatico per loro ma anche per la libertà di informazione, specie se si considera che le testate in pericolo sono tante e che il nostro mestiere diventa quasi impossibile quando singoli professionisti si trovano a sopportare rischi propri dell’impresa editoriale.
Alcune condanne sono già esecutive e i direttori e i cronisti coinvolti si ritrovano gli ufficiali giudiziari in casa. Letteralmente.
Atti di precetto e pignoramenti di compensi e conti correnti, ma anche delle abitazioni in cui i giornalisti vivono: la prossima tappa, non così lontana, sarà la vendita all’asta degli immobili.
Ai giornalisti i creditori non chiedono solo la loro parte ma anche quella, più consistente, dell’editore che non c’è più. Decine, a volte centinaia di migliaia di euro. E il contenzioso pendente è ragguardevole, poco meno di un milione.
IL CDR de l’Unità , impegnato in una trattativa complessa e in posizione di debolezza, non si è occupato granchè di questa vicenda.
Meno che mai ha intenzione di farlo l’acquirente Veneziani. Il nuovo proprietario, già editore di riviste di gossip comeStope Vero, ha il 60 per cento e sarà affiancato dal Gruppo Pessina (35%) e dalla Fondazione Eyu del Partito democratico (per il restante 5 per cento).
Ed è proprio al Pd, tornato a detenere una quota significativa del giornale, che si è appellata in questi giorni la Federazione della stampa (Fnsi).
Dopo il silenzio dei mesi scorsi la nuova dirigenza della Fnsi eletta a fine gennaio sta cercando di tutelare i giornalisti coinvolti: se ne occupa il presidente Santo Della Volpe.
Il tesoriere dem Francesco Bonifazi è stato il primo a esultare per la sentenza che ha aperto il nuovo corso de l’Unità .
A lui e al suo partito, come agli editori vecchi e nuovi del giornale di Gramsci.
Al partito il sindacato chiede un intervento per tutelare chi è rimasto completamente escluso dall’accordo.
La stessa Fnsi ha messo a disposizione i propri fondi di solidarietà per i colleghi lasciati soli, ma coprono solo una minima parte delle cifre in questione.
Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA SINISTRA CHIEDEVA UN INCONTRO, INVECE SI VA ALLA CONTA
«Sono previste votazioni». A sorpresa Renzi convoca la direzione del Pd lunedì prossimo per discutere di Italicum e di riforme e ricorda che, alla fine, si voterà .
Una sfida alle correnti della sinistra dem che hanno chiesto chi un “conclave” di senatori e deputati, chi un “coordinamento” per elencare le modifiche indispensabili alla nuova legge elettorale.
Ma l’accelerazione del premier — che vorrebbe l’approvazione definitiva dell’Italicum prima delle regionali, quindi entro la fine di maggio — scompagina i giochi.
All’aut aut posto dalle sinistre, con un vero e proprio ultimatum di Bersani, il premier-segretario risponde giocando d’anticipo e blindando le riforme.
In direzione ci sarà quindi una “conta”. Irritate le minoranze, peraltro divise.
Alfredo D’Attore aveva proposto il “conclave” sulle riforme e annunciato una lettera della minoranza.
Contrattacca: «La materia istituzionale non si risolve con un voto in direzione, su questi temi è sempre stato riconosciuto un margine di autonomia ai gruppi parlamentari».
E rilancia appunto il “conclave”, troncando ogni ipotesi di ingresso di esponenti della sinistra dem al governo: «Fantapolitica».
È Roberto Speranza, il capogruppo, a essere indicato come possibile sostituto del dimissionario Lupi al ministero delle Infrastrutture. «Sono molto contento di fare il capogruppo alla Camera. Non penso ad altro», garantisce Speranza.
Area riformista, la corrente di cui Speranza è leader. non vuole neppure un “coordinamento” ed è in aperta critica con l’assemblea delle sinistre di sabato scorso all’Acquario Romano.
«Direi che dobbiamo smetterla di dare una assist a Renzi», commenta Davide Zoggia. «La giudico un fallimento», è il giudizio di Enzo Amendola. Entrambi sono di “Area riformista”.
«Mi pare ci sia un’accelerazione, in direzione i rapporti di forza sono sul filo…», ironizza Gianni Cuperlo, leader di Sinistradem, appena ricevuto l’sms della convocazione della direzione.
Un modo per segnalare che in direzione la maggioranza renziana è talmente ampia che non ci sarà possibilità di incidere.
«Renzi crea tensione, poi dà la colpa a noi», accusa Pippo Civati.
Già oggi, annuncia Ettore Rosato, il vice capogruppo, il Pd chiederà in conferenza dei capigruppo alla Camera di anticipare la discussione sull’Italicum: «Chiederemo la calendarizzazione immediata, i tempi ci sono». L’obiettivo è quello di vedere l’Italicum trasformato in legge il prima possibile senza ulteriori e rischiosi ritorni all’esame del Senato.
«Il confronto è sempre benvenuto ragiona Teresa Piccione, franceschiniana — però lasciando il paese in balia di inutili lungaggini».
E poi per Renzi c’è la partita aperta con Alfano e Ncd per la sostituzione di Lupi o un ministero di peso.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI TACE SULL’AMICO DEL BOSS, IMPRESENTABILE PER I DEM ALLE POLITICHE 2013… CROCETTA: “NON PUO’ FARE IL SINDACO DI ENNA”… L’INTERESSATO: “RITIRARMI? E PERCHE’ MAI”
Le amministrative in Sicilia rischiano di diventare un problema per il Pd. 
Almeno doppio: a Enna e ad Agrigento infatti i democratici rischiano di ritrovarsi candidati che una parte del partito non vuole.
Nel primo caso per decisione degli organismi cittadini del partito che propongono il ritorno di Vladimiro Crisafulli, che il comitato dei garanti nazionale giudicò “impresentabile” nelle liste elettorali per il Senato nel 2013 e che però nel frattempo si è fatto eleggere coordinatore del Pd provinciale con più dell’ottanta per cento dei voti.
Nel secondo caso il problema l’hanno creato le “sacre” primarie perchè per un accordo con Forza Italia alla fine a rappresentare il centrosinistra nella corsa alla poltrona di sindaco sarà Silvio Alessi, sponsorizzato da Riccardo Gallo, considerato vicino a Marcello Dell’Utri.
In questo scenario si registra il silenzio del segretario nazionale, Matteo Renzi, o comunque dei vertici.
Così ora succede che sul caso Enna sia Crocetta sia Crisafulli tirino per la giacchetta il capo-presidente del Consiglio.
Pd in tilt: Crisafulli è un caso, ma c’era l’ok dei siciliani
Eppure dieci giorni fa erano stati Fausto Raciti e Marco Zambuto, rispettivamente segretario e presidente del Pd siciliano, a chiedere personalmente a Mirello Crisafulli di candidarsi.
“Le eventuali opposizioni dovranno essere solo sul piano politico, su altri piani non potranno essere accettate” spiegava Raciti.
Un modo come un altro per stoppare sul nascere possibili polemiche che rimandassero al passato, al tempo in cui il comitato dei garanti del Pd bollava il ras ennese come non candidabile, cancellandolo con un rapido tratto di penna dalle liste per le politiche.
Crocetta: “Renzi parli”. Ma ieri diceva: “Non me ne frega niente”
Sembrava andare tutto liscio, ma a ridare fuoco alle polveri ci ha pensato il governatore Rosario Crocetta. Ieri, 24 marzo, interpellato sull’argomento, si era trincerato dietro un prudente no comment: “Perchè volete farmi intromettere in questioni di cui non mi frega niente?” diceva piccato il governatore.
Poche ore dopo ha cambiato idea, entrando a gamba tesa sulla questione. “Si può fare finta che Crisafulli possa candidarsi a sindaco di Enna: guai a porre il problema, tanto per un politico l’importante è ottenere i consensi”.
Una dichiarazione che ha infiammato ulteriormente il clima all’interno del Pd, dato che negli ultimi giorni sarebbero stati opposti dei “veti silenziosi” direttamente da Roma, dove il sottosegretario Davide Faraone non vedrebbe di buon occhio la candidatura di Crisafulli, indigesta ai renziani locali ma anche a quelli nazionali.
Poco importa se nel frattempo i due massimi dirigenti regionali del Pd si siano già espressi, andando in pellegrinaggio nella città al centro della Sicilia, e annunciando la loro presenza ad Enna anche per venerdì, quando il coordinamento provinciale del partito si riunirà per decidere chi candidare come primo cittadino.
Crisafulli al fatto.it: “Perchè non mi devo candidare?”
Dall’altro lato infatti il “ras” di Enna, ex diessino diventato cuperliano, gran collettore di voti, a ilfattoquotidiano.it ostenta sicurezza: “Renzi e Faraone non vogliono la mia candidatura? Ma io voglio essere il candidato del Pd ennese, che le assicuro non è fatto da imbecilli. Venerdì verranno qua Raciti e Zambuto (segretario e presidente del Pd siciliano, ndr) che non mi sembrano essere contrari ad una mia candidatura. Che poi perchè non mi dovrei candidare? Io sarei impresentabile? E perchè? Nel 2013 avevo un procedimento penale in corso, ora quel procedimento si è chiuso, punto. Se ho sentito Faraone? E perchè dovrei sentire Faraone che fa il sottosegretario?”.
Il processo “chiuso” a cui fa riferimento Crisafulli è quello per abuso d’ufficio: era accusato di essersi fatto asfaltare la strada che conduce alla sua villa con fondi della Provincia (di cui lui era presidente).
A questo punto per la pax interna al Pd, l’ideale sarebbe un candidato diverso da Crisafulli, ma scelto e appoggiato dall’ex parlamentare, che a Enna è abituato a vincere “col proporzionale, col maggioritario e pure col sorteggio” (ipse dixit).
E mentre si attende che Matteo Renzi in persona si esprima sull’argomento, il diretto interessato ne approfitta per provare a rispedire al mittente l’etichetta di impresentabile, e spingere fino alla fine la sua candidatura a sindaco.
“Io non ho mai chiesto un voto ai mafiosi, io i mafiosi li mandavo a fare in culo, con rispetto parlando” dice Crisafulli, riferendosi alla famosa intercettazione della Dia, quando venne beccato a parlare con Raffaele Bevilacqua, poi indicato come boss di Enna, che gli chiedeva notizie su alcuni appalti pubblici.
“Fatti i cazzi tuoi” era stata la replica di Crisafulli, poi indagato e archiviato per concorso esterno a Cosa Nostra.
“Dicono che questo era il partito di Pio La Torre? Io me lo ricordo e vedo anche quali sono le ultimissime adesioni al partito… anche ad Agrigento vedo come è andata a finire” continua, citando altri due recentissimi casi che gettano scompiglio nel Pd. Vale a dire l’imponente campagna acquisti varata da Faraone, che ha portato tra i democratici diversi ex sostenitori di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, scatenando nel frattempo l’esodo di civatiani e cuperliani.
I renziani di Agrigento: “Annullare le primarie”
Ma si riapre anche la questione di Agrigento.
A porre il problema di Alessi candidato, è l’area Renzi del Pd di Agrigento che chiede di “annullare le primarie, commissariare la segretaria provinciale e ripartire da capo, individuando un nuovo candidato del Partito democratico da contrapporre a Silvio Alessi”.
“Le primarie del centro sinistra — scrivono — le ha vinte Forza Italia. Noi non ci piegheremo alle logiche spartitorie dei soliti noti, ai giochi di potere. Noi siamo il centro sinistra, siamo il Partito Democratico — aggiungono — . Con Forza Italia ci si confronta alle elezioni, non alle primarie“.
I renziani agrigentini chiedono quindi “l’immediato commissariamento della federazione e del segretario provinciale di Agrigento, il disconoscimento delle primarie con il ritiro del simbolo del partito, l’individuazione di un progetto e di persone che possano rappresentare, per Agrigento, un progetto politico e una prospettiva chiara, nell’ambito degli ideali e dei valori del centrosinistra”.
L’Ansa cita fonti del Pd secondo le quali il segretario siciliano Fausto Raciti ha convocato lo stato maggiore del partito in città . Peccato che l’accordo con Gallo e le altre liste per le primarie sia stato siglato dai vertici del Pd regionale, compreso Zambuto, ex sindaco di Agrigento con l’Udc e oggi leader della corrente renziana.
Giuseppe Pipitone
(da ” il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 23rd, 2015 Riccardo Fucile
PRIMO CASO DI DEPUTATO VICINO A CIVATI CHE ROMPE CON IL PARTITO…. IL PD: “COSI’ INDEBOLISCE LA COALIZIONE”
“Lascio il Pd e mi candido a presidente della Regione Liguria”. Così Luca Pastorino, sindaco di
Bogliasco, civatiano, ha annunciato stamani – al Mercato del Carmine, nel cuore di Genova – la propria candidatura a presidente della Regione Liguria contestualmente alle dimissioni dal Partito democratico e dal gruppo alla Camera. Una scelta che ha già creato fortissime tensioni sia nel Pd sia nella possibile coalizione a sinistra, tanto che solo ieri Giorgio Pagano , esponente de L’Altra Liguria, lista civica raccolta intorno a don Paolo Farinella, lo aveva invitato a fare entrambi un passo indietro, visto che non era stata trovata l’intesa, lasciando il posto ad una “candidatura di alto spessore morale”.
Una ipotesi che Pastorino ha rifiutato, così come ha ritenuto di non poter recedere dalla scelta di abbandonare il Pd, come lo aveva invitato a fare il vicesegretario Lorenzo Guerini.
Il nostro progetto politico, ha dichiarato Pastorino, è “alternativo ed è ambizioso”, il quale ha poi raccontato di avere chiamato stamattina il segretario provinciale del Pd ed il capogruppo della Camera, Roberto Speranza, annunciando loro le dimissioni. “Ci vuole un po’ di coraggio”, ha osservato.
La candidatura di Pastorino è sostenuta dai cofferatiani, (sconfitti nelle contestate primarie vinte da Raffaella Paita, renziana e assessore regionale uscente alle infrastrutture), da Rete a Sinistra, che comprende Rifondazione, Sel, i Comunisti Italiani, Sinistra e lavoro e la Lista Doria che fa riferimento al sindaco di Genova Marco Doria, oltre che dalla rete Tilt per l’istituzione del reddito minimo garantito. “Questa mattina – ha spiegato Pastorino – ho telefonato sia al mio ex segretario provinciale, Alessandro Terrile, sia al capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza. Questa decisione secondo me era doverosa per rispetto dei colleghi e di chi rimane. Era un passaggio da fare perchè non è più tempo di rimandare le cose. Vogliamo mettere in campo un progetto alternativo e credibile al governo regionale degli ultimi cinque anni. Il nostro progetto sarà improntato alla trasparenza e alla chiarezza. Ci dovrà essere la percezione che proviamo a mettere in campo un’idea alternativa all’amministrazione regionale degli ultimi anni partendo da temi chiari e da un programma che potrà essere fatto con il contributo di tutti”.
Pastorino ha sottolineato che il suo obiettivo è presentare un progetto “percepito come novità vera, rispetto agli ultimi anni di amministrazione della Regione, guidata dal centrosinistra, durante i quali, ha osservato, se ne sono viste di tutti i colori”.
Il sindaco di Bogliasco, piccola località di mare nel Levante genovese, ha spiegato di essere arrivato alla decisione di candidarsi dopo colloqui ed incontri negli ultimi giorni, ricordando anche che le recenti primarie del partito hanno visto “calpestati alcuni principi banali”.
“Il Pd nazionale ha fatto finta di non accorgersene”, ha spiegato.
Paita: è contro il Pd.
Raffaella Paita, la candidata per il centrosinistra alla Regione Liguria, si dice dispiaciuta per la scelta di Pastorino.
Per Paita la candidatura ha “il solo obiettivo di indebolire il Pd a cui andrebbe forse un po’ più di riconoscenza, visto che al Parlamento Pastorino è arrivato proprio grazie al Pd”.
Paita ha osservato che a Venezia avrebbe sostenuto Felice Casson, precisando che l’esito delle primarie va rispettato “anche quando non piace”.
“Questa è una grave scorrettezza al Pd più che alla Paita” ha aggiunto la candidata, secondo la quale in un partito ci si confronta nelle primarie, “c’è uno che vince e uno che perde” e dopo tutti insieme “si converge su un progetto unitario”.
I sostenitori.
Al Mercato del Carmine si sono visti sia esponenti del Pd – come il consigliere comunale Gian Piero Malatesta, civatiano – che il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero; presente anche Domenico Chionetti della Comunità di San Benedetto, molti rappresentanti di SeL.
Pastorino ha annunciato che Civati sarà a Genova ad aprile.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile
BERSANI CON D’ALEMA MA CON DISTINGUO, CUPERLO IN RETROMARCIA, ORFINI AFFONDATO, GUERINI FA LA MORALE
Contro il Partito Democratico, che definisce un partito “carico di arroganza“. 
Sulla minoranza, accusata di incoerenza attraverso una sofisticata perifrasi.
Ne ha avuto per tutti Massimo D’Alema al forum “A sinistra del Pd“, che si è svolto a Roma.
Parole che hanno irritato i vertici del partito (“Toni degni di una rissa da bar”, chiosa Matteo Orfini, mentre Lorenzo Guerini contrattacca: “Renzi ha stravinto il congresso, fatevene una ragione”) e spaccato la fronda dem: “Dovresti chiederti perchè la sinistra ha ceduto quando eri al potere”, ribatte Gianni Cuperlo.
Ma bisogna riconoscere che D’Alema è un leader vero, non come quelli dell’attuale minoranza Pd e non le manda a dire
Pomeriggio di forti turbolenze in casa democratica.
Le parole di D’Alema scatenano un vortice di polemiche che risucchia le varie anime che compongono il Pd.
“Una componente minoritaria in un partito a forte posizione personale e con un carico di arroganza può avere peso solo se si muove con coerenza e, una volta definiti i punti invalicabili, si muove con assoluta intransigenza“, attacca l’ex presidente del Consiglio durante l’assemblea delle minoranze dem.
“Non credo che il segretario del Pd abbia unito il partito sull’elezione del presidente della Repubblica sulla base di un afflato unitario e di un appello. Ha scelto un’altra strada quando ha capito che su quella strada avrebbe perso. Credo che non intenda altra strada che questa. Non si annunciano ultimatum, si danno dei colpi quando necessario”, è la stilettata che l’ex premier infligge alla minoranza.
Il presidente della Fondazione Italiani Europei è un fiume in piena: “Il fatto che il Pd sia l’unica forza politica rilevante non è positivo — continua — preferirei che fosse uno dei due poli di una democrazia. Essere un’unica grande forza politica comporta un inevitabile risucchio al centro, fa del Pd la più grande macchina redistributrice del potere e conferisce al Pd la forza di attrazione del trasformismo italiano“.
Neanche i numeri confortano sui risultati del progetto: “Se stiamo al numero degli iscritti al Pd, il Pd non è un grande partito, i Ds avevano 600mila iscritti. Stiamo assistendo ad un processo di riduzione della partecipazione politica che non solo non è contrastato ma è perseguito“.
Poi, la proposta: “Condivido l’idea di dare battaglia in questo partito, ma in questo partito si vince giocando all’interno e all’esterno, Renzi è sostenuto anche da forze che non sono iscritte al Pd, il sistema delle Leopolde si va diffondendo in tutto il paese”.
Per questo per parlare non solo agli iscritti del Pd D’Alema propone un’associazione della minoranza partendo dalla premessa che “non approvo il fatto che ci sia più di una minoranza”.
“Questa parte del Pd – sostiene D’Alema — può avere peso se raggiunge un certo grande di unità nell’azione altrimenti non avrà alcun peso. Bisogna darsi degli strumenti in cui ci si riunisce si cerca punto di mediazione e si definisce una posizione comune”.
“D’Alema ha detto una cosa sacrosanta: c’è tanta gente nel Pd che è in sofferenza e a disagio. Dobbiamo trovare il sistema anche dal punto organizzativo per dialogare con questi mondi”, concorda Pierluigi Bersani, il quale dissente con D’Alema su un punto: “Noi li abbiamo già dati dei colpi. Sono colpi positivi, dobbiamo dare dei colpi per fare andare meglio il Paese, come quello che ha portato all’elezione di Mattarella. Quello è stato un bel colpo“.
Insomma, basta accontentarsi.
Le parole di D’Alema hanno l’effetto di aprire un nuovo fronte all’interno della stessa minoranza: “Dovresti chiederti perchè la sinistra ha ceduto negli anni in cui avete avuto il potere — attacca Gianni Cuperlo — ci hai invitato a dare battaglia. Se tu e altri lo aveste fatto di più prima ora forse la montagna da scalare sarebbe meno alta”. Mentre Stefano Fassina invita i compagni della minoranza a fare autocritica: “Renzi è frutto dei nostri errori: se non partiamo da qua non si va avanti”.
La reazione dei vertici del partito non si fa attendere. “Dispiace che dirigenti importanti per la storia della sinistra usino toni degni di una rissa da bar. Così si offende la nostra comunità ”, si lamenta il presidente del Pd, Matteo Orfini.
“Renzi ha stravinto il congresso e portato il Pd al 41% per cambiare l’Italia dove altri non sono riusciti, qualcuno se ne faccia una ragione”, la risposta lapidaria affidata a Twitter da Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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