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LANDINI E LA NORMA CHE TAGLIA GLI ARRETRATI AI LAVORATORI CON PAGA TROPPO BASSA: “E’ INCOSTITUZIONALE”

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“IL GOVERNO TAGLIA SUI DEBOLI E STA DALLA PARTE DEI FORTI”

Secondo Maurizio Landini con la nuova legge di bilancio il governo taglia sui deboli e sta dalla parte dei forti. Per questo «penalizza lavoratori precoci e usuranti per spostare risorse anche a quelle imprese che non rispettano i contratti e risparmiano sulla sicurezza». E manda il segnale che si può anche morire di lavoro. In un’intervista a Repubblica il
segretario della Cgil parla di declino e recessione: «È una manovra contro lavoratori e pensionati. Lo dimostra anche il ripristino dell’emendamento Pogliese, già bocciato a luglio e spuntato all’ultimo in legge di bilancio. L’ennesima cattiveria contro i lavoratori che perdono il diritto agli arretrati quando un giudice stabilisce che la loro retribuzione è troppo bassa. Una norma che non c’entra nulla con la finanziaria, ha un profilo di incostituzionalità e di cui chiediamo il ritiro immediato».
La Cgil e la manovra
Sul silenzio-assenso ai fondi pensione per i giovani al primo impiego Landini dice: «Il problema dei giovani è la precarietà senza fine. Quando sei precario spesso non arrivi neanche alla pensione integrativa. Prima servono salari dignitosi e lavoro stabile. E resta una questione enorme: come e dove vengono investiti dai fondi i soldi dei lavoratori e delle imprese? Oggi finiscono spesso fuori dal Paese, invece dovrebbero essere messi al servizio della crescita». Mentre sulle pensioni «si fa solo cassa. E si punta a favorire la privatizzazione del sistema previdenziale, come pure di quello sanitario. Quando ai giovani serve una pensione di garanzia. E va riconosciuto che l’aspettativa di vita non è uguale per tutti. Invece si va verso un’uscita a 70 anni o con 45 di contributi. Sono riusciti persino a peggiorare la legge Fornero».
Incentivi alle imprese e meno tasse sul lavoro
Secondo Landini gli incentivi alle imprese e i taglia lle tasse sul lavoro sono propaganda: «I salari non permettono di arrivare a fine mese e la tassazione su lavoratori e pensionati aumenta. Gli investimenti pubblici calano, il Pnrr finisce l’anno prossimo e
molte risorse non sono state spese. Giovani e donne restano ai margini». Mentre «la detassazione dei rinnovi è parziale e vale persino per i contratti pirata. Intanto si taglia su sanità, casa, istruzione, Comuni e Regioni. E non si rispettano gli impegni su salute e sicurezza, mentre in questo Paese si continua a morire sul lavoro».
Scioperi e crisi
E conclude: «Un governo che agisce contro i lavoratori e usa i pensionati per fare cassa da girare a imprese, armi e per far quadrare i conti non può che rafforzare le nostre ragioni». Mentre na crisi di governo, come quella sfiorata in Senato, farebbe bene al Paese: «È questo governo che fa male al Paese. Per loro viene prima e solo la difesa del potere. E intanto: povertà in aumento, produzione industriale in calo da tre anni, 25 miliardi di tasse in più pagate da lavoratori e pensionati, mentre si tutelano rendite e grandi patrimoni».
(da Open)

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SPACEX: COSI’ L’ESPLOSIONE DI UN RAZZO DI ELON MUSK HA MESSO IN PERICOLO 450 PERSONE

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

COSTRETTI A DEVIARE LA ROTTA TRE AEREI DI LINEA, UN “RISCHIO ESTREMO POTENZIALE” PER LA SICUREZZA AEREA

L’esplosione di un razzo SpaceX lo scorso 16 gennaio ha messo a rischio almeno 450 passeggeri su tre voli civili nei cieli dei Caraibi. A scriverlo è il Wall Street Journal, che cita documenti interni della Faa, l’amministrazione federale per l’aviazione. Secondo la ricostruzione l’esplosione del razzo Starship ha disperso detriti infuocati nello spazio aereo dei Caraibi per circa 50 minuti. Tre aerei – due voli di linea e un jet privato – si sono
trovati costretti a volare all’interno di una zona temporaneamente interdetta al traffico aereo. Oppure a correre il rischio di rimanere a secco di carburante mentre sorvolavano l’oceano.
Il rischio
Tra questi, un volo JetBlue diretto a San Juan, un aereo Iberia e un jet privato. In totale circa 450 persone a bordo. Tutti i velivoli sono atterrati senza incidenti. Ma la Faa ha riconosciuto che l’episodio ha rappresentato un «rischio estremo potenziale» per la sicurezza aerea, con i controllori di volo costretti a improvvisare deviazioni e manovre d’emergenza. Perché, secondo i documenti, SpaceX non avrebbe informato immediatamente l’autorità di regolazione dei cieli dell’esplosione, usando la linea di comunicazione d’emergenza. Anzi: i primi segnali dell’incidente sono arrivati direttamente dai piloti, che segnalavano «detriti e intense fiamme» visibili in volo. Il report critica anche la gestione delle «debris response areas», le zone di interdizione create per evitare che gli aerei attraversino aree a rischio.
Dopo l’incidente
Dopo l’incidente, la Faa ha avviato una revisione interna sui rischi legati ai detriti spaziali. Ma secondo il Wall Street Journal l’analisi è stata sospesa nell’agosto successivo, una decisione definita “inusuale” da fonti interne all’agenzia. La Faa ha spiegato che molte delle raccomandazioni di sicurezza erano già in fase di attuazione. E che eventuali nuove misure verranno adottate se necessario. SpaceX, guidata da Elon Musk, ha respinto le conclusioni dell’inchiesta, sostenendo che «nessun
aereo è stato messo in pericolo». E ribadendo che la sicurezza pubblica resta una prioritàassoluta. Ma il caso solleva interrogativi più ampi sul futuro della convivenza tra traffico aereo commerciale e il rapido aumento dei lanci spaziali.
L’accelerazione
Secondo le previsioni Faa, si passerà da una media di poche decine di operazioni annue a 200-400 lanci o rientri all’anno nei prossimi anni. Un’accelerazione che, avverte il Wall Street Journal, rischia di trasformare incidenti come quello di gennaio da eccezioni a problemi strutturali per la sicurezza dei cieli. «Successo incerto, divertimento assicurato», aveva detto Musk dopo l’esplosione di gennaio.
(da agenzie)

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CELODURISMO, ARMI E MAGA: ECCO PERCHE’ ADESSO IL GOVERNO RISCHIA IL VIETNAM

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

LA LEGA HA MANI LIBERE, L’UCRAINA E TRUMP POSSONO SPACCARE LA MAGGIORANZA

Conta il risultato, dice Giancarlo Giorgetti, ed è il mantra che da tre anni la maggioranza ripete ogni volta che si segnalano divergenze interne. Conta il risultato, conta il voto finale, e alla fin fine sull’Ucraina, sulla manovra, su tutto, la Lega ha sempre votato con gli altri e Forza Italia pure. Molto rumore per nulla, scrivono i quotidiani d’area, tempesta in un bicchier d’acqua dicono i portavoce in coro. Tempi rispettati, corsa di fine anno come al solito, è sempre successo così. E tuttavia è proprio l’eccesso di rassicurazioni ad amplificare le sirene d’allarme che
suonano da settimane. In sintesi: un 2026 a rischio Vietnam per il centrodestra.
Perché il 2026 è anno pre-elettorale, e nella prospettiva di una riforma proporzionale ciascuno dovrà mostrare i muscoli al suo elettorato. Perché Matteo Salvini non avrà un Ponte da magnificare nelle slide, e vai a vedere che pure sul Pnrr ferroviario non prenda una batosta, e dunque qualcosa dovrà inventarsi per muovere il consenso. Perché Antonio Tajani è stato più volte chiamato a una prova di protagonismo e autonomia dalla famiglia Berlusconi, e non potrà più fare finta di niente. Perché la stessa Giorgia Meloni si gioca tutto e il “non sono ricattabile” con cui ha inaugurato il suo premierato dovrà essere confermato, anche a spese degli junior partner in cerca di rimonta.
Ci sono almeno tre controprove della frana del patto di responsabilità che ha tenuto in asse la maggioranza per 36 lunghissimi mesi.
La prima è il trucco da Prima Repubblica con cui la Lega si è aggiudicata una facile vittoria sul tema pensioni: ha mandato avanti un emendamento che non condivideva, ha lasciato che il Mef lo mettesse nero su bianco con la controfirma di Giorgetti, poi appena si sono accesi i riflettori ha fatto saltare il banco. Poteva mettersi di traverso prima, bloccare tutto fin dall’inizio, ma non avrebbe raccolto il risultato a cui puntava: riqualificarsi come paladina dei diritti dei pensionandi, la forza coraggiosa che minacciando la crisi (ma figuriamoci!) è riuscita a rimettere in riga il governo. Il solo aver costretto Giorgia Meloni alle forche caudine di un vertice notturno, giovedì scorso, dopo il tour de
force a Bruxelles su Ucraina e beni russi congelati, è già un successo dal punto di vista di Matteo Salvini: la prova generale di quel che potrà dire, fare, combinare nell’anno “delle mani libere” che si sta per aprire.
Il secondo riscontro alla prospettiva Vietnam è l’aperto conflitto esploso sul decreto Ucraina. Che esistessero convinzioni differenti lo si sapeva da un pezzo, ma mai era successo che idee diametralmente opposte sul ruolo dell’Italia fossero portate in pubblico attraverso interviste e dichiarazioni in dissenso. “Serve discontinuità”, dice apertis verbis Claudio Borghi, il miles gloriosus che Salvini manda avanti quando vuole dare segnali. E dunque aiuti civili e “strumentazioni solo difensive a differenza di quanto avvenuto finora”. Servono “anche armi” controbatte Antonio Tajani parlando con La Stampa, e così anche il compromesso immaginato – un contorto paragrafo che possa essere liberamente interpretato un minuto dopo il voto – diventa banco di prova: misurerà la capacità di interdizione della Lega e il potere effettivo del suo leader. Vale la pena ricordare che fin dal suo debutto nel 2022 il governo di centrodestra ha presentato l’invio di armi all’Ucraina come ovvio atto di coerenza rispetto alle linee di politica estera del Paese. “I vari governi che si susseguono – disse Guido Crosetto al suo esordio come ministro della Difesa – implementano le scelte ed onorano gli impegni che i governi precedenti hanno sottoscritto”. Dunque la discontinuità invocata dalla Lega, comunque si manifesti nel testo del decreto, non sarebbe cosa da poco: segnalerebbe il cambio di una storica e pluri-confermata posizione della Repubblica italiana.
Il terzo segnale è esterno. È nell’escalation degli attacchi russi alle istituzioni italiane. È negli spifferi americani che indicano l’Italia come uno dei Paesi su cui puntare per infrangere l’unità europea in nome della dottrina Maga. Indicano sollecitazioni alla nostra politica, ai nostri partiti, ai loro uomini e alle loro donne, e dunque nuovi terreni di scontro poco decifrabili ma concreti e densi di conseguenze. Nel 2026 anche questo potrà rivelarsi detonatore di guerriglie finora tenute a bada dai compromessi in cui la maggioranza è specialista: dire Vietnam magari è esagerato, ma la navigazione senza scosse degli ultimi tre anni è già adesso un ricordo, difficilmente potrà essere ripresa.
(da La Stampa)

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LA NUOVA BESTIA DI MELONI, ECCO CHI SONO I SUOI AGIT-PROP

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

A PALAZZO CHIGI GIORDANO SOTTOSANTI CURA IL SOCIAL X AFFIANCATO DA ALBERTO DANESE… IL GRUPPO ATREJU CONTA SU DI BENEDETTO

Una cinghia di trasmissione che parte da palazzo Chigi e arriva fino a via della Scrofa. Dall’ideologo della comunicazione digitale di Giorgia Meloni, Tommaso Longobardi, all’inventrice dello stile-Atreju, Marina Improta, c’è una pattuglia di comunicatori trentenni-quarantenni, talvolta con una formazione alla Luiss, senza saluti romani o post nostalgici. Ma con una forma di venerazione verso Meloni.
Lo snodo decisivo è alla Camera, cuore pulsante della Fiamma di comunicazione che arde intorno a Meloni, mandando in pensione la Bestia di Matteo Salvini: negli uffici del gruppo c’è la mini-war room, si assumono alcune delle scelte decisive.
Un mix che intreccia varie community, interconnesse tra loro per macinare follower ed engagement: ci sono i profili ufficiali di Fratelli d’Italia e della sua leader, ma soprattutto le pagine unofficial, altrettanto cruciali nella propaganda meloniana.
Pagine meloniane
Su tutte spiccano Atreju e Poveri comunisti, quest’ultima gestita da Alberto Di Benedetto, il responsabile dei social di FdI, che – come raccontato da Domani – ha anche pensato a un business sullo slogan «siete dei poveri comunisti», creando il sodalizio
con la Italica solution, società dell’ex dirigente di Forza Nuova, Martin Avaro.
Alle varie pagine si è aggiunta da qualche tempo Giorgia 2027, la piattaforma social per la ricandidatura della presidente del Consiglio, benedetta da Longobardi, l’uomo che dal 2018 sovrintende ogni post e qualsiasi iniziativa riconducibile a Meloni. Ed è lui che declina la strategia politico-comunicativa dettata dal sottosegretario alla presidenza, Giovanbattista Fazzolari. Il focus specifico è su Instagram, là dove si mietono più follower, secondo il Longobardi-pensiero. La strategia è la solita, passiva-aggressiva: idolatria per la leader, individuazione dei bersagli nemici. E una dose di vittimismo.
Longobardi è a capo di una filiera ben oliata, concentrata sull’attuale presidente del Consiglio. Una delle emanazioni di Longobardi a palazzo Chigi è Giordano Sottosanti, 40 anni, il Mr. X di Meloni: cura infatti solo l’ex Twitter ribattezzato X da Elon Musk. Sottosanti è al fianco di Meloni già prima dell’era-Longobardi. Nel 2013 è stato reclutato dalla leader di Fratelli d’Italia per dare una mano sulla comunicazione, incrociando nelle sue esperienze anche l’eurodeputato Carlo Fidanza e l’attuale deputato Mauro Rotelli, che dicono un gran bene di lui.
Il salto di qualità nella carriera è comunque arrivato con l’approdo alla corte di Longobardi e al conseguente incarico di supporto alla premier. L’altro uomo social della premier è Alberto Danese, 36 anni. Segue Meloni nei vari viaggi ufficiali, dagli Stati Uniti alla Turchia, non disdegnando un pizzico di vanità. Sul suo profilo spiccano le foto fatte con il campione di tennis, Jannik Sinner, e con l’imprenditore Musk. Nel curriculum
di Danese c’è anche qualche articolo firmato per la Voce del Patriota, l’house organ del partito di Meloni.
Gruppo Atreju
Non c’è solo il team-Longobardi, con il binomio Sottosanti-Danese che traducono la strategia del guru meloniano. Ci sono anche e soprattutto “i ragazzi” della comunicazione, come li definiscono benevolmente nel partito. Si tratta del gruppo-Atreju, che ha plasmato le pagine social della festa di partito. La leader riconosciuta è Marina Improta. I colleghi le riconoscono il ruolo di grande protagonista della rivitalizzazione dei social di Atreju, qualcuno la etichetta come la Longobardi del futuro.
«La comunicazione di Atreju ha iniziato a prendere la forma tre anni fa», ha ammesso Improta, in un colloquio con il Giornale. La giovane esperta si autopromuove, definendo lo stile «irriverente e tagliente» e mettendo da parte l’approccio aggressivo verso gli avversari con la compilazione di liste di proscrizione, da Roberto Saviano a Maurizio Landini, fino alla new entry Francesca Albanese.
Laurea alla Luiss, dopo l’esperienza con l’agenzia Bepop, Improta ha anche fatto parte dello staff per la campagna elettorale del 2021 di Gaetano Manfredi per l’elezione a sindaco di Napoli, dimostrando una capacità di adattamento alle esigenze. Terminata quell’esperienza, la folgorazione per la fiamma: ha iniziato a lavorare per Fratelli d’Italia grazie a un contratto alla Camera.
Al suo fianco c’è Di Benedetto, 37 anni, che nel concreto declina la linea social, comunque in stretta collaborazione con Improta. Il feeling maggiore lo ha tuttavia cementato con il suo
corregionale (sono entrambi siciliani) Sottosanti: i due lavorano insieme fin dal 2019, quando Di Benedetto è approdato negli uffici di Montecitorio di FdI.
Dietro molti post di Meloni c’è la sua firma, oltre che dell’immancabile Longobardi. Per molti, però, Di Benedetto è soprattutto la manina che muove la community “Siete dei poveri comunisti”, utile allo storytelling meloniano più dei profili ufficiali.
L’altro giovane rampante è il pugliese Marco Gaetani, speaker di Radio Atreju, laureato (alla Luiss) con una tesi sulla comunicazione nella campagna elettorale di Donald Trump. Nel 2024 il golden boy del melonismo è stato nominato leader leccese di Gioventù nazionale, la giovanile del partito. Dopo la breve parentesi al ministero della Salute, da scudiero del sottosegretario Marcello Gemmato, è stato uno dei protagonisti dell’ultima festa di partito, diventando la voce della propaganda. Nell’ultima edizione di Atreju Gaetani è stato fianco a fianco con i big del partito.
Dietro le quinte, infine, come esperto di Google si muove Aldo Cardoni, vicino al vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, anche lui rientrante in parte nel progetto di Poveri comunisti: Cardoni ha registrato il dominio. In un mix di vecchie e nuove generazioni, che formano la Fiamma della comunicazione di Meloni.
La Fiamma meloniana si chiude – last but not least – con Andrea Moi, responsabile comunicazione del partito, a lungo l’uomo che ha diretto i contenuti del sito ufficiale, operando in sinergia con la Voce del Patriota. La sua formazione è atipica rispetto agli
altri. Moi è principalmente un designer, abile con la comunicazione visuale. La politica ha ampliato i suoi orizzonti. Il suo futuro, si racconta negli ambienti di partito, sarà quasi sicuramente in parlamento al prossimo giro elettorale.
Di recente è stato chiamato a Montecitorio nelle vesti di esperto da audire per una proposta di legge sulla comunicazione digitale. Il suo erede come capo della comunicazione istituzionale potrebbe essere Ulderico de Laurentiis, attuale direttore della Voce del patriota. Con un trait d’union valido per vecchi e nuovi comunicatori: l’idolatria per Meloni.
(da editorialedomani.it)

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CRESCE L’INSICUREZZA, DEMOCRAZIA PIU’ DEBOLE PER IL 60% DEGLI ITALIANI

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO “GLI ITALIANI E LO STATO” REALIZZATO DALL’UNIVERSITA’ DI URBINO

Il Rapporto su “Gli italiani e lo Stato” è giunto alla XXVIII edizione. È, dunque, da quasi 30 anni che LaPolis – il Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell’Università di Urbino Carlo Bo – conduce, in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico, questa indagine. Una ricerca che permette, quindi, di osservare gli orientamenti e i mutamenti del sentimento espresso dai cittadini nei confronti dello Stato e delle istituzioni. Quest’anno la ricerca appare particolarmente interessante perché il mondo è attraversato da tensioni crescenti. Che coinvolgono e scuotono l’Occidente e l’Europa. Dunque, l’Italia.
È legittimo, per questo, interrogarsi sul futuro della nostra democrazia. E del nostro futuro. È significativo, al proposito, osservare come quasi 6 italiani su 10 ritengano che la democrazia in Italia negli ultimi anni si sia indebolita. E si stia indebolendo ulteriormente. Attraversata dalle minacce che provengono dall’esterno e dall’interno. Da guerre vicine e
lontane. E da cambiamenti profondi che mettono in discussione i riferimenti su cui si fondava la nostra sicurezza. L’Europa e l’Occidente, in particolare. Oggi entrambi questi riferimenti sono messi in discussione. E, quindi, è messa in discussione anche la nostra sicurezza. La nostra stabilità. Il nostro futuro. Perché è difficile sentirsi sicuri quando il mondo intorno a noi è insicuro. Così, i soggetti e le istituzioni che guidano il Paese rimangono in fondo alla graduatoria della fiducia espressa dai cittadini. I partiti in particolare, appaiono un participio passato: partiti. Senza una destinazione precisa. E rischiano di trascinare con sé lo Stato. Che è stato. E non sappiamo che sarà. Al di là delle battute, appare difficile guardare avanti, progettare il futuro se il futuro appare così incerto. Perché in tempi di globalizzazione tutto ciò che avviene dovunque nel mondo, in qualsiasi momento, può avere, nello stesso momento, influenza sulla nostra vita. E, comunque, sul nostro modo di guardare il mondo intorno a noi.
D’altra parte, assistiamo a un sensibile indebolimento delle basi su cui si fonda la nostra democrazia. Anzitutto, la partecipazione sociale e associativa, che non mostra segni di crescita diffusa, come in passato, ad eccezione del volontariato. Ma, al contrario, esprime percezione di declino. In particolare, per quel che riguarda le attività culturali, sportive, ricreative. O l’acquisto di prodotti di consumo etico come forma di impegno. Così, la partecipazione si traduce, talora, in protesta accesa.
Mentre cresce la percezione di declino, che coinvolge, soprattutto, le persone delle classi popolari e del ceto medio. E allarga il distacco nei confronti delle istituzioni e dello Stato. Perché lo spirito democratico è alimentato dalla condizione
sociale. E, parallelamente, si indebolisce quando l’ascensore sociale invece di salire discende. Per questo motivo le ragioni che alimentano la democrazia non sono solamente politiche. Ma riguardano, anzitutto, la condizione di vita delle persone. Perché è difficile esprimere fiducia verso il sistema e i soggetti che guidano il Paese e le istituzioni, quando nella società prevale un senso di incertezza. E di insicurezza.
Per queste ragioni il modo più efficace per sostenere la democrazia è garantire condizioni di vita adeguate alle persone. Inoltre, promuovere i luoghi e i canali della partecipazione. Cercando di andare oltre i media e il digitale. Perché la partecipazione in rete alimenta le relazioni. Ma a distanza. E, in questo modo, non favorisce la fiducia tra le persone. Perché sono sempre collegate e sempre lontane.
Mentre è importante costruire legami personali e associativi. Che favoriscono la costruzione di relazioni reali. Per questo motivo la democrazia ha bisogno di partecipazione e non solo di comunicazione. O meglio, ha bisogno di comunicazione attraverso la partecipazione. Attraverso le associazioni. Alcune indagini di Demos e LaPolis lo hanno mostrato con chiarezza: la fiducia negli altri cresce quando avviene non solo attraverso collegamenti a distanza. Ma in modo diretto. E immediato. Senza mediazioni e senza mediatori. Attraverso il coinvolgimento personale. Perché la partecipazione, anche quando esprime protesta, è uno strumento di sostegno e rafforzamento della democrazia.
(da Repubblica)

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AUTOBOMBA UCCIDE IL GENERALE RUSSO SARVAROV NEL CUORE DI MOSCA

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

TRENTA GRAMMI DI TRITOLO HANNO GIUSTIZIATO UN “NEMICO DELL’UCRAINA”

Un generale dello Stato maggiore russo è rimasto ucciso lunedì mattina, 22 dicembre, nell’esplosione di un’automobile a Mosca. A renderlo noto è stato il Comitato investigativo russo, che ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per «omicidio» e «traffico di esplosivi» e ha indicato, tra le ipotesi al vaglio, una possibile responsabilità dei servizi speciali ucraini.
«Un ordigno piazzato sotto il telaio di una automobile è stato fatto esplodere la mattina del 22 dicembre a Mosca e il gen. Fanil Sarvarov, capo del Dipartimemto di addestramento operativo dello Stato maggiore russo, è morto a causa delle ferite riportate». Lo scrive l’agenzia russa Tass, che cita la portavoce del comitato investigativo russo, Svetlata Petrenko.
Sul luogo dell’esplosione sono in corso indagini. «I testimoni oculari vengono interrogati e si stanno esaminando le riprese delle telecamere a circuito chiuso», ha dichiarato la portavoce del comitato investigativo, Petrenko.
Il militare ucciso, Fanil Sarvarov, 56 anni, direttore del dipartimento di addestramento operativo dello Stato maggiore dell’esercito, nel maggio 2024 aveva ricevuto il grado di generale luogotenente dallo stesso presidente, Vladimir Putin
La lunga lista di attentati
L’episodio si inserisce in una lunga scia di attentati mirati che, dall’avvio dell’offensiva russa contro l’Ucraina nel febbraio 2022, hanno preso di mira esponenti delle forze armate russe, sia sul territorio della Federazione sia nelle aree ucraine occupate da Mosca.
In più occasioni Kiev è stata indicata come responsabile di queste azioni, accuse alle quali le autorità ucraine non hanno sempre dato risposta o conferma ufficiale. Tra i precedenti più rilevanti si annovera l’attentato dell’agosto 2022, quando l’esplosione di un’automobile causò la morte di Daria Dugina, figlia dell’ideologo ultranazionalista Aleksandr Dugin. Nell’aprile del 2023, a San Pietroburgo, perse la vita il blogger militare russo Maksim Fomin, ucciso dall’esplosione di una statuetta all’interno di un caffè.
Più di recente, nel mese di aprile, un’autobomba nei pressi di Mosca ha ucciso il generale Yaroslav Moskalik, vice capo della Direzione generale operativa dello Stato maggiore. Nel dicembre 2024, invece, il comandante delle forze russe di difesa radiologica, chimica e biologica, Igor Kirillov, è morto a Mosca nell’esplosione di un monopattino elettrico carico di esplosivo, un attentato successivamente rivendicato dai servizi di sicurezza ucraini. Nel frattempo, proseguono le indagini sull’attacco avvenuto lunedì. Le autorità russe non hanno al momento diffuso ulteriori informazioni sull’identità dei responsabili né sulle dinamiche esatte dell’esplosione.
(da agenzie)

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ADHU MALUAL, LO SFOGO DELL’AZZURRA DEL VOLLEY: “DAGLI SPALTI OFFESE RAZZISTE CONTRO DI ME E LA MIA FAMIGLIA”

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

SONO AVVENUTE DURANTE LA PARTITA DI SERIE A1 MONVISO-MACERATA… MA IL VIMINALE CHE METTE IN PIAZZA 400 UOMINI PER SGOMBERARE UN CENTRO SOCIALE E’ CAPACE DI DESTINARE 10 AGENTI IN GRADO DI INTERVENIRE ALL’INTERNO DI UN PALASPORT PER ARRESTARE QUESTA FOGNA UMANA?

Un post su Instagram per denunciare: “Offese razziste contro me e la mia famiglia”. Adhu Malual, opposto del Monviso Volley stabilmente nel giro delle Nazionali fin dal settore giovanile, si è sfogata sui social dopo la partita di Serie A1 tra le pinerolesi e Macerata. Cittadina italiana, nata a Roma nel 2000 da genitori del Sudan del Sud, ha giocato con la maglia azzurra vincendo la medaglia d’oro ai Mondiali Universitari.
Adhu Malual: “Non mi sono sentita a casa”
L’episodio si è verificato nel match casalingo perso dal Moviso Volley per 2-3 in casa contro Macerata: “Ieri sera ho giocato in casa – si legge nel post dell’atleta -. E non mi sono sentita a casa. In 12 anni di carriera non avevo mai assistito né vissuto sulla mia pelle un atteggiamento del genere da parte del pubblico che dovrebbe sostenere la propria squadra. Si può sbagliare. Fa parte del gioco, fa parte del lavoro, fa parte dell’essere umani. Quello che non fa parte di questo sport sono insulti, fischi costanti, offese personali e sì commenti razzisti, rivolti non solo a me ma anche ai miei familiari sugli spalti. Dal primo punto all’ultimo. Non per spronare. Non per sostenere. Solo per colpire”.
La nazionalità italiana e il tifo contro
Gli insulti razzisti sono piovuti sulla famiglia Malual dal pubblico “amico”, il prezzo da pagare per alcune giocate non andate come speravano. Oltre che per un inizio di stagione difficoltoso per le piemontesi: “Sono fiera di essere italiana – prosegue l’opposto italiana -. Sono fiera di giocare in uno dei campionati più forti al mondo. Sono fiera di indossare la maglia azzurra, perché l’amore che provo per questo Paese, che è la mia casa, è indescrivibile. E non permetterò a nessuno di metterlo in discussione”.
Il sostegno del Monviso Volley
Non si è fatta attendere la solidarietà del Monviso Volley nei confronti della sua atleta. Il club piemontese ha preso fermamente le distanze “da quanto accaduto ieri sera sugli spalti in occasione della gara contro Macerata, dove si sono verificate manifestazioni di dissenso da parte di una minoranza del pubblico, non in linea con i valori dello sport e con i principi che
da sempre guidano la nostra società”. La società pinerolese ha espresso vicinanza alla sua atleta: “Monviso Volley ritiene inaccettabili atteggiamenti che travalichino il rispetto della persona e dell’atleta, soprattutto quando questi si trasformano in contestazioni personali o in pressioni dannose per il clima sportivo. La Società desidera esprimere piena solidarietà e sostegno all’atleta di Adhu Malual, che ogni giorno dimostra impegno, professionalità e dedizione al progetto sportivo, condividendo con la squadra responsabilità, successi e momenti di difficoltà che fanno parte di ogni percorso competitivo”.
Solidarietà ad Adhuoljok Malual è stata espressa anche dal presidente della Lega Volley Femminile, Mauro Fabris: “Quanto accaduto ieri sera in occasione della partita del Campionato di Serie A1 femminile tra la Wash4Green Monviso Volley e la Cbf Balducci Hr Macerata, come denunciato oggi da Adhu Malual, apostrofata anche con espressioni razziste a commento della sua prestazione in campo, è totalmente inaccettabile – ha attaccato Fabris -. Come Lega Pallavolo Serie A Femminile condanniamo tali comportamenti ed esprimiamo solidarietà all’atleta e alla sua famiglia. Chiederemo l’intervento del giudice di Lega per verificare quanto accaduto e chiederemo alla Federazione di informarsi con gli arbitri, presenti sul campo, per un loro giudizio sui fatti. In ogni caso crediamo che Monviso Volley sia in grado di individuare i responsabili di questa vicenda indegna e proibire loro l’accesso in futuro al palazzetto. La Lega ha sempre combattuto episodi di razzismo, intolleranza e violenza, verbale e non. Nel nostro campionato giocano atlete da tutto il mondo, di 40 nazioni diverse, con credi religiosi e culture differenti, senza
che mai si registrino episodi simili. Il nostro è il Campionato più bello del mondo anche perché ha saputo valorizzare ciascuna di queste straordinarie atlete”.
(da agenzie)

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IL GRAN CAOS DELLA MANOVRA, DE ANGELIS: “ASSISTIAMO AL PASSAGGIO DAL CENTRODESTRA DELLA REGINA COI SUOI VASSALLI A UNA CLASSICA COALIZIONE CON ALLEATI RIOTTOSI E LITIGIOSI, VERTICI DI EMERGENZA, ‘ESIGENZE DI CHIARIMENTO’, ‘PASSI INDIETRO’

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

UN ALLEATO, TAJANI, È MESSO IN DISCUSSIONE DALLA REAL CASA BERLUSCONIANA. L’ALTRO, SALVINI, SI E’ RINGALLUZZITO MA CONTINUA A PERDERE CONSENSI

Mai si era vista una tale confusione, nemmeno ai tempi del pentapartito morente o dell’ottovolante gialloverde in orbita. Sulla manovra si chiuderà coi botti di Capodanno, degno finale dei fuochi d’artificio sparati in questi giorni.
Neanche tanto a salve, con Giancarlo Giorgetti sfiduciato dal suo partito e costretto, ieri, a un pubblico dietrofront con confusione incorporata sulle ennesime nuove misure annunciate. Il vero ministro dell’Economia della Lega ormai è Claudio Borghi, impegnato a evitare la Caporetto sulle pensioni, in una manovra che è già un insuccesso tra rottamazione troppo “mini”, flat tax scomparsa dai radar e canone Rai bocciato.
Sul “decreto armi”, invece, quello che consente di mandare gli aiuti all’Ucraina senza passare dal Parlamento, si chiuderà solo al cdm previsto per il 29 dicembre. Anche qui, all’ultimo momento utile. E, per svelenire il clima, nelle dichiarazioni pubbliche è scomparsa la parola “armi”.
Insomma, è la fotografia di un collo di bottiglia: rinvii, incertezze, nodi non sciolti su due dossier cruciali. Che ci racconta un paio di questioni politiche non proprio banali. La prima è che, con tutte le difficoltà del caso, Giorgia Meloni, come dall’inizio della legislatura, è molto più forte sulla politica estera che su quella interna, paradosso del sovranismo nostrano. Al Consiglio europeo di Bruxelles è stata abile a sfruttare la congiuntura astrale che ha portato al crollo del Muro di Berlino sugli Eurobond, anche grazie alla posizione assunta di Victor Orban.
La seconda è che, nella dimensione domestica, è finita la “monarchia”, formula che prendiamo a prestito da Marco Follini. All’inizio degli anni Duemila, da segretario dell’Udc, assieme agli alleati, impose al sovrano di Arcore tutta la ritualità tradizionale del logoramento, dalle dimissioni di Giulio Tremonti allora ministro dell’Economia a un bis di governo.
La situazione, oggi, non è così grave però quello a cui siamo assistendo è il passaggio dal centrodestra della Regina coi suoi vassalli a una classica coalizione con alleati riottosi e litigiosi, vertici di emergenza, “esigenze di chiarimento”, “passi indietro”. Ci mancano solo “fase due”, “cabina di regia” e “cambio di passo”, e il vocabolario è completo.
Ecco, la ragione è che un alleato, Antonio Tajani, è messo in discussione dalla Real Casa, attraverso il governatore della Calabria, il genio guastatori in attesa che prima o poi arrivi un “erede” dal cognome Berlusconi a miracol mostrare. Ed è chiaro che, in questo clima, le truppe parlamentari siano un po’ fuori controllo.
Ma è l’altro, Matteo Salvini, ad essersi davvero ringalluzzito, e non poco. Diciamocelo, Giorgetti, in questa storia, era la nuora cui parlare per far intendere alla suocera, ovvero Giorgia Meloni, che la musica è cambiata. Che spasso vedere, l’altro giorno, il suo capogruppo leghista Massimiliano Romeo che saltellava in salone Garibaldi dicendo “è tornato il celodurismo lombardo”.
Per i meno giovani, l’espressione risale a quando Umberto Bossi, in uno storico comizio del 1996, incantò i presenti col famoso: “La Lega ce l’ha duro”. Aveva rotto con Berlusconi e gli fece perdere le successive elezioni.
La ragione, di cotanta eccitazione salviniana, è duplice. Riguarda ovviamente il contesto internazionale. Tra i marosi del trump-putinismo, diventati sempre più minacciosi per i vascelli europei, ha ritrovato l’onda più congeniale.
Ma è l’assoluzione definitiva nel processo Open Arms ad avergli
fornito un asset importante per tornare a sognare in grande in un partito che, sia pur non platealmente, lo ha messo in discussione (vai alla voce: Luca Zaia). L’obiettivo lo ha esplicitato proprio commentando la sentenza: “Se nel 2027 gli italiani ci risceglieranno, potrei tornare al Viminale”.
Sogna la rivincita. Il ritorno in serie A: ruspe, come quelle invocate su Askatasuna, e porti chiusi, dopo anni di pedemontane e di un Ponte che non vedrà mai i piloni.
Ora cioè è venuto meno l’ostacolo formale utilizzato per il veto all’Interno, la cui vera ragione sostanziale erano i suoi rapporti filo russi, anch’essi più complicati da gestire nel mondo di Trump. Vabbè, ci siamo capiti. Benvenuti nella Repubblica del centrodestra.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”

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LA SONORA STRONCATURA DELL’ARMATA BRANCAMELONI VERGATA DALL’INTELLETTUALE DI DESTRA MARCELLO VENEZIANI: “DA QUANDO È AL GOVERNO LA DESTRA NON È CAMBIATO NULLA NELLA NOSTRA VITA DI ITALIANI, DI CITTADINI, DI CONTRIBUENTI, TUTTO È RIMASTO NELLA MEDIOCRITÀ GENERALE. SOLO VAGHI ANNUNCI, TANTA FUFFA, UN PO’ DI RETORICA COMIZIALE E QUALCHE IPOCRISIA. NON SAPREI INDICARE QUALCOSA DI RILEVANTE CHE DICA, NEL BENE O NEL MALE: DA QUI È PASSATA LA DESTRA”

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

“C’È MELONI, SOLO LEI, IL RESTO È CONTORNO E COMPARSE. PER MANTENERE IL CONSENSO HA GIOCATO DI RIMESSA”

Da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di «intellettuali», di «patrioti» e di uomini «di destra». Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream.
Non saprei indicare qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra – sovranista, nazionale, sociale, patriottica, popolare, conservatrice o che volete voi – e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo.
Lo diciamo senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo più volentieri taciuto, occupandoci d’altro; lo scriviamo solo per non sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e ragionato della situazione. Le campagne propagandistiche filogovernative e antigovernative raccontano trionfi e catastrofi che non ci sono, sceneggiano paradisi o inferni inverosimili: prevale il purgatorio della routine
Mediocritas, plumbea o aurea, senza tracolli. Nulla di significativo e di sostanziale è cambiato nella vita di ogni giorno, negli assetti del Paese, nella politica estera ma anche sul piano delle idee, della cultura e degli orientamenti pubblici e perfino televisivi, eccetto l’inchino al governo; tutto è rimasto come prima, salvo le naturali, fisiologiche evoluzioni e involuzioni. E in Rai? Ancora Vespa, Benigni e Sanremo, per dirla in breve.
Niente di nuovo, da nessuna parte.
Solo vaghi annunci, tanta fuffa, piccole affermazioni simboliche, del tipo «l’oro è del popolo italiano», un po’ di retorica comiziale e qualche ipocrisia.
Non è emerso alcun astro nascente, nessuna nuova promessa in ambito politico, mediatico, culturale o nella pubblica amministrazione. C’è lei, solo lei, il resto è contorno e comparse.
Chi assegna ancora qualche valore alle appartenenze politiche deve abituarsi a considerarle esattamente come le passioni sportive: puoi tifare per una squadra come per un partito, per un tennista come per un leader, ma sai che se vince o se perde non cambia nulla nella realtà, nella tua vita e in quella pubblica.
Non siamo delusi da questa assenza di svolta perché non ci eravamo mai illusi; sin da prima delle elezioni e poi quando s’insediò al governo la Meloni avvertimmo che non sarebbe cambiato nulla di sostanziale, nessuna svolta a destra era all’orizzonte né avrebbe mai potuto esserci; per andare al governo e per restarvi, la Meloni avrebbe seguito alcune linee obbligate e rinunciato ad altre battaglie politiche annunciate quando era all’opposizione, magari lasciandole balenare ancora solo nei comizi. Insomma avrebbe seguito e rispettato gli assetti interni e internazionali e le direttive, si sarebbe attenuta alla linea Draghi, e nei comportamenti avrebbe adottato uno stile mimetico di tipo democristiano. Così è stato.
Per mantenere il consenso ha giocato di rimessa, puntando sugli errori e le intolleranze della sinistra che creano ondate di rigetto e di solidarietà con chi ne è vittima. Del resto non c’era nemmeno una classe dirigente adeguata alla sfida e in grado di poter cambiare veramente il corso delle cose.
Ma anche chi oggi la contesta dall’opposizione non avrebbe fatto diversamente se fosse stato al governo, si sarebbe attenuto alle direttive dominanti, avrebbe seguito le stesse linee di fondo.
L’unica vera novità politica deriva da un riflesso d’oltreoceano: l’elezione di Donald Trump nel bene e nel male ha ridisegnato il campo e gli scenari. A livello internazionale, quell’elezione ha aumentato il peso della Meloni, come sponda europea dell’Atlantico, e lei si è barcamenata a livello internazionale tra le due linee. Ma il peso dell’Italia resta relativo e permane la doppia dipendenza euroatlantica. Il margine di autonomia è tutto nel sapersi destreggiare tra le due sponde. Una sola raccomandazione: si tenga almeno lontana dallo scellerato eurobellicismo.
Per la Meloni è una situazione favorevole che non ha precedenti, che le garantisce la navigazione fino a conclusione della legislatura, durata e stabilità, salvo inciampi e imboscate; prima di lei i cicli politici non sono durati più di tre anni (Renzi, Conte, Draghi più altre più brevi meteore).
Mezza Italia non va a votare ma in quell’altra metà la Meloni con la sua coalizione riesce a prevalere. Tre quarti del popolo italiano, dice il Censis, non crede più alla politica.
È nato un nuovo populismo anti politico. È questo l’ultimo stadio del populismo, quello di chi diffida ormai della politica e se ne tiene alla larga. Ma questo malumore generale vive nella sua dimensione privata e individuale, senza sbocchi politici.
La politica tramonta, come è tramontata la religione, e pure l’amor patrio e ogni altra appartenenza significativa; il nuovo populismo anti politico si fa virale ma molecolare, miscredente e autoreferenziale.
Tutti lasciano la piazza, ognuno se ne va per conto suo. Non crediamo, come taluni sostengono, che la Meloni, appena varcata la soglia dei 50 anni, età minima per candidarsi, abbia in mente di puntare al Quirinale dopo il lungo regno di Mattarella; sarebbe un salto prematuro, quasi un prepensionamento precoce, che avrebbe senso solo con una riforma presidenzialista: ma non è alle viste, mentre l’ipotesi di rafforzare il premierato è concreta, trova consensi trasversali e conferma che il progetto meloniano sia quello di restare ancora a Palazzo Chigi, con maggiori poteri. Peraltro non è mai accaduto che un vero leader politico in Italia sia diventato capo dello Stato: nessuno nella decina di leader e premier forti che abbiamo avuto nella nostra storia repubblicana è mai diventato presidente della Repubblica.
Con questa analisi disincantata sappiamo di scontentare sia i lettori che sostengono con entusiasmo o quantomeno con fedeltà di schieramento la Meloni e il suo governo; sia quanti, viceversa,
trovano troppo indulgenti e benevoli i nostri giudizi sul governo Meloni che ai loro occhi avrebbe invece tradito gli italiani e le sue promesse.
Questo dissenso bilaterale tra i lettori ci spinge ancor più a parlare sempre meno di politica e di governo; ma riteniamo che sia nostro primo dovere, una tantum, dire ciò che ai nostri occhi ci sembra essere la verità della situazione. Possiamo sbagliarci, naturalmente, ma ci rifiutiamo di fingere e di ingannare. Se poi ad altri fa piacere credere alle fiabe, fatti loro.
Marcello Veneziani
per “La Verità”

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