Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
A ESSERE PIÙ PENALIZZATE SONO LE COPPIE CON I FIGLI MENTRE AUMENTA ANCHE IL NUMERO DI CHI È POVERO PUR LAVORANDO
Quasi una persona su quattro in Italia (il 22,6% per 13,3 milioni) è a rischio di povertà, esclusione sociale o bassa intensità di lavoro, con un calo di mezzo punto rispetto al 2024.
Le politiche del governo redistribuiscono gli svantaggi tra le famiglie: a fronte di un miglioramento delle condizioni delle coppie con tre o più figli (che hanno beneficiato di diverse misure adottate dal governo Meloni) l’Istat registra un peggioramento per le coppie con due figli, mentre il rischio di povertà continua a rimanere contenuto per le coppie con un figlio.
Se il rischio di povertà rimane stabile, inoltre, passa dal 4,6% del 2024 al 5,2% (3,3 milioni di persone) la quota di popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale. Tra gli indicatori c’è l’impossibilità di riscaldare adeguatamente l’abitazione, o di consumare almeno ogni due giorni un pasto proteico, o di affrontare una spesa imprevista.
Si rischia la povertà anche pur lavorando, si guadagna troppo poco, e non solo perché gli stipendi sono bassi, ma anche perché l’attività è distribuita su una parte limitata dell’anno. È in condizioni di povertà lavorativa l’88,4% di chi lavora per meno di 4 mesi l’anno, scende al 57,1% per chi lavora tra i 4 e i 9 mesi l’anno e al 13,2% per chi lavora più di 9 mesi. In media, i lavoratori a basso reddito sono un quinto del totale, in aumento rispetto ai livelli pre-crisi: nel 2007 si fermavano al 17,7%.
Rispetto al 2007 le famiglie italiane non sono riuscite neanche a recuperare in termini di redditi, nonostante la crescita del 2024. In termini reali infatti i redditi familiari sono ancora inferiori, in media, del 4,9% rispetto al periodo precedente la crisi finanziaria globale.
Con una buona dose di disuguaglianze: la contrazione risulta più marcata nel Centro (-9,3% rispetto al 2007) e nel Mezzogiorno (-6,9%) e relativamente più contenuta nel Nord-est (-2,5%) e nel Nord-ovest (-1,8%). Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-13,4%) o dipendente (-6,3%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 6,6%.
Lancia l’allarme la Cgil: i dati dell’Istat mostrano una «emergenza da affrontare urgentemente: 13,3 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale».
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA TRAGICA TRAVERSATA COSTATA LA VITA A 19 PERSONE, LA PICCOLA ERA STATA RICOVERATA TRA LE PRIME
“Era pomeriggio inoltrato, erano passate ore dallo sbarco dei naufraghi. Una mia collega è
entrata in hotspot accompagnando una bambina avvolta in una coperta. Camminava piano, ma con i suoi piedi. Gli occhi grandi, stanchi, ma vivi. Il papà non ha capito subito. Si è alzato lentamente, incerto se avvicinarsi o no, come se avesse paura. Poi, la bambina lo ha visto per prima e ha detto: ‘Papà!”. E una montagna d’uomo, uno dei 58 sopravvissuti all’ultima drammatica traversata costata la vita a 19 persone, è crollato, come se l’inferno stesso gli avesse restituito il tesoro più caro.
Zombie, fantasmi, sopravvissuti. A Lampedusa, gli operatori della Croce Rossa italiana ormai sanno riconoscere chi arriva ed è reduce da un naufragio. Lo sguardo perso, la stanchezza infinita, l’incredulità stoica – e quasi sembra un ossimoro – dell’essere ancora vivi. Ancor di più si nota sul molo Favaloro, dove chi capisce di avercela fatta si inginocchia e prega il suo dio – se dopo una traversata da incubo ancora ci crede – per essere ancora vivo. I più, sono fantasmi. Non sanno, non capiscono. La terra balla ancora, come ballava la barca.
L’inferno in terra di Malick
Lui gli operatori lo hanno notato subito. Seduto su una panchina, la metallina – la coperta termica d’emergenza – che gli crepitava attorno. Lui inerte, inerme, paralizzato. Solo gli occhi – vivi e vigili – a squadrare ognuno che passava. Malick – lo chiameremo così per tutelare il futuro suo e dei suoi – controllava, cercava. Lo ha raccontato poi a uno degli operatori che ha visto e interpretato quel silenzio che – si impara a Lampedusa – significa paura, angoscia. Per tutta la traversata aveva tenuto stretta a sé la sua piccola. Si chiama Fatoumata, ha sei anni. E di lei oggi si può parlare al presente perché è viva e sta bene. Ma Malick in quel momento non lo sapeva e disperato cercava. È la prima cosa che ha chiesto a interpreti e mediatori. “C’era la mia bambina, dov’è la mia bambina?”.
Fatoumata persa nella concitazione dei soccorsi
I soccorsi sono affare delicato. Ci si mischia, ci si perde. “I fragili prima”, ordina la regola. E i bambini passano avanti. Quando arrivano al molo, al più presto li si porta quasi sempre al poliambulatorio per verificarne le condizioni. Fatoumata è stata fra le prime a essere trasferite, insieme a un piccolino di un anno appena o poco più. Malick e la mamma del piccolo sono rimasti indietro. Annichiliti da freddo, stenti, una traversata da incubo, in cui la speranza si mischia alla paura, e le due fanno a botte fra loro. Si prova a resistere, nonostante freddo, onde che sembrano mangiarti, fame e sete che prima sono demoni, poi aiutano a sprofondare in un oblio in cui si smette semplicemente di sentire. Ma Malick non ha mai smesso di percepire la manina di Fatouma stretta nella sua. Almeno fino a quando è rimasto cosciente.
“Ci sono diciannove morti”
Poi lo sbarco, la confusione, le voci nell’esperanto della fuga in cui ci sono parole che tutti capiscono anche se le lingue madri sono diverse. “Morti”, “spariti”, “annegati”. Degli ottanta partiti dalla Libia, solo cinquantotto sono arrivati vivi. E lo hanno capito solo allo sbarco perché i più pensavano che quei corpi accasciati come bambole di pezza, magari accanto a loro, si fossero solo addormentati vinti da fame, sete, stanchezza. Quando la Guardia costiera li ha portati tutti sulla motovedetta era troppo l’oblio che segue al sollievo di intuire di essere in salvo per vedere, per capire. Sul molo Favaloro, Malick non ha visto Fatoumata accanto a sé. E ha avuto paura. Perché dopo l’arrivo della motovedetta, pensava l’avessero portata al riparo, ma sbarcato a terra non l’ha vista. E allora ha chiesto di vedere in volto – uno per uno – chi non ce l’ha fatta. Chi è morto a un passo dall’Europa diventata fortezza.
Body bag dopo body bag
Accompagnato dagli operatori ha aperto le body bag, ha scostato le coperte termiche. “Non ci sono bambini, tranquillo”, gli dicevano. Ma lui doveva vedere, capire. Solo dopo ha accettato di incolonnarsi insieme a tutti gli altri verso i pulmini che portano all’hotspot. Vuoto, come chi ha perso un pezzo. Divorato da un dubbio che nessuno in quel momento era in grado di sciogliere. Non poteva saperlo, come non sapevano gli operatori – sempre attenti a non dare false speranze – che Fatoumata è stata fra le prime a toccare terra, a essere messa su un’ambulanza e poi, via, dritta verso il poliambulatorio per tutti i controlli del caso. “Respirava piano, stanca, ma viva. I medici hanno lavorato in silenzio, le mani esperte, gli
occhi attenti. Quando finalmente ha aperto gli occhi, ha cercato subito la sua famiglia”, racconta un’operatrice della Croce Rossa che in quel viaggio l’ha accompagnata.
“Sei tu, piccola mia”
L’hotspot non è lontano. Malick era lì mentre i medici controllavano la sua piccola. Ma lui non lo sapeva e per ore è rimasto non lontano dal cancello a controllare chiunque entrasse, fin quando lei – anche più piccola della coperta vera che aveva addosso – non è entrata e lo ha chiamato. “Ripeteva solo ‘sei tu, sei tu’”, spiega un mediatore. Ma tutti, inclusi quelli che non conoscono quel dialetto, hanno capito il linguaggio di quelle mani che la toccavano, di quelle braccia che la stringevano, di quell’uomo che quasi stentava a credere che la sua piccola non gli fosse stata strappata via. Ed è scattato un applauso di tutti, una mano leggera di chi stava lì vicino, quasi timoroso di entrare in quella bolla di incredula felicità. “Anche chi di noi non capiva la loro lingua, in quell’istante ha compreso tutto. In quel piccolo spazio, la vita ha vinto contro ogni probabilità. E il mare, per una volta, ha restituito ciò che sembrava aver preso”, dice la volontaria che ha accompagnato Fatoumata.
Niente orfani del Mediterraneo
Dietro di lei, una collega con in braccio un bimbo ancora più piccolo. Un anno appena. Si chiama Moussa anche lui. All’arrivo a Lampedusa, c’è chi lo ha raccontato orfano, chi ha detto che la sua mamma era l’unica donna morta nel naufragio. Ma quella ragazzina che si è spenta insieme al compagno con cui aveva sperato in una vita migliore per il loro bambino in arrivo non aveva nulla a che fare con lui. La sua mamma lo aspettava, non ha mai smesso di credere, come le avevano assicurato, che il suo bimbo – con cui, per cui ha deciso di sfidare le onde – le sarebbe stato restituito dopo i necessari controlli. E quando lo ha riabbracciato, tutto – la traversata, l’incubo, la paura, il dolore – come una tessera ha trovato posto, senso.
Sea Watch: “Sia fatta chiarezza”
Mentre a Lampedusa imperversa il maltempo, i naufraghi rifiatano. Ma nel frattempo vengono fuori le domande di chi, nonostante norme che lo rendono sempre più difficile e rischioso, continua a pattugliare il Mediterraneo. “Perché non si è intervenutocon assetti più adatti?”, chiede Giorgia Linardi di Sea Watch. Con Aurora, la più piccola delle sue due navi, l’ong tedesca era uscita in mare
ventiquattro ore prima dell’individuazione del gommone per tentare di trovare un’imbarcazione in difficoltà segnalato da un mayday relay di Frontex. Più volte, spiega l’ong tedesca, da ponte hanno provato a chiedere supporto ai diversi aerei istituzionali che hanno sorvolato l’area, hanno chiesto indicazioni e coordinate precise per poter prestare soccorso. Nessuno ha risposto. Solo 24 ore dopo una motovedetta è uscita e si è diretta a tutta velocità verso l’area in cui era stata segnalata una carretta del mare in avaria. “Le vittime e i sopravvissuti arrivati ieri a Lampedusa meritano che sia fatta chiarezza e giustizia rispetto alle azioni intraprese o meno dalle autorità dal momento della ricezione della notizia del caso – afferma Linardi – La guardia costiera è intervenuta da Lampedusa sfidando condizioni meteo avverse, ma Roma avrebbe potuto attivare i soccorsi prima e con assetti più idonei? A questa e altre domande si deve una risposta”.
(da Fanpage)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“C’È CHI CREDE DI AVERE RICEVUTO UN’AUTORITÀ SENZA LIMITI E PENSA DI POTERNE USARE E ABUSARE A PROPRIO PIACIMENTO. OGNI AUTORITÀ DOVRÀ RISPONDERE DAVANTI A DIO DEL PROPRIO MODO DI ESERCITARE IL POTERE RICEVUTO”
“C’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento”. E’ quanto si legge nel testo della Via Crucis (prima stazione) che il Papa condurrà stasera al Colosseo.
L’autore, p. Francesco Patton, ricorda che “ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli”.
Nell’undicesima stazione della Via Crucis si sottolinea invece quale è il vero potere: “Inchiodato sulla croce come un malfattore, ma con un titolo che rivela la tua regalità, o Gesù, tu ci mostri qual è l’autentico potere
Non quello di chi ritiene di poter disporre della vita altrui nel dare la morte – si legge nei testi preparati da padre Francesco Patton per il rito che sarà presieduto dal Papa stasera al Colosseo -, ma quello di chi realmente può vincere la morte dando la vita e può dare la vita anche accettando la morte. Tu manifesti che il potere autentico non è quello di chi usa la forza e la violenza per imporsi, ma quello di chi è capace di prendere su di sé il male dell’umanità, il nostro, il mio; e annullarlo con la potenza dell’amore che si manifesta nel perdono.
Tu sei Re e regni dalla croce: non ti servi dell’apparente potenza degli eserciti, ma dell’apparente impotenza dell’amore, che si lascia inchiodare.
Tu sei Re e la tua croce diventa l’asse attorno al quale ruotano la storia e l’intero universo, per non precipitare nell’inferno dell’incapacità di amare”.
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE QUELLA BAMBOLONA PLASTIFICATA DI KRISTI NOEM È STATA SILURATA POCO FA E LA PROSSIMA POTREBBE ESSERE LA PUTINIANA TULSI GABBARD, DIRETTRICE DELL’INTELLIGENCE NAZIONALE – IL COATTO DELLA CASA BIANCA STA SOFFRENDO LE PRESSIONI DEL MONDO MAGA E HA DECISO DI FAR FUORI LE SUE “FEDELISSIME” PUR DI ACCONTENTARLO
«Tu non mi dici proprio nulla, avvocato fallito e finito». L’aveva detto quasi gridando, livida
di rabbia, a Jamie Raskin, democratico del Maryland, membro di più alto rango della Commissione Giustizia della Camera.
Nella stessa seduta a Dan Goldman, democratico di New York e uno dei principali impeachment manager in uno dei procedimenti contro Donald Trump, aveva urlato: «Oggi sei un avvocato bravo pressappoco quanto lo eri quando hai tentato di mettere sotto impeachment il Presidente». E ne aveva avuto anche per Thomas Massie, repubblicano del Kentucky, definito da lei un «politico fallito» affetto dalla «sindrome anti-Trump».
Sono tutte frasi che risalgono al 12 febbraio scorso, l’audizione di Pam Bondi davanti alla Commissione Giustizia della Camera per riferire dei documenti relativi a Jeffrey Epstein. L’ultima performance pubblica di quella che è ormai l’ex Procuratrice Generale, rimossa ieri dal suo incarico da Donald Trump.
Congedata con un messaggio sul social Truth – come era già successo con la Segretaria per la Sicurezza Interna Kristi Noem – pieno di lodi del tipo «è una grande patriota americana e un’amica leale» e con «we love Pam», perché la prima regola MAGA è quella di non ammettere mai i propri errori e quindi anche i licenziamenti sono fallimenti mascherati da promozioni
Che il suo posto fosse in pericolo lo si sussurrava da tempo, così come il fatto che Trump fosse irritato dalla sua gestione degli Epstein file e dalle critiche che tale gestione ha provocato all’interno della sua base.
L’audizione del 12 febbraio, affrontata da Pam Bondi con toni aggressivi e con il rifiuto di rivolgere addirittura lo sguardo alle vittime di Epstein presenti in aula, è stata la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso da entrambe le parti: da una la deputata democratica Summer Lee ha iniziato a scrivere gli articoli di impeachment contro Bondi – presentati poi il 17 marzo – citando ostruzione e abuso di potere; dall’altra Trump ha iniziato a pensare di disfarsene.
Eppure non si può dire che la bionda Pam non sia stata una dei soldati più fedeli dell’armata Trump, una vera amazzone disposta a tutto per il suo capo, anche a trasformare il Dipartimento di Giustizia nell’arma personale del Presidente, mettendo in pratica la sua sete di vendetta contro i nemici.
L’anno scorso, nel giro di tre settimane, sotto la sua guida il Dipartimento di Giustizia aveva ottenuto l’incriminazione dell’ex direttore dell’Fbi James Comey e della Procuratrice Generale di New York Letitia James, colpevole di aver vinto la causa del 2022 per frode contro la Trump Organization. I procuratori federali hanno inoltre incriminato John Bolton, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale a cui Trump aveva giurato vendetta, e hanno tentato, senza successo, di convincere un Gran Giurì a formulare accuse penali contro sei membri del Congresso, dopo che Trump li aveva pubblicamente accusati di «comportamento sedizioso».
Ultimo in ordine di tempo: l’ex direttore della Cia John Brennan. Trump lo vuole incriminato per aver rilasciato dichiarazioni secondo lui false al Congresso in merito alla questione delle ingerenze russe nelle elezioni del 2016. Tutto fatto da Bondi per compiacere il Presidente, ma con poco successo e con ritmi troppo blandi.
Con l’uscita di Pam Bondi e Kristi Noem, il poker delle fedelissime di Trump di cui fanno parte anche la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e la Portavoce della Casa Bianca Caroline Leavitt si riduce a metà. Sono le donne di destra che non si limitano a scusare le sfuriate autocratiche e gli impulsi misogini del Presidente, ma li assecondano, arrivando persino a celebrarli. La prossima ad avere le ore contate pare sia Tulsi Gabbard.
(da La Stampa)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
AI PM DELL’ANTIMAFIA CAROCCIA HA DETTO: “DELMASTRO IL RISTORANTE VOLEVA FARLO CON ME. GLI DISSI: HO QUESTO PROBLEMA DEL PROTESTO, LO FACCIAMO FARE A MIA FIGLIA”. IN SOSTANZA, L’EX SOTTOSEGRETARIO SAPEVA
Circa un anno prima di costituire “Le 5 Forchette srl” insieme ad Andrea Delmastro (e di
intestare il suo 50% alla figlia Miriam), secondo i pm Mauro Caroccia avrebbe “distrutto i libri e la documentazione contabile” della Rdm 2015 srl, cui faceva riferimento il suo storico ristorante di famiglia, “Da Baffo”.
Società dichiarata fallita il 5 gennaio 2024. Tutto ciò “con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e arrecare danno ai creditori”. La questione emerge dagli atti di un’inchiesta della Procura di Roma per bancarotta fraudolenta, reato di cui viene accusato proprio Caroccia senior – condannato in via definitiva a febbraio 2026 per essere stato il prestanome del clan Senese – che a dicembre 2025 ha anche ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
La vicenda della bancarotta ha un peso specifico nell’inchiesta per riciclaggio e intestazione fittizia di beni – con aggravante mafiosa – aperta a febbraio scorso e che vede indagati Mauro e Miriam Caroccia, proprio per la società cui poi farà riferimento il ristorante “Bisteccheria d’Italia”.
Durante l’interrogatorio del 1° aprile, infatti, ai pm Caroccia – assistito dall’avvocato Fabrizio Gallo – ha riferito: “Delmastro il ristorante voleva farlo con me. Gli dissi: ho questo problema del protesto, lo facciamo fare a mia figlia”, il senso delle sue dichiarazioni ai magistrati.
In sostanza, l’ex sottosegretario sapeva che l’uomo aveva un problema di insolvibilità (il “protesto”, come lo ha definito) tale da non potersi intestare le quote del ristorante e di dover mettere il nome della sua figlia 18 enne.
E il politico di Fratelli d’Italia – se la versione data ai pm è veritiera – avrebbe accettato la soluzione di comodo, facendo una sorta di “beneficenza” alla famiglia Caroccia, in quel momento sul lastrico, pur senza informarsi oltre della situazione familiare.
Gli atti dell’inchiesta per bancarotta potrebbero confluire presto nel fascicolo per riciclaggio relativo alla Bisteccheria. Anche perché, è emerso dal processo “Affari di Famiglia”, Rdm 2015 era una delle società di cui l’effettivo dominus era Angelo Senese, fratello del boss Michele Senese detto “O’ Pazzo”. […]
Dal racconto di Caroccia ai pm sappiamo che il ristoratore e Delmastro si conoscono la sera di San Valentino 2023, con il politico che poi da aprile diventa cliente fisso. E che l’idea di aprire un ristorante arriva dopo il fallimento di “Baffo” e i problemi economici della famiglia.
Mauro Caroccia promuove il ristorante La bisteccheria d’Italia – video del 25 settembre 2024
Dunque nel corso del 2024. È il periodo in cui arriva in Procura la denuncia del curatore fallimentare, il commercialista Mauro Carbone, che oltre a denunciare la “distruzione” dei documenti contabili, constata anche il mancato deposito dei bilanci di esercizio, dalla costituzione alla liquidazione della Rdm 2015.
Si arriva quindi al 16 dicembre 2024, quando dal notaio Carlo Scola si vedono da una parte i “biellesi” Delmastro, Elena Chiorino, Cristiano Franceschini, Davide Zappalà e Donatella Pelle, e dall’altra la giovane Miriam Caroccia, classe 2006, accompagnata da papà Mauro e mamma Barbara.
Secondo la versione di tutte le parti, però, in quel momento nessuno si accorge né del maxi-processo in corso che vedeva imputato Mauro Caroccia per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa – la Cassazione aveva già annullato l’assoluzione in Appello bis – né trova notizie della bancarotta della Rdm 2015, o almeno del sequestro di “Baffo” da parte della dda.
Adesso la Procura di Roma sospetta che ne “Le 5 Forchette” – e dunque nella Bisteccheria d’Italia – i Caroccia abbiano investito ancora una volta capitali criminali, del clan Senese. Che poi è l’accusa che più di tutte l’avvocato Gallo si sta spendendo per far cadere.
Per questo i pm hanno dato alla Finanza delega più ampia per verificare le forniture di materiali emerse anche durante l’interrogatorio di mercoledì. Il sospetto è che ci sia stato un giro di soldi in nero. Sempre all’insaputa di Delmastro e degli altri ex soci piemontesi che non risultano indagati.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
E C’È UN ALTRO NOME CHE CIRCOLA TRA I DEM SOPRATTUTTO TRA QUELLI DI AREA RIFORMISTA: QUELLO DI FRANCO GABRIELLI. E ELLY? NON SI SCOMPONE: “IO PASSI INDIETRO NON NE FACCIO”… CONTINUATE COSI’ E MELONI HA LA VITTORIA ASSICURATA
No, l’idea non è stata di Rosy Bindi. Il nome di Pier Luigi Bersani gira da giorni tra i maggiorenti del Pd. A mo’ di deterrente. L’idea è sempre la stessa: evitare le primarie e la discesa in campo di Elly Schlein. La convinzione è che, di fronte alla disponibilità dell’ex segretario dem, l’attuale leader del Partito democratico faccia un passo indietro.
E questa è una delle manovre in corso. Meglio l’usato sicuro, insomma. Bersani gode di grande popolarità anche presso la generazione Z, che magari non vota Schlein ma nemmeno Giuseppe Conte.
A cui, nel caso, verrebbe offerta la poltrona di presidente del Senato. Bersani appare restìo. Almeno per ora. Anche perché si sente in corsa per il Quirinale, nel caso di vittoria del centrosinistra alla elezioni politiche del 2027.
Ma se l’ex leader dem continuasse a fare il difficile c’è un altro nome che circola tra i pd, soprattutto tra quelli di area riformista: quello di Franco Gabrielli.
Poi c’è l’altra manovra, perché i lavori in corso nel Partito democratico non hanno mai fine. Questa è congegnata dalla «Ditta» per riprendere in mano il centrosinistra. Ci lavorano due pezzi grossi di quell’area che con Conte hanno ottimi rapporti. Goffredo Bettini e Massimo D’Alema.
Entrambi stimano l’avvocato del popolo e non è sfuggito a nessuno che Rinascita nuova edizione, la rivista (per ora online) che Bettini ha risuscitato, il giorno del suo battesimo si sia presentata con un editoriale di Conte e un’intervista di D’Alema.
Del resto, l’altro giorno su Radio1 Bettini è stato più che esplicito: «Elly ha fatto un lavoro enorme e questo le va riconosciuto perché c’è chi dentro non glielo
riconosce. Ma la questione della premiership non va posta oggi. La mia esperienza mi dice che bisogna pensare al modo migliore per vincere».
Se non è un benservito poco ci manca.
E tanto per essere più chiaro Bettini ricorda «l’atto di grande generosità» che fece D’Alema, leader del partito più grande. Sì, D’Alema, che proprio in questi giorni con i suoi interlocutori si spertica in lodi nei confronti di Conte: «È stato un ottimo presidente del Consiglio. Mi fido di lui».
Dunque nel Pd e dintorni chiunque abbia più di 60 anni (e, in genere, sia di genere maschile) sembra fidarsi poco delle capacità di Schlein di combattere e vincere un duello con Giorgia Meloni. Eppure è stata proprio lei la segretaria eletta alle primarie del Pd contro tutti i pronostici. «Ma adesso — chiosa maliziosamente un autorevole dirigente dem — l’hanno vista arrivare e quindi la fermeranno».
E, soprattutto, evitare le primarie, perché se la segretaria perde il Pd ha un tracollo e, di conseguenza, diminuiscono i seggi in Parlamento per i dem. Con Conte candidato premier, invece, in caso di vittoria, per i pd ci sarebbe il Quirinale in palio. Con Bersani candidato premier, Conte potrebbe «vedere» il Colle. E Schlein? Appoggia la proposta di Avs di un incontro tra i leader della futuribile coalizione. E fa finta di niente, convinta che alla fine avrà la meglio, perché, ripete, «io passi indietro non ne faccio».
(da Repubblica)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL CARTELLO È FIRMATO CON IL SIMBOLO DI CASAPOUND VENETO E ACCOMPAGNATO DA UNA CROCE CELTICA
“Quanto accaduto nella notte a Rovigo è estremamente grave. Sulla sede della CGIL è
comparso un manifesto intimidatorio rivolto alla deputata Nadia Romeo, con frasi di odio esplicite e violente, firmato con il simbolo di CasaPound Veneto e accompagnato da una croce celtica. Un atto inaccettabile che richiama apertamente linguaggi e simboli neofascisti”. Lo dice Chiara Braga, capogruppo del Pd alla Camera.
“Abbiamo presentato denuncia e chiediamo che si faccia piena luce. Colpisce la tempistica e riteniamo che non sia casuale che tutto ciò avvenga proprio mentre venivano sanzionati deputati dell’opposizione, con una decisione assunta a maggioranza dall’Ufficio di presidenza della Camera, per aver difeso pacificamente le istituzioni dalla presenza di organizzazioni che si richiamano al neofascismo -prosegue Braga-. Piena e convinta solidarietà alla nostra collega Nadia Romeo, oggetto di minacce gravissime”
“CasaPound rappresenta un covo neofascista: è inaccettabile che continui ad agire senza conseguenze. Chiediamo al Ministro dell’Interno di intervenire per perseguire i responsabili di tale atto, al Presidente della Camera Fontana e a tutte le forze politiche, anche a quelle di centrodestra, di prendere una posizione chiara di condanna.
Il silenzio non è accettabile -dice ancora Braga-. Legittimare CasaPound, di fatto, è ciò che è avvenuto con un provvedimento ingiusto e sbagliato come quello delle sanzioni ai parlamentari del Partito Democratico e delle altre opposizioni: una decisione che ha finito per sdoganare questa associazione, rendendo ancora più grave la portata di quell’atto. I deputati del PD si sono limitati, in modo pacifico, a richiamarsi ai valori costituzionali. E ribadiamo che continueremo a farlo, difendere i valori democratici e antifascisti su cui si fonda la nostra Repubblica”.
(da Adnkronos)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“SANGIULIANO, QUANDO ESPLOSE IL CASO BOCCIA, DISSE COSE SOSTANZIALMENTE VERE: CIOÈ DI AVERLE STRACCIATO IL CONTRATTO DI CONSULENTE GRATUITA AL MINISTERO DELLA CULTURA POCO PRIMA DI FIRMARLO E DI NON AVERE SPESO PER LEI UN EURO PUBBLICO. PIANTEDOSI PUÒ DIRE LO STESSO? SE LO DIRÀ, DOVRÀ DIMOSTRARE CHE LA MIRIADE DI INCARICHI PUBBLICI COLLEZIONATI DA LADY ZELIG ERANO TUTTI FRUTTO DELLA DI LEI BRAVURA E NON DELLA DI LUI INFLUENZA”
Ogni volta che ci vien voglia di chiedere le dimissioni di qualcuno, ci viene in mente qualcun altro che dovrebbe dimettersi prima e quindi lasciamo perdere. Anche perché di solito, quando poi qualcuno si dimette, al suo posto arriva uno uguale o peggiore. Via Sangiuliano, ecco Giuli. Via Gasparri, ecco la Craxi. […
Dietro Piantedosi già si staglia l’ombra di Salvini, per la gioia di chi viaggia in treno, ma solo finché non arriva il successore. E non osiamo immaginare chi potrebbe rimpiazzare Urso, altro talento comico ineguagliabile. In questi tempi cupi, abbiamo diritto a un po’ di avanspettacolo: non è che possono portarci via tutti i cabarettisti in una botta sola.
Quindi no, nessuno tocchi Piantedosi, ultimo pollo caduto nelle spire della femme fatale di turno, come se la lezione di Genny fosse passata invano.
Fra l’altro la fidanzata aquinate Claudia Conte, al confronto dell’erinni pompeiana Maria Rosaria Boccia, ha usato un metodo un po’ meno cruento per vendicarsi con l’ex amato (per quale torto, ancora non è chiaro): anziché sfregiargli il cranio con la limetta del tagliaunghie, ha optato per un’intervista con coming out.
Nulla si può prevedere sulle reazioni della consorte e soprattutto della Meloni, che dopo il referendum appare ancor più fumantina e meno tollerante del solito. Quindi,
se qualcuno vedesse il ministro dell’Interno aggirarsi per il Viminale sanguinante o incerottato, un’idea potrebbe farsela.
Resta da capire cos’abbia indotto la giornalista-scrittrice-presentatrice-prezzemolina conterranea di San Tommaso d’Aquino a svelare la sua liaison con Piantedosi e proprio ora, e se lui lo sapesse e fosse d’accordo o meno. E cosa abbia detto lui nel colloquio con la premier e con Salvini subito dopo lo scoppio della bombetta.
Sangiuliano, quando esplose il caso Boccia, disse cose sostanzialmente vere: cioè di averle stracciato il contratto di consulente gratuita al ministero della Cultura poco prima di firmarlo e di non avere speso per lei un euro pubblico.
Piantedosi può dire lo stesso? Se lo dirà, dovrà dimostrare che la miriade di incarichi pubblici collezionati da Lady Zelig – le cui photo opportunity spaziano da papi a cardinali, da ministri a sottosegretari, da politici destri e pidini a mezza vipperia nazionale giù giù fino a un condannato per truffa che scarrozzava il mafioso latitante Matacena – erano tutti frutto della di lei bravura e non della di lui influenza.
E che, con il suo proverbiale fiuto di superpoliziotto, non aveva mai sentito puzza di bruciato. Insomma, che siamo in buone mani.
Marco Travaglio
per “il Fatto Quotidiano”
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
E SE AL PARTY DI MICCICHÈ SI VOCIFERA DI URNE A OTTOBRE, IL PRESIDENTE DELL’ARS GALVAGNO VORREBBE RICANDIDARSI PER “SANARE” COL VOTO LA SUA POSIZIONE DA IMPUTATO
Se la Sicilia è la cartina di tornasole di ciò che accade nella politica di questo Paese, al
momento c’è un dato certo: a destra regna il caos e a sinistra è in corso una caccia disperata a un timoniere.
Il disordine isolano non fa dormire sonni tranquilli a Renato Schifani. Il presidente siciliano forzista, accerchiato dalle inchieste sui suoi fedelissimi, è impegnato con un rimpasto per far rientrare la Democrazia Cristiana (“bloccato” pare dal diktat di Tajani) e per sostituire l’assessora meloniana Elvira Amata, indagata per corruzione.
Senza contare il bubbone esploso nella sanità dopo l’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa di uno dei fedelissimi del governatore, il superdirigente Salvatore Iacolino e i guai del presidente dell’Ars vicino a La Russa, Gaetano Galvagno (a processo per corruzione, peculato e truffa). Un coacervo di grattacapi capace di far venire l’emicrania permanente anche al più scafato dei politici.
Come se non bastasse, non è passato sotto traccia il totale disimpegno di Schifani nella campagna referendaria sulla giustizia.
Schifani, per nulla contento di fare un favore al suo rivale interno Giorgio Mulé (coordinatore per Fi della campagna per il sì), si è impegnato pubblicamente sul fotofinish. E il risultato è stata una sonora batosta del “sì” nell’isola, da sempre un fortino di voti per la destra (il “No” ha vinto con il 60,9%).
Di fronte a tale disastro, e per tentare di bloccare un’eventuale emorragia di voti alle prossime elezioni, adesso si fa strada Giorgio Mulè che, dalle pagine di “la Repubblica” ha iniziato a bombardare Schifani: “In Sicilia Forza Italia va commissariata per traghettarla fino alle Regionali e le Politiche. Sono a disposizione del partito e dei siciliani. Se questo fa storcere il naso a qualcuno, bisognerà trovare un chirurgo plastico”.
E per mettere la fiche sulla candidatura a prossimo governatore dell’isola ha già spostato la sua residenza a Monreale, in provincia di Palermo (per candidarsi alla presidenza della regione siciliana, infatti, è necessario essere residenti nell’isola).
Ora bisognerà attendere per vedere se Mulè non si farà distrarre da eventuali ambizioni nazionali. Ieri il nisseno ha incontrato Marina Berlusconi: di cosa hanno parlato?
Una parte consistente degli azzurri preme per avvicendamenti nei ruoli apicali, a cominciare dal capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, e resta traballante anche la poltrona di Tajani.
Ma Marina e Mulè potrebbero aver affrontato anche il dossier Sicilia, mettendo sul tavolo il dopo-Schifani.
D’altra parte che qualcosa stia bollendo in pentola lo fiutano in molti sull’isola. Non si parlava d’altro il 1° aprile al party palermitano per i 72 anni di Gianfranco Miccichè che, dopo aver lasciato Forza Italia nell’autunno del 2023, è entrato nell’alleanza “Grande Sicilia” con il sindaco di Palermo Roberto Lagalla e il leader e fondatore dell’Mpa Raffaele Lombardo.
Messi da parte gli scazzi che portarono Miccichè fuori dal Fi, alla festa c’era persino Renato Schifani. Secondo i ben informati, la sua presenza non avrebbe impedito a qualche invitato di far allusioni sulle prossime elezioni, ipotizzando una chiamata alle urne per i siciliani in ottobre.
Ma se alla festa il governatore siciliano ostentava serenità, le parole del commissario regionale di Fratelli d’Italia, Luca Sbardella, devono aver provocato più di qualche sussulto: se, come ha ipotizzato, nell’isola potrebbe essere applicato lo stesso criterio romano sugli indagati del partito, la giunta verrebbe decimata.
La prima vittima del repulisti sarebbe il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno che, tirato subito in causa, ha dovuto rinculare: “Se sono disposto a fare un passo indietro se me lo chiede il partito? Assolutamente sì, ci mancherebbe.
Non ho avuto indicazioni in alcun senso e non ho ricevuto nessun genere di invito. Noi però siamo persone di partito, quindi risponderemo se dovessimo essere chiamati in causa”.
Per adesso, in mancanza di indicazioni, il 4 maggio comincerà il suo processo per corruzione, peculato e truffa. Nel futuro il tentativo di Gavagno potrebbe essere provare a ricandidarsi per “sanare” col voto la sua posizione.
E nel centrosinistra siciliano che succede? Al posto di compattarsi sfruttando la scia del “no” al referendum, ci si spacca sulle regole del congresso che l’anno scorso portò alla riconferma di Anthony Barbagallo nel ruolo di segretario regionale del Partito democratico.
Il tribunale di Palermo ha fissato per il 27 ottobre l’udienza di comparizione sul ricorso presentato da nove esponenti del Pd siciliano contro il partito. In questo caos, il centrosinistra non ha un candidato e l’unico a fare opposizione è Ismaele La Vardera.
L’ex iena, oggi deputato regionale in Sicilia, è sceso in campo come candidato alla presidenza della regione (sulla carta si dovrebbe andare al voto nel 2027). Nei giorni scorsi, il leader di “Controcorrente” ha rivelato di aver ricevuto messaggi notturni da Giorgia Meloni che bollava come “vergognoso” il suo modo di fare politica. Un assist perfetto che gli ha permesso di lanciare la sua candidatura nel momento di massima attenzione mediatica.
Una spilletta al petto per lui che viene corteggiato dal Pd che, però, vorrebbe inglobarlo nella coalizione senza lasciargli la guida del “Campo largo” per dargli in cambio il ruolo di presidente dell’Ars o la presidenza della commissione antimafia. Pare che lui abbia rimbalzato la proposta (la sua lista sarebbe tra il 12-15%) e abbia deciso, per ora, di tirare dritto.
(da agenzie)
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