Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
L’AUDIO DEL 2019 FATTO ASCOLTARE IN AULA: “SENZA DISCUSSIONE NON CE’ DEMOCRAZIA”… MA QUANDO GOVERNA VA BENE LA COMPRESSIONE DEI LAVORI PARLAMENTARI
“Se il Parlamento non può discutere la legge di bilancio, non c’è democrazia”. A pronunciare queste parole non è qualche esponente della minoranza. È Giorgia Meloni, che nel 2019, quando si trovava ancora all’opposizione, tuonava così contro la compressione dei lavori parlamentari sulla finanziaria. Oggi Meloni si trova al governo mentre la Camera si prepara a votare una legge di bilancio blindata, identica alla versione varata dal Senato prima delle feste natalizie.
L’audio è stato recuperato da un deputato del Pd, Claudio Mancini, che ieri lo ha riprodotto in commissione Bilancio a Montecitorio per protestare contro la mancata discussione sul provvedimento. Mentre si susseguivano gli interventi delle opposizioni, dagli altoparlanti si è sentita la voce della presidente del consiglio Giorgia Meloni, allora semplice parlamentare di
Fratelli d’Italia.
“La democrazia parlamentare significa che il Parlamento decide, la democrazia parlamentare significa che il parlamento è centrale”, diceva Meloni. Per poi rincare la dose con toni accesi:”E di grazia posso chiedervi dov’è la democrazia Parlamentare nel momento in cui il Parlamento non può discutere la legge di bilancio che è la prima prerogativa dei Parlamenti dalla fine delle monarchie assolute e quindi più o meno dal XVII secolo?”.
All’epoca la leader lamentava l’esame “monocamerale” della finanziaria. La stessa circostanza si ripete oggi. Dopo il via libera della commissione Bilancio al testo, dove sono stati respinti gli emendamenti presentati dall’opposizione, si è svolta la discussione generale alla Camera seguita dalla decisione di porre la fiducia sul provvedimento in modo da chiudere la partita nell’ultimo giorno utile.
Da qui l’accusa al governo di aver ristretto i tempi della discussione. “Una grande sorpresa solo a parole”, ha commentato la deputata Pd Cecilia Guerra. “Il passaggio alla Camera è stato una farsa, al Senato una tragedia: non c’è stata alcuna possibilità di intervenire su nulla e neppure lì abbiamo visto chiarire la confusione interna alla maggioranza, mentre i temi veri sono rimasti fuori”, ha sottolineato.
“Quanto sta avvenendo alla Camera nella seconda lettura della Manovra è un vero e proprio abuso di potere compiuto dal governo Meloni, che arriva a utilizzare persino il fattore tempo per reprimere la democrazia parlamentare. Il fatto che anche altri esecutivi in anni recenti abbiamo agito in modo analogo non
giustifica l’assuefazione a questo andazzo devastante per la democrazia, per il controllo e la trasparenza dei processi decisionali”, ha affermato il segretario di +Europa, Riccardo Magi. “La trasmissione alla Camera in tempi ultra-compressi della Manovra rende tecnicamente impossibile un esame effettivo e svuota la seconda lettura di ogni capacità reale di incidere sul testo senza porre a rischio l’approvazione entro la fine dell’anno finanziario”, ha proseguito. “Davanti a questa umiliazione delle Camere, il presidente Fontana e il presidente La Russa dovrebbe battere un colpo e garantire le prerogative del Parlamento, richiamando in maniera formale l’esecutivo: non ci si può abituare a questa prassi perché fino a pochi anni fa le due letture effettive da parti di entrambi i rami erano garantite”, ha ribadito, ricordando che “era proprio Meloni che richiamava i governi, quando era all’opposizione, a rispettare le Camere. Non solo l’attuale premier nel 2019, ma anche l’onorevole Montaruli che nel 2021 contro il governo Draghi e presunti ‘potentati’ invocava il potere rappresentativo del Popolo, con il Parlamento relegato a organo di mera ratifica della volontà del Governo. Oggi, più che a una legge di Bilancio, ci troviamo di fronte a una fiera dell’ipocrisia”, ha concluso.
(da Fanpage)
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Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI FANPAGE NEL MONDO DEGLI INVISIBILI
All’incirca un mese fa Fanpage.it è entrata per la prima volta nel cosiddetto “bosco della
droga” di Rogoredo, una delle piazze di spaccio più longeve di Milano. Un’area che, come le autorità avevano assicurato, sarebbe stata “bonificata” e restituita alla città.
La realtà che abbiamo trovato, però, è stata ben diversa: il bosco non solo è ancora attivo, ma è più “vivo” e più grande che mai, fatto di sostanze “tagliate male” e dipendenze invisibili. Un luogo che, per chi lo frequenta, restituisce l’immagine della “bassezza umana della disperazione”.
Da quel primo ingresso, abbiamo deciso di tornarci più volte con le nostre telecamere nascoste per capire chi vi abita e documentare cosa accade davvero al suo interno. È così che è iniziato il nostro viaggio nelle piazze di spaccio dei due principali boschi della droga di Milano: Rogoredo e San Donato. “Non-luoghi” ai margini di una città che corre, vuole apparire, ma preferisce non guardare le migliaia di persone che ogni giorno vivono e transitano in quello che per loro è un vero e proprio “cimitero”.
La prima tappa, “il binario” di Rogoredo
Il nostro viaggio inizia dalla stazione di Rogoredo, alla periferia sud-est di Milano. Dopo aver attraversato il sottopassaggio ferroviario, ci ritroviamo in via Cassinis, una delle vie che portano al “bosco della droga”. Qui incontriamo Don Diego, che da molti anni si occupa delle persone che frequentano l’area, cercando di accompagnarle verso un percorso di disintossicazione.§Saliamo in macchina e insieme percorriamo via Sant’Arialdo, diretti verso il presidio che alcuni volontari, tutti i mercoledì, allestiscono alle porte del bosco per distribuire pasti caldi, vestiti e coperte a chi passa di lì o a chi, dal bosco, non è più in grado di uscire.
Più avanziamo, più il silenzio aumenta e, con lui, l’oscurità: i lampioni sono spenti, come se la città avesse paura di guardare. Per entrare servono pettorine arancioni e scarpe dalle suole alte e resistenti: le prime sono usate dai volontari per essere immediatamente riconoscibili e non percepiti come una “minaccia”, le seconde per evitare il contatto con le migliaia di siringhe abbandonate a terra.
Sotto i giubbotti, le telecamere nascoste. Così, attraverso uno dei varchi che sono stati scavati nella staccionata lungo la strada, entriamo nella prima piazza di spaccio che esiste all’interno del bosco, chiamata “il binario” da chi la frequenta regolarmente.
La cosa che salta subito all’occhio è il viavai di persone che entrano ed escono dal varco: alcune camminano frettolosamente, altre sono sedute sui muretti o lungo i sentieri che corrono accanto ai binari.
I primi con cui ci fermiamo a parlare sono un ex atleta che ha partecipato alle Olimpiadi di Atene del 2004 e una ragazza molto giovane che mostra i sintomi dell’astinenza. Chiediamo loro se hanno bisogno di qualcosa. “Un antinfiammatorio”, risponde la ragazza, spiegandoci di avere la sensazione di “un conato, come se fossi scoppiata per la nera” (l’eroina, ndr). Poi aggiunge: “Se mi faccio una dose di bianca (cocaina, ndr), mi passa”. Chiediamo se non hanno paura di stare lì. L’ex olimpionico ride: “Di cosa dovrei aver paura? Di un cimitero?”.
Ci addentriamo nel bosco: un sentiero di fuochi di cui non si vede la fine. Arriviamo al luogo dove avviene “la pesa”, sotto uno dei tralicci che si trovano a bordo dei binari.Lì incontriamo tre spacciatori che sono intenti a suddividere in dosi e “punte” (una piccola dose, ndr) le sostanze stupefacenti. Al momento, il prezzo di mercato è quello di 2 euro per l’eroina e 4 per la cocaina, ma i prezzi possono cambiare quando “i pusher si scornano tra loro”.
Dopo pochi minuti, però, arriva l’avvertimento: “Dovete andare via”. Subito dopo compaiono le luci lampeggianti di grosse torce. Sono i “fari” che si avvicinano, puntandocele addosso per
esortarci ad andarcene. Questo è l’avvertimento “gentile”, perché in altri casi lanciano direttamente le pietre
Mentre stiamo uscendo veniamo fermate da un ragazzo che ci chiede insistentemente di fare luce tra i cespugli. Mentre lo aiutiamo, le persone che passano sussurrano “paranoia”. Questo perché nel cespuglio non c’è niente. Le ricerche non sono nient’altro che gli effetti collaterali di una “nuova versione di cocaina, tagliata male, che crea paranoia”, ci ha poi spiegato Simone Feder, educatore e psicologo che, tutte le settimane, presidia il bosco con i volontari. “Li vedi piegati, le braccia protese verso terra alla costante ricerca di qualcosa che non esiste. È la droga che glielo fa credere”.
I fari tornano. Questa volta la luce è fissa, così come le voci che ci intimano di uscire velocemente. Prima di andar via, però, incontriamo un’ultima persona che vive nel bosco da oltre dieci anni. Ci viene presentata come il braccio destro degli spacciatori. È lei a spiegarci come funziona la vita all’interno del bosco: si vive in rifugi di fortuna fatti da ombrelli, tende o alberi. Ognuno fa quello che può per procurarsi i soldi per acquistare la droga. “Per le donne è più difficile, vengono fuori solo per battere [prostituirsi, ndr] per 5 o 10 euro”, ci spiega questa persona. “Preferisco fare la schiava. Guardate le mie mani: pulisco per terra, faccio da mangiare”. Poi, prima di salutarci, ci indica la seconda piazza di spaccio del bosco. Prendiamo la macchina e andiamo lì.
Via Orwell, la più antica piazza di spaccio di Rogoredo
Da via Sant’Arialdo bastano pochi minuti di macchina o un breve percorso a piedi dentro al boschetto per arrivare in via George
Orwell, dove si trova la piazza di spaccio più antica di Rogoredo e una delle più importanti d’Europa. Facciamo il tragitto insieme a Francesca Micheli, assessora ai Servizi di Welfare di San Donato, che conosce la zona e collabora con i volontari per dare assistenza. Ci fa strada con la sua auto, noi la seguiamo con la nostra. Intanto, siamo in comunicazione costante al telefono per farci spiegare ciò che stiamo vedendo lungo il tragitto.
Poco prima della curva che passa sotto al raccordo dell’Autostrada del Sole, accanto alla centrale elettrica dei treni, accostiamo davanti a un cancello. Dopo pochi secondi arrivano due addetti alla sicurezza: ci chiedono di identificarci, poi ci lasciano passare. Uno di loro rimane a sorvegliare le auto perché “capita che lancino pietre”. L’altro ci scorta fino all’ingresso della piazza di spaccio che raggiungiamo dopo aver scavalcato due muretti e un piccolo fossato pieno di siringhe e bottiglie accartocciate, “utilizzate per fumare crack”.
All’interno, un gruppo di spacciatori è seduto intorno a un fuoco che “non si spegne mai”. Sul lato, una carovana silenziosa di persone entra ed esce dal “bosco”. Una volta che hanno comprato, “si buttano a terra e si bucano”, ci spiega l’addetto alla sicurezza prima di avvertirci: “Ci sono le sentinelle. Non le vedete, ma ci stanno osservando proprio ora”. Si appostano sul perimetro del raccordo autostradale. L’obiettivo? “Avvisano gli spacciatori che c’è qualcosa che non va, come voi che guardate”. Qui, “è terra di nessuno”. Poi, ci indica la centrale elettrica. “Molti di loro vanno lì dentro a dormire” e, come ci spiega, “alcuni muoiono bruciati”.
Prima di proseguire il nostro viaggio incontriamo un ragazzo di 31 anni. È arrivato a Milano per fare “l’artista tossico maledetto”. Fa parte dei “pendolari” del bosco: va lì per comprare la droga perché “costa poco ed è disponibile h24”, ma non ci vive.
“Spero di non metterci mai radici”, si affretta ad aggiungere, “il cancro di Milano è qui”. Poi ci spiega come ci si muove tra le varie piazze di spaccio all’interno del bosco. “È un’area isolata, è facile arrivarci e poi spostarsi al suo interno, ma è difficile uscirci”, continua. “C’è il tour di quelli che comprano droga. Da qui arrivi direttamente a San Donato”. È lì che ci dirigiamo.
San Donato, il nuovo bosco della droga
L’ultima tappa del nostro percorso è proprio San Donato. Nonostante le tante promesse di riqualificazione e la politica di chi sostiene che il “boschetto della droga” non esista più, sia la stazione che la metropolitana sono diventate le sue principali estensioni. Seppur una parte di Rogoredo sia stata realmente “bonificata”, le persone che acquistavano e consumavano le sostanze stupefacenti all’interno del bosco, non sono scomparse, ma si sono spostate qui.
Per prima cosa ci dirigiamo alla stazione dei treni. Lì seguiamo una delle persone che sta andando a consumare droga. Attraversiamo il sottopassaggio e arriviamo alla banchina che costeggia il bosco. Guardando oltre la staccionata che separa i binari dalla vegetazione, la prima cosa che vediamo è uno dei tanti accampamenti di coloro che vivono all’interno e che, ogni giorno, fanno avanti e indietro tra Rogoredo e San Donato.
Vediamo la persona che stiamo seguendo entrare nella vegetazione attraverso un varco nella recinzione in ferro. Quasi come se si fossero dati il cambio, pochi istanti dopo un’altra
persona esce dal bosco diretta proprio verso di noi. “Che c’è?”, ci chiede appena arriva, dopo essersi presentato con un nomignolo di fantasia. “Ci mancherebbe che ci chiamiamo con il nostro vero nome”, è la sua risposta. Gli spieghiamo che stiamo cercando di capire come funzioni la vita lì: “Dormiamo lì nelle tende”, spiega, indicandoci l’accampamento poco lontano dai binari. A San Donato non esistono presidi di volontari, quindi, ogni volta che possono, le persone che vivono lì percorrono i sentieri nel bosco e arrivano in via Sant’Arialdo, per ricevere beni di prima necessità: “Sono solo 15 minuti a piedi”. Poi, prima di andarsene, riassume così la situazione: “Sono qui per azzerarmi”.
Da qui ci dirigiamo alla fermata della metropolitana, il capolinea sud della Linea Gialla (M3), dove molte persone si fermano a consumare droga o a dormire, spesso nell’attesa di tornare a Rogoredo per acquistarne altra. Qui, in uno dei sottopassaggi, incontriamo Paul (nome di fantasia). “Sto di mer**”, inizia, indicandoci un catetere di fortuna che porta addosso. È fatto con una bottiglietta e una cannuccia di plastica. “Sono infetto, non mi reggo in piedi”, aggiunge, prima di chiederci di riferire a una volontaria di avvisare suo papà: “Se mi vuole venire a trovare, ditegli che sto cercando di farcela”.
Riportiamo il suo messaggio e qualche giorno dopo il nostro incontro ci informano che Paul è stato ricoverato. In ospedale, ci dicono, ha trovato medici che lo stanno curando “con amore e professionalità”
Un viavai di anime
Torniamo al “binario”, in via Sant’Arialdo, dove è iniziato il
nostro viaggio. È l’ultima volta che saliamo in macchina, ma non è la fine del percorso. Quello che abbiamo attraversato in queste ore è, infatti, lo stesso tragitto che ogni giorno viene compiuto da centinaia di persone: un viavai continuo e silenzioso di anime che si spostano da Rogoredo a San Donato, tra le piazze di spaccio dei boschi.
È un percorso che si ripete sempre uguale. Si entra nel bosco per comprare, si resta per consumare, si esce per cercare riparo, cure, un pasto caldo. Poi si ritorna. Finché, alla fine, non si è più in grado di uscire. Le persone cambiano, i volti si consumano, ma il flusso non si interrompe mai.
Davanti al tendone dei volontari, Francesca Micheli ci aiuta a dare un senso a ciò che abbiamo visto. Spiega che, finché si continuerà a parlarne in modo astratto, non si potrà comprendere davvero quello che avviene all’interno di questi luoghi. È solo quando ci si entra, “quando si incontrano le persone, si ascoltano i nomi, si stringono le mani”, che cade ogni distanza. In quel momento non esistono più confini tra “noi” e “loro”: restano solo persone.
“L’odore che si portano addosso non va dimenticato”, conclude Francesca Micheli, “perché dietro ci sono storie, c’è disagio, c’è paura, c’è solitudine”. Per questo “dargli un significato” vuol dire riconoscere l’umanità che c’è in quel movimento costante di anime: persone che sfuggono allo sguardo pubblico e rimangono invisibili in una città che corre senza fermarsi a guardare chi resta indietro.
(da Fanpage)
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Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE INPS: “QUESTO GOVERNO HA FATTO SOLO CASSA SULLA PREVIDENZA. ABOLIRE OPZIONE DONNA E’ UN DANNO ENORME PER TANTE LAVORATRICI”
«Non chiamiamola più legge Fornero. Ma legge Fornero-Meloni-Salvini». Da europarlamentare M5S ed ex presidente Inps nel governo gialloverde, Pasquale Tridico dice che «questo governo sulle pensioni ha fatto solo cassa» e la manovra è «senza crescita e senza Sud, condannato allo spopolamento e alla nuova migrazione».
Onorevole, un giudizio duro.
«Hanno peggiorato la legge Fornero, rendendola ancora più rigida con diverse strette che di fatto cancellano quella doverosa flessibilità per donne e fragili».
Si riferisce a Opzione donna?
«Un danno enorme averla abolita perché molte lavoratrici non riescono a raggiungere i requisiti per l’anticipata. Mi riferisco anche alla Quota 103, cancellata, e all’Ape sociale deteriorata».
Ma le Quote sono costate oltre 30 miliardi. Non si pente di aver spinto Quota 100 nel 2019?
«Ho sempre sostenuto che Quota 100 fosse ingiusta perché rigida e perché premiava uomini, del Nord, con carriere
continue. Come M5S avevamo raggiunto il compromesso che durasse solo tre anni».
Non è andata così.
«Nel frattempo, sia con la ministra Catalfo che con il ministro Orlando, nei governi Conte II e Draghi, abbiamo provato a disegnare una nuova flessibilità in uscita per i mestieri gravosi e usuranti e anche per i lavoratori fragili».
Com’è andata a finire?
«Il governo Meloni ha cancellato le 13 nuove categorie individuate dalla commissione Damiano da ricomprendere nell’Ape sociale, aumentando anche l’età da 63 anni a 63 anni e 5 mesi».
Perché torna su questo punto?
«Perché se vale il criterio che chi vive di più lavora di più, deve valere anche il contrario. Chi vive di meno deve poter andare in pensione prima. E con requisiti non aggiornati alla speranza di vita. Non tutti i lavori sono uguali. Un operaio vive 4 anni meno di un dirigente».
Il governo Meloni ha puntato invece sulla sostenibilità dei conti e scoraggiato le uscite anticipate.
«Hanno promesso di tutto di più in campagna elettorale. E poi allungano le finestre, tagliano in modo retroattivo e quindi incostituzionale il riscatto di laurea, fanno cassa sulle rivalutazioni all’inflazione, sulle pensioni di maestre, dipendenti degli enti locali, medici. Persino sui fondi per usuranti e precoci. Il ministro Giorgetti, prima di richiamarsi al senso di responsabilità, dovrebbe chiedere scusa al Paese per le promesse tradite»
Cosa ne pensa del silenzio-assenso sul Tfr dei giovani?
«Un silenzio-obbligo. E un regalo ai fondi che investono soprattutto all’estero. Torno a proporre un fondo complementare pubblico che investa nel Paese. E il riscatto della laurea gratuito».
E per le donne?§«Una pensione di garanzia, utile per tutti i precari, gli intermittenti, i lavoratori poveri. Come Inps avevamo calcolato che la metà dei post-1996 non arriveranno da pensionati alla soglia di povertà. Servirebbe anche un congedo per i padri obbligatorio da 3-5 mesi».
Perché non le piace la manovra?
«Perché ha un impatto zero, priva di visione e investimenti. Il governo ha scelto l’austerità per preparare una manovra elettorale il prossimo anno. E anche per spendere di più in armi. Ma così non si aiuta il Paese».
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
IL BILANCIO DELL’ANNO CONSEGNA UNA SOCIETA’ CHE CHIEDE MENO ANNUNCI E PIU’ RISPOSTE CONCRETE
Un anno può essere raccontato in molti modi: attraverso i fatti, le decisioni, le crisi e anche
attraverso i numeri, che non governano e non protestano, ma si limitano a registrare gli umori i giudizi e le percezioni della gente. I sondaggi di certo non spiegano tutto, tuttavia sono in grado di mostrare ciò che resta: opinioni, paure, fiducia e disincanto di un Paese che, mese dopo mese, ha risposto spesso alle stesse domande con diverse risposte. Nel corso del 2025, le preoccupazioni degli italiani sono rimaste sorprendentemente solide.
Questa stabilità delle preoccupazioni non è solo il riflesso di problemi irrisolti, ma anche di una fiducia che fatica a rigenerarsi, perché quando le priorità restano le stesse anno dopo anno, il rischio non è l’allarme, ma l’assuefazione.
In cima alla classifica si conferma l’inflazione: il caro vita e l’aumento dei prezzi si attestano intorno al 39,7%, con un incremento di quasi un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Un primato mai realmente messo in discussione, che ha conosciuto anche picchi significativi, come quello di aprile,
quando la preoccupazione ha raggiunto il 45,8%; mentre la media annuale si è stabilizzata intorno al 40,5%, segno di un disagio costante e strutturale.
Nel ranking al secondo posto si colloca la sanità, in particolare il tema delle lunghe attese per esami e prestazioni. Il dato medio annuo è del 35,8%, tuttavia nell’ultimo mese dell’anno il tema ha sfiorato la vetta, toccando il 39,0%. Per lunghi tratti del 2025, inflazione e salute si sono rincorse, pur marcando un netto distacco rispetto a tutte le altre priorità indicate dai cittadini.
A completare il podio di fine anno troviamo il lavoro, al 26,0%, in lieve crescita (+0,4%) come domanda, che supera di poco il tema delle tasse e del fisco, giudicate ancora troppo elevate per famiglie e imprese (25,5%) da 1 italiano su 4.
Queste priorità, pur condivise a livello nazionale, non pesano ovunque allo stesso modo: cambiano intensità tra territori, tra grandi città e aree interne, tra Nord e Sud, mostrando un’Italia che vive le stesse paure ma in condizioni molto diverse. Alcuni temi mostrano invece variazioni più marcate.
L’evasione fiscale, ad esempio, registra uno degli aumenti più consistenti: dal 16,9% di inizio anno sale al 18,8%, con un incremento di quasi 2 punti percentuali. Di segno opposto l’andamento del cambiamento climatico, che passa dal 18,8% di gennaio al 14,4% di fine anno (-4,1 punti).
Su questo calo ha inciso -con ogni probabilità- il fallimento percepito delle politiche green europee, considerate inefficaci e penalizzanti: dalla spinta accelerata verso l’auto elettrica, che ha messo in difficoltà l’intero comparto automobilistico, fino agli interventi sulle caldaie domestiche. Misure che, più che
convincere, hanno colpito direttamente il portafoglio delle famiglie, irrigidendo -e non poco- il giudizio degli italiani, soprattutto sulle politiche europee e i loro risultati.
Tuttavia, il giudizio negativo non sembra rivolto tanto agli obiettivi, quanto ai mezzi: quando le politiche pubbliche incidono direttamente sul reddito disponibile delle persone senza offrire alternative credibili, anche le cause più condivise finiscono per perdere consenso. Nell’arco di un anno è cresciuta di 1,2 punti anche la preoccupazione per la gestione dell’immigrazione, probabilmente alimentata dal dibattito attorno al Centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania.
Al contrario, arretra di un punto il tema della sicurezza legata alla microcriminalità. Un dato che va però letto con attenzione: la sicurezza non è oggi meno avvertita, ma semplicemente meno interrogata. È percepita come un problema cronico, apparentemente senza soluzione, raccontato quotidianamente nei suoi episodi di violenza, ma raramente attraverso storie di risposte efficaci o di risultati raggiunti.
Il dato sulla sicurezza dunque scende, ma il senso di insicurezza resta elevato: segno che il problema non è più l’emergenza, bensì la consuetudine. Sullo sfondo rimane un’inquietudine più ampia e trasversale: i conflitti internazionali.
Nel corso dei dodici mesi, è aumentata infatti la paura che le crisi in atto possano degenerare in un conflitto globale (51.0%; +3.0% da gennaio 2025 a Dicembre 2025), dando corpo a quella che Papa Francesco ha definito una «guerra mondiale a pezzi». Un timore che non domina le classifiche, ma attravers
silenziosamente molte delle risposte, contribuendo a definire il clima di incertezza con cui il Paese chiude l’anno. Letti nel loro insieme, questi dati restituiscono un Paese meno volatile di quanto appaia nel dibattito politico, tuttavia più fragile di quanto ammettano le istituzioni. Le priorità non cambiano perché non cambiano le condizioni materiali che le generano: il costo della vita, l’accesso alla salute, la sicurezza economica restano il perimetro entro cui si misura la fiducia dei cittadini. E finché quel perimetro non si allarga, ogni nuova agenda rischia di apparire distante, se non estranea.
Il 2025 consegna dunque una società che chiede meno annunci e più risposte concrete, meno visioni calate dall’alto e più politiche capaci di reggere l’impatto con la vita quotidiana. Il calo di attenzione verso il cambiamento climatico, ad esempio, non segnala una negazione del problema, ma una frattura crescente tra obiettivi ambiziosi e strumenti percepiti come ingiusti o inefficaci. Allo stesso modo, la risalita di temi come evasione fiscale e immigrazione indica un’importante domanda di equità e di governo, più che di contrapposizione ideologica. Il rischio, guardando avanti, è che la stabilità delle preoccupazioni si possa tradurre in rassegnazione. Eppure, i numeri parlano chiaro: indicano priorità e non slogan, mostrano dove intervenire e con quale urgenza. Non misurano solo il consenso, ma le attese profonde del Paese. Se letti per ciò che sono, il 2026 potrebbe non segnare una svolta, ma almeno l’inizio di un diverso rapporto tra agenda pubblica e condizioni materiali del Paese.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)
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Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
“LA RUSSIA NON CONTEMPLA MEDIAZIONI, NON È MAI ARRETRATA SULLE SUE RICHIESTE MASSIMALISTE, PUTIN LO HA DETTO CHIARO: A LUI LA SOLUZIONE PACIFICA NON INTERESSA COSÌ TANTO” … “GLI EUROPEI SONO STATI INCAPACI DI INSERIRSI NEL PROCESSO NEGOZIALE. SONO I TITOLARI DEI BENI CONGELATI, HANNO MOLTE CARTE IN MANO. MA FINORA NON SONO STATI CAPACI DI GIOCARLE CON INTELLIGENZA”
«Nonostante il lavoro fatto per allineare il piano iniziale di Trump in 28 punti alla visione di Kiev, l’impressione è che siamo allo stesso punto di un mese fa: quando il presidente americano cercava di mediare un cessate il fuoco minacciando entrambe le parti. I toni sono forse più gentili, ma la situazione è la stessa».
Sergej Radchenko è lo storico russo-britannico esperto di Guerra fredda, professore presso l’Henry Kissinger Center for Global Affairs della Scuola di studi avanzati della Johns Hopkins University.
Perché Trump ha parlato di pace dietro l’angolo?
«Le possibilità sono due. Se Trump otterrà il ritiro ucraino dal Donbass sarà una vittoria enorme per Putin. Se non accadrà non ci sarà nessuna svolta a breve. Temo che Trump stia esagerando. Non ci sono indicazioni che la Russia sia pronta ad accettare un nuovo piano».
Trump e Putin concordano sul fatto che una tregua non serve.
«Putin ha detto la sua con le bombe su Kiev dell’altro giorno. Il messaggio è che la Russia ha la capacità di proseguire lo sforzo bellico. Un modo per pressare gli ucraini e convincerli ad accettare la visione russa dell’accordo di pace.
Putin non contempla mediazioni, non è mai arretrato sulle sue richieste massimaliste, mentre Kiev è stata costretta a cedere un punto dopo l’altro. D’altronde sabato lo ha detto chiaro: a lui la soluzione pacifica non interessa così tanto».
Gli Stati Uniti possono fermarlo?
«Bisogna capire cosa farà Trump se, una volta presentato il piano a Putin, questo risponde che non gli piace e prosegue la guerra. Sosterrà ancora l’Ucraina o dirà “Ok, ho fatto del mio meglio, ora se la vedano ucraini ed europei”? Senza escludere che potrebbe fare altre pressioni su Zelenskyy affinché accetti ulteriori concessioni».
Cosa vuole davvero Trump?
«La fine della guerra, affinché si dica che è stato lui a portare la pace in Ucraina. Ma non gli importa a quali condizioni: e questo mette Zelensky in una posizione difficile. Trump lo pressa chiedendogli compromessi enormi, mentre i russi non ne fanno nessuno. Insomma, Trump accetterà anche un successo di Putin al 100 per cento se può chiamarla pace. Cosa significhi per l’Ucraina, per lui è secondario».
Si è parlato molto di garanzie di sicurezza.
«Zelensky ne ha bisogno, deve dimostrare al suo popolo che le concessioni sono compensate dalla promessa d’aiuto Usa in caso di nuova invasione. Una promessa che gli americani possono fare a cuor leggero: in linea con l’articolo 5 della Nato, gli aiuti militari al Paese sotto attacco li daranno gli altri alleati».
Sta dicendo che non si tratterà di un impegno concreto americano?
«Mi aspetto una formula vaga, ampiamente interpretabile. La verità è che Trump non è disposto a rischiare una guerra contro una potenza nucleare. Ma una qualunque promessa è comunque buona per Zelensky»
Gli europei sono stati sentiti a vertice concluso.
«Ed è grave. Gli europei sono stati incapaci di inserirsi nel processo negoziale. Avrebbero dovuto assumere una posizione più attiva verso Mosca. Devono far parte della discussione perché avranno un ruolo importante, appunto, su garanzie di sicurezza e sanzioni. Sono i titolari dei beni congelati, hanno molte carte in mano. Ma finora non sono stati capaci di giocarle con intelligenza».
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
PUTIN SI ALLONTANA SEMPRE DI PIÙ DALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE: UNA NUOVA NORMA VIETA L’ESECUZIONE IN RUSSIA DI SENTENZE PENALI DI TRIBUNALI STRANIERI E ORGANISMI INTERNAZIONALI
Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge che abbassa da 18 a 14 anni l’età
minima per prestare giuramento di fedeltà alla cittadinanza russa. Ne scrivono i media russi, citando il documento pubblicato sul portale web ufficiale per la pubblicazione degli atti giuridici. Con la nuova legge, inoltre, la decisione sulla concessione della cittadinanza russa sarà considerata invalida se la persona si rifiuta di prestare giuramento o non si presenta entro un anno dalla data della deliberazione.
Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge che vieta l’esecuzione in Russia di sentenze penali di tribunali stranieri e di organismi internazionali. Lo scrive Ria Novosti, con riferimento al documento pubblicato sul portale web per la pubblicazione degli atti giuridici. La legge stabilisce che non sono soggette a esecuzione in Russia le sentenze di tribunali investiti di giurisdizione penale da altri Stati, di organi giudiziari internazionali la cui giurisdizione non si basa su un trattato di cui è parte la Federazione Russa o su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
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Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
TEMPO PERSO TRATTARE CON UN BULLO CRIMINALE CHE CONOSCE SOLO L’USO DELLA FORZA (MA CHE IN 4 ANNI NON E’ RIUSCITO NEANCHE A CONQUISTARE IL DONBASS MANDANDO AL MASSACRO UN MILIONE DI RUSSI)
Hanno parlato di tutto. Ma Donald Trump e Volodymyr Zelensky non hanno detto quasi niente su quel 95% concordato per mettere fine alla guerra. Un paio di settimane per chiudere, ha detto l’uno. Ci vorrà probabilmente un referendum hanno convenuto entrambi. Ma la Russia è d’accordo? Gliene parlerò ha assicurato Trump.
L’interrogativo è aperto.
Era cominciato come da copione, Donald prima telefona a Vladimir poi riceve Volodymyr. Il presidente americano non aveva mai nascosto che la via della pace in Ucraina passa
attraverso concessioni reciproche ma soprattutto ucraine perché Kiev gioca con una mano più debole. Ma ieri ha dato una piega diversa.
Non ha ribadito, come lo scorso febbraio, che Zelensky «non ha carte». Anzi si è complimentato con lui. Non ha messo scadenze. Un conciliante Zelensky ha ricambiato. A porte chiuse la conversazione sarà stata ben più complicata. Certo lunga. Mosca non ha perso tempo a dare l’ennesimo ultimatum sulla cessione dell’intero Donbas da parte ucraina.
Peggio, l’ha messo in bocca anche a Trump. Riesumando il temuto scenario della pace (ingiusta) imposta a Kiev dal combinato disposto Mosca-Washington. Che le dichiarazioni finali hanno allontanato se non dissipato.
Putin rifiuta un incontro trilaterale – opzione che gli americani avevano sondato – ma a suon di bombe e di vittime civili ucraine fa da terzo incomodo fra Trump e Zelensky.
Modo tanto letale quanto efficace per ribadire che la pace inseguita dai due si fa solo alle condizioni che Mosca vuole imporre. Per Zelensky vuol semplicemente dire che la Russia vuole continuare la guerra.
Forse sperava nella “delusione” di Trump nei confronti del presidente russo, espressa qualche volta in passato. Per non urtare le sensibilità di Vladimir, Donald aveva invece taciuto. Non è dato sapere se abbia sollevato l’argomento nell’ora di telefonata con Putin, prima di ricevere Zelensky. Legittimo dubitarne.
L’iniziativa diplomatica del presidente americano, in corso da mesi, ha prodotto una situazione che vede due posizioni
negoziali a confronto: quella ucraino-europea e quella russa. La prima dal “cessate il fuoco seguito da negoziati” si è evoluta, in buona parte per pressioni americane, nel piano in 20 punti che contiene alcune concessioni importanti alla Russia.
Zelensky le ha rafforzate con la disponibilità a tenere elezioni alla sola condizione di 60 giorni di tregua. Quella russa non si è smossa dalla “cessione di territorio, con negoziati a latere, seguita da cessate il fuoco”.
Quanto ai 60 giorni di tregua pre-elettorale per elezioni, Putin non è andato oltre la promessa di non bombardare le urne durante le operazioni di voto. La mediazione americana attraverso l’abisso che separa Kiev (e l’Europa) da Mosca ha portato alla proposta di zona economica libera e demilitarizzata del Donbas.
Zelensky si è detto pronto ad accettarla, con molto da definire – che fine fanno le fortificazioni ucraine? Qui entrano in gioco le garanzie internazionali. In teoria dovrebbero renderle meno indispensabili alla difesa da future aggressioni russe. Ma, dopo quattro anni di guerra, gli ucraini hanno imparato a fare affidamento soprattutto su sé stessi.
Zelensky entrava a Mar-a-Lago con un obiettivo ben preciso: ottenere l’appoggio diretto del presidente americano al piano di pace in 20 punti
Senza il suo avallo il negoziato torna al punto di partenza delle due posizioni inconciliabili, intorno al quale sta girando dal vertice russo-americano di Anchorage in agosto. Non a vuoto ma senza sciogliere l’intreccio dei due punti chiave, territori-cessate il fuoco dai quali dipende il resto dei progressi compiuti.
Con un secondo ostacolo da superare: progressi senza la Russia al tavolo sono conti senza l’oste. Ma la Russia non è al tavolo perché non vuole esserci. Per rompere il circolo vizioso, Zelensky aveva almeno bisogno di sapere che Trump si assume la paternità di questi parziali progressi.
E di essere rassicurato sulla partecipazione americana alle garanzie internazionali. Su cui aveva “qualche sfumatura” da verificare.
Trump lo accoglieva con un diverso scopo: portare a conclusione il negoziato, ormai «entrato nella fase finale». L’impressione è che nessuno dei due abbia ottenuto quello che voleva ma entrambi hanno detto di esservisi avvicinati.
Quanto, lo scopriremo nei prossimi giorni. Come pure se anche Vladimir Putin è a bordo del 95%. Senza di lui non c’è percentuale di pace che tenga.
Se ribadisce le solite condizioni, Zelensky non può accettarle ma anche Trump non può prenderne apertamente le parti. Zelensky ha intanto guadagnato tempo. Se non altro Trump ha escluso scadenze. Per ora la guerra continua, il negoziato pure, ma forse la pace è un po’ meno lontana.
(da La Stampa)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
“HANNO AMPLIATO L’AREA DI CONSEGNA E GLI ORDINI ARRIVANO ANCHE DA 30 CHILOMETRI DI DISTANZA. CON LA BICICLETTA ELETTRICA TROPPO PERICOLOSO, E TRA COSTI E TEMPO IMPIEGATO PER ARRIVARE DAI CLIENTI SIAMO SEMPRE IN PERDITA. MA SE RIFIUTIAMO GLI ORDINI L’ALGORITMO CI PUNISCE E NON CI FA LAVORARE” – “IN UNA SERA EVADO CIRCA DIECI ORDINI. NON CI SONO TURNI FISSI. IO INIZIO A LAVORARE ALLE 18 E STACCO ALLE 23”
«Sei euro per consegnare un panino anche a 30 chilometri di distanza. Da Verbania mi è
capitato di ricevere ordini addirittura da Belgirate, nel Novarese. Io per le consegne uso la bicicletta elettrica e ogni volta rischio la vita. Non solo per le strade gelate, ma anche per gli automobilisti che spesso andando a tutta velocità non ci vedono. Senza contare che questo tipo di consegne non convengono nemmeno. Tra costi e tempo impiegato per arrivare dai clienti siamo sempre in perdita. Ma se rifiutiamo gli ordini l’algoritmo ci punisce e non ci fa lavorare».
Filippo Testi ha 20 anni, ed è nato a cresciuto a Verbania, sul lago Maggiore, dove ora, anche per aiutarsi durante gli studi in Storia, da due anni lavora come rider. È lui il portavoce della protesta avviata dai fattorini che ogni giorno corrono su e giù per i 74 paesi del Verbano-Cusio-Ossola.
«Ogni sera riesco a guadagnare anche 30 euro, ovviamente lordi. Ma ormai l’area per le consegne è troppo estesa e evadere gli ordini è diventato un vero e proprio percorso a ostacoli».
Che cosa l’ha spinta a fare il rider?
«Lo faccio da un paio di anni, dal 2023. Avevo iniziato l’università, studio Storia a Torino e avevo bisogno di un’entrata per essere autonomo. Così ho iniziato con le consegne prima a Verbania e poi a Torino. Avevo appena 18 anni e tutto andava bene. Ma la situazione di lavoro negli ultimi mesi è cambiata…».
Cioè?
«Deliveroo a Verbania non ha mai coperto solo la città. Ma fino a qualche mese fa l’area era suddivisa ancora nelle vecchie
province. Le tratte erano accettabili. Adesso l’area è stata ampliata e gli ordini arrivano anche da 30 chilometri di distanza…».
Cosa vuol dire?
«Che ci arrivano ordini da Vergante, vicino ad Arona, ma anche Baveno, Stresa. Addirittura Belgirate a 30 chilometri da Verbania. Se per esempio arriva un ordine da Stresa partendo da Intra devo percorrere 22 chilometri di strada pericolosa, al buio e molto trafficata. È davvero assurdo».
Come si svolge una sua giornata?
«Quando l’ordine arriva lo si accetta. Certo che se ad esempio bisogna consegnarlo a Stresa, oltre 22 chilometri, partendo da Intra, dove ci sono i ristoranti della città, bisogna valutare se fare o no la consegna. La luminosità è praticamente zero, sei in mezzo alla strada nella maggior parte del percorso, illuminato solo dai fari delle auto. Sono caduto tante volte. Insomma in bici è quasi impossibile fare le consegne. E in auto non conviene a causa delle spese alte».
E i pagamenti?
«Si rischia la vita per circa 7,66 euro. Lordi ovviamente.
Non tutti gli ordini sono così, alcuni sono anche più grandi e si arriva a prendere 10 euro. Ma, se si valuta l’andata e il ritorno è sempre troppo poco.
Anche perché bisogna considerare che se si consegna in bicicletta fino a Stresa poi per poter ricominciare a lavorare bisogna ritornare a Verbania».
Quanti ordini si riesce ad evadere in una sera?
«Circa dieci. Non ci sono turni fissi. Io inizio a lavorare alle 18 e stacco alle 23. I colleghi fanno più ore. Certo si lavora di più nei mesi autunnali e primaverili quando il lago è pieno».
Cosa succede se si rifiuta l’ordine?
«L’applicazione ripropone gli ordini, maggiorando sempre un pochino il prezzo di pochi centesimi fino a un certo limite per spingerci ad andare. Ma se rifiuti, l’algoritmo ti penalizza non mandando più molti ordini nei giorni seguenti.
Chi pedala non è un numero ma una persona e ad un lavoratore serve dignità e giustizia. Per questo in 15 abbiamo deciso di avviare una vertenza sindacale. Vogliamo riconosciuti i nostri diritti».
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
I RAID ORDINATI DA TRUMP SERVONO A METTERE SOTTO PRESSIONE IL GOVERNO DI ABUJA, E COSTRINGERLO A TRATTARE UN ACCORDO COMMERCIALE FAVOREVOLE A WASHINGTON
Nelle ore successive al raid compiuto dalle forze statunitensi contro obiettivi dello Stato islamico in Nigeria, l’America si interroga sull’opportunità di tale operazione. Mentre un altro quadrante dell’Africa finisce nel mirino della Casa Bianca dopo il riconoscimento da parte di Israele del Somaliland.
Negli Usa, il tema della violenza jihadista in Nigeria è tornato al centro del dibattito politico, con particolare riferimento alle attività di Boko Haram. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz è tra i principali promotori della questione.
In un messaggio pubblicato su X il 7 ottobre, ha sostenuto che in Nigeria sarebbero stati uccisi oltre 50 mila cristiani dal 2009 e che più di 18 mila chiese e 2 mila scuole religiose sarebbero state distrutte. Il suo ufficio ha però precisato che il senatore parla di «persecuzione» e non di «genocidio».
Parole riprese anche da Donald Trump, che ha definito la Nigeria un «Paese in disgrazia».
La vicenda nigeriana viene descritta da diversi osservatori come
più articolata.
La minaccia, avanzata dal presidente americano, di inserire la nazione africana nella lista dei «Paesi di particolare preoccupazione» appare riconducibile a una pluralità di fattori e viene interpretata soprattutto come uno strumento di pressione diplomatica volto ad allineare Abuja agli interessi statunitensi.
Sul piano economico, la Nigeria rappresenta uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa e riveste un ruolo di rilievo per gli interessi energetici degli Stati Uniti nella regione. Non è un caso che Washington in primavera abbia manifestato interesse a investire nel progetto del gasdotto Nigeria-Marocco.
Secondo diversi osservatori, la questione non sarebbe dunque riconducibile unicamente alle accuse di persecuzione dei cristiani o a narrazioni di violenze su larga scala, ma andrebbe letta all’interno di un più ampio confronto economico e geopolitico. Il contesto internazionale contribuisce a rafforzare questa interpretazione.
Il progressivo indebolimento dell’influenza statunitense registrato nel decennio scorso nell’area ha favorito l’espansione dell’influenza di attori come Cina e Russia.
In questo scenario, la Nigeria, per la sua collocazione strategica e l’abbondanza di risorse naturali, si trova al centro di dinamiche globali sempre più competitive.
La violenza che colpisce la Nigeria si inserisce inoltre in una crisi più ampia che interessa l’intera regione del Sahel. I gruppi terroristici attivi in Africa occidentale sono oggi considerati tra i più operativi a livello globale e rappresentano una minaccia crescente per la stabilità dei governi regionali.
L’escalation della violenza ha avuto ripercussioni anche sul piano politico. Il peggioramento delle condizioni di sicurezza ha contribuito a indebolire la legittimità di diversi governi dell’area, favorendo un clima di instabilità che, in alcuni casi, ha aperto la strada a colpi di Stato.
In questo contesto, la Russia ha rafforzato la propria presenza e influenza nel Sahel, proponendosi come alternativa ai partner occidentali tradizionali. Così come la Cina è protagonista di una penetrazione economica e commerciale nel continente, che è vista dagli Usa come parte della sfida globale tra Washington e Pechino.
(da La Stampa)
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