Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
“BAFFINO” SI DIVERTE A INFILZARE NORDIO: “AVRÀ RIFLETTUTO SULLA SUA ESPERIENZA DA MAGISTRATO, QUANDO PER 8 ANNI INDAGÒ SUL RAPPORTO TRA IL PCI E LE COOPERATIVE, COSTRUENDO UN MONSTRUM PER IL QUALE FU CONDANNATO DOPO UNA MIA DENUNCIA. ORA CHE NON PUÒ PIÙ DARE CATTIVI ESEMPI RITIENE DI DARE BUONI CONSIGLI”
Sostiene Massimo D’Alema che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei
magistrati sia «inutile, sbagliata e pericolosa». Perciò voterà no al referendum. Ritiene che le personalità della sinistra decise a votare sì non siano «compagni che sbagliano, ma compagni che hanno cambiato opinione». E attacca «il travestimento garantista» della destra che «in realtà era e resta forcaiola. Tranne poche eccezioni, come Marina Berlusconi».
Il sorteggio non spezza l’egemonia delle correnti?
«È falsa l’idea che così verrebbero eliminate le correnti: i magistrati, sia pure estratti a sorte, potranno continuare a far parte di associazioni note e persino di consorterie ignote. Solo che in questo modo si trasferirebbe il potere dalle correnti democraticamente legittimate col voto, a gruppi che vincono alla lotteria del sorteggio. La democrazia è più trasparente».
Considera trasparente l’attuale gestione del Csm, che assolve il 75% dei magistrati chiamati davanti alla sezione disciplinare e promuove ogni anno il 99% delle toghe con una logica correntizia spartitoria?
«Assolutamente no. Considero la cosa gravissima e penso che si dovrebbe intervenire in senso garantista. Infatti ai tempi della Bicamerale decidemmo di mantenere un solo Csm con due sezioni, perché l’unitarietà delle carriere rende più difficile la chiusura corporativa e auto-referenziale. Mentre per l’azione disciplinare proponevamo un’Alta corte separata dal Csm. Il corpo separato dei pubblici ministeri non ha nulla di garantista. Si deciderebbero la carriera da soli. Con il sorteggio, certo. Ma se penso ad alcuni pm… Venissero estratti bisognerebbe fuggire all’estero. Quindi tutto lascia immaginare che questo disegno anticipi dell’altro».
Cioè la sottoposizione della magistratura al potere politico? Ma non è previsto dalla riforma.
«È così, ma in tutti i Paesi al mondo dove i pm sono separati dei giudici essi normalmente dipendono dal governo. E questo ha una logica perché almeno i governi debbono rispondere in Parlamento del loro operato. Se noi diamo luogo ad un ordinamento che non appare sostenibile è ragionevole sospettare che la riforma prepari il passo successivo».
Possibile che questo «sospetto» non sia venuto alle personalità della sinistra decise a votare sì al referendum? Augusto Barbera, Cesare Salvi e molti altri ancora sono quindi «compagni che sbagliano»?
«Non sono compagni che sbagliano, sono compagni che hanno cambiato opinione ( sorride, ndr ). Io ricordo che Salvi in Bicamerale votò contro la separazione delle carriere. Ma gli voglio bene lo stesso. Più in generale penso che noi dovremmo essere più disponibili a riforme garantiste per rendere più equilibrato il rapporto tra difesa e accusa. Noi… Chi guida oggi il centrosinistra. Io sono un pensionato».
Che mette in guardia per i rischi celati dietro la riforma.
«C’è la pretesa del centrodestra di cambiare la Costituzione avendo una concezione partigiana delle regole».
Sta paventando un processo di fascistizzazione dell’Italia?
«Non arrivo a parlare di fascismo, però c’è un’impronta di decisionismo autoritario inaccettabile. Eppoi, questo travestimento garantista della destra… Si possono fare eccezioni. Marina Berlusconi, per esempio, è garantista. E penso anche che la revisione di Carlo Nordio sia autentica.
Magari avrà riflettuto sulla sua esperienza da magistrato, quando per otto anni indagò sul rapporto tra il Pci e le cooperative, costruendo un monstrum per il quale fu condannato dopo una mia denuncia. E ora che non può più dare cattivi esempi ritiene di dare buoni consigli».
Quando si dice una buona parola…
«Credo alla buona fede del ministro della Giustizia. Ma la destra è forcaiola. Basti pensare ai provvedimenti proposti contro i giovani che manifestano nelle piazze».
Così fa sorgere il sospetto che il no al referendum abbia al fondo una ragione politica: che la battaglia contro la riforma sia la linea Maginot della sinistra per evitare che Giorgia Meloni rivinca nel 2027 e il centrodestra conquisti il Quirinale.
«No. Io ho espresso critiche nel merito, sul testo della riforma. È chiaro però che oltre al testo c’è il contesto. Per mille ragioni auspico un’alternativa al governo di Giorgia Meloni. Ma questo è un voto sul referendum. È nel 2027 che ci saranno le elezioni politiche. A meno che non abbiano in mente qualche altra riforma…».
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
“NON IMPORTA QUALE SIA STATA LA VERA CAUSA, SE IL VELENO, GLI ANNI IN CARCERE IN CONDIZIONI DURE O UN COLPO IN TESTA. TUTTE LE IPOTESI SAREBBERO PLAUSIBILI PERCHÉ CONDUCONO SEMPRE ALLO STESSO RISULTATO: ELIMINARE ALEKSEJ. È CHIARO CHE SI È TRATTATO DI UN ASSASSINIO. PUTIN INVIDIAVA LA CAPACITÀ CHE LUI AVEVA DI RIUNIRE LA GENTE ATTORNO A SÉ. UN EREDE DI NAVALNY? LUI È UNICO, MA LE SUE IDEE NON SONO MORTE”
È l’unico stretto collaboratore di Aleksej Navalny a non aver lasciato la Russia. E, come tutti i pochi dissidenti rimasti, soppesa ogni frase. «Anche se, nel nostro Paese, non sai mai per quale parola o azione finirai nei guai», dice in videocollegamento da Mosca. Con Navalny dal 2010, capo del quartier generale moscovita della sua campagna presidenziale nel 2018, uno dei dirigenti della sua Fondazione anti-corruzione Fbk e del suo partito “Bella Russia del futuro”, a soli 43 anni Nikolaj Ljaskin ha subito innumerevoli fermi e detenzioni e persino un’aggressione con una spranga di ferro.
Nel 2021 è stato arrestato e condannato a un anno di “libertà vigilata” insieme al fratello, alla portavoce e al braccio destro dell’oppositore morto in carcere. I suoi ex compagni di lotta hanno lasciato il Paese quando Fbk è stata dichiarata fuorilegge. Ljaskin no. E nonostante cinque Paesi occidentali sostengano che Navalny sia stato ucciso dallo «Stato russo» con una tossina letale rivenuta nelle rane freccia sudamericane, resta un incrollabile ottimista: «Le autorità hanno fallito. Le idee di Navalny vivono».
Dopo il Novichok, la rana freccia. Che cosa ne pensa?
«Non ci vedo niente di strano o di nuovo. Aleksej Navalny è sempre stato il nemico pubblico numero 1 del regime russo. Non importa quale sia stata la vera causa della sua morte, se il veleno di una rana, gli anni in carcere in condizioni dure o un colpo in testa. Tutte le ipotesi sarebbero plausibili perché conducono sempre allo stesso risultato: eliminare Aleksej, fare semplicemente in modo che non ci sia più.
Perché il potere collettivo, Vladimir Putin e i siloviki (gli uomini dei servizi di sicurezza, ndr), da un lato temevano Aleksej, dall’altro ne invidiavano la capacità di riunire la gente attorno a sé. Perciò, qualunque sia stata la causa della morte di Aleksej, è chiaro che si è trattato di un assassinio».
Navalny stava scontando 19 anni di carcere. Perché ucciderlo?
«Pur in carcere, Navalny era la migliore fonte di ispirazione per tutte le forze di opposizione. Ogni parola che arrivava da lui era una specie di lanterna nel buio. Pur da dietro le sbarre, Aleksej parlava non solo a titolo personale, ma a titolo di tutta la Russia. Ne aveva il diritto morale. E lo ascoltavano tutti anche i suoi nemici».
A due anni dalla sua morte, qualcuno è riuscito a prenderne il testimone?
«Non c’è e non ci potrà mai essere un erede di Navalny. Era unico. Non ci sarà nessuno come lui. Ma Aleksej ha fatto molto di più che passare il testimone. Ha dato a milioni di persone la consapevolezza che si può andare contro il sistema, che si può lottare perché la Russia diventi un Paese libero e normale. Ora Navalny è in ciascuno di noi».
A molti russi, però, manca un punto di riferimento. La morte di Navalny ha ucciso la speranza?
«In un certo senso sì e in un certo senso no. Le autorità pensavano che, eliminando Navalny, avrebbero risolto tutti i loro problemi. Sì, lui non c’è più, ma le sue idee vivono. Perché c’è ancora parecchia gente che crede nelle sue idee e può agire come lui. E finché esisteranno queste persone, le autorità non avranno raggiunto il loro obiettivo al cento per cento».
Esiste, dunque, la “bella Russia del futuro” che Navalny sognava?
«Certo. Non è un concetto astratto. La Bella Russia del Futuro è la gente che è rimasta e continua a lottare».
Lei teme per la sua incolumità?
«Sì. Come tutti in Russia».
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
CHI HA AGITO HA UTILIZZATO LA BENZINA PER BRUCIARE CAVI ELETTRICI SOTTERRANEI. MA I DUE ATTACCHI, IN DUE CENTRI MANUTENZIONE DELLE FERROVIE ALLE PORTE DI ROMA, DIMOSTRANO UNA CONOSCENZA, OLTRE CHE DEI LUOGHI DA COLPIRE, ANCHE DELLE POSSIBILI CRITICITÀ DELL’INFRASTRUTTURA FERROVIARIA
Benzina al posto delle bombe incendiarie (costruite seguendo le istruzioni sul web) per
bruciare cavi elettrici sotterranei. A distanza di sette giorni un gesto ritenuto più semplice per ottenere comunque il massimo risultato: paralizzare di nuovo la circolazione ferroviaria dell’Alta velocità.
Questa volta, come è successo invece dopo i sabotaggi a Bologna e Pesaro 24 ore dopo la cerimonia di apertura delle Olimpiadi, senza una rivendicazione. Non è detto però che non arrivi nei prossimi giorni e che non ricalchi quella di «Sottobosko», il misterioso writer anarchico che il 9 febbraio ha annunciato altri attacchi di questo genere
Proprio quello che è successo l’altra notte alle porte di Roma, nel centro manutenzione delle Ferrovie di Villa Spada— all’inizio della tratta della Roma-Firenze che da Settebagni porta al Nord, monitorato dalla sala operativa di Bologna — e poi anche in via di Salone, a Corcolle, dalla parte opposta della Capitale, dove transita la linea Roma-Napoli, controllata invece dagli operatori di Roma Termini.
Il primo alle 4.30, il secondo alle 5.40. Orari cruciali per l’inizio del servizio di trasporto quotidiano che dimostrano una conoscenza, oltre che dei luoghi da colpire, anche delle possibili criticità dell’infrastruttura ferroviaria.
Dietro ci potrebbero essere tuttavia una mente e una mano diverse rispetto a quelle entrate in azione una settimana fa. A renderle simili il fatto di aver agito sempre di sabato, ma nel caso romano — come era già successo giorni fa a Lecco— si
potrebbe trattare di emulazione, seguendo uno dei principi cardine dei movimenti anarchici per attaccare il sistema. È fra le ipotesi seguite da chi indaga.
Ma c’è anche il sospetto che a colpire siano state persone esperte, che hanno scelto non in modo casuale punti chiave della linea: hanno agito di notte, alzando botole in cemento (in una sarebbe stata trovata una catena, usata forse per aiutarsi nell’apertura) e quindi utilizzando liquido infiammabile per dare fuoco alle condotte sotterranee. L’allarme nelle sale operative, che ha fatto scattare in automatico il fermo dei treni, è scattato subito: sembravano guasti, invece erano altri sabotaggi.
Gesti compiuti per avere ancora visibilità nazionale, sui quali la polizia di prevenzione, insieme con la Digos romana, indaga non solo per scoprire chi siano i responsabili, ma anche chi rivendica le azioni su piattaforme social che assicurano l’anonimato. Atti che potrebbero ripetersi, in segno di continuità con quanto gli analisti hanno notato negli ultimi tempi, ovvero un fermento anche sul fronte comunicativo, così come altri sabotaggi collegati sempre all’emulazione che potrebbero coinvolgere gruppi anarchici diversi.
Proprio per questo motivo è stata aumentata la vigilanza su tutta la linea ferroviaria nazionale, in particolare in prossimità dei nodi di scambio e delle infrastrutture e sui binari.
Sempre nella consapevolezza che telecamere e pattuglie non possono essere ovunque su una rete di oltre 24mila chilometri, con migliaia di pozzetti e condotti che possono potenzialmente essere attaccati per bloccare la circolazione. Uno scenario inquietante, che si inserisce tuttavia in una stretta della sicurezza.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
PUNTANDO SULLA RICONFERMA NELLE PROSSIME ELEZIONI DI APRILE (NON SCONTATA, STANDO AI SONDAGGI), IL PREMIER UNGHERESE HA DETTO CHE IL SUO LAVORO È SOLO “A METÀ” – IL MESE SCORSO MELONI HA PARTECIPATO A UN VIDEO DI SOSTEGNO A ORBAN, INSIEME A WEIDEL, LE PEN, ABASCAL
Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha promesso ieri di «eliminare le pseudo organizzazioni della società civile» e di continuare la sua offensiva contro «i giornalisti, i giudici e i politici comprati».
Contando sulla riconferma nelle prossime elezioni di aprile (in realtà non scontata, almeno stando a quanto indicato dai sondaggi), Orbán ha detto che il suo lavoro è solo «a metà»
Nel suo discorso annuale sullo stato della nazione, pronunciato ieri a Budapest, Orban è tornato ad attaccare l’Unione europea, affermando che «la macchina oppressiva di Bruxelles è ancora in funzione in Ungheria: ma dopo il voto di aprile riusciremo a spazzarla via».
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
PER ISPOS IL “NO” È IN VANTAGGIO CON IL 50,6% CONTRO IL 49,4%. E PER RIPORTARE AVANTI IL “SÌ” È NECESSARIO CHE L’AFFLUENZA RAGGIUNGA ALMENO IL 46% … MARCELLO SORGI: “IL CENTRODESTRA È COSTRETTO A SPARARE LA CARTUCCIA PIÙ FORTE CHE SA DI AVERE: UNA MELONI NON TANTO IN VERSIONE PREMIER INTERNAZIONALE, MA LEADER COMIZIANTE
La domanda che tutti si fanno, nel governo e nel centrodestra, è non se, ma quando
“Giorgia”, come la chiamano loro, si deciderà a scendere in campo nella campagna per il referendum del 22 e 23 marzo. Al momento, si valutano due scenari e si fanno i conti con una realtà in cui ancora, sia pure non di molto, il “sì” è in vantaggio. In termini percentuali di un punto, 38 a 37. Ma se si estende questo 75 per cento al 100, il “sì” ha 350 mila voti in più.
Primo scenario: Meloni entra nella campagna per consolidare questo dato e rafforzarlo, dandosi l’obiettivo di vincere con quasi un milione di voti in più. Un traguardo impossibile, e lei è la prima a saperlo.
E allora, scenario numero due, Meloni stavolta è obbligata a muoversi in prima persona per far sì che il vantaggio non si assottigli o che addirittura la situazione si capovolga, con il “no” che va in vantaggio.
Al momento, sono 17-18 milioni gli elettori disposti ad andare alle urne su un argomento “freddo” come la riforma della separazione delle carriere.
Per il “sì”, (inutile negarlo, la campagna si presenta più difficile: i problemi che la gente ha di fronte nella vita di tutti i giorni sono diversi, e il governo lo sa bene. Altro che i magistrati e la giustizia. Di qui la necessità di sparare la cartuccia più forte che il centrodestra sa di avere: una Meloni non tanto in versione premier internazionale, ma leader comiziante, pronta a mettersi di fronte l’intero schieramento avversario e a spiegare ai cittadini che perdere questa sfida vuol di
giocarsi tutto quel che il governo ha fatto finora. Ecco perché gli ultimi quindici giorni di campagna saranno esplosivi.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
TRA I DUE SCHIERAMENTI SOLO LO 0,6%
Con un’affluenza stimata al 58%, le prossime elezioni politiche potrebbero essere quelle meno partecipate di sempre. Ma potrebbero essere anche tra le più contese, stando ai nuovi risultati del sondaggio politico dell’Osservatorio Emg. Tra le due coalizioni di centrodestra e di centrosinistra, per come sono composte attualmente (da una parte FdI, FI, Lega e Noi moderati; dall’altra Pd, M5s, Avs, Italia viva e +Europa), corre mezzo punto di distanza. Un distacco che è virtualmente un pareggio, considerando il margine di errore statistico. Fuori dalle coalizioni ci sono forze come Futuro nazionale e Azione che potrebbero avere un peso decisivo. E manca poco più di un anno all’appuntamento con le urne.
Fratelli d’Italia è al 26,9% dei voti. Certo, si parla comunque della prima forza politica in Italia con un certo margine. I meloniani non devono certo temere, nell’immediato, la concorrenza diretta del Pd. Tuttavia, è tra i risultati più bassi che il partito della presidente del Consiglio ha raggiunto negli ultimi anni. È paradossalmente migliore di quello ottenuto nel 2022, quando il 26% bastò per trionfare e portare il centrodestra al governo. Ma la situazione è cambiata.
Anche perché il resto della coalizione vede alti e bassi molto significativi. Forza Italia è al 9%, e nonostante i possibili tumulti interni che si intravedono all’orizzonte per ora i forzisti sono in linea con gli ultimi anni. Invece la Lega è al 7,8%. Un calo netto per il partito di Matteo Salvini, scivolato anche al di sotto del risultato (già deludente) ottenuto alle ultime elezioni politiche.
La coalizione è completata da Noi moderati con l’1,3%. Numeri alla mano, quindi, il centrodestra oggi prenderebbe il 45% dei voti. È un calo, ma non una crisi. Nel 2022 vinse con un punto in meno, contro un’opposizione che si presentava divisa e litigiosa.
La differenza potrebbe farla – condizionale d’obbligo – proprio l’opposizione. Oggi il Partito democratico è al 22,2%, in linea con l’oscillazione tra il 21 e il 23% in molte rilevazioni negli ultimi mesi (e in lieve calo rispetto al 24% delle europee). Per i democratici, confermare questo risultato alle urne sarebbe comunque un passo avanti rispetto alle ultime elezioni, quando non raggiunsero il 19%
Il Movimento 5 stelle è al 12,1%. Alleanza Verdi-Sinistra invece al 6,1%, decisamente più alto del 3,5% preso nel 2022. Soprattutto, la differenza è che
queste forze potrebbero presentarsi in una coalizione unitaria, come non avvenne tre anni e mezzo fa. Insieme a Italia viva di Matteo Renzi (al 2,4%) e +Europa (all’1,6%), la coalizione raggiungerebbe il 44,4%. Circa mezzo punto di distanza, come detto.
Ci sono anche delle forze politiche che si considerano fuori dalle coalizioni, al momento. Azione di Carlo Calenda è stabile al 3%, e sempre nell’area centrista il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin è all’1,8%. La novità delle ultime settimane è Futuro nazionale di Roberto Vannacci: prende il 2,9% dei voti, secondo il sondaggio.
È interessante notare che i consensi di Vannacci vengono per l’1,1% da Fratelli d’Italia e ‘solo’ per lo 0,7% dalla Lega, il suo ex partito. Mezzo punto da altri partiti e mezzo punto dagli astenuti. È una platea interessante, anche se manca più di un anno al voto. E c’è da vedere se il generale proverà a piazzarsi nella maggioranza di centrodestra (con una manovra che al momento appare quasi impensabile) o correrà da solo, con il rischio di non raggiungere la soglia di sbarramento.
(da Fanpage)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA SULLA ”CIVILTA’ EUROPEA CHE RISCHIA DI SPARIRE”
Kaja Kallas è tra le protagoniste della giornata conclusiva della Conferenza sulla
Sicurezza di Monaco, insieme alla presidente della Bce Christine Lagarde. L’Alto rappresentante Ue ha dedicato buona parte del suo intervento alla Russia, invitando a una lettura lucida della situazione: «Non è una superpotenza. Dopo oltre un decennio di conflitti, inclusi quattro anni di guerra su vasta scala, la Russia ha avanzato di poco rispetto alle linee del 2014. Il costo? 1,2 milioni di vittime». Per Kallas, Mosca è oggi «distrutta, la sua economia è a pezzi, scollegata dai mercati energetici europei», e la vera minaccia è un’altra: «Ottenere più risultati al tavolo delle trattative di quanti ne abbia ottenuti sul campo di battaglia».
Kallas: «Non siamo davanti alla cancellazione della nostra civiltà»
L’Alto rappresentante ha respinto la narrativa di un’Europa in declino: «Contrariamente a quanto alcuni potrebbero dire, l’Europa woke e decadente non sta vivendo la cancellazione della sua civiltà. Anzi, le persone vogliono ancora unirsi al nostro club». Ha citato i sondaggi secondo cui i cittadini europei chiedono all’Unione «un ruolo più forte nel mondo» e ripreso le parole di Macron a Davos: «L’Europa a volte è troppo lenta e ha bisogno di essere riformata. Ma sappiamo assolutamente chi siamo e ciò per cui ci battiamo». Non è mancato un riferimento all’universo Marvel: «Gli eroi sono plasmati dai percorsi che scelgono, non dai poteri di cui sono dotati. Il percorso dell’Europa è chiaro: difendere l’Europa, garantire la sicurezza dei nostri vicini e costruire partnership in tutto il mondo».
Kallas replica a Rubio sulla libertà di stampa
Kallas ha commentato anche il discorso del segretario di Stato americano Marco Rubio, distinguendo tra messaggi rivolti all’Europa e messaggi destinati all’elettorato interno: «Credo che ci fossero messaggi per noi e messaggi per il pubblico americano, soprattutto per i suoi elettori». Sulle critiche alla libertà di stampa europea, la risposta è stata diretta: «Venendo da un Paese che è al secondo posto nell’Indice della Libertà di Stampa, sentire critiche alla libertà di stampa da un Paese che è al 58esimo posto in questa lista, è interessante». Ha comunque riconosciuto un terreno comune: «Il messaggio che abbiamo recepito è che America ed Europa sono interconnesse, lo sono state in passato e lo saranno in futuro. Credo che possiamo lavorare partendo da lì».
L’allargamento Ue come antidoto all’imperialismo russo
Sul fronte orientale, Kallas ha indicato l’allargamento dell’Unione Europea come priorità strategica e «antidoto all’imperialismo russo». A supporto della tesi, ha citato un dato economico: «Nel 1990 i russi erano due volte più ricchi dei polacchi. Oggi i polacchi sono circa il 70% più ricchi dei russi». I Paesi che dal 1990 si sono liberati dal dominio sovietico e hanno aderito all’Ue, ha aggiunto, «sono cresciuti a un ritmo più che doppio rispetto alla Russia».
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
SIAMO IN QUARTO PAESE ESPORTATORE AL MONDO MA NON PARTECIPIAMO AI PROGETTI, LI SUBIAMO
L’Italia è il quarto paese esportatore al mondo, davanti al Giappone e dietro a Cina, Stati Uniti e Germania. Performance tanto più notevole in quanto disponiamo di scarsissime materie prime, che dobbiamo importare dall’estero lontano, specie da Asia e Africa. L’alta classifica dell’export nostrano è ancora più apprezzabile considerando i limiti della nostra logistica, incomparabile con quella di paesi anche meno industrializzati del nostro. Carenze che diventeranno più gravi in prospettiva perché il clima bellico che ci avvolge sta spingendo buona parte dei paesi europei ad ammodernare le rispettive infrastrutture per contenere la Russia e riorientare le loro priorità industriali.
Esempio di logistica duale, a un tempo militare e civile, con accento pubblico sul lato gentile, riservato su quello strategico. Prevalente. La cifra di questi progetti è la connessione latitudinale. Esemplare la strategia dei Tre Mari, di marca polacca, che
riproduce la visione della Polonia imperiale aggiornata dal maresciallo Piłsudski fra le due guerre mondiali, dedicata a delimitare l’appendice europea dell’Eurasia dalla Russia. Lanciata su impulso americano nel 2017 per connettere Baltico, Adriatico e Nero, in prospettiva anche Egeo e Mediterraneo orientale. Di fatto in allargamento alla Scandinavia per toccare il Mar Glaciale Artico, faglia dove si incrociano russi e nordatlantici a guida americana, con i cinesi in avvicinamento. Resta la centralità della Polonia — “siamo gli scandinavi del Sud”, scherzano ma non troppo a Varsavia — vedremo fino a che punto supportata dagli Stati Uniti in fase di riavvicinamento alla Russia in funzione anti-cinese. L’esito della guerra di Ucraina sarà decisiva per lo sviluppo o meno di questa traiettoria infrastrutturale, fatta di ferrovie, strade, porti, aeroporti e interporti, cavi Internet, connessioni satellitari, data center, condotte energetiche.
Il problema dell’Italia è che non partecipa a questi progetti. Quindi li subisce. La rete delle infrastrutture paneuropee che si sta allestendo o ammodernando attorno a noi sembra non interessarci. Esempio: quando al momento del varo dei Tre Mari si trattò di stabilire quale fosse il pivot dell’Adriatico Washington e Varsavia scelsero la Croazia, con il Baltico appaltato alla Polonia e il Nero alla Romania. D’accordo, l’impero di Venezia è crollato da qualche secolo, ma che Roma non si curi del mare che ci lega ai Balcani — o ce ne separa — è singolare. Tanto più che il perno strategico meridionale dei Tre Mari — e non solo — sarebbe Trieste. Ma noi continuiamo a trattare quel porto, e quella città, da apolide.
Scontiamo poi l’arretratezza dei corridoi europei disegnati allo scadere del secolo scorso. Del tutto superati. Infatti non se n’è completato nemmeno uno. L’ormai mitica tav Torino-Lione è cantiere secondario, quasi in stallo, di scarsissimo interesse per la Francia e noto alle cronache di casa solo per i periodici moti in Val di Susa. Avrebbe avuto gran senso nell’Europa che si immaginava destinata a integrare Est e Ovest, giacché avrebbe attraversato il nostro Nord industriale per collegare Lisbona a Kiev, e forse a Mosca. Sarà per dopodomani? Restano sulla carta gli ambiziosi progetti di connessione fra India ed Europa via Medio Oriente, sponsorizzati dagli Stati Uniti, cui pure abbiamo aderito. Ma finché le guerre di Israele non saranno sedate e la rivalità fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti riportata sotto controllo, immaginare un corridoio Mumbai-Dubai-Haifa-Trieste, come originariamente proposto dall’amministrazione Biden, è miraggio.
Non c’è tempo da perdere se vogliamo strutturare il nostro rango di grande nazione esportatrice (e importatrice di materie prime). Le rendite sono scadute. Infuria una competizione mondiale che verte sulle nuove tecnologie e abbisogna di robusti investimenti nazionali e internazionali. Urge riconnettere l’Italia con sé stessa, non solo fra Alpi, Mezzogiorno e isole ma anche fra Tirreno e Adriatico, per prolungarne lo slancio verso l’estero vicino e lontano. La direzione di marcia ce la indica la geografia dei commerci e della sicurezza: dallo Stivale agli oceani, passando per lo stretto atlantico (Gibilterra), verso l’America, e sempre più per i passaggi verso l’Oriente Estremo (Suez, Mar Rosso, Bab al-Mandab). Qui si gioca il futuro dell’Italia.
(da repubblica.it)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
MACRON INVITA ALLA CALMA E AL RISPETTO
Un militante nazionalista 23enne – identificato negli ultimi giorni con il nome Quentin –
è morto dopo le gravi ferite riportate in un violento scontro avvenuto giovedì sera a Lione, dove era stato trovato dai soccorritori con un grave trauma cranico e ricoverato in condizioni disperate.
L’aggressione si è verificata a margine di una conferenza dell’eurodeputata della France Insoumise, Rima Hassan, all’Istituto di studi politici (Iep) di Lione, dedicata alle relazioni tra l’Unione europea e i governi europei nel contesto del conflitto in Medio Oriente.
Il collettivo identitario di estrema destra Nemesis aveva organizzato una protesta davanti all’istituto, con la partecipazione di alcune militanti e di un gruppo di nazionalisti locali incaricati del servizio d’ordine.
Secondo fonti di polizia, intorno alle 18.30 sarebbe scoppiata una prima rissa tra militanti di estrema sinistra e membri del collettivo Nemesis, coinvolgendo circa cinquanta persone.
Successivamente, una corsa all’inseguimento nelle strade vicine avrebbe portato a un secondo scontro tra due gruppi rivali, avvenuto a circa due chilometri di distanza, lungo il quai Fulchiron. È in questa fase che Quentin sarebbe stato colpito violentemente alla testa in circostanze ancora da chiarire. Non è noto chi lo abbia aggredito, se vi fossero più assalitori o dove esattamente si sia verificato il pestaggio.
(da agenzie)
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