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LA LETTERA DI ANNA DALLA SIBERIA: “SEMBRA CHE QUEL MALEDETTO 24 FEBBRAIO NON DEBBA FINIRE MAI, MI VERGOGNO DI ESSERE RUSSA”

Dicembre 26th, 2025 Riccardo Fucile

“PERCHE’ SIAMO ANDATI A 6.000 KM PER UCCIDERE?”… “AMMIRO IL CORAGGIO DEGLI UCRAINI”

Anna scrive le sue considerazioni sulla guerra. Le racconta a Meduza dalla Khakassia, una repubblica della Federazione Russa che si trova molto lontano da Mosca, nella Siberia orientale.
Il suo racconto, accanto ai tanti altri già proposti dal giornale online – storie dalla Russia e dall’Ucraina – dice meglio di molti reportage quanti strappi stia producendo un conflitto nato dall’invasione russa, inizialmente presentata come una semplice operazione di polizia. La famigerata “operazione speciale” che avrebbe dovuto portare Putin a Kiev nel giro di pochi giorni.
«Come ha influenzato la guerra la mia vita? Da un lato apparentemente non è successo nulla, ma dall’altro ha distrutto tutta la mia vita. Capisco che nulla sarà mai più lo stesso: stiamo scivolando in una sorta di impero stalinista, dove tutti hanno il sedere nudo ma con un senso di grandezza del Paese.
Sono disgustata dalla vita, mi sento in colpa per quello che sta succedendo, mi vergogno di essere russa, ora dico che sono siberiana. Questa è una scusa terribile. Penso che gli ucraini non ci perdoneranno mai e che, proprio come una volta odiavamo tutti i tedeschi da bambini perché fascisti, così odieranno noi tutti, senza chiedersi se ciascuno di noi fosse favorevole o contrario alla guerra. “Russo” è uno stigma vergognoso.
Nel nostro villaggio ci sono stati i mobilitati e i volontari. In tutto venti persone, o poco più. Di tutti, uno si trova ora in Ucraina. Uno è in prigione per aver rifiutato di partecipare all’operazione militare speciale, un altro da due anni si nasconde da qualche parte.
Mi spiace per loro? Non lo so. Dico solo: perché? Perché hai bisogno di una terra straniera, perché sei andato a seimila chilometri a uccidere? Per soldi? Per la patria?
Cosa penso degli ucraini? Onestamente, ammiro il loro coraggio. Penso che siano discendenti dei loro nonni, quelli che hanno sconfitto il nazismo. Non possono essere spezzati. E il loro presidente è un vero uomo: non è scappato, non ha abbandonato il suo popolo.
E penso a come le persone comodamente sedute in Europa credano che Zelensky debba accettare le condizioni di Putin, in altre parole capitolare per far finire la guerra. Per il nostro presidente l’appetito vien mangiando: dopo ci saranno i nazisti kazaki, i nazisti da qualche parte in Germania, e anche loro dovranno essere smilitarizzati e denazificati. Come vi pare una prospettiva del genere? Dove scappare?
Pensavo che Trump avrebbe schiacciato Putin. È tutto triste. A volte vorrei scrivere qualcosa di incoraggiante per gli ucraini, ma capisco che non ho nemmeno il diritto di chiedere loro perdono, perché tutti gli omicidi e gli attentati vengono fatti anche a mio nome.
Molti pensieri, troppi. Anche se sono passati quasi quattro anni, sembra che il 24 febbraio non debba finire mai».
(da Globalist)

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QUASI 10.000 PERSONE IN CODA PER UN PACCO DI CIBO A NATALE: EMERGENZA SOCIALE A MILANO

Dicembre 26th, 2025 Riccardo Fucile

E’ L’ITALIA CHE IL GOVERNO MELONI NON VUOLE VEDERE, INTENTO SOLO A FAVORIRE I BENESTANTI E GLI EVASORI FISCALI

Tra la vigilia e il giorno di Natale quasi 10mila persone si sono presentate alle sedi di Pane Quotidiano, in viale Toscana e viale Monza a Milano, per ritirare un pacco alimentare gratuito.
Un picco di richieste che diventa la dimostrazione di come, durante le festività natalizie, le code si allunghino e i numeri aumentino, con molte più persone in cerca di un aiuto rispetto al resto dell’anno. Anche Milano, simbolo di modernità e progresso, infatti, non sembra essere esente da “un’emergenza sociale” che continua a crescere senza sosta.
Nel giorno della vigilia di Natale oltre 5mila persone si sono presentate alle porte delle due sedi milanesi di Pane Quotidiano per ricevere un pacco di generi alimentari gratuito. Il giorno di Natale, più di 4mila. Come riferito a Fanpage.it, a ciascuna di loro l’associazione ha offerto anche un piccolo panettone come segno di vicinanza durante le festività.
“Da mesi ormai, registriamo una media di circa 5.000 passaggi al giorno”, aveva dichiarato Luigi Rossi, vice-presidente di Pane Quotidiano, a Fanpage.it. “I numeri che abbiamo registrato alla vigilia e il giorno di Natale confermano che entro la fine dell’anno supereremo il milione e mezzo di passaggi, con un
incremento del 15% rispetto all’anno scorso.”
Poi, le previsioni per il 2026, ormai alle porte: “Non vediamo alcun segno che possa far sperare in un miglioramento”, ha concluso Rossi, con una nota di preoccupazione. “Anzi, ci aspettiamo che i numeri possano continuare a crescere”.
(da Fanpage)

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PRESEPE E TRADIZIONE CRISTIANA: SUL NATALE LA DEMAGOGIA SOVRANISTA

Dicembre 26th, 2025 Riccardo Fucile

UNA RETORICA DIVISIVA VOLTA CHE EVOCA COMPLOTTI CHE NON ESISTONO

Ma siete riusciti a festeggiare il Natale? Nessuno ve lo ha impedito? Nessuno ve lo ha rubato o censurato? Potrebbe sembrare una domanda strana, lo capisco, ma in realtà non lo è, se pensiamo a tutte le cose che abbiamo dovuto sentire in questi anni a ridosso del 25 dicembre, da parte di una precisa parte politica che usa questa festa per alimentare una retorica tutta sua. Una retorica che vuole creare una distinzione tra noi e loro, tra un Occidente che non esiste e un mondo esterno che lo mette a repentaglio, attaccando tradizioni e valori storici. E il Natale, la festa cristiana per eccellenza, diventa il momento migliore per portare avanti questa operazione di contrapposizione, che serve solo ad aumentare consensi, giocando sulle paure più irrazionali delle persone, sulle divisioni che in realtà non portano a nulla di buono.
La battaglia sul Natale e le polemiche a Bruxelles
Quella sul Natale cristiano, sul presepe piuttosto che su altre tradizioni, è una battaglia che non ha nulla a che vedere con la dimensione religiosa. È tutta una questione politica, è l’ennesima trovata della destra per creare divisioni, per alimentare una paura infondata nella speranza che questa poi generi consenso.
Matteo Salvini, per citarne uno su tutti, è andato a fare polemica a Bruxelles per il presepe che è stato installato nella Grande Place, dal nome “Stoffe della natività”: le varie figure non hanno dei lineamenti definiti, precisi, e questa è stata una scelta dell’artista tedesca che lo ha realizzato (che tra l’altro è cattolica) in modo che tutti e tutte possano identificarsi più facilmente. Ma a Salvini non andava bene: ha fatto un video in cui lo si vede piazzato davanti al presepe, dice di essere a Bruxelles nel cuore delle istituzioni europee e di essersi trovato davanti a questo presepe senza volti, “il Natale fantasma”.
In modo canzonatorio poi il vicepremier dice che sarebbe stato fatto per rispetto delle altre culture, per un Natale inclusivo, ma che se fosse davvero così sarebbe tutto di una immensa tristezza.
Lo “scandalo” del presepe senza volti
Non è l’unico. Anche altre due esponenti della Lega, due europarlamentari, nei giorni scorsi sono andate a vedere questo “controverso” presepe di Bruxelles e si sono indignate. Una è Susanna Ceccardi, che ha mostrato come a Gesù, Giuseppe e Maria avrebbero “cancellato” il volto e si chiede se sia questo il rispetto delle altre culture, la cancellazione dei volti di Gesù, Giuseppe e Maria. E poi ha aggiunto che nella Sharia i volti non si possono rappresentare, ma che quella è un’altra cultura, non quella cristiana, che dovrebbe rappresentare noi italiani.
Poi la massima: per rispettare gli altri dobbiamo innanzitutto rispettare noi stessi. E se invece smettiamo di rispettare i nostri simboli, “smettiamo di difendere ciò che siamo, le nostre tradizioni e le nostre radici”.
Sulla stessa linea anche Silvia Sardone, che parla di scandalo a Bruxelles con questo presepe senza volti, uno “spettacolo indecoroso”. Anche lei ha citato la Sharia, che non prevede la raffigurazione di volti umani, così come il colore delle stoffe usate per costruire i volti delle figure nel presepe. E poi ha concluso parlando di come sia stata anche portata via la testa di Gesù Bambino e definendo il tutto “uno sfregio alla cristianità in una città sempre più islamizzata”.
La retorica divisiva e il complotto che non esiste
Questo è un racconto che alimenta solo una retorica divisiva, che crea nemici immaginari. E che non ha nulla a che vedere con la realtà delle cose. Lo ha spiegato la stessa artista il motivo per cui non ha rappresentato per filo e per segno i volti, e non c’entra nulla la Sharia o il woke: semplicemente voleva dare a chiunque la possibilità di identificarsi in quelle figure, che non hanno un volto perché potenzialmente potrebbe essere il volto di chiunque. L’artista, che si chiama Victoria Maria Geyer, ha detto di aver omesso delle caratteristiche riconoscibili proprio affinché “ogni cattolico, a prescindere dal suo background o dalle sue origini, possa identificarsi” nella Natività. Un messaggio condiviso anche dalla Chiesa locale, che ha approvato l’installazione.
Ma non da tutti, evidentemente. E Bruxelles non è l’unico esempio. A Genova c’è stata una gigantesca polemica sugli eventi organizzati dal Comune quest’anno, tanto che la sindaca Silvia Salis è dovuta intervenire per smontare le polemiche una a
una, rassicurare tutti sul fatto che non è in corso alcuna deriva anti-natalizia e che invece ci sarà spazio per tante tradizioni. Un’accusa del centrodestra era ad esempio il fatto che non fosse più previsto il presepe a Palazzo Tursi, per cui l’amministrazione comunale veniva accusata addirittura di voler allontanare Gesù. Salis ha risposto spiegando che il Palazzo ospiterà il villaggio di Babbo Natale nel tentativo di aprire gli spazi della politica ai più piccoli e che questo non comporta alcun sovvertimento delle tradizioni, visto che il presepe al Comune era stato fatto solo negli ultimi due anni, ma prima non era mai esistito. L’amministrazione organizza un presepe, ma in un altro palazzo: insomma, le polemiche sono pretestuose.
Non c’è alcun complotto contro il Natale, alcun tentativo di affossare delle tradizioni o di cancellare una cultura. C’è però una strumentalizzazione di questa festa: si prova a dipingerla in chiave identitaria, per poi metterla in pericolo e creare un sentimento di rivalsa. Che però si schianta contro una finzione. Serve solo a generare consenso, non c’è alcun boicottaggio e di conseguenza anche la contrapposizione, tra chi si identifica con il Natale e chi lo vuole eliminare, è immaginaria.
(da Fanpage)

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L’ASSURDO DIBATTITO SULLA VICENDA DELLA FAMIGLIA NEL BOSCO: IL BENESSERE DEI BAMBINI VIENE PRIMA DELLE SCELTE IDEOLOGICHE DEI GENITORI

Dicembre 26th, 2025 Riccardo Fucile

E’ LA LEGGE, NON CATTIVERIA GRATUITA, LO DICE ART. 333 DEL CODICE CIVILE

Potremmo dirla così: se passi con l’automobile quando il semaforo è rosso, o superi i limiti di velocità, e ti ritrovi una multa nella cassetta della posta, non è un atto di crudeltà gratuita, né un provvedimento ideologico di un vigile urbano che odia gli automobilisti: è il Codice della Strada, semplicemente.
Allo stesso modo, c’è un articolo del Codice Civile, il 333 per la precisione, che dice, testuale, che:
Quando la condotta di uno o di entrambi i genitori non è tale da dare luogo alla pronuncia di decadenza prevista dall’articolo 330, ma appare comunque pregiudizievole al figlio, il giudice, secondo le circostanze, può adottare i provvedimenti convenienti e può anche disporre l’allontanamento di lui dalla residenza familiare, ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore.
Basterebbero queste poche righe per finirla qui, e smettere di dibattere inutilmente sul caso della famiglia nel bosco, quella della coppia di origine anglo-australiana con tre figli piccoli – nel caso foste appena tornati da un viaggio su Marte – che viveva in un casolare isolato nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, senza energia elettrica, acqua corrente e servizi essenziali. E a cui il Tribunale dei Minori de L’Aquila ha
sospeso la potestà genitoriale, trasferendo i tre minori, con la madre, in una struttura protetta, in attesa di un miglioramento delle condizioni materiali in cui vivono, e potranno continuare a vivere.
Giratela come volete, ma non c’è nulla di controverso, in questa decisione: è così che la legge deve funzionare, e in questo caso ha funzionato bene.
Ricapitolandola, in breve.
Se i servizi sociali, a seguito di un episodio di intossicazione da funghi velenosi, scoprono che i tre minori vivono in una casa isolata dal mondo, senza acqua potabile, con servizi igienici improvvisati, con le pareti umide, senza riscaldamento, e che questi bambini non frequentano nessuna scuola e non sono inseriti in nessun percorso formale di educazione parentale – i tre bambini non sanno leggere e la più grande dei tre a malapena sa scrivere il suo nome– non possono, ma devono segnalare questi elementi al Tribunale dei Minori. E il Tribunale dei Minori deve applicare la legge. Lo ribadiamo: non per andare contro a una scelta ideologica, qualunque essa sia, ma per tutelare la salute e la crescita di tre minori.
Insomma, nessuno ha tolto i figli a nessuno né spezzato legami affettivi, visto che i bambini, in quella struttura protetta, stanno con la madre.
E nessuno vieterà in futuro alla famiglia di perseguire la propria scelta di vita, se questa non metterà a rischio la salute e lo sviluppo armonico di tre minori.
Perché, allora, ne stiamo parlando da settimane?
Perché un politico, un ministro della Repubblica, un vicepremier
di nome Matteo Salvini, ha deciso di cavalcare questo caso, per ragioni puramente ideologiche. Nello specifico, per affermare che sull’educazione dei figli decidono solo mamma e papà. O meglio ancora: che le scelte dei genitori sono una fonte di diritto superiore a qualunque legge dello Stato.
È un concetto che suona grottesco sulla bocca di un rappresentante dello Stato. Ma è un concetto che Salvini ha ribadito nei suoi auguri di Natale via social, affermando che “A Natale bisognerebbe essere più buoni. Ma oggi c’è qualcuno che è meno buono di altri e in questi minuti è in corso un atto di violenza e di cattiveria gratuita istituzionale, dello Stato italiano nei confronti di una famiglia, di una mamma, di un papà e di tre bambini”.
È una posizione, quella di Salvini, che è figlia di una strategia politica ben precisa. Che strizza l’occhio al mondo integralista cattolico caro al leader leghista, che non vuole sia insegnata l’educazione sessuale a scuola. E che lo strizza pure ai no vax, che non vogliono che lo Stato ingerisca nelle loro scelte sanitarie. Ma che non ha alcun fondamento giuridico da opporre ai servizi sociali e al Tribunale dei Minori: non un singolo articolo del Codice Civile, non una singola interpretazione alternativa delle norme.
La strumentalizzazione sta tutta qua: prendere un caso di cronaca e far leva sugli aspetti emotivi della vicenda per affermare un principio ideologico, senza alcun attinenza coi riscontri fattuali della vicenda, senza alcun rispetto per i minori coinvolti, per dei professionisti che fanno il loro mestiere, per dei servitori dello Stato che applicano la legge, per la legge dello Stato stessa e per
le istituzioni che rappresenti.
Che un intero Paese stia andando, da settimane, dietro a questa intemerata di Salvini dice molto, forse tutto, di cosa siamo diventati.
(da Fanpage)

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LA RETE FERROVIARIA AD ALTA VELOCITA’ CINESE SUPERA I 50.000 CHILOMETRI

Dicembre 26th, 2025 Riccardo Fucile

APRE LA LINEA XI’AN-YAN’AN, IL TRENO VIAGGIA A 350 KM ALL’ORA

La vasta rete ferroviaria ad alta velocità cinese ha superato i 50.000 chilometri di distanza operativa totale con l’apertura oggi di una nuova linea, secondo quanto riportato dai media statali. Il paese possiede la rete ferroviaria più grande del mondo, un quinto più lunga della circonferenza terrestre.
Il viaggio inizia nella città di Xi’an, sede dei famosi Guerrieri di terracotta cinesi, e termina a Yan’an, a nord, ha riferito l’emittente statale Cctv. Entrambe le città si trovano nella provincia dello Shaanxi, nella Cina settentrionale. Alcune case sono state demolite e i residenti sfollati riceveranno 5.000 yuan (700 dollari) a nucleo familiare per il trasferimento, hanno dichiarato le autorità locali nel 2020, quando sono iniziati i lavori di costruzione.
La rete ferroviaria cinese si è ampliata di circa il 32% rispetto al 2020, ha aggiunto oggi la China Railway, di proprietà statale, in un comunicato. La linea Xi’an-Yan’an si estende per un totale di 299 chilometri e il viaggio più breve dura 68 minuti, ha affermato Cctv. Il treno C9309 viaggia a 350 chilometri orari (217 miglia orarie), superando lo Shinkansen giapponese, che raggiunge una velocità massima di 320 chilometri orari (200 miglia orarie).
Pechino ha finanziato anche ferrovie in altri paesi asiatici nell’ambito della sua iniziativa Belt and Road, che finanzia progetti infrastrutturali a livello globale, ma diversi progetti sono stati bloccati o sono stati oggetto di controversie.
(da agenzie)

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PENSIONI, LA RIFORMA CHE NON C’E’

Dicembre 26th, 2025 Riccardo Fucile

NESSUN PASSO INDIETRO SULLA FORNERO, LE USCITE ANTICIPATE SPECIALI NON CONFERMATE, I GIOVANI RESTANO A MANI VUOTE, PASTICCIO SU LAUREA E TFR

Doveva cancellare la legge Fornero per consentire agli italiani di andare prima in pensione. E invece, con un blitz dell’ultimo minuto infilato nella manovra, il governo Meloni stava per allungare la permanenza al lavoro fino a quattro anni per una parte dei lavoratori. Riscrivendo in corsa le regole dell’uscita anticipata – con finestre allungate fino a sei mesi – e depotenziando il riscatto della laurea in modo retroattivo, tagliandone fino a due anni e mezzo. Un tentativo maldestro, maturato a metà dicembre durante la stesura del maxi emendamento alla legge di bilancio, poi saltato per le forti frizioni interne alla maggioranza. Soprattutto in casa Lega, con il partito di Matteo Salvini contro il suo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Un passaggio chiave per capire il segno complessivo delle politiche previdenziali della destra in questi anni.
Età e assegni: le prospettive
Secondo le simulazioni elaborate dalla Cgil, l’effetto combinato di finestre più lunghe, adeguamento automatico alla speranza di vita – che nonostante le promesse l’esecutivo non ha bloccato – e il nuovo computo dei contributi riscattati della laurea avrebbe potuto spingere l’uscita effettiva anticipata fino a 46 anni e 9 mesi di lavoro dal 2037. Un allungamento di quasi quattro anni rispetto ai percorsi previsti fino a questo momento che prevedono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne. La stretta si sarebbe abbattuta anche sulla pensione anticipata contributiva dei post 1996, quella a 64 anni.
Chiusi i canali di uscita speciali
Dentro questo quadro si colloca la legge di bilancio 2026. La prima novità sostanziale della quarta manovra Meloni è che non esistono più canali di pensione anticipata speciali. Quota 103 non viene rinnovata. Opzione donna esce definitivamente di scena. Resta solo l’Ape sociale, prorogata per un altro anno. Ma l’Ape non è una pensione: è un assegno ponte, temporaneo, selettivo, riservato alle categorie già ammesse, in prevalenza lavori gravosi e usuranti. Per tutti gli altri lavoratori, l’uscita resta ancorata ai requisiti ordinari. A partire dal primo luglio 2026, inoltre, i giovani alla prima assunzione vedranno il Tfr confluire automaticamente nei fondi pensione, se non si oppongono entro 60 giorni. Ma la stessa manovra cancella il cumulo tra rendita dei fondi e pensione Inps per l’uscita anticipata a 64 anni, introdotto appena un anno fa: si versa di più al secondo pilastro, senza poterlo usare per uscire prima.
Tre euro agli assegni più bassi
C’è poi una piccola rivalutazione delle pensioni più basse. Dal primo gennaio le pensioni minime aumentano di circa tre euro al mese, arrivando a 619,8 euro. Un ritocco legato all’inflazione, senza interventi strutturali. Un aumento più consistente riguarda solo gli assegni sociali maggiorati (sono 1,2 milioni) che cresceranno di 12 euro dal 2026 dopo gli 8 euro in più di quest’anno, ma per una platea molto più ridotta rispetto ai 2,3 milioni di pensioni integrate al minimo. Nell’ottica di scoraggiare tutte le forme di uscita anticipata, viene poi confermato il bonus Maroni che consente a chi rinvia il pensionamento di incassare in busta paga i contributi previdenziali a proprio carico. Una misura che non modifica i requisiti di uscita e che riguarda soprattutto lavoratori con carriere stabili e redditi medio-alti.
Per i dipendenti pubblici, la manovra interviene sul Tfs/Tfr, riducendo di tre mesi l’attesa della prima rata. Ma l’anticipo ha un effetto collaterale immediato: facendo scendere l’attesa sotto i dodici mesi, salta lo sconto fiscale introdotto nel 2019 per compensare i tempi lunghi della liquidazione. Il risultato è una perdita secca di 750 euro a testa, con un beneficio complessivo per le casse pubbliche stimato in oltre 22 milioni, calcola la Cgil. Restano invariati i differimenti pluriennali e la rateizzazione che può arrivare fino a sette anni. La manovra prevede inoltre un aumento dei requisiti per la pensione di forze armate e polizia, slittato al 2028 dopo le proteste.
I requisiti legati all’età tornano a muoversi
Si fa presto a dire quello che non c’è in questa manovra, rispetto
alle promesse. Non c’è il blocco dell’aumento dei requisiti (età e contributi) alla speranza di vita: saliranno di un mese nel 2027 e di altri due mesi nel 2028. La sterilizzazione promessa dalla Lega e anche dal ministro Giorgetti per mesi si è ridotta a una deroga limitata a una quota minima di lavoratori già tutelati. Non c’è l’uscita a 64 anni per tutti, estesa anche ai lavoratori nel sistema misto utilizzando Tfr e rendite dei fondi. Anzi il cumulo viene cancellato anche per i contributivi puri. Non c’è il salvadanaio previdenziale alla nascita, evocato come risposta al calo demografico. Non c’è l’annunciato libro bianco dell’Inps per avviare una riforma condivisa. E manca ancora il decreto attuativo che avrebbe dovuto consentire ai giovani di versare contributi aggiuntivi, norma di due manovra fa. Non c’è Opzione donna: il governo non l’ha rinnovata. Il Parlamento ha provato e poi rinunciato. L’unico canale di flessibilità dedicato alle lavoratrici viene così cancellato.
In sintesi: più lavoro, meno anticipi e flessibilità. La legge Fornero, architrave del sistema, diventa ancora più rigida. E la manovra 2026, tra annunci rientrati e nuove strette, fotografa una previdenza senza riforma.
(da repubblica.it)

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E’ LA CASA IL METRO DELLE NUOVE POVERTA’

Dicembre 26th, 2025 Riccardo Fucile

LA CRISI E’ STRUTTURALE E IPOTECA IL FUTURO DI TUTTI: FINANZA IMMOBILIARE SPINGE I PREZZI E BLOCCA LA MOBILITA’ DELLE PERSONE, PENALIZZANDO LAVORO, CRESCITA E COMPETITIVITA’… I RITARDI DELL’ITALIA

L’emergenza abitativa non è una novità. Lo è il fatto che non riguarda più soltanto le famiglie in povertà, ma milioni di lavoratori in Italia e in tutta Europa e di studenti. Insomma, il ceto medio impoverito che da una parte spende sempre meno per la salute, dall’altro arranca ogni anno di più per potersi permettere l’acquisto di una casa o anche solo per mantenerla, tra affitti e bollette. Il 2025 si chiude confermando i problemi di sempre e il testimone da consegnare al nuovo anno è pieno di scommesse: contenere la speculazione, rilanciare l’edilizia sociale e sostenere la mobilità, soprattutto quella dei giovani. A preoccuparsene sono infatti le imprese che non trovano personale, a partire dai grandi centri dove si concentra la forza produttiva ma anche quello che Eurostat definisce “sovraccarico dei costi abitativi”, in un contesto europeo dove la mancanza di alloggi a prezzi accessibili è diventata la prima preoccupazione dei cittadini Ue. Tra le ragioni per cui, soprattutto in grandi città come Milano, non si trovano lavoratori, è l’indisponibilità a trasferirsi perché lo stipendio non basterebbe. Pesa la perdita di
potere di acquisto, ma anche il fatto che gli immobili sono, oggi più che mai, un asset di investimento che ha trasformato gli italiani in un popolo di locatari: invece di intervenire, il governo ha ridotto i requisiti edilizi rendendo abitabili 20 metri quadrati e dichiarato guerra, perdendola nei giorni scorsi alla Consulta, alla legge regionale toscana che tenta la prima stretta su b&b e affitti brevi. Quanto alla legge di Bilancio si è visto ben poco del “grande piano casa” promesso da Giorgia Meloni nei mesi scorsi: appena 300 milioni per il prossimo biennio, ulteriormente ridotti di un terzo negli ultimi aggiustamenti alla manovra. Il fabbisogno reale? Tra i 12 e i 15 miliardi secondo i costruttori dell’Ance. Uno stallo nel quale si inserisce ora il Piano casa europeo presentato il 16 dicembre dalla Commissione Ue, che parla di 650 mila nuovi alloggi all’anno per il prossimo decennio, di cui la maggior parte destinati a giovani, studenti e famiglie vulnerabili. Tra il dire e il fare c’è poi che l’Ue non ha competenza diretta e si parla più facilmente di soldi che di regole per garantire l’accesso alla casa. La vera messa a terra del Piano tocca agli Stati: in Italia abbiamo utilizzato appena un quarto delle risorse stanziate dal Pnrr per l’edilizia sociale e finanziato solo un terzo dei 60 mila posti letto per gli universitari. Emergenza abitativa, quindi, non significa solo “piani casa”, ma anche impoverimento della classe media dovuto a salari fermi e costo della vita, e soprattutto mobilità di chi studia e lavora. Ecco, in quattro punti, lo scenario.
Sempre più povertà abitativa – A livello europeo il tasso di sovraccarico dei costi abitativi (chi spende più del 40% del reddito per la casa: affitto o mutuo, utenze, tasse e manutenzione) è dell’8,2%, ma il dato sale al 31,1% per le persone a rischio povertà. Circa 42 milioni di europei, il 9,2% della totale, non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la propria casa e il 16% vive tra infiltrazioni, muffa o infissi degradati. Per chi fa fatica, la casa smette di essere un rifugio. Al contrario, diventa la principale causa di erosione del risparmio e della salute, con le persone che rinunciano a un’alimentazione sufficiente e alle cure. Per Oxfam è il frutto di una tendenza che ha “sbilanciato le politiche sulla casa a favore della rendita finanziaria e immobiliare”, determinando un “progressivo indebolimento delle politiche di welfare a tutela del diritto all’abitare”. In Italia viviamo in un paradosso ormai strutturale: 9,6 milioni di case non abitate e quasi 4 milioni di persone in povertà abitativa. E sono sempre più frequenti le soluzioni inadeguate: il 25,1% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento (rispetto al 16,8% Ue), ma tra le famiglie italiane a rischio povertà si arriva al 33,4%. Mentre Fratelli d’Italia ha pronta una nuova legge per accelerare lo sfratto di chi non ce la fa a pagare (ogni giorno se ne eseguono 134), l’offerta di edilizia pubblica resta marginale, insufficiente a calmierare i prezzi. Siamo appena al 2,6% dello stock totale (contro una media Ue del 6-7%), alimentando le difficoltà della cosiddetta “classe grigia” che non accede ai sussidi né riesce a sostenere i prezzi del libero mercato. Ma le difficoltà non riguardano più i soli affittuari: il 76% dei proprietari lamenta costi di gestione elevati, dalle utenze alle spese condominiali, con una media di circa 250 euro mensili. Fardelli che dialogano direttamente con la media dei salari lordi degli italiani (33.148 euro, dato OECD
per il 2024), superati del 33% da quelli francesi e del 51% da quelli tedeschi.
Sempre meno mobilità lavorativa – Costi alti e salari bassi limitano la possibilità di trasferirsi verso le aree più dinamiche del Paese, con effetti diretti su produttività e crescita. Secondo Cassa Depositi e Prestiti, proprio nelle principali province per domanda di lavoro — tra cui Milano, Roma, Bologna, Firenze, Bergamo, Brescia e Bolzano — l’affitto assorbe spesso più del 40% del reddito disponibile (con punte del 65%), e le imprese segnalano crescenti difficoltà a reperire manodopera anche in presenza di posti vacanti. Ormai la questione abitativa è considerata un fattore strutturale per la competitività. Confindustria stima un fabbisogno di almeno 600 mila nuovi alloggi a canone sostenibile, destinati in particolare a lavoratori e studenti e avverte che in assenza di un aumento dell’offerta abitativa accessibile, la capacità delle imprese di attrarre e trattenere forza lavoro nei territori produttivi sarà compromessa. In città come Milano, l’accesso alla casa è già incompatibile con il reddito da lavoro per molti lavoratori essenziali come insegnanti, forze dell’ordine e personale sanitario, che spesso non ce la fanno a sostenere i costi dell’abitare nei luoghi in cui prestano servizio. Un bel problema per il settore pubblico: soprattutto al Nord, i concorsi pubblici registrano una partecipazione sempre più scarsa o peggio, la rinuncia di chi ha vinto perché il costo della vita è incompatibile con con le retribuzioni iniziali offerte. Ma anche i residenti se ne vanno. A Roma, l’aumento dei prezzi e la diffusione degli affitti brevi hanno contribuito allo spostamento verso le periferie, con una
riduzione del 5% della popolazione nel centro storico tra il 2016 e il 2021 e un allungamento dei tempi di spostamento per i pendolari. “No City for Workers“, le potremmo chiamare mutuando la definizione utilizzata dagli studi su alcune grandi città del Nord Europa. Dove è impossibile vivere e diventa difficile anche lavorare. In base agli argomenti raccolti dalla Commissione Ue per il suo Piano, i lavoratori che affrontano lo “stress abitativo” (lunghi spostamenti, sovraffollamento o insicurezza) sono meno produttivi, presentano tassi di assenteismo più elevati e sono più soggetti al burnout. In altre parole, perdita di produttività.
Sempre meno mobilità universitaria – Insieme a quello sul mercato del lavoro, c’è l’impatto sulla formazione per il reinserimento occupazionale. A testimoniarlo è la Garanzia di occupabilità dei lavoratori, GOL, il programma finanziato dal Pnrr. Sganciate dalla questione abitativa, al contrario di quanto avviene in altri progetti europei, le politiche attive e così le opportunità offerte, per lo più a breve o brevissimo termine, faticano a ricollocare chi non può permettersi il trasferimento in aree dove c’è più lavoro ma il costo della vita è più alto, affitti in testa. Più noto il problema degli universitari, anche nel resto d’Europa. Secondo la Banca Europea per gli Investimenti (Bei), il deficit di alloggi studenteschi accessibili è stimato in 3,3 milioni di unità, con effetti sul diritto allo studio e l’accesso ai principali poli e in particolare ai corsi STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), dove la frequenza in presenza è spesso indispensabile. I lavori della Commissione Ue segnalano casi in cui si è costretti ad abbandonare gli studi e, al
pari di tanti giovani lavoratori, rinviare l’uscita dalla casa dei genitori. “I dati provenienti dall’Italia evidenziano che le carenze delle residenze universitarie sovvenzionate possono spingere la domanda degli studenti verso affitti privati a costi più elevati, rafforzando le pressioni locali sull’accessibilità economica”, si legge nei documenti di lavoro della Commissione Europea, con riferimento particolare ai grandi centri dove la “studentification” deve vedersela con l’overtourism e in generale con la “financialisaton” del mercato immobiliare. Con quasi 1,9 milioni di universitari, di cui almeno mezzo milione fuori sede, i posti nelle residenze universitarie italiane sono circa 85 mila, per una copertura che non arriva al 10%. Con lo stanziamento del Pnrr abbiamo previsto di creare altri 60 mila alloggi, ma ne abbiamo finanziati solo un terzo. Intanto a Milano il 50% della case è destinata ai servizi Airbnb, con benefici per tanti proprietari, che in Italia sono il 74% (la media Ue è del 69%), e un +5,7% sui prezzi degli affitti ogni 1% di aumento degli annunci sulla piattaforma.
Piani casa e investimenti futuri – L’ennesima promessa di un Piano casa degno di nota si è raffreddata nella realtà contabile della manovra di bilancio. A fronte dei 15 miliardi di euro invocati dai costruttori, il governo ha trovato appena 200 milioni di euro per il prossimo biennio. Al palo restano 300 mila famiglie in lista d’attesa per un alloggio sociale, mentre i contributi per l’affitto sono ridotti a soli 10 milioni l’anno (nel 2022 erano 320). Intanto 70 mila abitazioni popolari sono chiuse per manutenzione e gli sfratti restano allarmanti. Tutto da ripensare anche sugli altri fronti: dal rent to buy per le giovani
coppie ai canoni agevolati per gli anziani. Più probabilmente, aspetteremo i fondi europei. Le politiche abitative restano competenza degli Stati anche col Piano casa Ue. Che ambisce piuttosto a supportare lo sforzo di recuperare risorse per 650 mila nuovi alloggi ogni anno e un costo stimato in 153 miliardi annui. Come? In buona parte aumentando la flessibilità delle regole negli aiuti di Stato e creando una piattaforma d’investimento con la Bei per mobilitare 375 miliardi entro il 2029. Entro il 2026, invece, promette regole sugli affitti brevi. Sempre che i governi siano d’accordo, come insegna il dibattito italiano sulle aliquote degli Airbnb. Le critiche al Piano Ue riguardano sopratutto l’assenza di regole. “Canone calmierato? Senza un forte intervento pubblico diretto è una formula che non funziona, lo sappiamo”, dice la segretaria nazionale dell’Unione Inquilini, Silvia Paoluzzi. “Anzi, la scelta di puntare sulla semplificazione delle norme e sulla revisione degli aiuti di Stato, rischia di tradursi in un ulteriore trasferimento di fondi pubblici verso operatori immobiliari e finanziari”. Così anche a Bruxelles. “La montagna rischia di partorire il topolino. Non solo non vengono messi a disposizione degli Stati trasferimenti diretti immediati, ma si continua a puntare su un modello che affida ai privati e alla finanza immobiliare la regia delle politiche abitative”, dichiarano gli europarlamentari del M5s Valentina Palmisano e Gaetano Pedullà. Anche i Verdi denunciano l’approccio troppo sbilanciato verso la finanza immobiliare, lamentando l’assenza di misure vincolanti contro la speculazione. Più fiduciosi destre e conservatori, che spingono per un’ulteriore deregolamentazione, leggendo la crisi
soprattutto come un problema di burocrazia da disinnescare e costi amministrativi da tagliare per favorire l’iniziativa privata.
(da ilfattoquotidiano.it)

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QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DEL FINANZIAMENTO DI 500MILA EURO ALLA FONDAZIONE PONTIFICIA “AIUTO ALLA CHIESA CHE SOFFRE” (DI CUI È STATO PRESIDENTE MANTOVANO) . NELLA MANOVRA, FRATELLI D’ITALIA AL SENATO HANNO DESTINATO MEZZO MILIONE ALL’ENTE CHE, DA STATUTO, NON PUO’ ACCETTARE CONTRIBUTI PUBBLICI

Dicembre 26th, 2025 Riccardo Fucile

AI MELONIANI CHE HANNO VOLUTO FARE IL “REGALO”, SAREBBE BASTATO CHIEDERE CONSIGLIO AL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO, EX PRESIDENTE DELLA ONLUS, O AL SUO CAPO DI GABINETTO ALESSANDRO MONTEDURO, A SUA VOLTA EX DIRETTORE DI “AIUTO ALLA CHIESA CHE SOFFRE”

Il finanziamento di 500mila euro alla fondazione pontificia Aiuto alla chiesa che soffre onlus (Acs), in passato guidata dal sottosegretario Alfredo Mantovano, è stato deciso da Fratelli d’Italia al Senato all’insaputa dell’ente beneficiario. Almeno questa è la versione fornita in una nota di Acs Italia.
«Pur apprezzando il parlamento italiano, e in particolare i parlamentari proponenti, per la decisione spontaneamente assunta, manifestazione di sensibilità verso il dramma spesso dimenticato dei cristiani perseguitati nel mondo, si precisa che Acs Italia non percepisce, e non può percepire, contributi dagli organi dello Stato», si legge.
Una mancanza di comunicazione singolare: in genere i parlamentari contattano i diretti interessati per informarli di iniziative a favore. A maggior ragione di fronte a stanziamenti corposi.
Peraltro, il contatto non sarebbe stato così difficile: l’ex presidente della fondazione pontificia è l’attuale sottosegretario alla presidenza Mantovano, spesso chiamato proprio a supervisionare i dossier in parlamento. In alternativa sarebbe bastato un messaggino al suo capo di gabinetto, Alessandro Monteduro, a sua volta ex direttore di Acs, ancora in buoni uffici con l’attuale governance della onlus. Per la fondazione una vera
sorpresa sotto l’albero di Natale, grazie a una manina generosa.
Acs, come ha riportato nella nota, non può però scartare il pacco natalizio perché per statuto non può ricevere contributi pubblici. A rafforzare la tesi «che nel 2019, a seguito di una proposta avanzata proprio da Acs Italia, l’Agenzia itali na per la cooperazione allo sviluppo ha istituito il bando “Interventi di sostegno diretti alle popolazioni appartenenti a minoranze cristiane oggetto di persecuzioni nelle aree di crisi”, mala medesima Acs Italia non ha percepito alcun contributo, perché non fa parte del sistema della cooperazione», racconta la onlus.
(da agenzie)

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“QUESTO MELONISMO ODORA DI DEMOCRISTIANERIA”. GIORDANO BRUNO GUERRI SMASCHERA IL CAMALEONTISMO ABILE E PARACULO DI GIORGIA MELONI: “QUALCHE VOLTA LA PREMIER SI TRAVESTE DA ‘DESTRA REAZIONARIA’. PERCHÉ IL DOPPIO RUOLO LA COSTRINGE A FARE DUE PARTI IN COMMEDIA. RESTA LO SFONDO DEMOCRISTIANO”.

Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile

LA STOCCATA DELLO STORICO DEL FASCISMO AL MINISTRO DEL PENSIERO SOLARE (E LECCACULO), ALESSANDRO GIULI: “È UN BENE CHE MELONI NON MI ABBIA CHIAMATO, LEI HA BISOGNO DI UNA SQUADRA COMPATTA E SOPRATTUTTO CON UNA FEDE ENORME NEL SILENZIO ASSERTIVO”

«Comunque questo melonismo odora di democristianeria. L’odore è pungente. Qualche volta, ma solo qualche volta, la premier si traveste da». Da? «Un po’ da quella roba lì, un po’ da destra reazionaria. Perché il doppio ruolo la costringe a fare due parti in commedia. Resta lo sfondo democristiano. Fratelli d’Italia a me sembra un po’ RaiUno e viceversa».
Giordano Bruno Guerri, storico e saggista oltre che studioso del ventennio fascista, risponde così al Fatto Quotidiano che gli chiede cosa pensa del governo Meloni. Lo studioso segnala che «è un bene che Giorgia Meloni non mi abbia chiamato. Un bene sia per lei che per me. La premier ha bisogno di una squadra coesa, compatta e soprattutto con una fede enorme nel silenzio assertivo, nell’esercizio conciliativo della parola. Io amo la polemica, l’audacia, l’individualità».
«Da un anno e mezzo non ho neanche più una collaborazione giornalistica. Devo dire che in un certo senso me lo merito
(metta le virgolette, però)», aggiunge. Alle europee ha votato per Antonio Tajani: «Mi è parsa Forza Italia una sopravvissuta meritevole di un atto di affetto e di considerazione».
Alla festa di Atreju non l’hanno invitato: «Mentre c’ero negli anni che furono, quando il confronto dialettico era vivacissimo. A quei tempi Atreju sembrava davvero un campo hobbit».
E ancora: «La convinzione che questa premier sia forte induce il sentimento adulatorio che fa strage di cuori anche tra voi giornalisti. Quando poi si proietta il potere della Meloni anche oltre questa legislatura, allora la famiglia di ciascuno diviene il valore da tutelare».
(da Open)

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