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DECRETO ARMI PER KIEV, CROSETTO STOPPA LA LEGA: “SERVONO PER SALVARLI”

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL TESTO ALL’ESAME DEL CDM DEL 29 DICEMBRE

Niente armi «offensive» all’Ucraina. E via libera solo a forniture «difensive». A proporre nelle ultime ore un vincolo tanto stringente è la Lega, per bocca del plenipotenziario salviniano al Copasir, Claudio Borghi. È lui a teorizzare la tagliola. Uno sgarbo a Kiev, che è poi anche segnale distensivo verso Vladimir Putin. Il pretesto è il prossimo decreto che garantisce per il 2026 copertura all’invio di materiale bellico all’Ucraina.
Il testo è ostaggio delle pretese leghiste. In queste stesse ore, tocca a Guido Crosetto provare a difendere la filosofia del provvedimento. Il titolare della Difesa fatica a comprendere il senso della pretesa. E vuole evitare che il Carroccio sterilizzi gli aiuti, costringendo l’Italia a mandare segnali quasi ammiccanti verso Mosca. Per lui, ad esempio, non ha molto senso distinguere tra armi offensive e difensive, perché quando si è sotto attacco nessuna arma può considerarsi offensiva: serve appunto a difendersi. A chi gli domanda del pressing della Lega, risponde così: «Non capisco cosa significa che l’Ucraina non può vincere la guerra. Io, come sa benissimo Borghi che mi ascolta da tre anni al Copasir, ho sempre detto che per la Russia vincere significa occupare pezzi di un’altra nazione, per l’Ucraina vincere significa sopravvivere ed impedire a Putin di schiacciarla completamente».
Il sostegno anche militare a Kiev è quindi doveroso, per il responsabile della Difesa. E deve significare anche soccorso militare, per far sì che la legge del più forte non schiacci una nazione sovrana. «Negli ultimi due anni – ricorda Crosetto sempre rivolgendosi al Carroccio – la Russia ha conquistato un 2% di territorio ucraino in più, costringendo al sacrificio più di
un milione di russi ed ucraini in questa folle contrapposizione che nessuno voleva. E a chi sostiene che l’Europa provocava, ricordo che l’Europa era diventata il partner economico di riferimento della Russia». Un’altra stoccata a Salvini, che reclamò a lungo la fine del regime sanzionatorio contro Mosca dopo l’invasione della Crimea.
Questa è dunque l’aria che si respira nell’esecutivo, alla vigilia del varo del decreto. Su Repubblica, Alfredo Mantovano ha annunciato che nel testo sarà indicata anche la natura civile degli aiuti a Kiev. Un compromesso che non sembra bastare alla Lega, che avanza richieste più radicali: «Si sta lavorando ad una discontinuità con i precedenti decreti armi – sostiene Claudio Borghi – Oltre agli aiuti civili, prioritari, l’ipotesi è continuare a supportare in più modi Kiev, ma indirizzarsi verso l’invio di strumentazioni solo difensive come i sistemi antiaerei e equipaggiamenti mirati alla difesa, a differenza di quanto è avvenuto finora».
È una “selezione” che difficilmente Giorgia Meloni potrà accettare. E che di certo Crosetto non sembra considerare ragionevole. Il tempo per approvare il decreto stringe, visto che esistono due soli consigli dei ministri a disposizione: lunedì 22 e lunedì 29 dicembre. L’orientamento è dare il via libera due giorni prima di Capodanno. Per avere tempo di limare ancora, per trattare. Sui social, il senatore dem Filippo Sensi sfida l’esecutivo: « Mi raccomando, Meloni: il decreto armi facciamolo tardi e vuoto, i morti non ne hanno più bisogno». A lui risponde proprio il ministro della Difesa: «Farlo il primo o il 29 dicembre non cambia nulla, perché entra immediatamente in
vigore e ci basta che lo sia il primo gennaio. Farlo più tardi possibile è solo un modo per avere più tempo per la conversione».
(da agenzie)

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SUL CASO EPSTEIN TRUMP RISCHIA GROSSO

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

SENATORE DEM PROMETTE UN’INDAGINE SULLA DIVULGAZIONE DEI FILE EPSTEIN

Il democratico Dick Durbin, membro di spicco della commissione Giustizia del Senato americano, ha promesso di indagare sulla divulgazione dei file Epstein definendola “una violazione della legge”.
“Ieri avrebbe potuto essere una vittoria per le vittime e per la trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica. Non lo è stata. Dopo aver gestito in modo inadeguato i documenti di Epstein per tutto l’anno, l’amministrazione Trump sta ora violando la legge federale per proteggere i ricchi e i potenti”, ha attaccato il senatore.
“Ci è voluto un atto del Congresso per costringere Pam Bondi, Kash Patel e Dan Bongino a prendere in considerazione l’idea di rendere giustizia. Avevano una scelta: le vittime o Donald Trump. Hanno scelto quest’ultimo”, ha dichiarato Durbin. “I democratici della commissione Giustizia del Senato indagheranno su questa violazione della legge e si assicureranno che il popolo americano ne sia a conoscenza”, ha concluso
I democratici stanno affilando i coltelli contro il Dipartimento di Giustizia di Trump dopo che venerdì sono stati resi pubblici i documenti sul caso Epstein, in cui Trump è stranamente assente.
“Thomas Massie ed io stiamo redigendo gli articoli per l’impeachment e per oltraggio alla Corte”, ha dichiarato venerdì il deputato Ro Khanna, procuratore generale di Pam Bondi, durante il programma The Source con Kaitlin Collins. “Non abbiamo ancora deciso se procedere”.
Khanna, co-promotore dell’Epstein Files Transparency Act insieme al deputato repubblicano Thomas Massie, ha dichiarato che lui e Massie hanno messo nel mirino i vertici del Dipartimento di Giustizia dopo la pubblicazione venerdì dei documenti sul caso Epstein, pesantemente censurati e favorevoli alla Clinton.
Il rilascio non includeva tutti i fascicoli Epstein. Il viceprocuratore generale Todd Blanche ha affermato che nei prossimi giorni saranno resi pubblici altri documenti, in apparente violazione dell’Epstein Files Transparency Act, che richiedeva il rilascio di tutti i fascicoli entro il 19 dicembre. […]
Un tentativo di impeachment contro Bondi, Blanche e qualsiasi altro alto funzionario del Dipartimento di Giustizia metterebbe alla prova la lealtà dei repubblicani del Congresso, la maggior parte dei quali non ha firmato la petizione che ha costretto al voto sull’Epstein Files Transparency Act, ma ha votato quasi all’unanimità per approvarlo.
Il rilascio di venerdì è avvenuto dopo settimane di notizie secondo cui il Dipartimento di Giustizia stava cercando affannosamente di cancellare i file su Epstein senza una guida
legale adeguata.
L’Epstein Files Transparency Act stabilisce che il Dipartimento di Giustizia “è autorizzato a non divulgare alcune informazioni, come i dati personali delle vittime e il materiale che potrebbe compromettere un’indagine federale in corso”.
Inoltre, “entro 15 giorni dalla pubblicazione richiesta, il Dipartimento di Giustizia deve riferire al Congresso (1) tutte le categorie di informazioni divulgate e nascoste, (2) una sintesi di eventuali omissioni effettuate e (3) un elenco di tutti i funzionari governativi e le persone politicamente esposte citati o menzionati nei materiali pubblicati”.
Il comunicato diffuso venerdì dal Dipartimento di Giustizia includeva intere pagine di testo censurato e alcune fotografie in cui l’unica persona ritratta era stata oscurata. Le foto pubblicate ritraevano l’ex presidente Bill Clinton, 79 anni, e altre celebrità mentre festeggiavano con Epstein e donne censurate, sollevando interrogativi sulla selezione dei file pubblicati da parte del Dipartimento di Giustizia.
In particolare, il presidente Donald Trump, 79 anni, non appariva in nessuna delle fotografie pubblicate, nonostante la sua amicizia con Epstein fosse nota da anni. Le immagini della tenuta di Epstein, pubblicate dai Democratici della Commissione di Vigilanza della Camera una settimana prima della pubblicazione del Dipartimento di Giustizia di venerdì, mostravano diverse fotografie di Trump che festeggiava con giovani donne e fraternizzava con Epstein.
Le omissioni e le discrepanze tra il documento pubblicato venerdì e quello pubblicato dai democratici della commissione di
controllo hanno suscitato il sospetto bipartisan che il Dipartimento di Giustizia stesse facendo del suo meglio per proteggere Donald Trump e i suoi collaboratori, pur rispettando tecnicamente la legge.
Trump ha criticato aspramente la pubblicazione dei documenti su Epstein, descrivendola come una bufala dei democratici. Solo dopo che il Congresso ha votato a stragrande maggioranza a favore della loro pubblicazione, Trump ha firmato con riluttanza l’Epstein Files Transparency Act.
I vertici del Dipartimento di Giustizia, tra cui il procuratore generale Pam Bondi, 60 anni, e il direttore dell’FBI Kash Patel, 45 anni, hanno cercato per mesi di minimizzare l’importanza dei documenti su Epstein, con la Bondi che a giugno è arrivata addirittura ad affermare che la pubblicazione di ulteriori documenti non era “appropriata né giustificata”. Un mese dopo, sono emerse notizie secondo cui la Bondi avrebbe detto a Trump che il suo nome era presente nei documenti.
Patel, nel frattempo, ha scioccato i sopravvissuti di Epstein testimoniando davanti al Congresso che non c’erano prove che suggerissero che Epstein avesse trafficato donne per conto di qualcun altro oltre che per sé stesso.
(da agenzie)

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CONFLITTO IN UCRAINA, ITALIA DIVISI SUGLI AIUTI, PER IL 50% LA NOSTRA DIFESA NON E’ ADEGUATA

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

QUASI 4 SU 10 SONO FAVOREVOLI AL SUPPORTO ECONOMICO MA CONTRARI ALL’INVIO DI MILITARI

Gli italiani si chiedono sempre più spesso come andrà a finire la lunga guerra in Ucraina. Un conflitto che, a quasi tre anni dall’inizio dell’invasione russa, continua a produrre un sentimento diffuso fatto di attesa e timore: attesa per capire come evolverà la situazione, timore per le possibili conseguenze, anche inattese, che potrebbero toccare direttamente il nostro Paese.
Non è un gioco di parole né un esercizio retorico: da quel febbraio 2022 nulla è più tornato davvero come prima, né in Europa né nel mondo.
Secondo il sondaggio di Only Numbers per la trasmissione Realpolitik, il 55,6% degli italiani è convinto che l’Italia debba continuare a sostenere l’Ucraina, ma si tratta di un dato tutt’altro che monolitico. Il 37,1% ritiene giusto supportare Volodymyr Zelensky, ponendo però un limite chiaro e invalicabile: nessun invio di soldati italiani sul terreno, i cosiddetti boots on the ground; un ulteriore 18,5% invece considera il sostegno un obbligo derivante dall’appartenenza alle alleanze internazionali, anche a rischio di un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Su questo punto sul fronte opposto, emergono fratture politiche
significative. Il 64,9% degli elettori della Lega si dichiara contrario al sostegno all’Ucraina, posizione condivisa dal 40,0% dei sostenitori del Movimento 5 Stelle.
La guerra, dunque, continua a dividere non solo l’opinione pubblica, ma anche l’elettorato lungo linee sempre più identitarie e strategiche. A rendere il quadro ancora più complesso è la percezione della nostra sicurezza nazionale.
Un cittadino su due (50,0%) ritiene che le nostre Forze Armate e gli armamenti italiani non siano pronti né adeguati a difendere il Paese da un eventuale attacco. Quando si evocano scenari gravi -terrorismo, cyber-attacchi, crisi su larga scala- il giudizio diventa molto severo: mezzi insufficienti, burocrazia lenta, coordinamento carente tra politica e apparato istituzionale… Sicuramente in questo contesto pesa molto la narrazione mediatica e politica, che spesso descrive l’Italia come poco armata, poco preparata, capace soprattutto di improvvisare e reagire, più che di prevenire.
Una rappresentazione che tuttavia semplifica una realtà decisamente più complessa. Eppure, accanto a queste paure, emerge un dato che potrebbe sembrare contraddittorio: se solo il 30,5% degli italiani si dice convinto che il Paese sia realmente pronto a difendersi, le Forze Armate godono di un indice di fiducia pari al 61,3%.
Una fiducia che nasce dal contatto diretto, dalla presenza quotidiana sul territorio di carabinieri, polizia, esercito impegnato nelle “zone rosse” delle città, nel controllo, nella sicurezza e nella gestione delle emergenze. È una fiducia relazionale, costruita sull’esperienza concreta più che sulla
valutazione strategica. Nel confronto con altri Paesi europei -Germania, Francia, Spagna, Regno Unito- l’Italia non appare un’eccezione: la preoccupazione per la preparazione strategica è diffusa ovunque; tuttavia, nel nostro caso emerge una percezione più accentuata di vulnerabilità, come se il senso di fragilità fosse diventato un tratto distintivo. Questa apparente contraddizione racconta molto del momento storico che stiamo vivendo.
Gli italiani si fidano degli uomini e delle donne in divisa, ma faticano ad avere fiducia nel sistema nel suo insieme. È il segnale di una società che riconosce il valore del servizio e del sacrificio, ma chiede con forza una politica più chiara, più coesa e capace di visione. Di fronte a una guerra che tocca direttamente l’equilibrio europeo e mondiale, la politica italiana mostra invece tutta la sua difficoltà a essere compatta e strategica. Prevale spesso la divisione, la tentazione di usare il conflitto come terreno di scontro interno, più per mettere in difficoltà l’avversario che per costruire una posizione credibile e condivisa. Tuttavia, questo non è un gioco che riguarda solo chi aderisce a questo o a quel partito: è una responsabilità che coinvolge tutti, perché in gioco non c’è il consenso immediato, bensì la sicurezza collettiva.
Gli slogan sono semplici, evocativi, rassicuranti nel breve periodo. La protezione reale del cittadino, invece, è silenziosa, complessa, poco spendibile in campagna elettorale. Non porta applausi immediati né voti facili, ma esiste, ed è proprio quella che fa la differenza quando le crisi diventano realtà. E forse è da qui che dovrebbe ripartire il dibattito pubblico: dalla consapevolezza che la sicurezza non è una bandiera da
sventolare, ma una responsabilità da esercitare, anche quando non conviene.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)

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MASSIMO CACCIARI: “SBAGLIATO NON REGOLARIZZARE LE OCCUPAZIONI, GLI SGOMBERI CREANO SOLO FRUSTRAZIONE”

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL FILOSOFO: “SPAZI COME QUELLI SONO DI INTERESSE SOCIALE”

Le occupazioni? È stato un errore non regolarizzarle in passato. Massimo Cacciari è un filosofo, un saggista, un opinionista. Ma è anche stato sindaco di Venezia per due mandati. Le occupazioni le ha vissute e gestite.
A Torino è appena terminata la manifestazione di protesta contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Ci sono stati ancora una volta scontri, peraltro ampiamente annunciati. Che cosa ci dice questo sulla situazione dei centri sociali in Italia?
«Nulla di nuovo. Gli sgomberi dei centri sociali sono sempre avvenuti e sempre avverranno con manifestazioni di protesta. Almeno finché ci saranno dei centri sociali in Italia. Ormai sono in calo rispetto al passato, rappresentavano una delle manifestazioni dei movimenti giovanili fino a qualche anno fa».
E vengono sgomberati. Ci sono stati diversi sgomberi a Roma, a Milano il Leoncavallo e ora a Torino Askatasuna.
«Si sgombera laddove prima le amministrazioni comunali non si siano invece cautelate anche dal rischio di manifestazioni, scontri, eccetera, sistemando le cose. Come feci io a Venezia».
E come fece a Venezia?
«Molto semplice. A chi voleva occupare dissi che gli edifici non si occupano. È, però, interesse anche della città che ci sia un centro di ricreazione, di discussione giovanile. Per realizzarlo il Comune deve fare un bando pubblico. A questo bando può partecipare chi vuole, di destra o di sinistra. Gli uffici competenti valutano, poi, tra i partecipanti chi corrisponde meglio ai requisiti previsti. In questo modo si trasforma il centro sociale in un organismo culturale di interesse sociale per la città. Questa era la cosa che andava fatta durante gli scorsi decenni. Credo che sia stata realizzata solo a Venezia».
Quindi lei non avrebbe firmato un patto come ha fatto il comune di Torino, andando oltre le irregolarità?
«Ho fatto quello che le ho detto, un bando in una sede che era irregolarmente occupata, dove in qualsiasi momento potevano crearsi problemi con l’illegittimo proprietario o anche con la Corte dei Conti. Può piacere o non piacere, ma sono situazioni irregolari. I comuni avevano tutte le possibilità di regolarizzarle, non lo hanno fatto ed hanno fatto malissimo».
Chi sostiene gli attivisti dei centri sociali, li descrive come bravi ragazzi che fanno solo politica, dicendo che sgomberarli significa imbavagliare il dissenso. È d’accordo?
«Sì, sono d’accordo, perché nella stragrande maggioranza dei casi, come per esempio qui a Milano al Leoncavallo, non solo non facevano male a nessuno, ma realizzavano qualcosa di positivo. Erano centri di aggregazione di alcuni settori giovanili in modo assolutamente pacifico, con dibattiti e discussioni, a cui qualche volta ho partecipato pure io. Ormai sono una minoranza che non ha più la forza e le dimensioni di qualche decennio fa, nel bene e nel male».
Quindi non andrebbero sgomberati. Ma allora come li si gestisce?
«Sgomberarli e basta è un errore. Dopo dove vanno, che cosa fanno? Mandarli via significa creare motivi di frustrazione, di dissenso, di polemica. E vuol dire rendere ancora più difficile la condizione giovanile nel nostro Paese. I luoghi occupati andrebbero regolarizzati, riconoscendo la funzione sociale che la gran parte di loro ha svolto in questi anni».
Una funzione sociale tradita in diverse occasioni da parte di Askatasuna, a partire dall’assalto alla redazione della Stampa a Torino.
«In questo caso ci stiamo riferendo a un aspetto diverso rispetto al discorso che ho appena fatto. Non si deve organizzare un assalto alle redazioni dei giornali, anche se sono giornali – tra virgolette – nemici. Sono comportamenti che non corrispondono neanche minimamente all’interesse di un centro sociale che voglia poi continuare a svolgere le sue attività culturali e politiche. Si rende, invece, soltanto più difficile la sopravvivenza del centro sociale, in particolare in una situazione generale, culturale e politica come l’attuale che non è certo la più favorevole né ai giovani in generale, né ai movimenti culturali e politici giovanili».
Il ministro degli Esteri Tajani la pensa come Pasolini. Parlando degli attivisti di Askatasuna ha ricordato che sono «figli di papà che se la prendono con i figli del popolo, che stanno lì a mantenere la libertà, a difendere la democrazia e la sicurezza dei cittadini». Che ne pensa?
«Tajani si vergogni anche a pronunciare solo il nome di Pasolini. Se desidera facciamo un confronto su chi è stato Pasolini, su che cosa ha scritto, cosa ha fatto, su come va interpretata anche la sua disperazione rispetto al crollo di determinate culture, di determinati valori nel nostro Paese. Il suo è un discorso contro i Tajani, non contro il movimento studentesco».
I militanti di CasaPound sostengono che loro non devono essere sgomberati perché non hanno nulla a che vedere con chi si rende protagonista di episodi di violenza.
«Direi che nel caso di CasaPound c’è un’area di rispetto».
(da La Stampa)

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LA FONDAZIONE AGNELLI LANCIA L’ALLARME: A OTTO MESI DALLA FINE DEL PNRR, LO STATO DI AVANZAMENTO DEI PROGETTI DEL PIANO PER L’ISTRUZIONE (ASILI, SCUOLA, UNIVERSITÀ) È IN “IN PREOCCUPANTE RITARDO”

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

A OTTOBRE ERA STATO SPESO APPENA IL 36,6% DEI FONDI ASSEGNATI DALL’EUROPA E NEGLI ULTIMI QUATTRO MESI LA MESSA A TERRA È AVANZATA SOLO DEL 2,3%

A otto mesi dalla fine del piano, scadenza entro la quale tutti gli obiettivi devono essere raggiunti, lo stato di avanzamento delle misure del Pnrr per l’istruzione, e cioè per asili, scuola, università, è in «forte ritardo». Anzi, «in preoccupante ritardo».
Dai dati pubblici più aggiornati (ottobre 2025) resi noti dal governo, la percentuale di spesa effettuata, rispetto al finanziamento assegnato attraverso i fondi europei, è del 36,6%. E in 4 mesi, rispetto dunque al precedente aggiornamento del giugno 2025, è cresciuta solo del 2,3%. Si procede a lumaca.
A raccontare intoppi e lentezze è un report della Fondazione Agnelli realizzato con il contributo di Alberto Zanardi e Riccardo Secomandi (università di Bologna e Ferrara), che spiega anche quali siano gli ambiti in cui si è speso di più: borse di studio, scuole 4.0, laboratori, edilizia. E quelli in cui si è finora speso meno: nuovi linguaggi e competenze, didattica digitale.
Un caso a sé è la misura per gli studentati: la spesa risulta pari a zero. Con la revisione del piano, gli obiettivi sono stati dimezzati e il target è slittato dalla creazione di posti letto al trasferimento di risorse a gestori finanziari, insieme alla firma della concessione dei contributi ai beneficiari.
Quanto agli asili nido, in origine la misura più importante per scopi e stanziamenti, la percentuale di finanziamento per progetti in chiusura o già conclusi è, a livello nazionale, molto bassa; il 13%. «Un dato — dice Fondazione Agnelli — che rafforza il timore di non riuscire a costruire tutti i nuovi posti per l’infanzia entro giugno 2026».
E che mostra un’Italia a più velocità: il Nord sopra la media, il Lazio con appena il 6% di risorse assegnate ai progetti pronti o in arrivo e il Sud con oltre il 90% dei fondi per strutture da finire.
(da agenzie)

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GLI ITALIANI COME SPENDERANNO LA TREDICESIMA? NELLE TASCHE DEI LAVORATORI SONO ARRIVATI 52,5 MILIARDI, MA SOLO UN ITALIANO SU DUE USERÀ LA CIFRA PER I REGALI DI NATALE

Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL 36% SBORSERA’ TRA I 100 E I 300 EURO PER I DONI, MENTRE IL 29% TRA I 300 E I 500 EURO – IL 31%, INVECE, SFRUTTERA’ LA TREDICESIMA PER INCREMENTARE IL RISPARMIO E IL 20% LA DESTINERÀ A BOLLETTE E PAGAMENTI ARRETRATI

Nelle tasche degli italiani sono arrivate 52,5 miliardi di tredicesime con un aumento dell’1,2 sul 2024 ma solo uno su due la userà per i regali, mentre cresce la quota di chi la destina al risparmio e alle spese obbligate. E’ quanto emerge da un sondaggio Ipsos Confesercenti sull’utilizzo della mensilità aggiuntiva per circa 36 milioni di italiani pensionati e dipendenti.
Il 50% indica i regali come destinazione prioritaria, con una punta nel Mezzogiorno (59%). Accanto ai doni, tengono le altre spese festive (22%) e i viaggi (23%). Ma cresce anche la componente prudenziale: il 31% userà la tredicesima per incrementare il risparmio e il 20% la destinerà a bollette e pagamenti arretrati.
A questa linea di cautela si affiancano altre spese obbligate e voci di gestione del bilancio: l’11% la userà per pagare mutui o finanziamenti e il 14% per la salute. Restano poi quote non trascurabili di utilizzo “funzionale”: il 21% indica spese per la casa, il 18% altri acquisti di beni o servizi e il 9% la destinerebbe a investimenti. Anche i saldi entrano già nei piani: il 27% prevede acquisti a gennaio usando risorse della tredicesima.
“La tredicesima – spiega Confesercenti- tiene insieme due Italie: quella che fa partire le spese di fine anno e quella che prova a mettere ordine nei conti. È un segnale chiaro: l’aumento dell’occupazione, da solo, non basta se i redditi reali restano compressi e il lavoro, dipendente e autonomo, continua a impoverirsi. Per rimettere in moto i consumi in modo stabile bisogna accelerare il recupero potere d’acquisto, riducendo il peso fiscale e sostenendo la contrattazione di qualità”.
Quali sono i regali e quanto si spende per Natale?
Dai risultati del sondaggio realizzato attraverso i social (352 rispondenti) da Confcommercio Milano, Monza, Lodi e Brianza, emerge che i soldi per la tredicesima verranno soprattutto impiegati (risposta multipla) per spese relative alla casa e alla famiglia, per i regali di Natale e per pagare tasse e bollette. […] Budget di spesa: tra i 100 e i 300 euro per il 36% e fra i 300 e i 500 euro per il 29%; meno di 100 euro per il 16% e tra i 500 e i 1.000 euro per il 15%. Il 4% spenderà oltre i 1.000 euro.
Dove si effettuano gli acquisti natalizi?
Su Internet per il 35%; nella distribuzione organizzata per il 30%; nei punti vendita di prossimità per il 29%, in outlet/spacci aziendali il 6%. Sempre dai risultati del sondaggio: il 91%
trascorrerà Natale prevalentemente nella propria abitazione (prima o seconda casa). Il 9% viaggia: in Italia (55%), all’estero (45%). Pranzo e cena di Natale sarà soprattutto a casa (92%), al ristorante l’8%.
(da .tg24.sky.it)

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MA SI PUÒ LASCIARE PER STRADA UN UOMO CHE HA PERSO IL LAVORO PER ASSISTERE LA MOGLIE MALATA? IN ITALIA SÌ ,GRAZIE AI SEDICENTI “CRISTIANI” SOVRANISTI

Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile

LA TRISTE STORIA DI UN 66ENNE SFRATTATO CON IL FIGLIO 29ENNE DALLA CASA IN CUI HANNO ABITATO PER VENT’ANNI: L’UOMO ERA RIMASTO SENZA OCCUPAZIONE PER ASSISTERE LA COMPAGNA MALATA DI TUMORE, POI MORTA NEL SETTEMBRE DEL 2024 … SENZA STIPENDIO, E CON IL SUSSIDIO DI 490 EURO, NON È RIUSCITO PIÙ A PAGARE L’AFFITTO

Il Sunia Palermo aveva inviato tre giorni fa una lettera alle istituzioni locali e regionali chiedendo di fare di tutto per fermare lo sgombero di oggi, a ridosso di Natale.
E invece stamattina Massimo Corrado Dell’Oglio, 66 anni, e il figlio di 29 anni sono stati sfrattati dalla casa, in via Ferdinando di Giorgi, 4, dove la famiglia risiedeva da vent’anni.
Dell’Oglio è rimasto senza lavoro per assistere la moglie, di 55 anni, malata di tumore e morta nel settembre del 2024. Senza
stipendio, e con il sussidio di 490 euro, non è riuscito più a pagare l’affitto.
“Considerata l’estrema vulnerabilità del nucleo familiare, l’assenza di soluzioni abitative alternative e la documentata condizione di indigenza, avevamo chiesto – affermano il segretario e l’avvocato del Sunia Zaher Darwish e Pietro Brancato – un urgente intervento delle istituzioni per valutare il differimento dell’esecuzione di sfratto e l’attivazione delle misure di assistenza e la sistemazione in un alloggio.
Abbiamo scritto al prefetto, al sindaco, al presidente della Regione, chiedendo di non buttare la famiglia in mezzo alla strada proprio adesso”.
Il drammatico caso sta suscitando reazioni e una gara di solidarietà. Il sindacato degli inquilini della Cgil ha lanciato anche una campagna a sostegno di Massimo Dell’Oglio e del figlio, attraverso il conto corrente del Sunia IT38Y0103004600000002625550 (causale: per Massimo dell’Oglio) aperto a chi volesse contribuire.
“Dell’Oglio stesso – aggiungono Darwish e Brancato – aveva chiesto almeno altri 10 giorni. Avevamo rivolto l’appello anche all’assessore all’Emergenza abitativa.
La soluzione che è stata prospettata per le prossime notti è di rivolgersi a un dormitorio: ma non è una soluzione praticabile, per un uomo che non ha più un centesimo in tasca. Dell’Oglio aveva chiesto aiuto al Comune già a luglio, segnalando la sua difficile situazione. E questa è la risposta che ha ricevuto”.
(da agenzie)

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IL DOSSIER DELLA CIA: “PUTIN VUOLE TUTTA L’UCRAINA E I PAESI BALTICI”

Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile

GLI ANALISTI AMERICANI SMENTISCONO LE BALLE DI TRUMP E DEI PACIFINTI FILO-PUTINIANI… SEI FONTI HANNO CONFERMATO IL RAPPORTO

Nelle stesse ore due fonti di intelligence indicano: il presidente russo Putin vuole tutta l’Ucraina e aspira a un “ritorno” dei Paesi Baltici nell’area di influenza russa. A metterlo nero su bianco sono stati Kirill Budanov, capo del servizi segreto militare ucraino (Gur), e gli analisti della Cia. Se nel primo caso la frase del funzionario – “Il piano originale prevedeva che la Russia fosse pronta a iniziare le operazioni nel 2030. Ora i piani sono stati rivisti aggiornati al 2027” – potrebbe essere tacciata da alcuno osservatori di opportunismo, il dossier dell’intelligence americana arriva in un momento in cui l’amministrazione Usa cerca il dialogo con il Cremlino, con i due presidenti Trump e Putin che, a parte qualche parentesi, si scambiano sorrisi e concordano su come concludere il conflitto in Ucraina.
La Reuters, che per prima ha rilanciato i temi toccati dal report americano, ha ascoltato sei fonti: tutte concordano sul fatto che la Cia giunge a conclusioni opposte rispetto alla Casa Bianca. Putin – secondo gli analisti – non solo non vuole porre fine al conflitto, ma mira a riprendere tutta l’Ucraina e i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) riportandoli sotto il controllo del Cremlino.
“L’intelligence ha sempre pensato che Putin volesse di più”, ha dichiarato Mike Quigley, membro democratico della Commissione Intelligence della Camera, in un’intervista alla Reuters. “Gli europei ne sono convinti. I polacchi ne sono assolutamente convinti. I Paesi baltici pensano di essere i primi”. In questo contesto, l’Estonia, anche per ragioni di confine vive da anni con questo timore, ben prima del febbraio 2022, quando le truppe russe sono entrate in Ucraina.
L’1 ottobre 2024 Frank Gardner, corrispondente della Bbc, ha incontrato il primo ministro estone Kaja Kallas a cui ha chiesto se esista un Piano B dell’Estonia nella prospettiva in cui l’invasione russa in Ucraina dovesse avere successo. “Non abbiamo un piano B per una vittoria russa, perché allora smetteremmo di concentrarci sul piano A”, quello di aiutare Kiev a resistere. Vale la pena ricordare l’episodio della Strada Estone 178. Si tratta di un tratto viabile costruito in epoca sovietica che attraversa il territorio russo in due punti separati, come ricorda Defensenews. Un accordo tacito e mai ufficiale tra le guardie di frontiera su entrambi i lati della recinzione consentiva ai residenti di effettuare il percorso senza controlli, a condizione che rimanessero nei loro veicoli e non si fermassero nel chilometro di territorio russo che attraversavano. Il 10 ottobre questo accordo è saltato. “Abbiamo visto un gruppo numeroso di soldati, avevano equipaggiamento militare, non quello delle guardie di frontiera” ha raccontato Renet Merdikes, capitano della Polizia di Frontiera estone.
A Kaunas, in ottobre è stata simulato un attacco russo, con evacuazioni di civili in una palestra della città. Mercoledì scorso, tre guardie di frontiera russe sono entrate nel territorio estone. Le riprese delle telecamere di sorveglianza hanno registrato il terzetto, arrivato in hovercraft vicino al villaggio di Vasknarva intorno alle 10, che attraversava la diga foranea sul fiume Narva, confine naturale tra i due Paesi. Ma non è solo il governo estone che vive nel timore. Nell’aprile scorso le autorità di Vilnius, capitale della Lituania, hanno presentato un piano di evacuazione da mettere in atto in caso di invasione, con istruzioni fornite a 540.000 residenti.
(da Il fatto Quotidiano)

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ELODIE VOLONTARIA A MILANO, SERVE LA CENA DI NATALE AI SENZA TETTO IN PIAZZA SAN BABILA

Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile

LA CANTANTE IN MODO DISCRETO ERA TRA I TRENTA VOLONTARI DEL “PROGETTO ARCA”

Dopo aver annunciato nelle scorse settimane una pausa dai live, Elodie si è fatta vedere in piazza San Babila, in centro a Milano, per distribuire pasti e aiuti ai senzatetto.
La cantante ha partecipato all’iniziativa della “Fondazione Progetto Arca” in modo discreto, indossando la pettorina dei volontari, senza clamore né selfie.
La tavolata era pronta per cento persone, ma sono arrivate in 150. Tutti, però, sono stati serviti. L’artista ha servito lasagne, antipasti e torte salate, consegnando anche zaini con torce, guanti, maglie termiche e cioccolato, strumenti essenziali per chi vive in strada. Tra i volontari c’erano una trentina di persone, tra cui Franz, del duo Ale e Franz.
La tavolata tra il coro, i senzatetto e il City Angels
I canti natalizi del Coro di voci bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala hanno accompagnato la distribuzione dei pasti. Una volta concluso il servizio, Elodie ha contribuito anche a smontare i tavoli e a raccogliere i materiali, senza sottrarsi al
lavoro fino all’ultimo. Presenti anche i City Angels, che ogni sera portano cibo e bevande calde ai senzatetto della città. Per la cantante è stata la prima esperienza diretta in piazza come volontaria, sebbene sostenga da tempo progetti solidali.
Nelle scorse settimane, l’artista ha annunciato commossa una pausa dai tour durante l’ultimo concerto, annunciando che tornerà sui palchi e tra i suoi fan nel 2027.
(da agenzie)

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