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A PUTIN SERVIVA IL PRETESTO PER FAR SALTARE IL NEGOZIATO E SI INVENTA UNA ATTACCO CON 91 DRONI ALLA RESIDENZA DI PUTIN A NOVGOROD

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SERGEI LAVROV, SOTTOLINEA CHE MOSCA HA GIÀ STABILITO “I TEMPI E GLI OBIETTIVI PER LA RAPPRESAGLIA”. E AGGIUNGE: “LA POSIZIONE NEGOZIALE DELLA RUSSIA SARÀ RIVISTA”… ZELENSKY: “È UNA COMPLETA INVENZIONE PER GIUSTIFICARE ULTERIORI ATTACCHI CONTRO L’UCRAINA, INCLUSA KIEV”

“Le forze di Kiev hanno tentato un attacco con droni sulla residenza presidenziale russa nella regione di Novgorod”. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov sottolineando che Mosca ha già stabilito “i tempi e gli obiettivi per la rappresaglia”. “Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre 2025, il regime di Kiev ha lanciato un attacco terroristico utilizzando 91 droni a lungo raggio contro la residenza presidenziale russa nella regione di Novgorod”, ha dichiarato Lavrov, citato da Interfax.
Non si segnalano vittime o danni causati dai detriti dei droni”, ha precisato il ministro degli Esteri russo.
“Data la trasformazione definitiva del criminale regime di Kiev, che è passato a una politica di terrorismo di Stato, la posizione negoziale della Russia sarà rivista”. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, dopo aver annunciato un attacco con droni ucraini sulla residenza di Putin a Novgorod la notte scorsa
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha respinto, definendole “altre bugie”, le notizie secondo cui droni ucraini avrebbero tentato di attaccare una residenza di Putin a Novgorod la notte scorsa.
“La Russia ci riprova, usando dichiarazioni pericolose per minare tutti i risultati degli sforzi diplomatici condivisi con la squadra del Presidente Trump. Continuiamo a lavorare insieme per avvicinare la pace”, ha scritto su X sottolineando che “l’Ucraina non adotta misure che possano minare la diplomazia. Questa presunta storia dell’attacco è una completa invenzione per giustificare ulteriori attacchi contro l’Ucraina, inclusa Kiev”
(da agenzie)

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“SONO STATA STUPRATA DURANTE IL MIO ARRESTO IN ISRAELE”: LA DENUNCIA DI UNA GIORNALISTA TEDESCA CHE HA PRESO PARTE ALLA FLOTILLA

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

“IL MIO NON E’ STATO UN CASO ISOLATO”…I SOLDATI ISRAELIANI NON ERANO ANGIOLETTI SOVRANISTI PER I MEDIA ASSERVITI AL CRIMINALE NETANYAHU ?

Lo scorso settembre Anna Liedtke, giornalista tedesca, si trovava a bordo della Conscience, imbarcazione della Freedom Flotilla Coalition diretta verso Gaza per rompere l’assedio illegale israeliano. Lei come tutte le altre persone a bordo della flotta sono state intercettate in acque internazionali e arrestate da Israele. La settimana scorso Liedtke ha denunciato pubblicamente di essere stata stuprata durante l’arresto. Fanpage.it l’ha raggiunta telefonicamente e intervistata
Puoi presentarti?
Mi chiamo Anna Liedtke e ho 25 anni. Sono una giornalista tedesca e una studentessa universitaria. Sono un membro dell’organizzazione di giovani donne Zora, della quale sono anche la portavoce.
Cosa è successo lo scorso settembre?
L’autunno scorso mi sono unita all’imbarcazione che trasportava giornalisti e medici come parte della Freedom Flotilla Coalition, in navigazione verso Gaza per rompere l’assedio illegale israeliano. Il 30 settembre siamo salpati dall’Italia diretti a Gaza.
Potresti ricostruire gli eventi dalle intercettazioni illegali della “Conscience” fino al tuo arresto?
Nelle prime ore dell’8 ottobre, circa una settimana dopo la partenza, siamo stati intercettati in acque internazionali dalle IOF (Forze di Occupazione Israeliane). Sono arrivati con elicotteri e imbarcazioni militari e ci hanno portato al porto di Ashdod invece di lasciarci navigare verso Gaza. Accusati di “ingresso illegale in Israele”, siamo stati portati in prigione, dove siamo rimasti per cinque giorni: prima nel carcere di Ketziot e poi nel centro di detenzione per la deportazione di Givon. Il nostro arresto si è basato su una violazione del diritto internazionale, che invece tutela e legalizza la nostra missione, a differenza del blocco, che impedisce a cibo, forniture umanitarie, medici internazionali e giornalisti di entrare a Gaza.
Quando è avvenuta la violenza sessuale? E da parte di chi?
La violenza sessuale è avvenuta durante il mio trasferimento dal carcere di Ktzi’ot al centro di detenzione di Givon. Sono stata costretta a subire perquisizioni integrali, alle quali ho opposto resistenza. Sono stata violentata da guardie carcerarie donne davanti a soldati pesantemente armati e mascherati che hanno continuato a umiliarmi. Purtroppo, non sono l’unica persona che ha partecipato alla missione della flottiglia ad aver subito tale violenza.
Sei attualmente assistita da avvocati?
Si, con loro stiamo decidendo come proseguire legalmente e come e chi denunciare.
Ricordi qualcosa di questi soldati? Qualsiasi dettaglio che possa essere utile a identificarli?
Non entrerò in ulteriori dettagli, poiché non è necessario dato che la violenza è così sistematica che i colpevoli non verranno
mai identificati. Il sistema opera a questo livello di anonimato, dove si nascondono il più possibile. Israele insabbia e normalizza l’uso della violenza sessuale. Anche se i responsabili venissero identificati, Israele mostra i volti e i nomi degli stupratori sulla televisione di stato e li celebra come eroi nazionali, come è accaduto di recente. Rapporti ufficiali dimostrano che la violenza sessuale è commessa il più delle volte sotto ordini espliciti o con l’incoraggiamento implicito dei vertici civili e militari israeliani.
Credi che ciò che ti è accaduto faccia parte di una tattica sistematica che usa la violenza contro i corpi delle donne come arma di guerra?
Sì, ciò che mi è successo non è stato un incidente isolato. Non sono stata l’unico membro della flottiglia a essere sottoposta a tale violenza e, per i palestinesi, è una forma di tortura che vivono quotidianamente, in particolare in prigione. Ne sono colpiti tutti: uomini, donne e bambini. Questa forma di violenza riguarda la deumanizzazione, l’umiliazione e la dimostrazione di potere. È aumentata in frequenza e gravità come strategia bellica israeliana per dominare e distruggere il popolo palestinese. Le donne palestinesi in particolare subiscono violenza sistematica perché sono sia donne che palestinesi. Lo stupro è spesso usato come arma di guerra contro le donne, e questo è anche poco documentato tra le donne palestinesi a causa dello stigma e del trauma ad esso associati. Tuttavia, come ho detto prima, è lo Stato di Israele che dovrebbe vergognarsi del suo uso sistematico della violenza sessuale.
(da Fanpage)

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SILVIA SALIS SMONTA LE BUFALE DI FRATELLI D’ITALIA: “MAI STATA AI COMIZI DI HANNOUN, PARTONO LE QUERELE”. “PENSATE PIUTTOSTO A VOI CHE NELLE SEDI ISTITUZIONALI VI SEDETE ACCANTO A COLLEGHI INDAGATI PER CORRUZIONE”

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA FOGNA SOVRANISTA HA UNA PAURA FOTTUTA DI SILVIA CANDIDATA PREMIER E PARTE LA CLASSICA MACCHINA DEL FANGO: SONO TALMENTE COGLIONI CHE NON CAPISCONO CHE LEI OGNI VOLTA NE ESCE RAFFORZATA PERCHE’ RISPONDE COLPO SU COLPO E SA FARE MALE

La sindaca di Genova, Silvia Salis, è pronta a querelare chi ha diffuso notizie false sulla sua partecipazione ai comizi organizzati da Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei palestinesi in Italia, oggi accusato di aver finanziato Hamas nell’inchiesta condotta dalla Procura nazionale antimafia. Indagini, dice la sindaca dem, su cui “avevo scelto il silenzio” perché “le inchieste non si commentano e si lascia lavorare la magistratura senza strumentalizzazioni politiche. Quanto sta accadendo in queste ore, però, ha superato ampiamente la soglia della tollerabilità”.
A diffondere la fake news sul coinvolgimento di Salis alle manifestazioni di Hannoun è stata, nelle scorse ore, la parlamentare ligure di Fratelli d’Italia, Maria Grazia Frijia. “Già ad agosto in testa alle iniziative della Flottiglia era in piazza insieme a Mohammad Hannoun, oggi arrestato dall’antiterrorismo. Un fatto politicamente gravissimo che ha trascinato l’immagine e il ruolo della città su sponde pericolose”, ha dichiarato.
Secondo la consigliera di FdI “non si è trattato di una presenza casuale: Salis ha scelto consapevolmente di legittimare una piazza organizzata anche da Hannoun, accompagnando altri sindaci del Partito Democratico e offrendo una copertura istituzionale che oggi pesa come un macigno”.
Una versione che Salis smentisce con un video pubblicato sui suoi social: “Querelerò chi sta diffondendo il falso messaggio secondo cui sarei andata con altri sindaci in piazza De Ferrari, il 17 settembre, ad ascoltare un suo intervento questa cosa non è mai successa. Abbiamo partecipato per pochi minuti a una delle tante manifestazioni organizzate da Music for Peace e non abbiamo avuto alcun contatto con Hannoun, né in quell’occasione né in altre”.
Se Hannoun “ha parlato durante quella manifestazione, lo ha fatto ben dopo che io e tutti gli altri sindaci avevamo lasciato la piazza. Chi ha pubblicato fotomontaggi e diffuso notizie false chieda scusa. Io sono pronta a procedere per vie legali e chiedo agli altri colleghi sindaci di fare lo stesso”, chiarisce.
Non solo, la sindaca dem si rivolge alla destra e a chi le chiede di prendere le distanze “da una persona con cui non ho mai avuto alcun contatto personale o istituzionale”. Secondo loro “non avrei dovuto partecipare a manifestazioni di solidarietà a un popolo massacrato perché c’era anche lui, all’epoca sconosciuto ai più e per di più libero cittadino. Che cosa dovremmo dire, allora, agli esponenti della destra che siedono nelle aule istituzionali accanto a colleghi indagati anche per corruzione o che hanno fatto parte di giunte sciolte anche a seguito di indagini della magistratura?”, punge la prima cittadina.
“Ma noi non siamo così – prosegue la sindaca-. Se le accuse nei confronti di Hannoun verranno confermate così come i finanziamenti ad Hamas, si tratterà di un danno enorme per la popolazione civile palestinese e per le migliaia di genovesi e italiani che, pensando di aiutare persone che morivano e soffrivano sotto le bombe, sono stati ingannati a beneficio dei terroristi”. Salis rimarca che “sarebbe un danno enorme anche per associazioni, come Music for Peace, che non hanno nulla a che vedere con questa inchiesta e che stanno svolgendo un lavoro straordinario di aiuto alla popolazione palestinesi. I contatti di Music for peace sono sempre stati con il Patriarcato di Gerusalemme e ci sono ancora 240 tonnellate di aiuti che attendono di poter essere consegnati”.
Per Salis “è vergognoso il tentativo della destra di cavalcare questa inchiesta per creare ulteriori ostacoli all’arrivo a destinazione delle tantissime tonnellate di aiuti umanitari raccolte. Da parte mia, assicuro che non prenderò mai alcuna distanza da uno straordinario movimento di solidarietà nato nella nostra città e del quale sono profondamente orgogliosa”, conclude.
(da Fanpage)

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INCHIESTA HANNOUN, I DUBBI DEL PENALISTA DIDDI: “NELL’INCHIESTA C’E’ UN SILLOGISMO CHE NON STA IN PIEDI”

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

“SINGOLARE CHE SIA BASATA SU PRESUNTE INFORMAZIONI DEL MOSSAD”… “PER ISRAELE OGNI ONG A GAZA E’ TERRORISTA”

Secondo il professore dell’Università della Calabria, numerosi punti dell’indagine risultano quantomeno poco chiari. A partire dalla convinzione che i finanziamenti siano finiti a terroristi: «C’è un sillogismo che non sta in piedi»
Un software spia nei computer dell’associazione genovese per tracciare i presunti fondi per la popolazione palestinese, in realtà – secondo l’accusa – finiti in mano ad Hamas. I documenti forniti agli 007 italiani e alla procura di Genova dall’intelligence israeliana. E un’accusa che sembra basarsi al contempo su una analisi approfondita e su un sillogismo che, giuridicamente e penalmente, fatica a stare i piedi.
Secondo Alessandro Diddi, penalista all’Università della Calabria ed esperto di criminalità organizzata, ci sono diversi punti traballanti nell’inchiesta che ha portato all’arresto di 9 persone con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo. Tra loro anche Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei palestinesi nel nostro Paese e considerato al vertice della cellula italiana.
Le fonti di intelligence e il legame con Israele
La posizione di Diddi sembra, almeno in parte, ricalcare perfettamente i dubbi espressi dai legali di Hannoun, che sostengono che l’accusa sia «largamente costruita su elementi probatori e valutazioni giuridiche di fonte israeliana», senza dunque possibilità effettiva di controllo sui contenuti. «È singolare che la prova di possibili collegamenti tra i destinatari di queste somme e Hamas sia data solo da report che vengono dall’autorità militare israeliana o dai loro servizi segreti», ha detto al Messaggero il penalista. «Non è ben chiaro in che modo (la documentazione, ndr) sia pervenuta. Se fosse arrivata da un’autorità giudiziaria, sarebbe stato tutto molto più
trasparente
Il punto chiave nell’accusa di terrorismo
Altro nodo da sciogliere per gli inquirenti è la formulazione stessa dell’accusa: «Il punto critico è la riconducibilità di chi ha ricevuto questi finanziamenti a organismi che abbiano effettuato attività legate al terrorismo. Trattandosi di un reato associativo, perché un terrorista sia definito tale serve dimostrare che svolga attività di carattere terroristico concrete», ha spiegato Alessandro Diddi.
«Qui abbiamo una serie di destinatari di somme di denaro con delle causali che sulla carta fanno ritenere si tratti di beneficenza. Ma occorre avere la prova che siano state utilizzate per un’attività terroristica. E il terrorismo ha delle caratteristiche ben precise: quelle di aggredire la popolazione per creare terrore».
Il «sillogismo» pericoloso nell’accusa
Ed è proprio su questo tema che si annidano oscurità: «I soldi finivano ad associazioni collegate ad Hamas? Sarebbe difficile sostenere il contrario, visto che hanno operato in un territorio che politicamente era occupato da Hamas. Ma quindi se c’è il controllo di Hamas, e siccome Hamas è un’associazione terroristica, vuol dire che anche queste entità controllate sarebbero terroristiche? È un sillogismo che non sta in piedi», critica il professor Diddi. «A quel punto nessun altro tipo di organizzazione umanitaria potrebbe operare nella Striscia di Gaza».
(da agenzie)

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JD VANCE STA LAVORANDO PER LA SUA NOMINATION AL PROSSIMO GIRO DI PRESIDENZIALI. C’È SOLO UN OSTACOLO PER L’EX BUZZURRO DELL’OHIO: LA POPOLARITÀ

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

SECONDO I SONDAGGI VANCE PERDEREBBE CON LA STELLINA OCASIO CORTEZ E ANCHE CON IL CALIFORNIANO GAVIN NEWSOM

JD Vance non si è ancora candidato al 2028 ma, dietro le quinte, intende portare avanti il prossimo anno per le elezioni di metà mandato una strategia in quattro punti che gli consentirà di posizionarsi al meglio per una sua possibile discesa in campo.
Lo riporta Axios sottolineando che il vicepresidente resta concentrato sul voto del 2026, durante il quale cercherà di gettare le fondamenta per il 2028 senza mettere in ombra Donald Trump.
La strategia in cinque punti prevede come priorità la “lealtà” a Trump, considerato che resta una figura centrale del partito repubblicano e questo difficilmente cambierà fino al 2028.
Il vicepresidente ha poi la necessità di mantenersi alla larga dalla guerra civile scoppiata all’interno del mondo Maga, come è riuscito a fare abilmente durante l’ultimo evento di Turning Point USA, il gruppo fondato dal suo amico Charlie Kirk. Vance intende inoltre raccogliere fondi così da poter lanciare la sua eventuale campagna per il 2028 una volta sciolte le riserve, e farsi conoscere ed apprezzare dal pubblico nel corso dei viaggi che per il voto del 2026 lo porteranno per tutti gli Stati Uniti.
Perché Gavin Newsom schiaccerebbe JD Vance nel 2028
Il vicepresidente JD Vance, già allevato politicamente in vista del 2028, è intelligente e articolato. È anche intrappolato. La vicepresidenza non è una rampa di lancio, ma una sala d’attesa. Ti insegna a orbitare attorno al potere, non a esercitarlo. Ti insegna a giustificare scelte che non hai fatto, ad assorbire ricadute che non hai causato, a parlare a bassa voce mentre
qualcun altro sferra i colpi.
Il problema più profondo di Vance non è la competenza. È la chimica. Non ha creato il MAGA e non avrebbe mai potuto farlo. Quel movimento richiedeva istinto, appetito e una gravità politica grezza. Richiedeva Trump.
Trump è una palla demolitrice politica: maniacale, magnetica, inevitabile. Vance opera in modo diverso. Spiega il potere, lo contestualizza, lo razionalizza. Non lo genera mai.
Questo funzionava quando Trump era in ascesa. È molto meno utile ora che Trump è in declino.
Con il calo dei numeri di Trump, Vance diventa il parafulmine. Deve onorare Trump senza imitarlo, difendere il bilancio senza assumersi la responsabilità dei fallimenti, proponendo calma dall’interno della tempesta. È danza classica con gli scarponi da lavoro. Vance è molte cose, ma non è mai stato destinato a guidare il ballo. Il che ci porta al probabile avversario.
Gavin Newsom ha istinti da Hollywood. È nato per esibirsi. E nella politica presidenziale moderna, la performance batte la convinzione nove volte su dieci. Newsom ha un aspetto presidenziale nello stesso modo in cui gli attori appaiono eroici — prima ancora di aver compiuto qualcosa di eroico.
Capisce la telecamera. Capisce postura, ritmo, pausa. Sa quando simulare indignazione, quando sogghignare, quando sporgersi in avanti e abbassare la voce. Occupa lo spazio con naturalezza. Gli elettori registrano tutto questo ben prima di elaborare le politiche. Newsom comprende anche l’ecosistema mediatico. Provoca Trump quanto basta per restare al centro mentre Trump urla. L’attenzione è potere. Trump ne genera ancora in quantità
enormi. Newsom ne intercetta un flusso pulito senza restarne inzuppato. È clinico. Quasi elegante. E gli elettori sono stanchi.
Non chiedono visione. Non chiedono nemmeno ispirazione. Chiedono calma. Dopo anni di caos assoluto, molti americani si accontenterebbero di qualcuno che sembri mentalmente competente, parli con chiarezza e non trasformi ogni settimana in una prova nazionale di pressione sanguigna. L’asticella è precipitata al suolo. La decenza di base oggi passa per leadership. Newsom la supera senza rallentare.
Le elezioni presidenziali non sono seminari di policy. Sono gare di resistenza tra narrazioni. Quella di Newsom si scrive da sola: professionalità contro pandemonio, controllo contro caos, eloquio fluido contro turbolenza permanente. Non importa se la storia sia giusta. Importa solo che sembri coerente. Newsom offre coerenza a comando. Il californiano non appare mai esitante. La sicurezza copre i difetti come il trucco copre i lividi. Vance, nel 2028, arriverebbe già pieno di lividi.
Guardare altrove non salva i repubblicani. Il segretario di Stato Marco Rubio si è reinventato così tante volte da sembrare ormai un riavvio che nessuno aveva chiesto. Il senatore Ted Cruz, pur non essendo un MAGA duro e puro, resta galvanizzante quanto una piantina di evacuazione di un hotel: tecnicamente utile, emotivamente inerte.
Nessuno di loro sfugge alla macchia d’olio.
Trump non ha semplicemente rimodellato il Partito Repubblicano. Lo ha saturato. Ogni futuro candidato dovrà spiegare non solo chi è, ma perché gli elettori dovrebbero sopportare altri quattro anni di assurdità a trazione trumpiana. È
una posizione di partenza brutale.
Questo non è un argomento a favore di un buon governo di Newsom. È, piuttosto, un argomento sul fatto che farebbe campagna con fredda efficienza. Le elezioni premiano la scioltezza, non la profondità. L’ottica, non l’intuizione. L’inevitabilità, non l’introspezione. Newsom appare inevitabile. Vance appare appesantito.
In uno scontro diretto, Newsom non avrebbe bisogno di dimostrare le proprie credenziali. Dovrebbe solo convincere gli elettori che Vance rappresenta l’onda d’urto di un terremoto politico che vogliono disperatamente dimenticare.
Su questo terreno, la corsa è finita prima ancora di iniziare.
(da agenzie)

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“PAZZA” IDEA A MEDIASET (PER AFFOSSARE DEFINITIVAMENTE RETE4): UN NUOVO PROGRAMMA AFFIDATO AL DUO MYRTA MERLINO-ALESSANDRO SALLUSTI

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

L’EX DIRETTORE DEL “GIORNALE” HA FATTO UN RODAGGIO DURANTE LA PAUSA NATALIZIA, AL TIMONE DELLA STRISCIA “10 MINUTI”, MA NON HA ANCORA ASSIMILATO I TEMPI TELEVISIVI, SECONDO I VERTICI… MYRTA INVECE È SOTTO CONTRATTO, MA SENZA PROGRAMMA, DOPO ESSERE STATA SOSTITUITA DA GIANLUIGI NUZZI A “POMERIGGIO 5”

Il 2026 potrebbe regalare ai telespettatori di Rete 4 la “strana coppia” Sallusti-Merlino. Ai vertici Mediaset si lavora a un nuovo progetto editoriale a partire dal mese di marzo che dovrebbe arrivare fino al 31 luglio.
Dopo il rodaggio dell’ex direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, al timone della striscia “10 minuti” per la pausa natalizia, si sta pensando di cucire su misura un talk da assegnare all’inedito duo. Sallusti, che ha esordito con l’intervista ad Andrea Sempio, non ha ancora assimilato i tempi televisivi, secondo vertici della rete, mentre Merlino invece è ancora sotto contratto Mediaset ma senza programma.
L’idea è quindi di abbinare i due volti, ripetendo l’esperimento fatto con Roberto Poletti e Francesca Barra nel weekend di 4 di Sera. Un modo per mescolare le opposte simpatie politiche e vivacizzare i programmi di approfondimento.
Myrta Merlino è alla ricerca di un rilancio: dopo la fine dell’avventura a Pomeriggio 5, con la sostituzione di Gianluigi Nuzzi, doveva essere ricollocata nella nuova veste di opinionista Mediaset nei vari talk show. L’operazione non si è mai realizzata. Ed ecco che dal cilindro è stata tirata fuori l’idea di un progetto con Sallusti.
(da agenzie)

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IL REFERENDUM CHE SCOTTA, MELONI È PREOCCUPATA PERCHÉ IL FRONTE DEL “NO” ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA RECUPERA TERRENO

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA DUCETTA PUNTAVA AL BLITZ OGGI IN CONSIGLIO DEI MINISTRI PER ANTICIPARE LA CONSULTAZIONE POPOLARE SULLA GIUSTIZIA AI PRIMI DI MARZO, MA PD E M5S INSORGONO E CHIEDONO PIÙ TEMPO PER INFORMARE I CITTADINI … DAL COLLE, CUI SPETTA IL COMPITO DI INDIRE IL REFERENDUM, SAREBBE ARRIVATA L’INDICAZIONE A “RIFLETTERE” – L’IPOTESI PIÙ PROBABILE È ANDARE ALLE URNE IL 22 E 23 MARZO

Non bastava la riforma salva-sprechi. La legge Foti che spunta le armi alla Corte dei Conti, approvata nel sabato pre-San Silvestro, non era l’ultimo strappo dell’anno. La destra tentata dal bis puntava a fissare già oggi, nel Consiglio dei ministri, la data più vicina per il referendum confermativo sul ddl separazione delle carriere.
Obiettivo del blitz: chiudere sul week-end del primo marzo, al massimo quello successivo, nonostante sia in pieno corso la raccolta firme (legata a un diverso quesito) sia balzata quasi a quota 70mila in poche ore, e nonostante magistrati, associazioni e sigle contrarie alla riforma rivendichino il rispetto delle norme e il tempo utile perché i cittadini siano consapevoli della posta in gioco (come prevede peraltro la legge 352 del 1970).
Scendono in campo Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, pesa lo stupore dei comitati del no, i promotori della petizione minacciano impugnative dinanzi al Tar del Lazio. A sera si fa strada la possibile data di mezzo: non i primi due giorni del mese che stavano a cuore a Nordio e Meloni, non gli ultimi come auspicavano magistrati, professori e Cgil, ma il 22. Referendum d’equinozio.
«Quando si andrà alle urne? Sono valutazioni che toccano al consiglio dei ministri, e poi rispettiamo come sempre le prerogative del presidente Mattarella», svicolava elegantemente Mantovano, solo l’altro pomeriggio, in Senato, alle domande sull’ennesima accelerazione.
La tensione aumenta, e dal Colle – cui spetta il compito di indire le consultazioni – non è escluso sia arrivata l’indicazione a riflettere. Schlein torna a battere su una destra che si ritiene al di sopra della legge. «Questo governo vuole mani libere e nessun controllo», rimarca la segretaria Pd, «anche la riforma della Corte dei Conti, con il meccanismo del silenzio-assenso e il tettmassimo di sanzione per un funzionario che viola la legge, insieme all’abolizione dell’abuso d’ufficio, crea una sacca d’impunità pericolosa».
Con il senatore dem Andrea Giorgis che rincara: «Dopo la corsa per ridimensionare il ruolo della magistratura contabile, adesso anche il blitz per privare i cittadini del tempo necessario ad ottenere una completa informazione sui danni che arreca la riforma». Giuseppe Conte spinge la raccolta firme con un post che produce un’impennata, da 2mila a 4mila firme all’ora.
«Dobbiamo dare un segnale contro il ddl Nordio che non serve alla giustizia ma solo a rendere la casta dei politici più intoccabile – sottolinea il leader M5s – Lascio il link nei commenti, occorrono due minuti, sta a noi partecipare».
Da Avs, anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni mettono al centro il valore politico di quella petizione: «Una firma è un atto di difesa della democrazia e della Costituzione, contro ogni tentativo di subordinare la magistratura al controllo del governo», da «sostenere con convinzione».
Si schiera il segretario dell’Anm Rocco Maruotti, dopo che già il presidente Parodi aveva auspicato «tempi ragionevoli, e non corse»
Ora Maruotti: «È bastata la voce che il governo volesse forzare la mano: in meno di dieci ore le firme sono salite da 37mila a oltre 62mila, e in una domenica tra Natale e Capodanno. C’è da augurarsi che la voce di migliaia di italiani venga ascoltata. O assisteremmo alla più grave forzatura su un iter di revisione costituzionale».
L’eventuale «abuso» di lasciare solo cinquanta giorni di attività – tanto resterebbe, dalla ripresa post-Epifania ai primi di marzo – per spiegare ai cittadini dubbi o ragioni sulla legge che separa definitivamente i pm dai giudici, crea due Csm e un’Alta Corte, introduce il sorteggio, potrebbe diventare carburante per i sostenitori del No.
Gli stessi promotori dell’ultima petizione non resteranno a guardare. «Se il governo fissa subito la data senza attendere il 30 gennaio, ricorreremo al Tar Lazio», annuncia l’avvocato Pier Luigi Panici, portavoce dei 15 cittadini che hanno aperto questa falla.
(da agenzie)

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L’ARRESTO DI HANNOUN E LE ACCUSE DI ISRAELE

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

PERCHE’ NON DOBBIAMO CHIEDERE SCUSA

Difficile immaginare di dover chiedere scusa per qualcosa che non si è commesso. L’inchiesta che ha coinvolto Mohamed Hannoun, presidente di un’associazione palestinese, riguarda una figura che già all’inizio degli anni 2000 venne coinvolta in un’importante indagine internazionale dell’Interpol per finanziamenti alle famiglie dei kamikaze di Hamas durante la seconda intifada.
All’epoca, però, i giudici italiani non ritennero quelle prove sufficienti per condannarlo per terrorismo o finanziamento ad Hamas.
Oggi le prove sembrano portare in un’altra direzione ed è importante capire da dove arrivano: per tutti i 9 arrestati e i circa 25 indagati, gli elementi dell’accusa arrivano direttamente da Israele.
Parliamo di un Paese coinvolto direttamente in un conflitto, che quindi non può essere neutrale, e che soprattutto ha un procedimento in corso presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio, con i suoi capi politici e militari accusati di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. Questo non è un dettaglio, perché la guerra si combatte anche attraverso la propaganda e l’informazione.
Le accuse sono quelle di un giro di soldi, 7 milioni raccolti in
diversi anni, che servivano a finanziare Hamas o organizzazioni a essa collegate. Dobbiamo anche ricordare però che Israele ha messo al bando numerose organizzazioni umanitarie con l’accusa di terrorismo e secondo lo Stato ebraico anche l’agenzia delle Nazione Unite UNRWA è un covo di terroristi ed è impossibilitata ad operare nei territori occupati dell’IDF.
Una dinamica simile a quella che vediamo in questi giorni aveva colpito la “Global Sumud Flotilla”, anche se le accuse erano di un flusso di soldi al contrario, da Hamas verso la flotta civile che aveva puntato le prue delle imbarcazioni verso Gaza, che respinse le accuse nonostante la fabbricazione di documenti falsi da parte di Israele. La destra italiana aveva creduto subito a quelle carte e oggi chiedono le scuse di chi ha sostenuto il popolo palestinese mentre loro, nel frattempo, continuano a stringere la mano e a invitare un ricercato internazionale come Benjamin Netanyahu italiano.
Proprio nelle scorse ore, il premier israeliano ha attraversato lo spazio aereo italiano, transitando sul nostro territorio per volare da Trump.
Il movimento contro il genocidio è stato un movimento di massa con milioni di persone in piazza, che oggi viene attaccato con modalità che conosciamo bene: le abbiamo viste con lo sgombero di Askatasuna e ogni volta che la “macchina del fango” si mette all’opera. Se c’è stato reato — e si parla di computer nelle intercapedini dei muri, intercettazioni e molti soldi in contanti — lo accerteranno i giudici. Essere garantisti vuol dire aspettare i processi e rispettare i tempi della giustizia.
Bisogna essere garantisti sempre, non quando ci conviene.
Dobbiamo ricordare anche che le accuse e le responsabilità sono personali e non possono essere addossate ad un intero movimento.
Oggi invece assistiamo agli attacchi di Maurizio Gasparri, dirigente di Forza Italia, il partito garantista per eccellenza, il partito di Silvio Berlusconi che da sempre attaccava i giudici e i cosiddetti “manettari”. Oggi è lui ad attaccare chi ha avuto rapporti con Hannoun o si è solo scattato una foto. Eppure, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega hanno continuato ad avere rapporti con la leadership israeliana sotto accusa. Sono gli stessi che nei loro partiti hanno chi si fa le foto ed è amico di Luigi Ciavardini, terrorista nero dei NAR condannato — lui sì — per la strage di Bologna.
Sì, alcuni pezzi del movimento potrebbero aver avuto rapporti con organizzazioni legate ad Hamas. Ripeto: saranno i giudici ad appurarlo e a capire se questo costituisce reato per la legge italiana, valutando prove fornite da un Paese straniero sotto inchiesta per genocidio, quindi una situazione ambigua e inusuale.Ma chi ha sostenuto i palestinesi, ovvero la stragrande maggioranza di quel movimento, non deve chiedere scusa a nessuno.
In Palestina non c’è solo Hamas, ci sono organizzazioni laiche, socialiste, progressiste e non violente, sono quelle che abbiamo raccontato e sostenuto in questi due anni di genocidio ma anche da prima. Per questo oggi sarebbe importante liberare Barghouti, leader capace di unire un popolo e tutte le fazioni politiche, dando però una prospettiva laica e di sinistra per la liberazione del suo popolo
Chi deve chiedere scusa non è chi è sceso in piazza contro il genocidio ma chi sostiene ancora Israele. Perché le atrocità commesse da Israele non si cancellano con un’inchiesta.
(da Fanpage)

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DOPO LUNGHE TRATTATIVE IL GOVERNO SFONDA IL MURO DEL RIDICOLO: CAMBIA IL TITOLO DEL DECRETO SUGLI AIUTI ALL’UCRAINA E SCOMPARE L’AGGETTIVO “MILITARE”

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL CARROCCIO PUÒ COSÌ GRIDARE VITTORIA E LA DUCETTA, FAZZOLARI E CROSETTO POTRANNO DIRE CHE SI TRATTA DI UNA QUESTIONE LESSICALE… L’ITALIA CONTINUERÀ A MANDARE (POCHE) ARMI COME PRIMA, SENZA ABBANDONARE ZELENSKY

La bozza di decreto Ucraina rimbalza da ieri pomeriggio nelle chat dei ministri, in attesa del varo nella seduta di oggi alle 15, l’ultima prima di San Silvestro. È un compromesso, frutto di settimane di trattative sottobanco, frecciate in pubblico, riunioni per limare le virgole.
Alla fine strappa alcune modifiche il partito di Matteo Salvini, mentre l’ala più atlantista e filo-Kiev del governo potrà sempre dire: si tratta di ritocchi lessicali, continueremo a mandare armi come prima, senza abbandonare Zelensky. Questione di angolature. Giorgia Meloni perlomeno evita tribolazioni a capodanno, visto che la Lega fino a qualche settimana fa minacciava una fragorosa astensione su uno degli atti clou di politica estera del governo.
Il Carroccio per prima cosa ottiene il cambio del titolo del provvedimento: scompare l’aggettivo «militare». Nello schema visionato da Repubblica, il decreto riguarda infatti la «cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti in favore delle autorità governative e della popolazione dell’Ucraina». Nei decreti precedenti, si parlava nel titolo di «materiali ed equipaggiamenti militari». Stavolta no.
Le armi comunque ci sono, anche se appunto il governo ha scelto di riscrivere questo paragrafo, mentre i provvedimenti degli anni passati erano quasi un copia e incolla del primo decreto, sfornato dal governo Draghi allo scoppio del conflitto. «Fino al 31 dicembre 2026, previo atto di indirizzo delle Camere» il governo continuerà a fornire sostegno al paese di Volodymyr Zelensky.
Nello specifico, si legge nel decreto, si tratta della cessione di «mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari», come negli anni scorsi. Ma con questa aggiunta, chiesta da via Bellerio: «Con priorità per quelli logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici».
La Lega pretendeva che venisse messo per iscritto che gli aiuti italiani d’ora in poi sarebbero stati «prioritariamente» di tipo civile. Il titolare della Difesa, Guido Crosetto, insieme al potente sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, ha continuato a difendere in queste settimane l’importanza strategica del supporto militare a un paese invaso, che perfino a Natale ha dovuto fronteggiare le bombe e le angherie di Mosca.
Ecco allora la formula definitiva: priorità agli aiuti «logistici», termine lasco, e «ad uso civile», sì, ma anche a tutto ciò che serve alla protezione dei civili. Dunque mezzi militari, come gli strumenti per gli scudi aerei, i droni, marchingegni per la guerra cibernetica.
Al comma 2 del primo articolo, vengono rinnovati fino al 4 marzo 2027 «i permessi di soggiorno per protezione speciale» concessi ai cittadini ucraini già presenti in Italia prima dello scoppio della guerra e per quelli sfollati dopo l’incursione russa.
All’articolo 2, altra novità, c’è una forma di assistenza assicurativa per i cronisti freelance che seguono la guerra sul campo: gli editori potranno chiedere un contributo al dipartimento per l’Editoria di Palazzo Chigi. Il budget ammonta a 600mila euro e ogni giornale potrà chiedere una quota fino a 60mila. Le risorse, c’è scritto, arriveranno dal Fondo unico per il pluralismo. Oggi il pacchetto finirà sotto l’albero di Palazzo Chigi.
Seduta lampo del Cdm, perché come annunciava ieri proprio Crosetto «l’accordo c’è». Entro due mesi i parlamentari dovranno metterci il timbro a Camera e Senato. Dal Carroccio giurano con spirito natalizio: non ci saranno defezioni.
(da agenzie)

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