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LA LEGA SENZA VANNACCI SI RISCOPRE EUROPEISTA: “RIPARTIAMO DA QUI”

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

DALLA MANIFESTAZIONE DEL PROSSIMO 18 APRILE IN PIAZZA DUOMO A MILANO, CON ORBAN E MARINE LE PEN, SPARISCE OGNI RIFERIMENTO ALLA “REMIGRAZIONE”, TEMA CARO A VANNACCI: L’APPUNTAMENTO SARÀ CENTRATO “SULL’ORGOGLIO EUROPEO, L’IDENTITÀ E LA DIFESA DEL TERRITORIO”

Si è concluso il primo consiglio federale della Lega dopo la rottura con il generale Roberto Vannacci. Oltre a Matteo Salvini che ha presieduto la riunione, nella sede di via Bellerio a Milano sono arrivati diversi parlamentari leghisti, compresi i due capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari.
Proprio Molinari a margine del consiglio ha spiegato i temi toccati: oltre la campagna referendaria, si è parlato dell’organizzazione di una manifestazione proprio a Milano il 18 aprile. L’iniziativa sarà incentrata «sull’orgoglio europeo, sull’identità e sulla difesa del territorio». E non sul tema della remigrazione, come si era vociferato: «Noi non ne abbiamo mai parlato. È sempre stata un’iniziativa del gruppo dei Patrioti per la difesa dell’Europa», spiega Molinari.
Sarà l’effetto della devannaccizzazione del partito, ma il primo consiglio federale della Lega senza l’ex vicesegretario riscrive la natura della manifestazione di Milano in piazza Duomo, il 18 aprile. Matteo Salvini alla festa della Lega Lombarda in provincia di Brescia, prima di Natale, aveva parlato di una manifestazione «per la remigrazione»
Invece no, uscendo da via Bellerio il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari aggiusta il tiro: «Noi non abbiamo mai parlato di remigrazione». Segretario federale a parte, bisognava aggiungere. Ci saranno Viktor Orbán e Marine le Pen e sarà un po’ il solito schema: la sicurezza, come l’Europa dovrebbe tornare a difendere i propri confini, contro «l’avanzare dell’islamizzazione». Una Pontida metropolitana.
La ciccia vera è rimandata: ci sono potenzialmente due posti in segreteria, come vice, da riassegnare e Salvini decide di non decidere. Frena ancora su Luca Zaia: «È un grande, ma ogni cosa a suo tempo».
Il ragionamento sulle caselle interne da rivedere sarebbe bello ampio, anche perché il Carroccio sta lavorando per chiudere il dossier sulle suppletive del 22 e 23 marzo: entro lunedì andranno sciolte le ultime riserve sui nomi da indicare per la coalizione. L’addio alla Camera di Alberto Stefani e Massimo Bitonci ha prodotto un effetto a catena, lasciando scoperti due ruoli di peso: il posto di sottosegretario al Mise, che faceva capo a Bitonci, e la presidenza della commissione parlamentare sul federalismo fiscale, che era guidata da Stefani.
Tutti incarichi che insistono su un perimetro politico ben definito, quello veneto, e che ora richiedono una nuova redistribuzione degli equilibri. Una casella potrebbe andare al tesoriere, Alberto Di Rubba, che però è un lumbard. L’altra se la giocano Giuseppe Paolin, ex deputato, Giulio Centenaro, consigliere regionale che rischia di venire bruciato dalla sua eccessiva vicinanza con Vannacci, e Giuseppe Pan. […]
Al federale si è discusso «in modo approfondito», recita la nota del partito, anche il tema autonomia. Il ministro Roberto Calderoli ha fatto il punto della situazione spiegando che oggi il testo d’intesa preliminare su quattro materie è stato inviato alle quattro Regioni, sulla base delle pre-intese già sottoscritte tra Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto e lo stesso Calderoli a nome del governo, per proseguire l’iter istituzionale.
Lunedì il ministro incontrerà i quattro presidenti e in caso di esito positivo le proposte verranno portate nel cdm della prossima settimana. «L’autonomia è un tema su cui la Lega intende proseguire con la massima determinazione e compattezza», spiega il ministro.
«Auspico che venga rilanciato il discorso legato ai valori del nostro movimento, i valori del territorio e dell’autonomia», dice intanto Attilio Fontana, il presidente della Lombardia che assieme a Zaia, Massimiliano Fedriga e Massimiliano Romeo incarna l’anima nordista. La quale ha vinto la battaglia per portare Vannacci alla porta. Ma che per ora si limita a questo
(da agenzie)

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NIENTE INCONTRO A SCUOLA SUL NAUFRAGIO DI CUTRO, PERCHE’ “MANCA IL CONTRADDITTORIO”: L’ASSURDA MOTIVAZIONE DELLA DIRIGENZA

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

CHI DOVREBBE ESSERE IL “CONTRADDITTORE”?

La denuncia del sindacato Flc Cgil sulla decisione del preside del Barlacchi: «Era un momento di riflessione civile, non politica. La scuola ci ripensi»
Una scuola di Crotone ha vietato un’iniziativa per ricordare la strage di Cutro, il naufragio del 26 febbraio 2023 in cui morirono oltre 90 persone migranti, tra cui decine di bambini. La motivazione fornita dalla dirigenza è la «mancanza di
contraddittorio». La decisione riguarda l’Istituto polo tecnico professionale Barlacchi, dove era in programma un incontro dal titolo «Steccato di Cutro, una ferita aperta – il valore dell’umanità», fissato per il 25 febbraio alle 11 del mattino. L’iniziativa, ora annullata, avrebbe coinvolto studenti, docenti ed educatori, con la partecipazione di alcuni rappresentanti sindacali della Flc Cgil. Tra i momenti previsti c’erano anche la testimonianza di Rosa Maria Riente, educatrice dell’associazione Agorà Kroton, la presentazione degli elaborati realizzati dalle classi quarte e quinte e l’assegnazione di una borsa di studio agli studenti per i lavori dedicati al naufragio. Nessun esponente politico, invece, era stato invitato.
Il sindacato: «L’istituto ci ripensi»
A denunciare pubblicamente l’annullamento è proprio il sindacato della scuola Flc Cgil, che contesta apertamente la motivazione fornita dalla dirigenza. «La motivazione del mancato contraddittorio solleva interrogativi che non possono essere elusi. Di fronte a una tragedia umana di tale portata, chi dovrebbe o potrebbe rappresentare il contraddittorio? Chi potrebbe legittimamente porsi in opposizione al ricordo di 94 persone morte in mare, tra cui decine di bambini?», afferma la Flc Cgil. Nel ricostruire il senso dell’iniziativa, il sindacato spiega che l’obiettivo era quello di offrire uno spazio di riflessione civile, non un dibattito politico. «Nasceva con l’intento di offrire alla comunità scolastica un momento di riflessione civile e umana su una delle più dolorose tragedie che hanno colpito il nostro territorio e l’intero Paese: 94 vittime accertate, tra cui 34 minori. Numeri che non sono statistiche, ma vite spezzate, famiglie distrutte, diritti negati», si legge in una nota. «La memoria delle vittime del naufragio di Cutro non può essere oggetto di bilanciamenti formali che ne svuotino il significato». Il confronto auspicato, ribadisce la Cgil, era «sui valori della solidarietà, dell’accoglienza, del rispetto della vita umana», con l’auspicio che l’istituto possa tornare sui propri passi.
La decisione del preside fa discutere
Sul caso, per il momento, il dirigente scolastico Girolamo Arcuri ha scelto di non rilasciare dichiarazioni. Dura anche la reazione di Cosimo Scarinzi, coordinatore nazionale della Cub Scuola Università Ricerca. «Ha creato un notevole stupore, per non dire sconcerto la decisione del preside. Non si capisce infatti che
contraddittorio ci dovrebbe essere di fronte alla morte accertata di 94 persone, a decine di dispersi anch’essi morti con ogni evidenza, al fatto che non è stato garantito un soccorso adeguato alla gravità della situazione», afferma.
(da agenzie)

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FU TRASFERITO NEL CENTRO MIGRANTI IN ALBANIA, ORA IL GOVERNO LO DEVE RISARCIRE: LA PRIMA CONDANNA PER IL VIMINALE

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA SENTENZA CHE HA DECISO DI RISARCIRE UN 50ENNE CHE VIVEVA IN ITALIA DA 19 ANNI

Il tribunale di Roma ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire un migrante trasferito illegittimamente da un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) italiano alla struttura fatta costruire a Gjader, in Albania, dal governo Meloni. È la
prima volta, scrive Repubblica, che il Viminale è costretto a risarcire uno dei migranti trasferiti nel centro per i rimpatri situato fuori dai confini nazionali. La vicenda, inoltre, rischia di riaprire lo scontro fra governo e magistrati, già in piena campagna elettorale per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
Il trasferimento in Albania
Il 10 aprile scorso, il migrante in questione – un algerino di 50 anni e in quel momento trattenuto al Cpr di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) – viene trasferito. All’uomo viene comunicato che la sua destinazione è il Cpr di Brindisi, ma in realtà viene portato in Albania. Soltanto 48 ore dopo il suo arrivo, il 50enne scopre dove si trova realmente. L’uomo, che vive in Italia da 19 anni, ha una compagna italiana e due figli minorenni, che però non riesce più a vedere.
Il risarcimento
A quel punto, come molti altri migranti, presenta una richiesta di asilo. Il ricorso presentato dal suo legale, Gennaro Santoro, viene accolto dai giudici, che ne dispongono la liberazione. Per quella vicenda ora il ministero dell’Interno è stato condannato a un risarcimento di 700 euro per il mese trascorso illegittimamente nel cdr di Gjader, in Albania.
(da agenzie)

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REFERENDUM, L’AVVOCATO COPPI, IL PIU’ FAMOSO PENALISTA ITALIANO, SPIEGA IL SUO NO AL REFERENDUM

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

“LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE NON CAMBIA NULLA. AI MIEI COLLEGHI CHIEDO: QUALI VANTAGGI PORTERA’?”

Il principe dei penalisti italiani : “Mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pm”
“Ancora aspetto una dimostrazione, soprattutto dai miei colleghi, di quali vantaggi deriveranno da questa separazione. Vorrei che mi si dicesse “uno, due, tre, quattro”, come conseguenze dirette. Io ormai ho una lunga carriera alle spalle, di delusioni ne ho incamerate tante, ma mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pubblico ministero. E non credo che la separazione delle carriere cambierà le cose”.
Franco Coppi, il “principe” dei penalisti italiani, difensore tra gli altri di Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti, torna a esprimere in pubblico la sua contrarierà alla riforma Nordio. Ospite di un dibattito organizzato dal Movimento 5 stelle in Campidoglio, insieme al leader pentastellato Giuseppe Conte, al direttore del Fatto Marco Travaglio e alla costituzionalista Ines Cioli (moderatrice la giornalista Valentina Petrini), il professore e avvocato chiede di uscire dalla “truffa delle etichette“: “Non parliamo di una riforma della giustizia, ma della magistratura. Così come sarebbe il caso di non parlare più di separazione delle carriere: si vogliono due magistrature, assolutamente indipendenti l’una dall’altra”.
Il provvedimento del governo, dice Coppi, “nasce dall’idea che tutti i magistrati siano intellettualmente disonesti, i giudicanti destinati ad appiattirsi sul pubblico ministero. Questo, sulla base della mia esperienza, non è”.
Poi spiega col suo stile sardonico: “Io sono un vecchio praticone, quello che mi interessa è se questa riforma garantirà una sentenza più giusta. Quando difendo un innocente avrò maggiori garanzie? Non mi sembra, perché ciò che conta è l’onestà intellettuale del singolo magistrato. Se abbiamo un ciuccio, non è che con la separazione delle carriere lo facciamo diventare Ribot: rimane un ciuccio separato. Il giudice intellettualmente onesto apprezzerà le tesi del pm e quelle del difensore come deve farlo, il giudice che parte dall’idea che il pm dev’essere privilegiato continuerà a farlo”. E ironizza: “Per orgoglio professionale non mi piace battagliare ad armi pari, voglio farlo in una posizione di inferiorità, perché lo sfizio di fottere il pm, se consentite, è molto più grande”.
Marco Travaglio a sua volta usa l’ironia parlando di Nordio: “È il miglior testimonial per il No, io lo farei parlare sempre, soprattutto dopo una certa ora”. Ericorda che il “primato della politica“, citato dal ministro e da tanti giornalisti come ispirazione della riforma, “non esiste“: “Nella Costituzione c’è scritto che la legge è uguale per tutti, quindi i politici sono sottoposti alla legge come tutti gli altri cittadini”.
Conte, invece, contrasta la narrazione del governo secondo cui la modifica alla Costituzione è “tecnica” e non politica: “Loro stessi hanno affermato che non ci sarà nessuna accelerazione dei processi, non ci sono investimenti, non c’è alcun rafforzamento degli organici, ma che c’è solo un intento politico. Come fai allora a dire che non è una riforma politica?”. E ricorda tutte le occasioni in cui esponenti del governo hanno ammesso il loro vero obiettivo: “Ricordate il post di Meloni contro la Corte dei Conti? Scrisse che questa riforma e quella della Corte dei Conti sarà la risposta piu adeguata contro l’intollerabile invadenza della magistratura. Nordio ha chiarito anche lui che “l’opposizione se ne avvantaggerà”. E poi Tajani, che segue la tradizione di Berlusconi e chiede di togliere ai pm la direzione della polizia giudiziaria”.
(da agenzie)

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MELONI TRA IL “TRADIMENTO” DI BERLINO E L’OMBRA GRATTERI: I DUE FRONTI CHE AGITANO PALAZZO CHIGI

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA PREMIER AVEVA INVESTITO MOLTO SUL RAPPORTO PERSONALE CON MERZ. POI PERO’ E’ ARRIVATO UN DISCORSO NETTO, DURISSIMO CONTRO I MOVIMENTI MAGA

Due preoccupazioni, entrambe politiche ma di natura diversa, agitano le giornate di Giorgia Meloni. La prima arriva da Berlino. La seconda potrebbe materializzarsi, un giorno.
La premier aveva investito molto sul rapporto personale con Friedrich Merz. Due settimane di sorrisi, strette di mano, dichiarazioni amichevoli. Un’intesa coltivata con pazienza, nella convinzione che un asse pragmatico tra Roma e Berlino potesse rafforzare la posizione italiana in Europa e, insieme, tenere aperto un canale privilegiato con Washington. L’idea era chiara: accreditarsi come ponte tra il Partito popolare europeo e l’area conservatrice americana, offrendo a Merz una sponda affidabile anche nel dialogo con l’universo trumpiano.
Poi, però, è arrivato il discorso che ha cambiato il clima. Quello del leader tedesco. Un intervento netto, durissimo, contro i movimenti Maga e contro quella declinazione identitaria del conservatorismo che in questi anni ha trovato sponde anche nel governo italiano. Parole che a Palazzo Chigi sono suonate come una doccia fredda. Non solo per il merito, ma per il tempismo: dopo una fase di avvicinamento che Meloni aveva interpretato come l’inizio di una convergenza strategica.
La sensazione, tra i fedelissimi della premier, è quella di uno scarto improvviso. Di un partner che, dopo aver incassato visibilità e legittimazione europea, ha scelto di marcare la distanza proprio sul terreno più sensibile: il rapporto con Donald Trump e con l’America conservatrice. Un colpo che indebolisce la narrazione di Meloni come interlocutrice privilegiata tra le due sponde dell’Atlantico e che riapre interrogativi sulla solidità dell’asse con Berlino, al di là delle formule diplomatiche e dei protocolli bilaterali.
La seconda preoccupazione è più silenziosa ma non meno insidiosa. Riguarda Nicola Gratteri e l’ipotesi, ancora tutta teorica ma sempre più evocata, di una sua possibile discesa in politica. Il magistrato antimafia gode di un consenso trasversale, costruito in anni di esposizione pubblica e di battaglie contro la criminalità organizzata. È una figura che parla alla pancia e alla testa del Paese: rassicura chi chiede legalità e intercetta una domanda di rigore che attraversa destra e sinistra.
Proprio qui sta il punto. Gratteri è uno che piace anche a destra. E in una stagione segnata da sfiducia verso i partiti tradizionali, l’eventuale ingresso in campo di una personalità percepita come indipendente e inflessibile potrebbe ridisegnare equilibri consolidati. Non è uno scenario imminente, né scontato. Ma in politica contano anche le ombre, le possibilità, le ipotesi che si insinuano.
Tra un alleato europeo che prende le distanze e la prospettiva di un outsider capace di attrarre consenso trasversale, Meloni si muove su un crinale sottile. È il prezzo della centralità: quando si è al vertice, ogni mossa degli altri diventa un fattore di stabilità o di rischio. E ogni preoccupazione, anche se ancora in potenza, pesa come una variabile da non sottovalutare. Anche per questo il referendum sulla giustizia diventerà fondamentale. Se Gratteri vince. la Meloni rischia il Ko.
(da agenzie)

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“NAVALNY È STATO AVVELENATO DAI RUSSI”. LO SAPEVAMO GIÀ, MA ORA ARRIVA LA CONFERMA: I SERVIZI SEGRETI DI CINQUE PAESI EUROPEI RIVELANO CHE IL MAGGIORE OPPOSITORE DI VLADIMIR PUTIN, PRIGIONIERO IN UNA COLONIA PENALE IN SIBERIA, FU AVVELENATO CON EPIBATIDINA, UNA NEUROTOSSINA LETALE DERIVATA DALLE VELENOSE RANE FRECCIA ECUADORIANE

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

“SOLO LO STATO RUSSO AVEVA I MEZZI, IL MOVENTE E L’OPPORTUNITÀ DI UTILIZZARE QUESTA TOSSINA LETALE. LO RITENIAMO RESPONSABILE DELLA SUA MORTE” … I LABORATORI HANNO RINVENUTO TRACCE DELLA TOSSINA IN CAMPIONI DI TESSUTO PRELEVATI DI NASCOSTO DAL CORPO DI NAVALNY E CONTRABBANDATI FUORI DALLA RUSSIA

Due anni dopo che la Conferenza sulla sicurezza di Monaco era rimasta sconvolta dalla notizia della morte in carcere di Aleksej Navalny, i servizi segreti di cinque Paesi occidentali hanno dichiarato in una nota congiunta che l’oppositore russo fu avvelenato da epibatidina, una neurotossina letale derivata dalle velenose rane freccia ecuadoriane. «Solo lo Stato russo aveva i mezzi, il movente e l’opportunità di utilizzare questa tossina letale per colpire Navalny durante la sua prigionia in una colonia penale russa in Siberia, e lo riteniamo responsabile della sua morte», conclude la nota.
Due anni fa le autorità russe avevano attribuito la morte di Navalny in una colonia penale sopra il Circolo Polare Artico a una «combinazione di malattie». Un annuncio che era stato accolto con scetticismo. Ora i dubbi sono stati confermati dai laboratori di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi che hanno rinvenuto tracce della tossina in campioni di tessuto prelevati di nascosto dal corpo di Navalny e contrabbandati fuori dalla Russia.
L’epibatidina è un alcaloide altamente tossico estratto dalla pelle della rana velenosa sudamericana chiamata Epipedobates tricolor, o rana freccia.
Provoca un progressivo intorpidimento di tutto il corpo che può rapidamente evolvere in paralisi totale. La morte sopraggiunge quando la paralisi provoca
insufficienza respiratoria. La sua concentrazione massima nel cervello viene raggiunta circa 30 minuti dopo l’ingestione. A dosi più elevate, la progressione è netta: paralisi, perdita di coscienza, convulsioni, coma e morte.
«Quello che sappiamo delle condizioni di Navalny prima della morte – il collasso improvviso, la perdita di coscienza, l’impossibilità di rianimarlo – è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un agonista del recettore nicotinico ad azione rapida come l’eepibatidina. I sintomi sono quelli da manuale. Il corpo semplicemente si spegn», ha detto un tossicologo al sito investigativo russo indipendente The Insider.
Le cinque nazioni intendono presentare le loro conclusioni all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) accusando la Russia di non aver distrutto le sue scorte di armi chimiche in violazione degli obblighi previsti dal trattato.
Queste nuove scoperte confermano la teoria avanzata dalla vedova dell’oppositore, Julija Navalnaja, che lo scorso settembre aveva dichiarato che suo marito era stato «avvelenato».
«Ero certa fin dal primo giorno che mio marito fosse stato avvelenato, ma ora ci sono le prove: Putin ha ucciso Aleksej con un’arma chimica. Sono grata agli stati europei per il meticoloso lavoro svolto in due anni e per aver scoperto la verità. Vladimir Putin è un assassino».
(da agenzie)

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ANCHE DIO È CONTRO LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: LA CHIESA SI È ATTIVATA PER LA CAMPAGNA DEL “NO” AL REFERENDUM, CON EVENTI IN DIOCESI E ORATORI IN TUTTO IL PAESE

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL VICEPRESIDENTE DELLA CEI, MONSIGNORE FRANCESCO SAVINO, IL 13 MARZO A ROMA PARTECIPERÀ A UN INCONTRO DAL TITOLO “L’INSOFFERENZA PER LO STATO DI DIRITTO E IL NUOVO VOLTO DEL CAPO” … IL NUMERO UNO DELLA CEI, IL CARDINALE MATTEO ZUPPI, È STATO CHIARO: “C’È UN EQUILIBRIO TRA POTERI DELLO STATO CHE I PADRI COSTITUENTI CI HANNO LASCIATO COME PREZIOSA EREDITÀ E CHE È DOVERE PRESERVARE”

Al referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo bisogna votare No perché così avrebbero voluto sia Leone XIII sia, soprattutto, san Giovanni XXIII. L’organizzatissima campagna per respingere la riforma varata dal governo lascia da parte le questioni tecniche, il sorteggione per il Csm e altri cavilli annoianti e punta sul timor di Dio, scomodando Papi santi e Papi tornati di moda.
Giuseppe Mastropasqua, socio della sezione di Trani dell’Unione dei giuristi cattolici italiani – che è una specie di Comintern del No – e presidente del tribunale di Sorveglianza di Lecce, da un mese va per chiese e saloni parrocchiali delle diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, Molfetta e Andria, a spiegare perché nell’urna si debba infilare la scheda con ben sbarrato il niet.
Le motivazioni date all’uditorio – numeroso e motivato assai, con tanto di foglietti per prendere appunti, come si vede da gallerie fotografiche e video appositamente
diffusi su social e siti internet – è che “già nella Rerum novarum si sanciva come giusta la divisione dei poteri dello stato.
Il calendario degli eventi delle tre diocesi pugliesi è solo l’esempio più eclatante di un impegno, neppure troppo timido, di sostegno della Chiesa di base alle ragioni del No. Se non altro, di un impegno ben più organizzato di chi vorrebbe che vincesse il Sì.
Il Polesine veneto è in prima linea: l’Anpi organizzerà l’11 marzo, nell’Aula magna dell’ex Collegio vescovile di Este, un pomeriggio per “analizzare la riforma costituzionale e i possibili riflessi sui processi ambientali”. Relatori: il procuratore di Rovigo, Manuela Fasolato, l’avvocato Matteo Ceruti e Giampaolo Zanni della Cgil Veneto. Ceruti e Fasolato, assieme alla giudice Silvia Ferrari, a metà gennaio hanno partecipato alla prima uscita del Comitato “Giusto dire no!” a Rovigo. Location: la sala tel teatro parrocchiale di San Bortolo
“Alla fine ne è uscito un quadro evidente di giudizio negativo sulla riforma costituzionale”, si legge nelle cronache. Strano, dato i partecipanti. A coordinare il tutto, il presidente della sezione locale di Libera, l’associazione di don Ciotti.
Copione identico al sud. In Sicilia, la chiesa dell’Immacolata a San Gregorio di Catania ha ospitato un incontro dal titolo neutro che più neutro non si può, da tribuna politica degli anni Sessanta in bianco e nero: “Dialoghi sulla riforma costituzionale Nordio”. Peccato che i due relatori fossero entrambi per il No.
Impegnati nella battaglia campale sono anche i Pontifici oratori romani. Tra qualche giorno, il 19 febbraio, a Roma si terrà “un momento di confronto per un voto consapevole”. Confronto che però prevede la presenza di un solo relatore: Gherardo Colombo. In pratica, un sit-in per il No. Dall’oratorio assicurano che non sarà un monologo perché “la platea potrà intervenire” e che comunque è previsto anche un secondo appuntamento, stavolta per il Sì. Si è alla ricerca di un interlocutore all’altezza di Colombo.
Qualche sacerdote, pur chiarendo nella maggioranza dei casi che i dibattiti non avverranno in chiesa ma in oratori o saloni parrocchiali, spiega che dopotutto a favore del No è intervenuta la stessa Cei e quindi non c’è ragione alcuna di scandalo. Come e dove la Cei avrebbe invitato il Popolo fedele a votare No, non si
sa. Forse, avrà visto il programma di quanto accadrà il 13 marzo a Roma al cinema Aquila. Titolo dell’evento: “Preferirei di no!”. Alle 11 il panel “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo” .
Relatori: Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, la scrittrice Benedetta Tobagi, il costituzionalista Francesco Pallante e l’eccellentissimo monsignore Francesco Savino, rampante e mediaticamente attivissimo vicepresidente della Cei, uno che negli anni ha contrastato tutto ciò che arrivasse da destra (premierato, autonomia differenziata).
Di certo, non ha semplificato il quadro quanto detto dal cardinale Matteo Zuppi nella prolusione dell’ultimo Consiglio permanente, alla fine dei gennaio: “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare.
Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione.
Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”.
Immediati i titoli: la Cei è per il No. Il giorno dopo, la Cei smentisce e chiarisce che in quel passaggio del cardinale presidente c’era solo un invito a informarsi e a votare consapevolmente. Quello che fa ogni volta che si va a votare e che fece anche nel 2016.
Caso chiuso? Neanche per idea. Un sacerdote, don Alberto Carrara, ha scritto sul sito La Barca e il Mare: “Dunque, mi domando. Se io buon cattolico (i preti, di solito, sono buoni cattolici) volessi obbedire ciecamente a quello che i miei vescovi mi dicono di fare, dovrei preferire il no al sì perché tutti mi dicono (oddio, quasi tutti) che il no è meglio del sì per difendere l’autonomia del giudici. Perché torna un problema che annoia perché torna, ma torna perché è importante. Questo.
I vescovi mi danno le indicazioni di massima. Tocca a me elettore trarre le mie personali indicazioni di minima. E cioè decidere cosa votare. Solo che le indicazioni di minima sono strettamente legate alle indicazioni di massima. Anzi: le indicazioni di massima non servono a nulla se non intercettano le indicazioni di minima. Ed è talmente vero, questo, che nel caso del referendum sulla giustizia anche il cardinal Zuppi sembra sbilanciarsi e suggerirmi che è meglio votare no.
Il cardinal Zuppi non me lo dice, ma me lo suggerisce, che è un altro modo di dire. Che dice delicatamente, ma dice”. I vescovi, per lo più, tacciono. E’ finita l’èra della Cei impegnatissima sul campo di battaglia: allo stesso Consiglio permanente nessuno è intervenuto sul tema, eccezion fatta per le perplessità – espresse da un arcivescovo – sul Sì di Camillo Ruini annunciato in un’intervista al Giornale. Viene data mano libera alle diocesi e alle parrocchie, che – loro sì – appaiono assai attive.
Tra le grandi associazioni laicali, a esprimersi nettamente a favore della riforma Nordio è stata la Compagnia delle opere (Cdo): “Cdo – si legge in un manifesto – è consapevole che la riforma Nordio non esaurisce né risolve tutte le problematiche del sistema giudiziario italiano e che molto dipenderà dalle leggi di attuazione che il Parlamento sarà chiamato ad approvare.
Tuttavia, di fronte all’alternativa tra il mantenimento dello status quo e l’avvio di un percorso di riforma, la scelta del Sì appare la più ragionevole e responsabile. Nella convinzione che la ricerca di un modello ideale non debba diventare un alibi per l’immobilismo, Compagnia delle opere invita a cogliere l’occasione del referendum come un primo passo verso una giustizia più equilibrata e più rispettosa dei diritti”.
(da “Il Foglio”)

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IL DOGE È SEMPRE E SOLO ZAIA: DALLE OLIMPIADI DI MILANO CORTINA AI SOCIAL, L’EX PRESIDENTE DEL VENETO SI MUOVE COME SE FOSSE ANCORA IN CARICA, OSCURANDO IL SUO SUCCESSORE, L’INVISIBILE STEFANI

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

PER ORA SALVINI RIDIMENSIONA LE SUE SPERANZE DI DIVENTARE VICESEGRETARIO DEL CARROCCIO: “OGNI COSA A SUO TEMPO”

La frase con cui Matteo Salvini ridimensiona le speranze di Luca Zaia di diventare vicesegretario della Lega, e magari — ma non sembra crederci più nessuno — di scalarla, è un capolavoro di perfidia. Ogni cosa a suo tempo, dice il leader.
A proposito di un ex presidente di Regione che ha governato quindici anni, che è nella Lega da oltre trenta, che si è visto passare davanti personaggi come Roberto Vannacci e Silvia Sardone. Loro sì, diventati vicesegretari praticamente seduta stante.
Per capire da dove derivi tanta cautela nei confronti di Zaia, però, bisogna osservare quel che succede in Veneto. Dove all’allora presidente è stato impedito di correre per un terzo mandato che sarebbe stato — in realtà — il quarto, ma pare che lui non se ne sia accorto.
Se aprite i suoi social, o la tv, o scrollate video su Tik Tok, o ascoltate i passaggi alla radio, il campione di preferenze Luca Zaia, subito eletto presidente del Consiglio regionale con una sorta di mesto premio di consolazione, è ovunque. A rincorrere se non a oscurare il nuovo presidente Alberto Stefani: giovane, salviniano di ferro anche se radicalmente diverso dal suo padrino politico, religioso, attento ai temi sociali, ma visibilmente in difficoltà davanti a tanto attivismo.
Stefani va al pranzo di Natale di Sant’Egidio, due giorni dopo Zaia è in visita al
carcere di Padova a parlare con i detenuti di reinserimento lavorativo. Stefani visita un ospedale, Zaia si fa operatore di call center e risponde a una vecchietta che deve prenotare una Tac: «Lo faccio io!». All’inaugurazione del carcere minorile di Rovigo si ritrovano in due, e non si sa bene chi è che debba tagliare il nastro.
Ci sono le Olimpiadi a Cortina, da oltre un mese Zaia posta immagini di quando il Cio le ha assegnate all’Italia. «Sono qui grazie a me», rivendica parlando con chi gli chiede le ragioni di una presenza così assidua. Registra un podcast, Il fienile: primo ospite Giovanni Malagò.
Su Twitter ha cominciato il conto alla rovescia con 34 giorni di anticipo. Da allora, è un aggiornamento continuo. Su Instagram, un video lo mostra mentre guarda — in diretta da bordo pista — la discesa di Federica Brignone. Si volta verso la telecamera. Prevede: «Vince. Guardate come scia». Segue esultanza istituzionale, mentre Stefani è altrove, eclissato. «Mi sto occupando di ospedali e case di comunità», racconta a chi gli domanda dove sia finito.
E quindi, ecco Zaia accanto a Mattarella; Zaia che stringe la mano a J.D. Vance; Zaia con la presidente del Consiglio Meloni e con quella del Cio. Cortina è il suo regno, il suo mondo, la sua ribalta e — per ora — la sua rivalsa. Così come lo è Venezia quando c’è la mostra del Cinema. E occhio a Sanremo, potrebbe fare un salto
La certezza è che se la telecronaca inaugurale fosse stata affidata a lui, sarebbe andato molto meglio del direttore di RaiNews Petrecca tanto appare preparato. Intorno a lui e al suo successore c’è chi si meraviglia, chi si infastidisce, chi dice: “Se continua così, finirà male”. Ma il governatore che non avrebbe mai voluto smettere, non ci fa caso.
Respinge gli inviti di Salvini a candidarsi alla guida di Venezia, che certo è più di una città, ma insomma, “nessuno può mettere Luca in un angolo”, avrebbe detto Patrick Swayze in Dirty Dancing. E infatti, lui ha fatto capire che per il collegio lasciato libero da Stefani alla Camera per quel che resta della legislatura non è proprio il caso di cercarlo.
Meglio prepararsi, con il massimo della visibilità possibile, per le politiche del 2027. E puntare a bersagli più grossi. Certo, la Lega incarnata da Zaia — e per
paradossale verità anche da Stefani — è molto diversa da quella di Salvini. Ma questi son dettagli che fin qui, nessuno sembra intenzionato ad approfondire. Chissà se fino al prossimo sondaggio, con Vannacci in possibile ascesa, o fino alle prossime elezioni.
(da “la Repubblica”)

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ALTRO CHE IL NUOVO ASSE ROMA-BERLINO CHE SBATTEVA FUORI MACRON, SPACCIATO DA MELONI E I SUOI LACCHE’ COME UNA SVOLTA TRA I DUE PAESI PIÙ FILO-TRUMP D’EUROPA

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

DALLA CONFERENZA DI MONACO, MERZ HA LANCIATO UN DURISSIMO ANATEMA CONTRO LO SQUILIBRATO DELLA CASA BIANCA E RIFILATO UNO SCHIAFFONE AL CAMALEONTE MELONI, SUBITO VOLATA IN ETIOPIA A CIANCIARE DEL FANTOMATICO PIANO MATTEI… OGGI DA ADDIS ABEBA, LA DUCETTA SI AFFRETTA A CONFERMARE A “THE DONALD” LA SUA FEDELTÀ INCONDIZIONATA: “NON CONDIVIDO LE CRITICHE DI MERZ AL MONDO MAGA”

Pensavamo a un “motore”, invece era un calesse. Il nuovo asse Roma-Berlino — depurato da ogni riferimento alle tragedie novecentesche — è poco più che una parafrasi del vecchio film di Troisi. La premier Meloni l’ha spacciato come una svolta tra i due Paesi più filo-yankee del Vecchio Continente, come sempre supportata dai soliti lacchè da telecamera e tastiera.
Il cancelliere Merz ha fatto buon viso a cattivo gioco, salvo poi ricominciare a tessere il consueto filo con Macron e soprattutto, alla Conferenza di Monaco del giorno dopo, lanciare un durissimo anatema contro lo sceriffo di Washington
Cosa resta, allora, del vertice celebrato nel sontuoso castello teutonico? Cosa può far cambiare in meglio la vita di noi cittadini europei? Ancora una volta lo scarto tra apparenza e sostanza appare incolmabile. Promettiamo tempesta, seminiamo solo vento. L’America di Trump ci strozza con i dazi e con il kombinat militare-industriale-digitale. La Cina di Xi ci tiene in scacco con l’export, il renminbi deprezzato e le terre rare.
La Russia di Putin ci minaccia con la guerra del gas e le bombe sull’Ucraina. Schiacciata tra gli imperi, l’Europa continua a vagare nel suo labirinto, sospesa tra “momento Monnet” e “momento Pangloss”. Non c’è sedicente statista dell’Unione che non dica “facciamo presto”. Se solo sapessero dirci a fare cosa
Siamo il mercato più vasto del mondo, 450 milioni di consumatori. Siamo il più grande importatore/esportatore di beni e servizi, per un valore di 3.600 miliardi di dollari. Siamo il primo partner commerciale per più di 70 Paesi.
Mentre i capi di governo ad Alden Biesen tracciano brevi cenni sull’universo, a Vienna Isabel Schnabel per conto della Bce ci spiega che l’Europa, pur con tutti i suoi deficit di competitività, resta uno dei posti più felici del pianeta: per qualità della vita, protezione sociale, istruzione pubblica, infrastrutture, ambiente.
Nonostante questo enorme potenziale, scontiamo il noto ritardo strutturale. Non abbiamo debito né difesa comune, non abbiamo materie prime né colossi dell’high-tech e dell’Intelligenza artificiale, non abbiamo discipline fiscali né politiche
industriali armonizzate. Nell’ultimo anno di crisi geo-strategiche abbiamo perso il 10% della produzione energetica e il 15% di quella tecnologica.
Nel disordine globale e post-occidentale, accelerato dall’architetto del caos della Casa Bianca, dovremmo fare subito quello che suggeriscono Enrico Letta e Mario Draghi, autori dei due Rapporti più apprezzati e inascoltati della storia europea.
Da un lato, dovremmo costruire un “ambiente” giuridico in grado di unire davvero i 27 mercati esistiti finora: nell’energia (per ridurre i prezzi e garantire gli approvvigionamenti), nella tecnologia (per moltiplicare le reti e gli investimenti), nei servizi finanziari (per veicolare il risparmio verso l’innovazione).
Dall’altro lato, dovremmo lanciare il benedetto eurobond per finanziare questi progetti, procedendo con il metodo delle cooperazioni rafforzate che dal 1990 in poi rese possibile la nascita dell’euro
È il modello draghiano del “federalismo pragmatico”: l’Europa delle due velocità e delle riforme fatte con chi ci sta. Dove l’abbiamo adottato, come nel commercio e nella moneta, abbiamo portato a casa la pagnotta (vedi l’accordo sulle barriere doganali con l’India e con l’America Latina). Dove l’abbiamo evitato, come nella difesa e nella politica industriale, abbiamo preso solo schiaffi (vedi l’aiuto militare a Kiev e le joint venture nelle reti satellitari).
Il patto italo-tedesco e l’Unione “a geometrie variabili”, che abbiamo visto materializzarsi tra le brume di Fiandra, va nella direzione esattamente contraria. E produce un doppio danno.
C’è un danno per l’Europa stessa, prima di tutto: se di fronte alle criticità della fase la risposta è il rilancio degli Stati nazionali, allora siamo di nuovo alla malattia venduta come cura. Invece di condividere, frammentiamo ancora di più, come esige la dottrina delle destre sovraniste: quelle che governano (Fdi, Lega e l’ungherese Fidesz), quelle che ambiscono a governare (Afd e Rassemblement National) e quelle che non governeranno mai (come il vannacciano Futuro nazionale e il neo-franchista Vox).
Possiamo anche cedere a questa deriva, se il respiro delle leadership attuali è così corto da limitarsi a obiettivi minimi: un altro colpo di freno al Green Deal e all’auto elettrica, una sgrossata all’emissione dei titoli “verdi” per le aziende inquinanti e una sforbiciata alla iper-regulation a carico delle imprese. Ma così il malato prende giusto un brodino, e ci si rivede tutti a primavera al summit di Tolosa. Non è di questo che abbiamo bisogno, per credere ancora al bel sogno di Ventotene.
Poi c’è un danno per l’Italia. Cercare una sponda con Merz non ci porta in tasca un bel niente (a parte il dispettuccio meloniano al nemico Macron e al “bolscevico” Sánchez). La Germania chiede deroghe al limite comunitario agli aiuti di Stato, per sostenere l’industria tedesca in recessione: il cancelliere ha spazi di bilancio e se lo può permettere. La Sorella d’Italia invece non può spendere un centesimo: aspetta ancora di uscire dalla procedura per deficit eccessivo.
La Germania rifiuta nuove forme di mutualizzazione del debito: il cancelliere non vuole condividere il rischio con il Club Med. La Sorella d’Italia invece ne avrebbe un gran bisogno: come ai tempi della pandemia e del NextGenEu, che per noi si è tradotto nei 200 miliardi del Pnrr.
Se anche Roma e Berlino convincessero Bruxelles ad aggredire il Leviatano della burocrazia comunitaria, non avremmo risolto granché. Le barriere amministrative alla circolazione interna equivalgono a dazi doganali del 96% per i servizi e del 67% per le merci.
Ma è fin troppo facile, per Von der Leyen, rispondere a Meloni che buona parte degli ostacoli al mercato sono auto-prodotti: siamo pur sempre il Belpaese dei tassisti e dai balneari, delle rendite idro-elettriche e delle concessioni autostradali, degli affidamenti diretti nel trasporto pubblico locale e nella gestione dei rifiuti.
Possiamo maledire Maastricht finché vogliamo: ma se abbiamo il record assoluto sul prezzo dell’elettricità (115 euro a megawattora, contro gli 89,3 della Germania, i 65,2 della Spagna, i 61 della Francia e i 49 della Finlandia) la colpa non è della Commissione Ue. È solo nostra, che ancora paghiamo i misteriosi “oneri impropri” e “di sistema”.
Per la prossima settimana il governo annuncia l’ennesimo decreto legge, a beneficio delle famiglie piagate dal costo della luce: un contributo straordinario da 90 euro, ovviamente una tantum. Un altro pannicello caldo, che non risolve niente ma riflette l’ipocrisia di questa Italietta patriottica, autarchica ed euroscettica. Torna in mente la vecchia storiella dell’esattore Enel, che piomba in casa di due anziani e grida: fermi tutti, questa è una bolletta.
(da ilfoglio.it)

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