Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOLITA NARRAZIONE VITTIMISTA NON BASTA PIU’
Parliamoci chiaro, ci sono tante cose che non quadrano nella vicenda che vede coinvolto il
ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la giornalista Claudia Conte. Il modo in cui la notizia si è imposta all’opinione pubblica è certamente singolare: un siparietto concordato, in uno spazio giornalistico gestito da uno degli speaker di Radio Atreju, noto finora per le interviste militanti, sempre al servizio della vulgata del cerchio magico di Fratelli d’Italia. In tal senso, quello che ci viene chiesto è un esercizio di fiducia: credere che si sia trattato di un colpo giornalistico fortuito o quasi e non di qualcosa di diverso. Riportare cioè la discussione nel campo del “privato che diventa pubblico per qualche ragione esclusivamente privata”, facendo finta di bersi la ricostruzione secondo cui un militante fedelissimo e vicinissimo alla causa si possa prestare senza battere ciglio a creare un caso in grado di mettere in difficoltà il governo di cui Fratelli d’Italia è azionista di maggioranza.
Dall’entourage di Piantedosi non hanno dubbi sul fatto che la questione sia esattamente in questi termini. Non solo, il ministro fa sapere che non intende in alcun modo dimettersi e non esclude di dare mandato ai propri legali di tutelare la propria onorabilità e reputazione nel caso in cui qualcuno osasse accostare gli incarichi e i lavori di Conte a presunti favori ottenuti grazie alla sua frequentazione. Un avvertimento che dal Viminale hanno ritenuto necessario, considerando le tante ricostruzioni giornalistiche di questi giorni (qui il nostro lavoro) e le ancor più numerose partecipazioni della giornalista a convegni, conferenze, trasmissioni televisive e via discorrendo. Insomma, un lavoro su due fronti, quello politico e
quello comunicativo, per rimarcare il messaggio di fondo: non è e non sarà un nuovo caso Sangiuliano.
Per quel che sappiamo finora, le cose potrebbero stare esattamente così. O comunque, dal lato politico potrebbe essere interesse di tutti convincersi e convincere che le cose stiano esattamente in questo modo. Cioè, che non ci sia stato alcun complotto, alcuna macchinazione volta a infangare Piantedosi per poi creare l’incidente per la crisi di governo. Che, soprattutto, non si sia trattato di un regolamento di conti interno alla maggioranza e che Giorgia Meloni non debba aggiungere anche il caso Piantedosi alla lunga serie di inciampi capitati dopo o in conseguenza del referendum. Certo, hanno fatto tutto da soli, come sottolinea il direttore Cancellato.
(da fanpage.it)
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Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA DISFATTA REFERENDARIA HA STRAVOLTO IL RACCONTO DEL BELPAESE GAUDIOSO CHE MELONI CI HA PROPINATO
È arrivata la Pasqua e il presepe meloniano viene giù come un castello di carta. E suonano quasi un po’ afflitte le rassicurazioni affidate dalla presidente del Consiglio al solito tg amico, appena atterrata a Gedda per un blitz necessario a «garantire all’Italia le forniture di petrolio».
In meno di due settimane la disfatta referendaria ha stravolto il racconto del Belpaese gaudioso che la premier e la sua corte ci hanno propinato per tre anni e mezzo. Al suo posto c’è il mesto storytelling di un governo debole e impresentabile (“mascariato” da ministre che si fanno esplodere come mine vaganti e ministri che vacillano come trottolini amorosi) e di un’Italietta fragile e vulnerabile (zavorrata da un’economia in crisi e da un bilancio in bolletta). Non c’è più traccia della retorica patriottarda e bugiarda sulla «nazione forte e credibile» tornata agli onori della storia.
Meloni si era illusa che tra le braccia di Trump saremmo stati al sicuro. E invece quell’abbraccio è mortale: in colpevole ritardo l’ha capito anche lei, che per la prima volta osa dire «non siamo d’accordo». Ma serve a poco.
Tutto il mondo paga il prezzo del caos innescato dallo sceriffo di Washington, tra dazi commerciali e conflitti neocoloniali. A parte la Russia di Putin (che per un destino cinico e baro fa soldi a palate non solo con gas e petrolio ma anche con l’export di fertilizzanti lievitato del 20%) nessuno si salva dalle fiamme del Medio Oriente. I consumatori americani pagano un’elettricità più cara del 6,9% e, con una benzina a 4 dollari e un diesel aumentato di 1,7 dollari al gallone, subiranno un salasso da 100 miliardi di dollari l’anno. I cittadini europei, come anticipa la lettera
del commissario Ue Dan Jorgensen, devono prepararsi a un razionamento dell’energia elettrica e dei carburanti.
In questa apocalisse incombente noi soffriamo di più. Lo dicono i numeri dell’Istat, non le toghe rosse dell’Anm o gli anarchici di Askatasuna: nel quarto trimestre 2025 il reddito disponibile delle famiglie è calato dello 0,4% e il potere d’acquisto dello 0,8 mentre la pressione fiscale è schizzata al 51,4%. Scontiamo non solo i mali antichi del passato ma anche il nulla cosmico di questi ultimi tre anni sprecati. Meloni e i suoi menestrelli hanno provato a nasconderlo, vendendo al popolo bue la fontana di Trevi.
Ma dopo Ocse, Fmi e S&P, a spazzare via le menzogne di palazzo Chigi provvede ora la Banca d’Italia, che apre due finestre sull’abisso del prossimo triennio. La prima finestra è drammatica: se il conflitto con l’Iran dura poco e i prezzi delle materie prime si stabilizzano, allora sarà stagflazione, con una crescita dello 0,5% e un indice dei prezzi intorno al 2%. La seconda finestra è devastante: se il conflitto dura a lungo e i rincari energetici persistono, allora sarà recessione, con il Pil sottozero di mezzo punto quest’anno e un punto l’anno prossimo e un’inflazione sopra al 3%.
Ecco cosa resta del «miracolo italiano» di Giorgia e dei suoi aspiranti Arthur Laffer de’ noantri, cresciuti non alla Scuola di Chicago ma ai corsi serali di Colle Oppio. Un pugno di mosche. Zero riforme, zero crescita. Lo scrive Wolfgang Münchau sul Financial Times: da quando è salita al potere Meloni è riuscita a rimanere fuori dal mirino degli speculatori sul mercato dei bond «ma non ha risolto nessuno dei problemi strutturali dell’economia italiana, come l’inerzia burocratica, la debolezza dei capitali» e «una crescita della produttività praticamente nulla». Lo conferma Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera: è vero che lo spread è caduto da 260 a 60 punti, generando un risparmio di 35 miliardi di minori interessi, ma i “fondamentali” non sono cambiati, il prodotto lordo si è fermato e il debito pubblico è rimasto invariato.
La Economicismo non ha funzionato. Ha scommesso sulla fiammata inflattiva cumulata al 14% del biennio passato, per lucrare sulla svalutazione implicita del debito e sui tassi reali negativi, su 12/25 miliardi di entrate da fiscal drag e sul calo da 24 miliardi del costo del lavoro nella pubblica amministrazione. Ha usato parte di questo tesoretto per ammortizzare gli oneri da superbonus e bonus facciate. Ma niente più di questo.
Nonostante il picco dei prezzi, non ha toccato gli scaglioni Irpef, lasciando che quasi 4 milioni di lavoratori dipendenti pagassero più tasse per effetto dell’aumento solo nominale dei loro stipendi. Ha premiato i lavoratori autonomi estendendogli la flat tax e per il resto ha combinato pastrocchi inverecondi sui contributi alle imprese che investono e sparso la solita semina di prebende, inutili e costose. Comprese le ultime, per far finta di fronteggiare il caro-bollette e il caro-carburanti: decreti-tampone nati per vincere il referendum e morti subito dopo, bruciati in meno di due settimane dal rally dei prezzi alla pompa. Coperti, oltre tutto, facendo cassa sui più deboli: cioè con altri tagli lineari ai ministeri, compresa la già martoriata sanità.
Credendosi furbi, i patrioti hanno usato il braccino corto sull’ultima legge di stabilità, la più mediocre degli ultimi 15 anni, sperando di prendere tre piccioni con la stessa fava: tenere il rapporto deficit/Pil sotto il 3%, uscire dalla procedura d’infrazione Ue e poi impapocchiare una ricca maxi-manovra in disavanzo per l’anno prossimo, distribuendo laute gratifiche elettorali prima del voto di fine legislatura. Ma anche questa mandrakata è finita male: Giorgetti ha sforato il tetto del deficit e Bruxelles non ci consentirà deroghe. L’ha già fatto sapere agli scapestrati ragazzi di via della Scrofa, che per tutta risposta erigono barricate di cartapesta gridando «basta con il patto di stabilità!». Un film già visto, e mai a lieto fine.
Nell’anno che manca alle elezioni cosa può offrire agli italiani la capa di un governo azzoppato, senza idee in testa e senza un euro in cassa? Quali “riforme strutturali” può azzardare adesso, dopo che per quasi quattro anni ha sabotato le iniziative europee, ha evitato qualunque iniziativa per allentare la nostra dipendenza energetica dalle risorse fossili, ha rinviato le gare sulle concessioni balneari e non ha neanche provato quelle idroelettriche?
Prima di partire per l’Arabia Saudita, la Sorella d’Italia improvvisa il suo farlocco rilancio: prepariamo misure per il lavoro povero e per le liste d’attesa. E perché mai, di grazia? Non eravamo il Bengodi europeo che più di tutti gli altri ha tutelato il potere d’acquisto delle famiglie e creato nuova occupazione per i giovani? Non eravamo il paradiso della salute, dove un decreto di luglio di due anni fa aveva risolto i problemi dei 6 milioni di italiani che rinunciano alle cure?
Con le minestrine rancide e riscaldate per le destre in disarmo è difficile recuperare il consenso della generazione Z e del sud, vere zone-disagio dalle quali è partita l’onda del no alla disastrosa riforma della giustizia. E le goffe commediole inscenate a Sigonella, fatte filtrare quattro giorni dopo sui giornali, non bastano a trasformare l’obbediente Underdog di Trump nel recalcitrante Ghino di Tacco di Reagan. È troppo tardi per i travestimenti, mentre scorrono i titoli di coda.
(da repubblica.it)
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Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile
ATTIVITA’ COMMERCIALI, STUDI LEGALI, PARTECIPAZIONI: I MILLE SOTTERFUGI A CUI RICORRONO I GOVERNANTI
Dopo aver perso il ministero del Turismo Daniela Garnero Santanché non avrà certo il
problema di ammazzare il tempo. C’è da far decollare a Marina di Pietrasanta un nuovo lussuoso stabilimento balneare a un chilometro dal mitico Twiga, di cui l’ex ministra condivideva la proprietà insieme a Flavio Briatore. E dal quale era uscita all’atto di entrare al governo, cedendo le proprie quote allo stesso Briatore e al compagno Dimitri Kunz.
Quell’angolo di Versilia le è rimasto nel cuore: senza incombenze di governo potrà ripartire da dove aveva lasciato. «Ci aspettano tanti progetti da realizzare insieme», dice Kunz al Corriere della sera. A cominciare proprio dal “Tala beach”, che nascerà lì dove c’erano due bagni storici. Uno dei quali di Massimo Mallegni, già sindaco di Pietrasanta e senatore di Forza Italia passato a Fratelli d’Italia, partito di Daniela Santanché. L’affare è in capo a Kunz e al socio kazako Andrey Toporov. Ed è stato formalizzato una decina di giorni prima del referendum e del terremoto successivo, quando Santanché era ancora saldamente in sella nonostante i guai giudiziari che dopo la catastrofe referendaria del 22 e 23 marzo hanno indotto la premier a chiederle di farsi da parte. Tutto, peraltro, assolutamente legittimo. Non c’è, né potrebbe esistere, qualcosa che metta in discussione una iniziativa imprenditoriale del congiunto di un esponente di governo. Ma anche questo è sintomo di una mutazione genetica della politica che da tempo rende il confine fra sfera pubblica e interessi privati via via più labile.
Dice molto in proposito un altro fatto verificatosi nel medesimo ambito locale non più tardi di un paio d’anni fa. Nel gennaio 2024 Kunz acquista insieme a Laura De Cicco al prezzo di 2,45 milioni la villa del sociologo Francesco Alberoni per rivenderla subito dopo a un milione di più. La signora De Cicco è la moglie del presidente del Senato Ignazio La Russa, avvocato e grande amico di Daniela
Santanché, che non si è tirato indietro quando si è trattato di darle un aiuto professionale in un difficile momento.
La procura di Milano, innescata da una segnalazione della Banca d’Italia, ha escluso irregolarità. Ma tale giudizio va distinto da considerazioni che nulla c’entrano con i codici. E riguardano la credibilità della classe dirigente, messa a dura prova da azioni che al di là dei formalismi hanno spazzato via un principio base della buona politica: l’opportunità dei comportamenti. Pubblici e privati. Mai come adesso assistiamo al proliferare di società partecipate da politici o loro parenti, magari con responsabilità di governo. Lo spettro è ampissimo. C’è perfino l’auto: il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha il 17 per cento della E-co srl. E poi la finanza: la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti ha il 20 per cento della società Esa. Assai gettonata la ristorazione, ora costata il posto al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Una società l’aveva anche il suo collega dell’Ambiente Claudio Barbaro (Cacio e Pepe) e perfino Ignazio La Russa partecipa a un’enoteca con un operatore del settore e un ex parlamentare del suo partito: Massimo Corsaro. Per non parlare delle attività professionali e di consulenza. Quando diventa ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha il 51 per cento dello Studio Pichetto & associati, oltre al 20 per cento della società di revisione Revia e al 25 per cento della Solnos che poi andrà a sua moglie. Mentre l’avvocato Andrea Delmastro non si è fatto alcun problema a gennaio del 2023, quando da già tre mesi è al ministero, nel mettere su insieme alla sorella Francesca e a una legale di Biella la «Delmastro Vasta srl – società tra avvocati». Un sottosegretario alla Giustizia che fonda una società tra avvocati. Niente lo vieta. Però… Ora quella società figura in liquidazione.
L’andazzo ha radici profonde, e per paradosso è stato alimentato da leggi presentate come barriera al dilagare dell’affarismo. Prima fra tutte, la legge sul conflitto d’interessi del 2004, epoca di Silvio Berlusconi. Lì è stabilito che chi governa può fare solo quello. La legge prescrive per il governante imprenditore la nomina di un «istitore», cioè una persona che assuma pieni poteri sulla gestione della sua attività imprenditoriale e dunque delle sue partecipazioni azionarie. C’è però un buco. Niente si dice sui possibili conflitti a monte dell’incarico di governo riguardanti chi ha attività private in un settore e viene nominato ministro o sottosegretario con competenze sul medesimo settore. Casi simili, in questo governo, sono molteplici. Il più evidente è quello del ministro della Difesa Guido Crosetto, con La Russa e
Giorgia Meloni fondatore del partito di maggioranza relativa oggi al governo. Fino ad assumere l’incarico ministeriale, Crosetto è stato presidente dell’associazione che riunisce le industrie militari, iniziando dal gruppo pubblico Leonardo.
Nonché di Orizzonte sistemi navali, joint venture fra Leonardo e Fincantieri. Su un piano meno mediaticamente rilevante, ma non meno importante per i cittadini, c’è poi il caso del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Farmacista, ha una farmacia con i suoi fratelli e al ministero detiene la delega sulla spesa farmaceutica, capitolo del bilancio dello Stato che non è stato mortificato come tanti altri. Le farmacie hanno anzi assunto un ruolo ben più importante, alla stregua di veri presidi sanitari. Una coincidenza? Niente, però, rispetto a un buco ben più grosso in quel provvedimento di 22 anni fa targato Berlusconi: la legge sul conflitto d’interessi non prevede sanzioni. Quindi è totalmente inefficace. Nessuno viene punito se non la rispetta, e i famosi «istitori» chi li ha visti? Ma non esistono sanzioni neppure per chi evade l’obbligo di denunciare l’evoluzione dell’attività imprenditoriale. Tipo la costituzione della società di ristorazione con alcuni colleghi di partito e la giovane figlia appena maggiorenne di un prestanome di una cosca camorrista. Come ha fatto Delmastro senza notificarlo alla Camera.
Di più. Nove anni dopo ecco un decreto che impone ai consorti e ai parenti dei governanti entro il secondo grado di rendere pubblica la propria situazione patrimoniale. Ma l’obbligo è subordinato al consenso del consorte o del parente, e nessuno lo dà. Una presa in giro clamorosa. Esempi? Non risulta abbia dato il consenso il figlio del ministro delle Imprese Adolfo Urso, ora azionista della società di consulenza Italy world services fondata dal padre. Società che ha lavorato molto sui mercati esteri e in passato aveva anche una significativa presenza in Iran. Ma il consenso non l’ha dato neppure Rosario De Luca, il marito della ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone che quando la moglie è entrata al governo ne ha rilevato il suo 50 per cento della società che avevano in comune CDL – Calderone & De Luca srl attiva nel campo della consulenza del lavoro. Una società il cui fatturato è passato da 183 mila euro nel 2022 a 616 mila euro nel 2023 e 484 mila nel 2024, con utili più che decuplicati nel giro di un paio d’anni. Ciò si può scoprire solo grazie ai dati della Camera di commercio. E a pagamento. Non sul sito del ministero del Lavoro, gratis e accessibile a tutti.
Un consiglio a Giorgia Meloni? Per risollevare l’immagine di questa politica servirebbe ben altro che il sacrificio di qualche capro espiatorio.
Sergio Rizzo
(da espresso.it)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
PRIMA DI LEI OSPITE A BORDO IL MAFIOSO MATACENA (FORZA ITALIA)… IL VIAGGIO A DUBAI, NEL LUGLIO 2021, DELLA FUTURA AMANTE DI PIANTEDOSI SULLO YACHT DI 50 METRI DI ANTONIO EPIFANI, GIÀ CONDANNATO PER TRUFFA IN ITALIA, E CHE LA CONTE DESCRIVEVA COME “IL RE DI DUBAI CHE CON IL SORRISO DEGLI OCCHI E DEL CUORE CONQUISTA CIELO E TERRA”
“Ad Antonio, il re di Dubai che con il sorriso degli occhi e del cuore conquista cielo e terra”. Firmato: Claudia. Di certo Claudia Conte non immaginava che quella dedica sulla prima pagina del libro sarebbe finita in una foto sui social dell’amico Antonio Epifani cui il volume era destinato.
A ricordo di una vacanza a bordo di uno yacht di 50 metri nelle acque, appunto, di Dubai. Con l’aggiunta di un ‘dettaglio’: Antonio era anche l’amico di Amedeo Matacena (morto nel 2022), l’ex parlamentare di Forza Italia condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. E latitante a Dubai proprio sullo yacht che avrebbe ospitato Claudia Conte.
Certo una circostanza singolare per la giornalista scrittrice che a dicembre 2021 pubblica un libro contro la mafia: La legge del cuore: storie di assassini, vigliacchi ed eroi.
Ancora di più visto che sei mesi dopo la vacanza a Dubai, alla presentazione ufficiale di quel libro il relatore a Palazzo Altieri sarà Matteo Piantedosi, allora prefetto di Roma, poi ministro dell’Interno e oggi si scopre anche compagno dell’autrice.
Possibile che quando ha deciso di frequentare Claudia Conte non abbia verificato tutte le informazioni sulla vacanza, lo yacht e la presenza di Matacena che erano e sono reperibili ancora oggi con una semplice ricerca su internet? Lo sapeva il ministro, ma ha deciso deliberatamente di non curarsene?
È il luglio 2021 quando Claudia e il suo compagno di allora, il calciatore Angelo Paradiso, arrivano a Dubai ospiti dell’amico Antonio.
Epifani vive da quelle parti da molti anni, è conosciuto da tutti: affitta yacht da 50 metri per clienti facoltosi e feste. Alle spalle in Italia, racconta lui stesso a chi lo conosce, si è lasciato “una condanna per delle truffe telefoniche… ma è una roba di quando ero ragazzo. Ero innocente. Mi hanno fatto il processo in contumacia e nemmeno l’ho saputo perché ero all’estero. Adesso il caso è stato riaperto e sono convinto di sistemare tutto”.
Epifani è noto anche per il personaggio illustre che ha ospitato su quella stessa imbarcazione: Matacena, appunto. L’ex parlamentare di centrodestra condannato per concorso esterno e rifugiatosi a Dubai dove è morto nel 2022. Una latitanza decisamente clamorosa che nel 2014 aveva portato addirittura all’arresto dell’ex ministro Claudio Scajola, […] uscito indenne dal processo: nel 2024 la Corte d’Appello ha dichiarato la prescrizione.
Epifani […] è un simpaticone. È cordiale, ha mille amicizie: il latitante e la scrittrice antimafia oggi finita su tutti i giornali per il legame con il ministro dell’Interno vengono ospitati sugli stessi ponti, nelle stesse cabine lussuosissime. Non si sono incrociati giusto per pochi mesi.
Claudia, ricorda chi c’era e testimoniano i social di Epifani, era approdata a Dubai con Paradiso perché doveva presentare la sua collezione di costumi da bagno. Eccola, appunto, in una foto con Epifani.
Ma questa vacanza a 6mila chilometri da Roma è raccontata anche nelle carte del processo penale intentato dalla Conte all’ex fidanzato per stalking poi assolto: da un account anonimo con la Vela di Dubai (il Burj Al Arab) come profilo, dopo la fine della relazione, parte un messaggio al nuovo fidanzato di lei, un manager di banca: “A Dubai ce la siamo spassata, ce la siamo **** tutti la tua amica sulla barca poi ha fatto i numeri”. Storia passata che riaffiora oggi, tra costumi e yacht extralusso dove latitava Matacena e prendeva il sole la futura amante del ministro degli Interni.
(da il Fatto Quotidiano)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA “GIORNALISTA” ERA ONNIPRESENTE IN TV E LE SONO STATE DATE OPPORTUNITÀ INSPIEGABILI PER LA SUA CARRIERA: I DUE APPALTI DA 35MILA EURO (L’UNO) CON LA REGIONE CAMPANIA, LE TRASMISSIONI IN RADIO E LE PRESENTAZIONI DI LIBRI E CONVEGNI: ALCUNI COMUNI ERANO DISPOSTI A PAGARE 1200 PER AVERLA A CONVEGNI E VEDERLA PUBBLICIZZARE EVENTI SUI SUOI SOCIAL
Conte nel curriculum indica i libri pubblicati. Tra i volumi ricorda Il vino e le rose, La legge
del cuore, così come la laura in giurisprudenza, il master in scuola politica. Conte è anche socia unica e quindi alla guida della società Shallow, che si occupa dell’organizzazione di eventi, una delle specialità della conduttrice e opinionista.La sua piccola srl ha ricevuto affidamenti diretti dalla regione Campania nel 2023 e nel 2024, quando alla guida c’era Vincenzo De Luca. Nello specifico la Shallow ha ricevuto un appalto da 35mila euro per la promozione degli Stati generali dell’ambiente. Già nel 2023, la società aveva ricevuto un affidamento da 36mila euro per valorizzare la presenza della regione Campania a Ecomondo, grande evento della green economy che si svolge a Rimini. Appalti importanti per un’azienda che ha fatturato poco più di 100mila euro nel 2023 e 2024.
Claudia Conte è giornalista, influencer, stilista, it-girl, event producer. Una raffica di etichette. Che poi si tratti di tutte “chiacchiere e distintivo” è ancora da vedere. Tenta la strada del cinema, della moda, degli eventi.
Nel 2022 fonda la Far From Shallow Srls: sino a settembre il 30% delle quote le ha Lodovico Mazzolin, liquidatore di Banca Progetto, poi da febbraio 2024 lei diventa l’unica amministratrice.
Nel febbraio 2025 chiude la società. Poco cambia. Infatti nel luglio 2021, Conte ha parallelamente aperto la Shallow srls, «impresa culturale femminile».
A Radio 1 ottiene la trasmissione “La mezz’ora legale”, in cui intervista svariati ministri e sottosegretari. Poi le ospitate sul piccolo schermo. Stringe contatti, organizza incontri, la si può incontrare praticamente dappertutto.
Ha partecipato al progetto “Tour Mondiale Vespucci e Villaggio Italia” sull’Amerigo Vespucci, [partito il primo luglio 2023 da Genova per raggiungere cinque continenti, trentatré Paesi, cinquantatré porti.
La prima tappa è stata Los Angeles a luglio 2024, dove è stato allestito anche il primo Villaggio Italia. Centinaia i professionisti invitati e Conte ha preso parte a quattro eventi, tre a L.A. e uno a Doha.
Qualcuno è andato a titolo gratuito, altri no. E la presentatrice ha ricevuto un contributo forfettario lordo di 4.160 euro per gli otto giorni negli States (mentre ha sostenuto direttamente le spese di viaggio e alloggio).
Conte ha poi partecipato alla pre-tappa di Buenos Aires nel marzo 2024, senza incassare un cachet. A sceglierla, e a emettere la fattura, è stata la società privata di marketing Ninetynine, che ha condotto le attività gestionali, amministrative e contabili del progetto nell’ambito di un partenariato pubblico – privato con Difesa servizi, società in-house del ministero della Difesa.
A quanto si apprende, Conte non ha sottoscritto alcun contratto con Difesa servizi. Ad aprile di due anni fa, poi, la giornalista viene scelta come madrina per la Festa della Polizia di Frosinone. A titolo gratuito, dice chi c’era. E ricorda che lei è originaria della ciociaria e suo padre un ispettore in pensione.
A giugno, modera un ciclo di conferenze alla scuola di perfezionamento per le forze di polizia: quattro incontri pagati duecento euro lordi. Il 3 settembre 2025 si trova al Festival di Venezia per presentare il cortometraggio “In re minore” del dipartimento dei Vigili del fuoco e con l’esercito, a titolo gratuito, sponsorizza la formazione dei militari della scuola della Nunziatella.
A Firenze dal settembre 2022 è nel Cda della Fondazione Marini San Pancrazio Nominata dalla giunta guidata dall’allora sindaco Dario Nardella
Dentro il Cda c’è chi ne parla come una figura «professionale e attenta durante le riunioni» Eppure, per qualcuno il suo arrivo «è ancora un mistero». Tra le frequentazioni fiorentine di Conte si riferisce di «frequenti telefonate» da parte di Nardella L’europarlamentare, però, chiarisce di aver «conosciuto e incontrato qualche volta la dottoressa Conte in contesti pubblici o istituzionali».
I legami di Conte, comunque, sono tanti e sfaccettati. Come quello con Paolo Zampolli, l’inviato di Trump in Italia – salito alle cronache per il recente incontro con il leader M5S -, immortalato in una foto del 19 ottobre in occasione dei 50 anni della National Italian American Foundation a Washington.
Poi ci sono le presentazioni di libri e i convegni. E il comune di Colleferro, nel 2024, paga oltre 1.200 euro per averla a moderare un convegno su Piero Calamandrei, e oltre 1.500 euro per ospitarla alla presentazione di un libro sui partiti del Novecento. Altre nomine, altre etichette. Conte in questi anni è comparsa ovunque. Ora molti si chiedono a che titolo
(da “Domani”)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA AL DEFERIMENTO UE NON E’ SOLO GIURIDICA, E’ ANCHE POLITICA
Con l’apertura all’Aia della discussione sul deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale, il caso Almasri entra adesso in una fase nuova, quella delle conseguenze per il nostro Paese. Non è più soltanto la ricostruzione di ciò che è accaduto nei giorni dell’arresto e del rimpatrio del generale libico Osama Njeem Almasri, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui torture e omicidi nel carcere di Mitiga, ma la valutazione, davanti agli Stati parte della Cpi, di una condotta già giudicata inadempiente. È qui che il piano giuridico incrocia quello politico e diplomatico, e dove si misura il peso reale di quella decisione.
Non è una sanzione, ma sarebbe un errore considerarlo poco più di un richiamo formale. Il deferimento segna un passaggio che pesa molto nella relazione tra Roma e l’Aia. Non tanto per ciò che produce nell’immediato, quanto per ciò che certifica: una violazione già accertata e, soprattutto, una difficoltà strutturale nel dare attuazione agli obblighi internazionali.
La sequenza di ciò che è accaduto è ormai chiara. La Camera preliminare lo scrive con nettezza: così facendo, l’Italia ha impedito alla Corte di esercitare una delle sue funzioni fondamentali. Su questo punto non ci sono più margini di discussione. Il
nodo ora è un altro: capire che cosa comporta il passaggio all’Assemblea degli Stati parte. E qui il rischio è sottovalutare la portata della decisione perché non produce effetti sanzionatori immediati. Ma il danno c’è. Ed è triplice.
Il primo è un danno di credibilità internazionale. L’Italia non è uno Stato qualsiasi rispetto alla Cpi perché è uno dei suoi principali promotori. Essere formalmente indicati come inadempienti significa incrinare un’immagine costruita nel tempo: quella di un Paese che sostiene la giustizia penale internazionale e ne rispetta le regole. La Corte, nelle sue decisioni, è stata chiara: le giustificazioni italiane non sono state ritenute idonee, né sul piano giuridico né su quello procedurale. Questo giudizio, ormai pubblico, resta.
Il secondo è un danno politico-diplomatico. Il deferimento apre una fase di interlocuzione obbligata con gli altri Stati parte. Non è un passaggio neutro. Il rappresentante italiano convocato davanti al Bureau dell’Assemblea è chiamato a spiegare che cosa è accaduto e soprattutto come l’Italia intenda comportarsi in futuro. In altre parole viene richiesto un impegno. Ed è proprio qui che si gioca la partita più delicata: continuare a negare qualsiasi violazione oppure riconoscere che qualcosa non ha funzionato nel rapporto tra norme interne e obblighi internazionali.
Il terzo è un danno istituzionale e sistemico. Il caso Almasri ha messo in evidenza una frizione tra diversi livelli dello Stato: governo, ministeri, autorità giudiziaria. La stessa magistratura italiana ha segnalato criticità, parlando di difficoltà operative legate alla mancata trasmissione degli atti e al ruolo del filtro politico. La Corte, dal canto suo, ha chiarito un principio essenziale: eventuali ostacoli derivanti dal diritto interno non possono giustificare la mancata cooperazione. È un punto decisivo, perché riguarda non solo questo caso, ma il funzionamento complessivo del sistema.
Ed è proprio qui che il deferimento assume un significato più profondo. Non è soltanto la presa d’atto di un errore, ma una richiesta implicita di chiarimento sul futuro. Il Bureau elaborerà una relazione e potrà formulare raccomandazioni. Non si tratta di sanzioni in senso stretto, ma di indicazioni politiche che incidono sulla posizione internazionale dell’Italia.
Resta una domanda: che cosa farà ora l’Italia? Continuerà a sostenere che non vi è stata alcuna violazione, nonostante il giudizio della Corte, o avvierà una riflessione più ampia sul proprio sistema di cooperazione? La risposta non è solo giuridica. È, prima di tutto, politica. Perché la credibilità di uno Stato, soprattutto quando si tratta di giustizia internazionale, non si misura nell’assenza di errori. Si misura nella capacità di riconoscerli e di correggerli. In questo senso il caso Almasri non è chiuso. È appena entrato in una fase in cui le conseguenze, più che nelle carte, si giocheranno nelle scelte.
(da Repubblica)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SULLE CARTE DI CREDITO L’INDEBITAMENTO È SALITO FINO A 1.300 MILIARDI DI DOLLARI, CIRCA 6.500 DOLLARI A TESTA: METÀ DELLA POPOLAZIONE NON RIESCE A SALDARE IL CONTO MESILE … EPPURE IL COATTO DELLA CASA BIANCA CONFERMA LE TARIFFE SU ACCIAIO, ALLUMINIO E FARMACEUTICA
Un anno fa Donald Trump mostrava la tabella con le tariffe reciproche per ogni Paese,
elenco di numeri dal quale l’Amministrazione contava di fare bingo, riportare in patria produzioni industriali dimenticate, attrarre investimenti e dare imperitura fortuna all’America First.
Un anno dopo non solo è cambiata la location di quella promessa strombazzata nel “Liberation Day” – il Giardino delle Rose da splendido prato è diventato un patio pavimentato -, ma sono cambiati anche gli Usa e l’uso come clava politica delle tariffe è stato ridimensionato dalla sentenza della Corte Suprema dello scorso febbraio.
Ma i portafogli degli americani sono più gonfi di speranze che di contanti: il debito sulle carte di credito è schizzato a 1.300 miliardi di dollari, circa 6.500 dollari a testa, e circa metà della popolazione non salda il conto mensilmente a causa dell’aumento di affitti, delle assicurazioni sanitarie, del cibo e della stagnazione degli stipendi.
Il costo del carburante è ben oltre i 4 dollari al gallone, causa conflitto in Iran. Le ricadute delle tariffe si aggiungono a questi ed altri fattori.
Fuori da un supermercato Safeway nei sobborghi di D.C., una famiglia entra a fare la spesa. Spenderanno di più rispetto a un anno fa, quasi il 3% – oltre il livello quindi dell’inflazione -, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura.
Solo per comprare lo zucchero e i dolciumi pagheranno il 5,7% in più; il prossimo anno le stime parlano di aumenti del 6,7%. Una bottiglia di vino mediamente si è apprezzata fra uno e 2,40 dollari. Nei supermercati ci sono meno offerte, meno promozioni e anche la disponibilità di prodotti è diminuita, ha notato Business Week in un’inchiesta recente.
L’indice dei prezzi al dettaglio elaborato dal Cato Institute registra – sia per produzione domestica sia per i beni importati – a partire dal 2 aprile 2025 una variazione verso l’alto della curva altrimenti in progressivo e graduale calo.
Uno studio della Harvard Business School del 30 gennaio su migliaia di prodotti ha concluso che i prezzi dei beni importati sono aumentati approssimativamente il doppio rispetto a quelli dei beni nazionali.
La traslazione dei dazi a livello di vendita al dettaglio ha raggiunto il 24 per cento, contribuendo per circa 0,76 punti percentuali all’Indice dei prezzi al consumo complessivo entro l’ottobre 2025. I costi tariffari sono stati gradualmente, ma costantemente, trasferiti ai consumatori statunitensi, generando ulteriori effetti di ricaduta anche sui beni di produzione nazionale.
La Fed di New York in un report recente e criticato dalla Casa Bianca ha addirittura posto la quota del costo dei dazi per i consumatori al 94%, prevedendo una riduzione dell’impatto all’86% in futuro. Il capo della Federal Reserve nell’ultima conferenza stampa, dieci giorni fa, ha imputato alle tariffe la responsabilità di contribuire per lo 0,5%-0,75% al tasso di inflazione.
Ecco perché, la lettura di Jerome Powell, siamo “oltre il 2%” obiettivo fissato da tempo cui portare l’inflazione. Basta mettere piede in un supermercato o in un centro commerciale e le evidenze non mancano., gli aumenti per i capi di abbigliamento sono attorno all’8%. Mediamente, perché una t-shirt identica acquistata ieri è sui 40 dollari, un anno fa 32. Il Dipartimento dell’Agricoltura ha pubblicato un report e stimato il peso della scure daziaria sulle famiglie nel 2025: 1.500 dollari in più rispetto al 2024.
Chi ha comprato ieri un iPhone o un MacBook Pro lo ha pagato dal 12 al 18% in più rispetto al primo trimestre del 2025. I rincari sono compositi, una quota fra il 6 e il 10% del totale è dovuta ai dazi sull’import. La Casa Bianca non solo difende la politica dei dazi, ma la conferma
La sentenza con cui a febbraio la Corte suprema ha definito incostituzionale le modalità di imposizione dei dazi tramite le misure emergenziali dell’Ieepa, ha demolito lo strumento, ma non la filosofia trumpiana.
Ieri il presidente Usa ha firmato un ordine esecutivo che conferma i dazi sui prodotti farmaceutici e su alluminio, rame e acciaio (per l’Europa la tariffa è al 15%) e meccanismi punitivi o di premi per chi sposta la produzione di pillole e medicinali negli stabilimenti Usa.
Il dazio sui metalli resta al 50% e sarà calcolato sul «prezzo reale pagato negli Usa», non quello dichiarato all’estero per evitare, spiega una fonte, «trucchi sui prezzi».
(da La Stampa)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UN VECCHIO PROVERBIO ITALIANO, ‘DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO CHE DAI NEMICI MI GUARDO IO’. IL COSTO DI ESSERE AMICI DI TRUMP, OGGI IN EUROPA, SUPERA SEMPRE PIÙ I BENEFICI”
Per più di tre anni, la leadership di Giorgia Meloni alla guida dell’Italia è sembrata incrollabile. Ma mentre la popolarità di Trump in Europa crolla a nuovi minimi e il continente comincia a mostrarsi più fermo nei suoi confronti, Meloni sta scoprendo che essere una delle favorite del presidente americano può rappresentare anche un handicap.
Meloni è stata eletta nel 2022, sei mesi dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, su una piattaforma di destra radicale e in una coalizione che includeva parlamentari con posizioni chiaramente filorusse.
Tuttavia, ha rapidamente dissipato ogni timore tra i politici europei più mainstream di trovarsi di fronte a un’altra Viktor Orbán, il primo ministro ungherese vicino a Mosca.
L’Italia ha inviato aiuti militari all’Ucraina ed è membro della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, un gruppo di circa 30 Paesi che hanno segnalato il proprio impegno a fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina dopo un cessate il fuoco.
Con Trump, è riuscita a evitare il ciclo umiliante di deferenza e rifiuto in cui sono caduti alcuni leader europei […]. Meloni sembrava invece essere riuscita a ottenere il vero favore di Trump — in parte grazie al suo stile, accomodante ma mai servile; in parte per affinità ideologica. In ogni caso, è stata l’unica leader europea in carica a partecipare alla sua cerimonia di insediamento, e in una recente intervista al Corriere della Sera Trump l’ha definita “una grande leader e una mia amica”.
Ma Trump è diventato sempre più tossico in Europa] L’indice di approvazione di Trump in Italia è quasi la metà rispetto a circa un anno fa, attestandosi al 19 per cento. L’opinione pubblica italiana è fortemente contraria alla guerra in Iran; consumatori e imprese sono colpiti dall’aumento dei prezzi di petrolio e gas; e l’agricoltura è sotto pressione per la carenza di fertilizzanti. Se non è possibile trarre alcun vantaggio visibile dall’essere la principale alleata europea di Trump, qual è allora il senso?
Questo era il clima il mese scorso, quando gli italiani hanno votato in quello che, ufficialmente, era un referendum sulla riforma della giustizia, ma che si è trasformato in un voto di fiducia sul governo Meloni, sostenitore della riforma. L’affluenza è stata più alta del previsto e il “No” ha vinto con un margine solido, quasi il 54 per cento. Improvvisamente, Meloni è apparsa vulnerabile e l’opposizione ha colto l’occasione.
Negli ultimi due anni, il governo Meloni ha attraversato apparentemente indenne uno scandalo sessuale che ha coinvolto il ministro della Cultura, un’indagine per frode sul ministro del Turismo, un’inchiesta sul rimpatrio di un signore della guerra libico oggetto di un mandato di arresto internazionale e la condanna di un sottosegretario per rivelazione di informazioni riservate. Nel 2024 il tasso di approvazione di Meloni era del 41 per cento; a novembre 2025 era salito al 45.
La luna di miele, sorprendentemente lunga, è finita. Dopo i risultati del referendum, ha imposto le dimissioni del ministro del Turismo sotto indagine e del sottosegretario condannato, sebbene nessuno dei due scandali fosse legato alla riforma della giustizia. La scorsa settimana, secondo quanto riportato, l’Italia ha negato aerei militari statunitensi il permesso di atterrare in una base in Sicilia prima di dirigersi verso il Medio Oriente, perché gli Stati Uniti non avevano richiesto l’autorizzazione, anche se il governo ha negato che il rifiuto fosse dovuto a tensioni con Washington.
C’è un vecchio proverbio italiano che si può tradurre più o meno così: “Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio”. Il costo di essere amici di Trump, oggi in Europa, supera sempre più i benefici.
(da “New York Times”)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“LE COSE POTREBBERO PEGGIORARE NELLE PROSSIME SETTIMANE. C’È UN PROBLEMA DI SICUREZZA DELL’APPROVVIGIONAMENTO, MA L’UE SI PREPARA A SCENARI PEGGIORI. STIAMO VALUTANDO TUTTE LE POSSIBILITÀ, COMPRESO IL RAZIONAMENTO”
L’Unione europea deve prepararsi a una crisi energetica “di lunga durata” causata dalla
guerra in Medio Oriente e sta valutando “tutte le possibilità” per affrontarla, compreso il razionamento del carburante e il rilascio di ulteriori riserve di petrolio.
Lo ha detto il commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, in un’intervista al Financial Times, avvertendo che per alcuni prodotti “critici”, come carburante per aerei o diesel, “le cose potrebbero peggiorare nelle prossime settimane”.
Il commissario ha ribadito che non esiste al momento un problema di “sicurezza dell’approvvigionamento” per l’Europa ma che l’Ue si “prepara a scenari peggiori”.
Non esclude poi che si possa arrivare a modificare la normativa europea per consentire maggiori importazioni di carburante dagli Stati Uniti. “Non siamo ancora arrivati al punto”, ha detto Jorgensen, ma tutte le opzioni sono al vaglio. Ue e Usa hanno regole diverse per il carburante per aerei (nell’Ue ha un punto di congelamento di -47 °C mentre negli Stati Uniti è di -40 °C), dunque per importarlo dagli Stati Uniti bisognerebbe cambiarle. Jorgensen ha anche affermato che “non esclude” un altro rilascio delle riserve energetiche strategiche di petrolio “se la situazione dovesse diventare più grave”.
Un mondo razionato
Il razionamento cessa di essere un’ipotesi remota per diventare una realtà tangibile, destinata a colpire trasporti, industria e abitudini quotidiane dei cittadini.
Le petroliere in arrivo dal Golfo Persico hanno scaricato gli ultimi carichi disponibili nei porti europei oltre due settimane fa.
Mentre in Asia le economie emergenti introducono blackout programmati e tagliano i consumi per via della loro alta intensità energetica, le nazioni occidentali tentano di accaparrarsi le risorse sui mercati internazionali forti della loro capacità di spesa. Terminata questa transizione, i governi europei dovranno gestire un deficit strutturale capace di paralizzare l’economia continentale.
I dati ufficiali della piattaforma Agsi di Gas Infrastructure Europe, aggiornati al 1° aprile 2026, certificano un sistema di stoccaggio vulnerabile, anche a causa di una rigida stagione invernale.
La media dell’Unione europea scivola al 27,67%, con un volume totale di 314,31 TWh. L’analisi per singolo Stato rivela asimmetrie marcate. L’Italia, forte di una strategia di diversificazione, mantiene una posizione solida con scorte al 43,40% (88,25 TWh). La Germania, motore industriale comunitario, naviga in acque agitate con un riempimento fermo al 22,23% (54,37 TWh), affiancata dalla Francia al 21,81% (27,42 Twh).
Il dato critico riguarda i Paesi Bassi, dove – complice un inverno severo – le riserve precipitano al 4,66% (6,72 TWh), un vuoto che espone l’hub di Amsterdam a fluttuazioni fuori controllo.
La Penisola Iberica resta un’eccezione, con la Spagna al 57,21% e il Portogallo all’87,89 per cento. Quello che è certo è che le riserve non bastano a compensare la mancata consegna di gas naturale liquefatto – specie dal Qatar – causata dalla guerra.
Il settore dei trasporti è quello che subisce il primo, violento contraccolpo. Il carburante rappresenta la spesa maggiore per le compagnie aeree e l’interruzione dei flussi ha scatenato rincari insostenibili. Dall’inizio delle ostilità in Iran, il prezzo del jet fuel in Europa è raddoppiato, superando la quota di 1.700 dollari per tonnellata metrica.
Willie Walsh, direttore generale della Iata, chiarisce che l’industria non ha modo di assorbire l’incremento, rendendo «inevitabile» l’aumento del costo dei biglietti.
Il gruppo Lufthansa discute la messa a terra di un numero compreso tra 20 e 40 aerei, mossa che ridurrebbe la capacità della compagnia del 2,5 o 5 per cento. Il rincaro dei prodotti raffinati, per i quali l’Europa dipende dal Golfo per oltre il 40% del totale, colpisce in parallelo la logistica su gomma e i consumatori alla pompa di benzina
L’esplosione dei costi della materia prima si riflette sui prezzi dei beni finali. La produzione di acciaio, materie plastiche e fertilizzanti risulta compromessa; per quest’ultimo settore, l’energia copre tra il 60 e l’80% dei costi operativi, preannunciando ampie ripercussioni sulla filiera agroalimentare.
L’Unione europea affronta una sfida macroeconomica complessa. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz paragona il fardello sull’economia a quello sopportato con il Covid o con l’inizio del conflitto ucraino. Un concetto simile a quello delineato dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che ancora ieri ha ricordato quanto possa essere profonda la situazione.
Il rischio concreto, evidenziato dal commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, è una scivolata verso la stagflazione, mix tossico di crescita stagnante e prezzi elevati tipico del passato.
Le previsioni della Commissione tagliano la crescita continentale all’1% per l’anno in corso, preannunciando un possibile rialzo dei tassi da parte della Bce. Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, avverte che, pur ipotizzando una fine immediata delle ostilità, l’economia globale impiegherebbe un intero anno per recuperare. Il Vecchio Continente ha settimane, non mesi, per prepararsi a un impatto destinato a ridisegnare la propria architettura economica.
(da agenzie)
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