Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
L’ORGANIZZAZIONE HA TEMPO FINO AL 13 GENNAIO PER CAMBIARE LE ATTIVITÀ DEI VARI MUSEI IN BASE ALLE INDICAZIONI DELLA CASA BIANCA
La Casa Bianca mette pressione sullo Smithsonian, una delle massime istituzioni culturali d’America e del mondo, minacciando di tagliare i fondi di sua competenza se entro il 13 gennaio non fornirà programmi e linee guida per l’anniversario dei 250 anni degli Stati Uniti, modellando le attività dei vari musei in base alle indicazioni tutte «positive» dell’amministrazione Trump.
Il Washington Post dà notizia di una email inviata al segretario dell’Istituto, Lonny G. Bunch III, e firmata dal direttore del bilancio della Casa Bianca, Russell Vought, e dal direttore del Consiglio per la politica interna Vince Haley.
Nella missiva si lamenta il fatto che il materiale mandato dallo Smithsonian a settembre non è sufficiente. Lo stesso Trump è spesso intervenuto sui suoi social, accusando lo Smithsonian di
non mettere in luce l’eccezionalità degli Stati Uniti, e di dare troppo spazio a temi come lo schiavismo e la storia afro-americana.
(da “Corriere della Sera”)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
QUANDO I BAMBINI SONO STATI TOLTI AI GENITORI, LO SCORSO 20 NOVEMBRE, LA FIGLIA MAGGIORE, 11 ANNI, ERA AFFETTA DA BRONCHITE ACUTA CON BRONCOSPASMO E NON ERA MAI STATA CURATA. È POSSIBILE CHE SI SIA AMMALATA A CAUSA DELLE CONDIZIONI ABITATIVE PRECARIE DELLA FAMIGLIA NEORURALE – LA STRAMPALATA GIUSTIFICAZIONE DEI GENITORI, CHE SOSTENEVANO CHE I FIGLI FOSSERO AL SICURO POICHE’ CONDUCEVANO “UNA VITA ALL’INSEGNA DELLA NATURA ED AL RIPARO DALLE INFLUENZE MEDIATICHE NOCIVE”
È severo eppure temporaneo — per ammissione degli stessi giudici — il provvedimento
di sospensione della potestà genitoriale di Nathan e Catherine Trevallion, la coppia neorurale del bosco di Palmoli (Chieti).
Dal provvedimento emesso venerdì scorso si ricava il «prima» e il «dopo» della vicenda e, per così dire, la graduale «conversione» degli anglo-australiani al rispetto delle norme. Una testimonianza di affetto verso i figli, senz’altro, oltre a un legittimo istinto di sopravvivenza del nucleo familiare.
Quanto fosse complicata e controversa la vita agreste dei piccoli Trevallion si ricava da un dettaglio contenuto a pagina 11 del documento, nel quale si evidenzia che «i minori, inizialmente privi di un medico di base, hanno effettuato la prima visita pediatrica il 24/7/2025», in età compresa fra i 6 e gli 8 anni. E quanto poi fosse seria la sottovalutazione delle tematiche relative alla loro salute appare da un’altra circostanza: «La minore al momento dell’inserimento in casa famiglia era affetta da bronchite acuta con broncospasmo non segnalata e non curata dai genitori».
La patologia della bimba è il probabile esito delle lacune abitative. La casetta nel bosco è infatti un fabbricato dagli infissi problematici. In Abruzzo. D’inverno. E gli atti testimoniano come — prima della marcia indietro conseguente alla decisione del Tribunale per i minorenni — la famiglia manifestasse un’avversione ai controlli sanitari, visto che i genitori hanno sostenuto come i bambini facessero «una vita all’insegna della
natura ed al riparo dalle influenze mediatiche nocive»
Ma se in una prima fase Nathan e Catherine hanno sottratto i figli al completamento del ciclo vaccinale, così come pure agli «esami ematochimici e alla visita neuropsichiatrica prescritti dalla pediatra», nel «dopo» però si sono sforzati di recuperare questo gap rendendosi disponibili a effettuare i controlli.
Discorso simile anche per l’istruzione. Bene infatti la scelta dell’istruzione «parentale». Male però, secondo i giudici, che la famiglia Trevallion non abbia mai avvisato il dirigente scolastico della scuola più vicina, come prevedono le norme, dichiarando anno per anno «il possesso della capacità tecnica o economica per provvedere all’insegnamento parentale».
Oggi la sfida alle istituzioni parrebbe rientrata. E anche sotto il profilo della socializzazione, i tre bambini hanno familiarizzato assai rapidamente con i coetanei presenti nella casa famiglia.
In ogni caso i figli dei Trevallion verranno sentiti di nuovo dal Tribunale senza la presenza dei genitori, diversamente da quanto avvenne nei mesi scorsi quando mamma Catherine traduceva per i piccoli.
Infine, la conclusione dei giudici in difesa dei principi metodologici seguiti: «Costituisce principio consolidato nella giurisprudenza Cedu (la Corte europea dei diritti dell’uomo, ndr ) quello secondo cui sottrarre i minori alle cure dei genitori è un’ingerenza nella vita familiare che esige una giustificazione legata alla necessità di attuare il migliore interesse del minore; l’ingerenza va considerata una misura temporanea da sospendere appena le circostanze lo permettano».
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
LE DIVISIONI SU ISRAELE, IL RUOLO DEI NEONAZISTI DI NICK FUENTES, IL RUOLO INGOMBRANTE DI COSPIRAZIONISTI ALLA CANDACE OWENS E DEI SUPREMATISTI ANTI-IMMIGRANTI
Ecco un po’ di “carinerie” alla rinfusa da Phoenix, dove il movimento Tpusa – che fu di Charlie Kirk, assassinato in settembre, e ora è guidato dalla vedova Erika ed è il cuore di Maga – fa la sua convention. Ad AmericaFest ci sono 30 mila persone in maggioranza giovani e studenti di college e licei.
Ben Shapiro, fondatore di The Daily Wire, ebreo ortodosso su Carlson Tucker: «Truffatore e imbroglione». Steve Bannon, guru Maga ante-litteram su Shapiro: «È quanto più lontano dal mondo Maga». O ancora: «È un cancro che si sta diffondendo». Shapiro su Bannon: «Addetto stampa di Epstein». Megyn Kelly, giornalista podcaster a Shapiro: «Non siamo più amici». E ancora sui compagni che sbagliano della galassia Maga: «Ciarlatani che parlano in nome di principi ma danno fiato a cospirazioni e disonestà».
A proposito di cospirazionisti. Non c’è Candace Owens, ex dipendente di Tpusa, ora influencer con 5,4 milioni di seguaci su You Tube, ma è sulla bocca di tutti. E diventata celeberrima per due cose: la prima è aver definito Brigitte Macron un uomo e non aver mai cambiato idea. La seconda per aver costruito un
castello di teorie cospirative attorno alla morte di Kirk, il colpo di Tyler Robinson, il killer, è stato eterodiretto da qualche governo straniero o da qualcuno dentro Turning Point Usa.
Ha litigato con Erika Kirk, le due si sono incontrate qualche giorno fa. Se si sono chiarite è questione aperta. Benny Johnson denuncia: «Sono stufo delle divisioni». Il mondo Maga è spaccato in tribù, ognuno a caccia di visibilità e seguaci e […] di «milioni di dollari».
A Phoenix è andato anche JD Vance incassando applausi e ovazioni. È il primo non candidato della storia a ricevere un formale endorsement per le elezioni del 2028. Non ha ancora detto se correrà, ma Erika Kirk ha già schierato il suo staff con lui. La prima mossa sarà essere operativi in tutte le 99 contee dell’Iowa, prima tappa delle primarie del 2028.
La realtà è che dentro la galassia Maga si combatte una “guerra civile”, le divisioni sono sì fra personalità forti (eccentriche in alcuni casi), ma anche i temi dividono. Vivek Ramaswamy, già candidato alle primarie nel 2024 e ora in corsa per governatore dell’Ohio, ha ad esempio gettato in pasto alla folla la sua idea che la cittadinanza per «sangue e nascita è non americana». Lui, milionario del biotech, originario dell’India, ha smontato l’idea di un dono divino per i bianchi americani da generazioni negli States.
Di fatto colpendo uno dei capisaldi della visione di JD Vance. Discutono su Israele pure i Maga e sull’antisemitismo. Shapiro è un ebreo ortodosso e ha criticato aspramente Tucker per aver trasmesso un’intervista con Nick Fuentes, simpatie hitleriane poco sopite. Ed è andato contro l’Heritage Foundation, il think
tank conservatore il cui presidente Kevin D.
Roberts, ha legittimato la messa in onda dell’intervista: «Ora l’Heritage cambi rotta». Qualcuno dei Maga definisce genocidio quanto accade a Gaza; altri sono schierati con Israele. Dialettica che il mondo Maga […] fatica a sposare visto che in un decennio ha trovato compattezza e forza nello sfidare cancel culture, wokismo e le battaglie di quella che il popolo Maga, Trump in testa, chiama «la sinistra lunatica radicale».
(da La Stampa)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
IL NATALE E’ UN DETONATORE DI MALESSERI: RITROVARSI A DOVER, A TUTTI I COSTI, FESTEGGIARE CON CUGINI, ZII E COGNATI CHE NON SI SOPPORTANO HA LO STESSO EFFETTO DI UNA GABBIA, RIEMERGONO VECCHIE SCORIE, ATTRITI MAI SOPITI E INSOFFERENZA GENERALIZZATA
Natale no contact. Sono sempre di più in Italia le persone che scelgono di recidere i
rapporti con i genitori. E non ci sono feste comandate che tengano.
La decisione, spesso dolorosa ma consapevole, di smettere di vedere e sentire la famiglia d’origine nasce dal bisogno di prendere le distanze da relazioni vissute come tossiche o invalidanti. E così proprio il Natale, con il suo carico simbolico di affetti e rituali, diventa il punto di rottura e l’inizio di una scelta di tutela di sé, ancora stigmatizzata ma sempre più raccontata.
“Sono due anni che non parlo con i miei, la prima cosa di cui mi sono liberata è stato il mal di stomaco”, scrive Luca, 29 anni. “Pensavo di odiare il Natale, invece il problema era trascorrerlo con i miei”, racconta Valentina Tridente, content creator di
Parma, 42 anni, una delle poche ad aver deciso di parlare apertamente della scelta di interrompere i contatti con un genitore. Cercando l’hashtag #nocontact le storie di questo tipo condivise in rete sono tantissime, segno visibile di un fenomeno che anche in Italia sta prendendo piede.
Negli Stati Uniti già riguarda circa una persona su sei
Ma raccontare la scelta di spezzare il legame più sacro, quello tra genitori e figli, non è facile e porta con sé una valanga di commenti e reazioni che evidenziano un tabù persistente: “Se rompi con un partner tossico, tutti ti dicono che fai bene. Se rompi con un genitore che ti manipola o ti controlla, sei un figlio ingrato”, dice Tridente a Repubblica.
Nel suo caso non si è trattato di una decisione improvvisa. “Ci ho messo una vita intera per arrivarci. Non mi sono svegliata una mattina dicendo: oggi vado in no contact. Non ho mai avuto un rapporto sano: infanzia infernale, adolescenza difficile, poi da adulta continui allontanamenti e ritorni. Ma, come il figliol prodigo, tornavo sempre”. L’ultimo tentativo risale a sette anni fa. “Avevo più di 30 anni e sono stata trattata come una bambina. Io stavo cambiando, lui no”.
Ansia, stress, dolore, stare sempre sul chi va là, è stato “come chiudere una relazione sentimentale”. Nel suo caso c’erano violenza psicologica, sbalzi d’umore, controllo, ricatti emotivi. “Se questo comportamento lo avesse avuto un fidanzato o un’amica, lo avrei bloccato subito. Con un genitore invece ti senti obbligata a resistere”.
A spiegare perché proprio le feste siano il detonatore del disagio in famiglia è Elisa Stefanati, psicoterapeuta Emdr esperta in
terapia familiare: “Il no contact è l’interruzione- temporanea o permanente- dei rapporti con la famiglia d’origine. Si tratta di un fenomeno in crescita soprattutto tra i giovani adulti”. Natale è il momento più critico.
“Le festività amplificano il disagio: riunioni forzate, aspettative, domande su lavoro, coppia, figli. Non è una festa, diventa un esame. Arrivare al no contact è una scelta molto dolorosa, accompagnata da sensi di colpa. Scatta quando una persona sente minacciate la propria libertà, autonomia o crescita”. I casi più frequenti riguardano storie di maltrattamenti, abusi psicologici, comunicazione manipolatoria, famiglie rigide o ipercontrollanti”.
La scelta, però, deve arrivare alla fine di un percorso. “L’evitamento del conflitto tout court non è evolutivo”, avverte la psicoterapeuta. “Prima andrebbe tentato un dialogo autentico. Solo quando questo è impossibile, proteggersi dagli altri, genitori compresi, diventa necessario”.
(da Repubblica)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
IL RISCHIO È CHE SI VERIFICHINO NUOVI SCONTRI, COME QUELLI DELLO SCORSO FINE SETTIMANA… RESTA ALTA L’ALLERTA: NOVE LA MANIFESTAZIONI CONVOCATE DAGLI ATTIVISTI… QUALCUNO POI UN GIORNO CI SPIEGHERA’ SE NON ERA PIU’ INTELLIGENTE CERCARE UNA SOLUZIONE CONDIVISA
Che non sia finita qui, cioè che la guerriglia dell’altro ieri al corteo indetto a Torino dagli antagonisti per reagire allo sgombero del centro sociale Askatasuna sia l’antipasto di una lunga stagione di lotta, non è solo nei desiderata espressi su Radio Onda d’urto dallo storico leader Giorgio Rossetto. È negli annunci di nuove mobilitazioni che sono seguiti in queste ultime ore.
La prima a Capodanno quando nel dedalo di stradine attorno al centro sociale – sgomberato e blindato dai mezzi del reparto mobile – verrà organizzata una festa di cui ancora si sa poco e il dato – sul punto – non incoraggia.
Ciò che invece è certo – e definito anche nelle attese di pericolosità – è l’appello a livello nazionale e internazionale per una marcia fissata il prossimo 31 gennaio.
I dettagli verranno definiti in un’assemblea nazionale dei centri sociali che si svolgerà due settimane prima dell’evento alla quale, probabilmente, verranno invitate a partecipare anche alcune articolazioni sociali della città.
Non è una data qualsiasi, il 31 gennaio. Perché mentre quel sabato a Palazzo di Giustizia si celebrerà l’inaugurazione dell’anno giudiziario, Torino potrebbe rivivere l’incubo dell’altro giorno. Sono attesi fin da ora migliaia di militanti antagonisti, ma anche legati a galassie anarchiche dall’estero.
Resta un alto allarme per l’ordine pubblico. Non solo per le due date in questione, ma pure per il timore, ancora persistente oggi, che alcune frange più estremiste del centro sociale possano cercare di riappropriarsi della struttura di corso Regina Margherita nonostante gli ingressi siano stati murati e permanga da giorni – e chissà per quanto ancora – un presidio fisso di poliziotti in tenuta anti sommossa.
In questi giorni verranno anche incrementati i controlli nei luoghi considerati da chi investiga possibili bersagli di contestazioni anche violente. Si tratta di Prefettura, Comune e Palazzo di Giustizia a loro modo parti rilevanti di questa storia che riannoda i fili del dissenso di piazza
(da agenzie)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
LE TENSIONI INTERNE E LA DEBOLEZZA ISTITUZIONALE SI RIFLETTONO SULLE MIGRAZIONI: UN GROSSO PROBLEMA ANCHE PER L’ITALIA
In assenza di legittimità diffusa, di un controllo effettivo del settore della sicurezza e di
un minimo consenso tra Ovest, Est e Sud, l’operazione rischia di consolidare lo status quo. Il nodo elettorale resta centrale, ma privo dei presupposti necessari; nel frattempo, le fragilità del Fezzan e le tensioni Est–Ovest continuano a riflettersi in modo diretto sulle dinamiche migratorie e sulla sicurezza regionale.
L’annuncio di un rimpasto “riformatore” da parte del Governo di unità nazionale (GUN), atteso simbolicamente attorno al 24 dicembre – data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza libica e che viene spesso utilizzata come riferimento politico per rilanciare narrative di unità nazionale – si inserisce nel quadro del dialogo strutturato promosso dalla Missione delle Nazioni Unite di sostegno in Libia (UNSMIL). L’obiettivo dichiarato è aumentare efficienza, performance istituzionale e consenso, evitando l’apertura di una nuova fase transitoria.
Sul piano politico, tuttavia, il rimpasto appare più come una manovra di consolidamento che come un passaggio trasformativo. Il GUN soffre di una legittimità limitata presso la popolazione e porta con sé il peso di un mandato disatteso: l’esecutivo avrebbe dovuto – secondo una roadmap fissata dall’Onu – accompagnare il paese alle elezioni nel 2021, obiettivo rimasto irrealizzato. Questo scarto tra aspettative e
risultati condiziona oggi qualsiasi iniziativa di riorganizzazione interna.
Tuttavia, la tenuta del governo continua a dipendere dai ministeri “di potere”, in particolare Interno e Difesa, dove la questione centrale non è amministrativa ma securitaria.
Il Ministero dell’Interno resta un pilastro dell’equilibrio politico e militare dell’Ovest libico. Il rafforzamento del profilo pubblico del titolare del dicastero, soprattutto sul dossier migratorio, segnala la centralità del controllo degli apparati di sicurezza e delle reti locali di potere, inclusi i legami con attori territoriali chiave della Tripolitania occidentale. Molto di questo ha un riflesso internazionale, ovvero la creazione legittimazione esterna.
Ancora più sensibile è il capitolo Difesa, formalmente vacante. L’assenza di una guida politica pienamente legittimata amplifica il peso dei viceministri e dei meccanismi di mediazione, spesso sostenuti da attori esterni.
Le tensioni tra il governo e alcuni gruppi armati della capitale, che di fatto controllano territorio e dinamiche (anche politico-istituzionali), si snodano in particolare attorno al controllo di infrastrutture strategiche e dei centri di detenzione, ed evidenziano la fragilità dell’assetto securitario. In questo contesto, è difficile che un rimpasto ministeriale possa incidere senza un riassetto più profondo del settore della sicurezza.
Elezioni: obiettivo condiviso, condizioni mancanti
La prospettiva elettorale resta formalmente al centro della roadmap Onu, che prevede un ritorno alle urne entro 12–18 mesi, accompagnato dall’unificazione delle istituzioni e da un
quadro elettorale solido. Tripoli insiste sul fatto che l’attuale esecutivo debba guidare il paese fino al voto, respingendo l’ipotesi di un nuovo governo transitorio. Dall’Est, il governo non riconosciuto che muove le attività in Cirenaica, non può che essere in disaccordo – anche perché nell’ultimo anno ha guadagnato peso, attenzione e vari tipi di riconoscimenti, sebbene meno formali.
In generale, le divisioni politiche e istituzionali rendono lo scenario altamente incerto. Il dialogo nazionale può contribuire a creare un contesto più favorevole, ma il suo mandato è limitato e non sostitutivo di una reale convergenza politica. Senza un minimo di consenso tra le principali componenti del paese e senza un esecutivo percepito come rappresentativo, le elezioni rischiano di diventare un fattore di ulteriore instabilità, piuttosto che uno strumento di normalizzazione.
Le criticità del Sud rappresentano, inoltre, una variabile spesso sottovalutata ma decisiva. Secondo analisi recenti sostenute da Interpol, Unione Africana e Unione Europea, la Libia meridionale sta registrando un peggioramento del quadro di sicurezza, con un aumento della presenza armata e una riorganizzazione delle reti criminali lungo il triangolo di confine con Niger e Ciad.
Il deterioramento degli equilibri tribali e la proliferazione di gruppi armati rendono il Fezzan un potenziale epicentro di instabilità per l’intero Sahel. Le operazioni di sicurezza hanno modificato le modalità dei traffici illeciti, ma senza eliminarli, spostandoli verso nuove rotte e città. Questa dinamica conferma la fragilità strutturale del controllo statale nel Sud e la sua
rilevanza per la sicurezza regionale.
Le tensioni interne e la debolezza istituzionale si riflettono, infatti, immediatamente sulle migrazioni – e ciò che accade nel Fezzan si lega anche a questo, con il territorio che è storicamente una terra senza legge, pregna di traffici di ogni genere, compresi quelli di esseri umani. La presenza di centinaia di migliaia di rifugiati, in particolare sudanesi che scappano dall’enorme crisi umanitaria in corso, e il continuo adattamento delle rotte terrestri e marittime mostrano come ogni crisi locale produca effetti a catena. Il Mediterraneo centrale resta una delle rotte più letali, mentre nuove aree costiere emergono come hub del traffico.
Le iniziative umanitarie e di gestione dei flussi, sostenute da organizzazioni internazionali e partner europei, evidenziano la necessità di cooperazione, ma anche i limiti di un approccio che non affronti il nodo politico di fondo: senza stabilità e controllo territoriale, le politiche migratorie restano reattive e vulnerabili.
In parallelo al rimpasto, Tripoli tenta di rilanciare una narrativa di normalizzazione attraverso il settore energetico e l’attrazione di nuovi investimenti, ma anche con iniziative simboliche come la riapertura del museo nazionale.
Si tratta di segnali rilevanti, anche in chiave geopolitica, ma insufficienti se non accompagnati da un quadro politico stabile. In un paese ancora diviso, il rischio è che tali iniziative rafforzino assetti esistenti senza produrre una reale trasformazione istituzionale.
Il rimpasto del Governo di unità nazionale può contribuire a una gestione più ordinata, ma non risolve le cause profonde dello stallo libico. La prospettiva del voto non è altresì rassicurante.
La priorità strategica resta la costruzione di un percorso credibile verso un governo unitario, verosimilmente attraverso elezioni certamente, ma solo a condizione che vengano creati i presupposti minimi: quadro legale condiviso, controllo del settore della sicurezza e un consenso politico inclusivo.
In assenza di tali condizioni, i rischi di disordine continueranno a manifestarsi soprattutto sul fronte migratorio e della sicurezza locale, mentre le iniziative economiche resteranno fragili. Per gli attori internazionali, la sfida è evitare che interventi settoriali – politici, securitari o economici – contribuiscano involontariamente a cristallizzare uno status quo instabile, anziché favorire una stabilizzazione sostenibile della Libia.
(da .med-or.org)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
SINDACATI; “E’ UN FALLIMENTO DELLO STATO, DELMASTRO SI DIMETTA”… SOVRAFFOLLAMENTO AL 140%
Dal 2022 al 2025 319 persone si sono tolte la vita in cella. Chi utilizzando le lenzuola per impiccarsi, chi i lacci delle scarpe, chi invece inalando gas dai fornelletti per cucinare. Numeri che raccontano storie di disperazione, di chi, dietro le sbarre, non ha intravisto nessun riscatto, nessun futuro, ma solo abbandono.
Il 2024 è stato l’anno di un record che non si dovrebbe mai raggiungere: 91 detenuti che si sono suicidati in carcere. Un dato che allarma chi lavora tra le mura degli istituti penitenziari come Aldo di Giacomo, segretario generale di Spp, sindacato polizia penitenziaria: “La situazione è gravissima, ma la politica fa finta di niente e nessuno risponde di questo fallimento”
Chi lavora in carcere descrive una situazione fuori controllo: “Ci sono stati degli omicidi, capisce? Tre omicidi. Detenuti ammazzati da altri detenuti mentre erano affidati alla custodia dello Stato”. Di Giacomo attacca: “Per trovare un dato simile bisogna tornare indietro agli anni ottanta”.
E proprio una settimana fa è morto Francesco Valeriano, quarantacinquenne finito in coma per sei mesi dopo un pestaggio avvenuto nel carcere di Rebibbia, a Roma
Allarme poi per quanto riguarda le evasioni: “Mai così tante”. Undici tra il 2021 e il 2022, una sessantina tra il 2023 e il 2024. E qualche giorno fa, Kham Nasir, trentunenne pakistano, è scappato dal carcere di Trieste nonostante le “rigorosissime misure per impedirgli di evadere” imposte dal direttore della struttura. Dai primi accertamenti pare che si sia nascosto sotto un telone nel cortile durante l’ora d’aria, abbia atteso il momento giusto e scavalcato il muro di cinta.
I problemi delle carceri italiane sono tanti e intrecciati tra loro. E a patirne sono sempre i detenuti più fragili.
Si parte dal sovraffollamento che, secondo i dati del ministero della Giustizia, si aggira intorno al 140%, con picchi, in alcune realtà, che arrivano al 400%. E se per il Guardasigilli Carlo Nordio “è un meccanismo di controllo ed evita i suicidi in carcere”, i dati raccontano una realtà fragile: settantasette i detenuti che si sono tolti la vita in cella da inizio anno sino ad oggi. A Verona Montorio, nelle scorse settimane, un detenuto, accusato di maltrattamenti in famiglia a cui il Tribunale del Riesame aveva rigettato la richiesta di rilascio, si è impiccato con le lenzuola.
Poi l’aumento delle violenze sessuali e i detenuti di spicco che dai penitenziari continuano a gestire lo spaccio di droga e si fanno regia delle rivolte. E un aspetto finito sotto la lente della Direzione Antimafia sono proprio gli ordini e i traffici vengono controllati da dietro le sbarre. Come nel carcere di Poggioreale, dove la polizia penitenziaria ha trovato un chilo di sostanza stupefacente e diversi cellulari. “Ormai la comunicazione tra l’interno e l’esterno e la gestione avviene internamente, il numero dei telefoni sequestrati sta aumentando di anno in anno”, commenta Di Giacomo prima di snocciolare i numeri: 200 nel 2021, 3800 nel 2025.
Problemi che mettono alla prova i rapporti col ministero e isindacato che arriva addirittura a chiedere le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. “Nelle carceri italiane – dicono – non c’è più dignità, sia quella di noi agenti che quella dei detenuti. È giusto che qualcuno risponda di questo fallimento”.
C’è poi la questione del personale, sempre sotto organico. E le sette mila assunzioni del ministero? “Non hanno funzionato – spiega Di Giacomo – Hanno forse compensato il turnover dei pensionamenti. Dopodiché di questi settemila, 780 giovani si sono dimessi durante il corso o nei primi tre mesi di lavoro. Il risultato è che se prima c’erano 37842 agenti, ora sono 36710”.
In solo un anno quattromila uomini sono stati feriti durante aggressioni o rivolte. “Ormai le carceri sono terra di nessuno, ma qualcuno deve rispondere e il sottosegretario deve dimettersi,
ribadisce Di Giacomo. Così non si negherà più il problema e si potrà ridare dignità al nostro sistema penitenziario che è già considerato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, il peggiore d’Europa”.
(da fanpage)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
ERA IL RESPONSABILE DELL’ADDESTRAMENTO DELL’ESERCITO
Fanil Sarvarov, il generale ucciso in un attentato con autobomba a Mosca, era una delle
figure chiave dell’apparato militare russo impegnato nella guerra contro l’Ucraina. Tenente generale e capo della direzione per l’addestramento operativo dello Stato maggiore delle forze armate, Sarvarov è morto dopo che un ordigno è detonato sotto la sua auto mentre percorreva una strada della capitale russa. Per le autorità si tratterebbe con ogni probabilità di un assassinio mirato condotto facendo brillare esplosivo equivalente a 300 grammi di tritolo; secondo il Comitato investigativo russo, Sarvarov è deceduto in seguito alle ferite riportate nell’esplosione. Gli investigatori stanno seguendo diverse piste, tra cui quella di un’operazione orchestrata dai servizi di intelligence ucraini. Kiev, al momento, non ha rivendicato l’attacco.
Un generale cresciuto nelle guerre post-sovietiche
La carriera di Sarvarov si è sviluppata lungo l’intero arco dei conflitti combattuti da Mosca dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Aveva preso parte a entrambe le guerre in Cecenia, un passaggio quasi obbligato per molti ufficiali che avrebbero poi occupato posizioni di vertice nelle forze armate russe. Quelle campagne ne avevano consolidato il profilo di comandante esperto in contesti di guerra asimmetrica e operazioni di controinsurrezione.
Negli anni successivi, Sarvarov aveva contribuito anche alla pianificazione dell’intervento militare russo in Siria tra il 2015 e il 2016, un’operazione che per il Cremlino ha rappresentato il
ritorno sulla scena militare globale e un banco di prova per nuove dottrine e armamenti.
Il ruolo di Sarvarov nella guerra in Ucraina
Allo scoppio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, Sarvarov ricopriva un incarico centrale: supervisionava l’addestramento al combattimento e la prontezza operativa delle forze armate russe. In pratica, era responsabile di preparare uomini e unità destinate al fronte, in una guerra che ha messo a dura prova l’organizzazione militare di Mosca.
Il suo nome non era particolarmente noto al grande pubblico, ma all’interno dell’apparato militare era considerato un ufficiale di peso, con accesso diretto ai vertici dello Stato maggiore e un ruolo chiave nella gestione delle risorse umane dell’esercito.L’attentato e le reazioni
L’esplosione è avvenuta nelle prime ore del mattino mentre l’auto di Sarvarov percorreva una strada di Mosca. Il Cremlino non ha rilasciato immediatamente un commento ufficiale, ma da ambienti politici e militari sono arrivate richieste di una risposta dura. Alcuni deputati hanno invocato una rappresaglia senza compromessi contro i responsabili, parlando apertamente di “metodi antiterrorismo”.
L’uccisione di Sarvarov si inserisce in una più ampia serie di operazioni che, dall’inizio della guerra, hanno colpito ufficiali russi e funzionari installati da Mosca. Kiev, che ribadiamo non ha rivendicato l’attentato, accusa queste figure di essere coinvolte in crimini di guerra e, in alcuni casi, ha ammesso apertamente attacchi mirati, come quello che lo scorso anno ha ucciso il generale Igor Kirillov.
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“ANCORA TROPPA PRECARIETA’ E NON SONO GARANTITI I DIRITTI DEGLI ALUNNI CON DISABILITA’”
«L’Italia viola il diritto degli insegnanti di sostegno a guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente intrapreso perché un’elevata percentuale è assunta con contratti precari e il 30% non ha potuto seguire la formazione necessaria per fare questo lavoro». Lo ha stabilito, all’unanimità, il comitato europeo dei diritti sociale, l’organo del Consiglio d’Europa, giudicando il ricorso che l’Associazione Professionale e Sindacale (Anief) ha presentato contro l’Italia nel 2021.
Il diritto (violato) a un’istruzione inclusiva degli alunni con disabilità
Contemporaneamente il comitato, che evidenzia di aver esaminato la situazione fino al 19 marzo 2025, è giunto unanimemente alla conclusione che nel Paese è violato anche «il diritto a un’istruzione inclusiva degli alunni con disabilità» perché questa «è ostacolata a causa della persistente precarietà degli insegnanti di sostegno e dalla mancanza di formazione di uno su tre». Nella decisione il comitato europeo dei diritti sociali evidenzia che «il governo riconosce che un gran numero di insegnanti di sostegno ha un impiego precario», ma che da Roma si «sottolinea che il ricorso a contratti a tempo determinato nel settore dell’istruzione in generale, e nel campo del sostegno in particolare, è in parte inevitabile, data la difficoltà di prevedere in anticipo le esigenze specifiche a causa di numerose variabili quali il numero di alunni con disabilità e bisogni speciali che arrivano e lasciano la scuola, le richieste di trasferimento degli insegnanti, i congedi per malattia, i pensionamenti».
La replica al governo
Il governo, scrive il comitato, «respinge pertanto con forza l’argomentazione secondo cui vi sarebbe una discrepanza tra il numero di posti assegnati e le esigenze effettive». Nelle sue
conclusioni il comitato europeo dei diritti sociali indica che la situazione è migliorata sotto diversi profili, anche quello legislativo, da quando l’Anief ha presentato il ricorso nel 2021. Strasburgo evidenzia che i dati a sua disposizione «dimostrano un impegno significativo da parte del governo nel soddisfare la richiesta di sostegno per un numero crescente di alunni con disabilità». Per quanto rigauarda, invece, la procedura di assuzione straordinaria istituita per l’anno scolastico 2024/2025 per contribuire a ridurre la precarietà dell’occupazione degli insegnanti di sostegno, il comitato scrive di essere a conoscenza ma, aggiunge, che siccome «non è stata ancora pienamente attuata non ha modo di valutarne l’impatto».
I dati
Facendo riferimento ai dati dell’Istat e quelli forniti dal governo, il comitato scrive che dall’anno scolastico 2010/2011 a quello 2022/2023 gli alunni con disabilità sono aumentati del 243%, passando da 139mila a 338mila, e il numero degli insegnanti di sostegno è cresciuto del 248%, aumentando da 94.430 a 234.460. «Tuttavia – osserva ancora il comitato – questo aumento degli insegnanti di sostegno è in gran parte dovuto a un forte incremento dei contratti a tempo determinato, passati dal 4,19% nel 2010/2011 al 46,18% nel 2023/2024».
(da agenzie)
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