Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
LO STORICO DELLA LETTERATURA: “RENZI VUOLE ACCENTRARE IL POTERE NELLE MANI DEL GOVERNO, DI UN SOLO PARTITO E DI UN UNICO LEADER”
«Non sono un costituzionalista, quindi i miei apprezzamenti hanno ben poco di tecnico…». Prima di
cominciare a parlare del suo netto No al referendum del 4 dicembre, precisa questo Alberto Asor Rosa, storico della letteratura, saggista, alle spalle un passaggio alla Camera per il Pci alla fine degli anni 70
Giorgio Napolitano sabato ha dichiarato che, se vincesse il Sì, il Parlamento tornerebbe «un luogo degno».
«Ha deciso di sostenere a spada tratta la causa del Sì. E mi permetto di dire che forse sarebbe stato più conveniente un atteggiamento di maggior distacco da parte di un presidente emerito della Repubblica che ci rappresenta tutti. Ha voluto rappresentare soltanto una parte dei cittadini: avremmo auspicato non vedere mai una cosa così»
Tenendo da parte gli aspetti tecnici, perchè è contrario alla revisione costituzionale?
«È evidente che è stata voluta per trasferire il più possibile dal Parlamento al governo il potere di scelta. È il progetto di Matteo Renzi. E, in un’Italia che è soggetta a convulsioni politico-istituzionali di ogni genere, è molto pericoloso. A maggior ragione vista la connessione perversa della riforma con l’Italicum, che tende anch’esso ad accentrare potere nelle mani del governo, di un solo partito e di un solo leader»
Adesso Renzi afferma di volere modificare il sistema di voto.
«C’è motivo di dubitarne. Come tardivamente richiesto dalla minoranza del Pd, la modifica andava fatta prima del referendum. E sarebbe stato un argomento quasi vincente nelle mani del presidente del Consiglio per far prevalere il Sì. Se non lo ha fatto, c’è da pensare che non lo farà ».
C’è stata un’eccessiva personalizzazione di questo referendum?
«Per inequivocabile responsabilità del fautore della riforma, cioè Matteo Renzi, si è spostata l’attenzione sulla permanenza nel ruolo di una singola persona».
Poi però anche molti avversari gli sono andati dietro.
«La responsabilità storica è di Renzi. Ma certamente gli oppositori hanno acconsentito anche loro a trasformare il referendum in un fatto politico-elettorale. E così, qualunque sarà il risultato della consultazione, potrebbe esserci il rischio di uno scollamento istituzionale»
Dunque, che fare?
«Bisogna spostare il dibattito sul merito della riforma. Anche se Renzi, che è una figura di estrema mediocrità politico-culturale, tende a focalizzare tutto su se stesso giocando su un abbassamento generale del tessuto politico e culturale italiano».
Daria Gorodisky
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 3rd, 2016 Riccardo Fucile
VOTERANNO SI’ IL 40% DI ELETTORI DI FORZA ITALIA, IL 21% DI LEGHISTI E IL 19% DEL M5S… LA MAGGIORANZA DEI NO AL CENTRO-SUD, AL NORD PREVALE IL SI’… TRA CHI NON HA DECISO, LA TENDENZA E’ 60% SI’, 40% NO
La lunghissima campagna referendaria che ha preso avvio nel mese di gennaio, a due mesi dal voto,
presenta una situazione di grande incertezza e continua a essere caratterizzata da un modesto livello di conoscenza della riforma votata dal Parlamento.
Solo un cittadino su 10, infatti, dichiara di conoscere nel dettaglio i contenuti della riforma costituzionale, il 44% la conosce a grandi linee, il 38% ne ha sentito vagamente parlare e l’8% non sa nemmeno che ci sarà un referendum.
Rispetto al sondaggio realizzato nel luglio scorso, gli italiani che ne sanno qualcosa aumentano solo di 3 punti (da 51% a 54%): è un dato sorprendente, tenuto conto che i mezzi di informazione ogni giorno ci parlano del referendum.
Ma ne parlano prevalentemente riportando più il rumore di fondo (le polemiche e i conflitti tra i due schieramenti), mentre l’approfondimento del merito della riforma è merce rara, probabilmente perchè risulta ostico agli elettori.
Il Sì in flessione
Quanto agli orientamenti di voto si registra una flessione di due punti del fronte del Sì (da 25% a 23%), la stabilità di quello del No (25%) e l’aumento sia degli indecisi (da 7% a 8%) che degli astenuti (da 42% a 44%).
Per effetto di questi cambiamenti il No prevale sul Sì, ma la distanza non è significativa e si mantiene nell’ambito dell’errore statistico.
Escludendo dal computo indecisi e astensionisti, oggi il No si attesta al 52% e il Sì al 48%.
Gli elettori per partiti
È interessante osservare gli orientamenti nei differenti elettorati. Iniziamo dalla partecipazione alla consultazione: i più mobilitati appaiono gli elettori del Pd (tre su quattro dichiarano di volersi recare alle urne), mentre tra gli elettori di M5S, Lega, Forza Italia e i centristi circa due su tre intendono votare.
Gli elettori del Pd, inoltre, si mostrano più coesi di quanto si potesse immaginare, tenuto conto del duro scontro tra maggioranza e minoranza del partito: il Sì prevale largamente (81% a 19%). Anche tra gli elettori centristi il Sì è in testa, ma in misura meno netta (59% a 41%).
Tra gli elettori dei partiti d’opposizione prevale il No ma è interessante osservare che circa uno su cinque tra i grillini (19%) e i leghisti (21%) e ben il 40% tra i sostenitori di Forza Italia voterebbe Sì.
D’altronde, alcuni dei temi della riforma incontrano una sensibilità diffusa anche tra chi osteggia il governo.
Per aree geografiche: al Nord prevale il Sì
L’orientamento di voto appare molto diversificato nelle diverse aree geografiche del Paese: nelle regioni del Nord ovest e in quelle del Centro Nord prevale il Sì, nel Nordest prevale di poco il No mentre nelle regioni del Centro Sud e nelle Isole il No ha un vantaggio piuttosto ampio.
I punti della riforma
Quando si entra nel merito della riforma, enunciando i sette principali punti in cui si sostanzia, il grado di accordo per ciascun aspetto considerato prevale sempre sul disaccordo, talora in misura molto netta come nel caso della riduzione dei senatori (62% i favorevoli, 20% i contrari), della fine del bicameralismo paritario (51% contro 24%), la soppressione del Cnel (49% contro 18%).
Il vantaggio è più contenuto solo nel caso delle modalità di elezione del Senato: 39% i favorevoli alla scelta contestuale al voto regionale, 31% i contrari che preferirebbero poter scegliere con un voto di preferenza.
L’accordo medio espresso per i sette punti della riforma è pari al 48% ma quando, successivamente, agli stessi intervistati si chiede di esprimere il favore per la riforma nel complesso, il consenso è più basso: il 42% si dichiara molto o abbastanza d’accordo, perchè la personalizzazione e l’orientamento politico prevalgono sul merito delle questioni.
D’altra parte, come già evidenziato, per il 53% degli interpellati gli italiani voteranno pensando di approvare o bocciare il governi Renzi.
Il rischio personalizzazione
Il premier sta riducendo la personalizzazione del referendum. Sembra una scelta saggia. In uno scenario tripolare, infatti, la personalizzazione può risultare una strategia ad alto rischio perchè i due elettorati antagonisti sono indotti ad allearsi contro il premier, indipendentemente dal merito del referendum, per «dare una spallata» al governo.
Mancano nove settimane al voto e la partita è davvero aperta: la distanza tra No e Sì è minima e gli indecisi saranno determinanti.
Tra questi ultimi la metà circa (47%) pur dichiarando di voler andare a votare non sa esprimere un parere sulla riforma, il 32% si dichiara favorevole e il 21% contrario.
Mobilitazione ferma al 56%
In questo scenario è auspicabile che il confronto, spesso influenzato dagli allarmi evocati – da una parte, nel caso di affermazione del No, le catastrofiche conseguenze sul piano economico-finanziario, politico e sociale; dall’altra, se vincesse il Sì, la concentrazione dei poteri, l’attentato alla democrazia e alla libertà dei cittadini – e dal tifo da stadio, si trasformi in una sana dialettica sui contenuti effettivi.
Il dibattito televisivo su La7 tra il premier Renzi e il professor Zagrebelsky va in questa direzione: è stato un contraddittorio utile e molto civile che ha consentito agli ascoltatori di approfondire le ragioni a favore e contro la riforma.
E un confronto argomentato e pacato potrebbe favorire una maggiore mobilitazione dei cittadini, oggi ferma al 56%.
È un dato che fa riflettere perchè si tratta di un referendum sulla Costituzione, e la Costituzione è di tutti, indipendentemente dalle opinioni sulla riforma.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere dela Sera“)
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Ottobre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“IL BOOM DI ASCOLTI DIMOSTRA CHE MOLTA GENTE E’ INTERESSATA A UN DIBATTITO NON RUFFIANO”
Quel selfie per stemperare la negatività , per riportare la tensione dei due contendenti dentro le corde
del ring emotivo.
A scattare la foto «pacificatrice», spente le telecamere de La7, Enrico Mentana, “arbitro” dell’incontro tra il premier Matteo Renzi e il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, capofila dei Sì e del No al referendum del 4 dicembre.
Direttore Mentana alla fine i duellanti stavano trascendendo?
«Erano stanchi, avvertivo una negatività , ho chiamato la pubblicità , abbiamo fatto un breve ragionamento insieme e poi ho fatto fare l’appello finale a tutti e due. Quando si va verso un muro contro muro, quando si ripetono per due volte le stesse accuse, è bene stoppare».
E in questo fuori onda cosa c’è stato?
«I fuori onda si chiamano così perchè, appunto, sono off record. È stato un dibattito teso, si è visto. Certo dopo non erano pronti per andarsi a mangiare una pizza insieme».
Il professor Zagrebelsky ha iniziato polemico, ricordando a Renzi le sue frasi su gufi e parrucconi …
«E’ stato un dibattito fra due che sentivano di essere i capofila dei due fronti, con colpi non bassi, ma comunque tali da delimitare il territorio. Non è stata certo una disputa accademica, perchè non lo è. È un referendum che ha una posta in palio piuttosto cospicua».
Secondo qualcuno non vi era «simmetria» nella scelta degli attori del faccia a faccia.
«Mi è sembrato invece un dibattito simmetrico, perchè Zagrebelsky non è un signore che vive sul monte Athos, è un uomo che conosce lo scontro politico, ha un impegno civile, ha sempre capitanato fronti di degna e sana contrapposizione civile su temi importanti. Abituato al dibattito. È arrivato a questo incontro dopo tre sfide, con Orlando, la Finocchiaro e Violante. Simmetricamente Renzi non è certo digiuno di questioni costituzionali, come si è visto».
Chi le è sembrato più in difficoltà ?
«Nessuno, certo Renzi vive davanti alla telecamera tutti i giorni, mentre non penso che Zagrebelsky abbia fatto mai una cosa del genere in uno studio tv, ma non mi è mai sembrato fortemente in difficoltà ».
E come interpreta la decisione di Matteo Renzi di accettare questa sfida? Forza o debolezza?
«Si può interpretare come si vuole. Certamente ci vuole forza per mettere faccia e voce contro Zagrebelsky, un gigante del diritto costituzionale. Dall’altro lato probabilmente Renzi, come il Berlusconi del 2006, sa che deve recuperare nei sondaggi e che la via più efficace sono gli scontri diretti».
A chi avrebbe alzato il braccio, assegnando la vittoria?
«Ognuno avrà valutato. Se chiedi a dieci persone ti diranno cose diverse. Questi dibattiti sono come lo sguardo della Gioconda, ciascuno ne dà la sua interpretazione, basta guardare sul web. Io posso solo notare che tutti hanno avuto modo di spiegare bene, la scelta che ho fatto è stata quella di non incalzarli perchè ci voleva una certa assertività ma anche l’agio di argomentare».
Alla fine un boom di ascolti.
«E’ positivo il fatto che un dibattito giocato su temi non proprio da venerdì sera sia stato tanto seguito. Molta gente è disposta a seguire un dibattito non ruffiano».
Maria Corbi
(da “La Stampa”)
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Ottobre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“IL PRIMO ERRORE E’ STATO LA CONTRAPPOSIZIONE TRA OLIGARCHIA E DEMOCRAZIA”
Forse i miei venticinque lettori, come diceva l’autore dei Promessi sposi, si stupiranno se, avendo visto alla televisione de La7 il dibattito tra Renzi e Zagrebelsky, comincio dalle nostre rispettive età : Renzi ha 41 anni, Zagrebelsky 73 e io 93.
Sono il più vecchio, il che non sempre è un vantaggio salvo su un punto: molte delle questioni e dei personaggi dei quali hanno parlato io li ho conosciuti personalmente e ho anche letto e meditato e scritto sulle visioni politiche dei grandi classici.
Nel dibattito l’accusa principale più volte ripetuta da Zagrebelsky a Renzi è l’oligarchia verso la quale tende la politica renziana.
L’oligarchia sarebbe l’anticipazione dell’autoritarismo e l’opposto della democrazia rappresentata dal Parlamento che a sua volta rappresenta tutti i icittadini elettori.
Conosco bene Gustavo e c’è tra noi un sentimento di amicizia che non ho con Renzi e, mi dispiace doverlo dire, a mio avviso il dibattito si è concluso con un 2-0 in favore di Renzi ed eccone le ragioni.
Il primo errore riguarda proprio la contrapposizione tra oligarchia e democrazia: l’oligarchia è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum.
Pessimo sistema è la democrazia diretta. La voleva un tempo Marco Pannella, oggi la vorrebbero i 5 Stelle di Beppe Grillo. Non penso affatto che la voglia Zagrebelsky il quale però detesta l’oligarchia. Forse non sa bene che cosa significa e come si è manifestata nel passato prossimo e anche in quello remoto.
L’oligarchia è la classe dirigente, a tutti i livelli e in tutte le epoche.
E se vogliamo cominciare dall’epoca più lontana il primo incontro lo facciamo con Platone che voleva al vertice della vita politica i filosofi.
I filosofi vivevano addirittura separati dal resto della cittadinanza; discutevano tra loro con diversi pareri di quale fosse il modo per assicurare il benessere alla popolazione; i loro pareri erano naturalmente diversi e le discussioni duravano a lungo e ricominciavano quando nuovi eventi accadevano, ma ogni volta, trovato l’accordo, facevano applicare alla Repubblica i loro comandamenti.
Ma questa era una sorta di ideologia filosofica. Nell’impero ateniese il maggior livello di oligarchia fu quello di Pericle, il quale comandava ma aveva al suo fianco una folta schiera di consiglieri.
Lui era l’esponente di quella oligarchia che fu ad Atene il punto più elevato di buon governo e purtroppo naufragò con la guerra del Peloponneso e contro Sparta (a Sparta non ci fu mai un’oligarchia ma una dittatura militare).
Nelle Repubbliche marinare italiane l’oligarchia, cioè la classe dirigente, erano i conduttori delle flottiglie e delle flotte, il ceto commerciale e gli amministratori della giustizia. Amalfi, Pisa, Genova e soprattutto Venezia ne dettero gli esempi più significativi.
Veniamo ai Comuni. Avevano scacciato i nobili dalle loro case cittadine. L’oligarchia era formata dalle Arti maggiori e poi si allargò alle Arti minori.
Spesso i pareri delle varie Arti differivano tra loro e il popolo della piazza diceva l’ultima parola, ma il governo restava in mano al ceto produttivo delle Arti e quella era la democratica oligarchia.
Nel nostro passato prossimo l’esempio ce lo diedero la Democrazia cristiana e il Partito comunista. La Dc non fu mai un partito cattolico. Fu un partito di centrodestra che “guardava a sinistra” come lo definì De Gasperi; l’oligarchia era la classe dirigente di quel partito, i cosiddetti cavalli di razza: Fanfani, La Pira, Dossetti, Segni, Colombo, Moro, Andreotti, Scelba, Forlani e poi De Mita che fu tra i più importanti nell’ultima generazione.
Quasi tutti erano cattolici ma quasi nessuno prendeva ordini dal Vaticano. De Gasperi, il più cattolico di tutti, non fu mai ricevuto da Pio XII con il quale anzi ebbe duri scontri.
Tra le persone che davano il voto alla Dc c’erano il ceto medio ed anche i coltivatori diretti che frequentavano quasi tutti le chiese, gli oratori, le parrocchie.
I braccianti invece votavano in massa per il Partito comunista, ma non facevano certo parte della classe dirigente.
Gli operai erano il terreno di reclutamento dell’oligarchia comunista, scelta tra i dirigenti delle Regioni e dei Comuni soprattutto nelle province rosse, dove c’erano molti intellettuali, nell’arte, nella letteratura, nel cinema e nella dolce vita felliniana. Al vertice di quella classe dirigente c’erano Amendola, Ingrao, Pajetta, Scoccimarro, Reichlin, Napolitano, Tortorella, Iotti, Natta, Berlinguer e Togliatti. Al vertice di tutto c’era la memoria di Gramsci ormai da tempo scomparso.
Togliatti operava con l’oligarchia del partito e poi decideva dopo aver consultato tutti e a volte cambiava parere. Ascoltava anche i capi dei sindacati.
Gli iscritti erano moltissimi, quasi un milione; i votanti erano sopra al 30 per cento degli elettori con punte fino al 34. Ma seguivano le decisioni dell’oligarchia con il famoso slogan “ha da venì Baffone”.
Caro Zagrebelsky, oligarchia e democrazia sono la stessa cosa e ti sbagli quando dici che non ti piace Renzi perchè è oligarchico.
Magari lo fosse ma ancora non lo è. Sta ancora nel cerchio magico dei suoi più stretti collaboratori. Credo e spero che alla fine senta la necessità di avere intorno a sè una classe dirigente che discuta e a volte contrasti le sue decisioni per poi cercare la necessaria unità d’azione.
Ci vuole appunto un’oligarchia. Spero che l’abbia capito, soprattutto con la sinistra del suo partito che dovrebbe capirlo anche lei.
Eugenio Scalfari
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
IL MERITO E’ ANCHE LA CAPACITA’ DI FARSI CAPIRE
Considerato il contesto, tenuta presente la finalità dello stesso ed altresì considerate le diverse, specifiche abilità “in campo”, non c’è voluto molto a capire che Renzi, a Zagrebelsky (dal punto di vista mediatico) gli ha fatto il “mazzo a tarallo”…
L’esimio Costituzionalista (che ho sempre apprezzato per aver studiato su molti dei suoi libri) ha fatto oggettivamente sfoggio di una “semantica” eccessiva e poco incisiva (peraltro “inciampando finanche in se stesso”, e più di una volta, purtroppo). Il “messaggio di merito”, ai più, sarà arrivato (forse) per 2/10.000; quello relativo alla contesa, allo scontro dialettico, invece, sarà arrivato in modo molto più massiccio e di certo non avrà spinto a favore di quello che si è oggettivamente appalesato come “un evidente parruccone”.
Se i sostenitori del no pensano di vincere senza porsi il problema di una efficace ed efficiente comunicazione, hanno già perso in partenza…
Troppo semplicistico (e finanche tremendamente indegno ed offensivo) sarebbe assumere che il popolo non sarebbe all’altezza di capire…
Il popolo capisce tutto ciò che è spiegato chiaramente ed in modo efficace… Non tenerlo presente (come in effetti fa buona parte della presunta classe dirigente del centro-destra, in generale, e del mondo “liberale”, in particolare) è la prova provata di una conclamata incapacità nel cogliere, non soltanto le ragioni “di ieri” e “dell’oggi”, ma anche quelle “del domani”…
Il merito è anche – e soprattutto – capacità di farsi capire. Di essere in sintonia con gli altri. Di conquistare la loro testa ed anche il loro cuore…
La sfida è un po’ più elevata e complessa di quanto si possa immaginare.
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Settembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGI DISCORDANTI: PER IXE’ E’ IN VANTAGGIO IL SI’ DI 2 PUNTI, PER INDEX IL NO DI 3 LUNGHEZZE… PARITA’ SECONDO LORIEN E DEMOPOLIS
La partita vera sarà convincere gli indecisi.
E’ il quadro che emerge sempre più chiaramente dagli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto al referendum costituzionale del 4 dicembre.
Quasi un terzo degli italiani, infatti, risponde “non so” alla domanda cruciale per il premier Matteo Renzi: il 4 dicembre voterà Sì o No al quesito sulla legge Boschi?
La proporzione tra chi ha già deciso di esprimersi contro e chi sa che voterà a favore continua a variare di rilevazione in rilevazione, ma i contrari sono in crescita.
Da un lato, le indagini di Ixè.
Secondo i dati raccolti da Roberto Weber e resi noti da Agorà , il Sì risulta in vantaggio, restando stabile a quota 38%; il No, in crescita di un punto rispetto alla settimana scorsa, si ferma al 36%.
A decidere la sfida sembrano poter essere gli indecisi, che costituiscono più di un quarto (26%) dei votanti intervistati. index
Dall’altro lato, invece, i risultati di segno opposto elaborati da Index research. Secondo i dati raccolti per Piazzapulita, gli italiani contrari al ddl-Boschi sono la maggioranza tra i votanti: 51,5% contro il 48,5% a cui si attesta il popolo del Sì.
La quota d’indecisi resta alta anche in questo caso: il 29% non sa ancora come voterà il 4 dicembre, mentre il 34% degli intervistati dichiara di non essere intenzionato a recarsi alle urne.
Notevole, nel grafico fornito da Index, l’evoluzione dei due schieramenti nel corso dei mesi. Il sostegno alla riforma della Costituzione si sarebbe progressivamente assottigliato, calando di oltre 13 punti da febbraio scorso ad oggi; gli stessi 13 punti che, nello stesso periodo, sono andati ad ingrossare il bacino del No.
Lorien
Lorien consulting certifica “una parità sostanziale” tra i due schieramenti. Favorevoli al ddl-Boschi il 37% degli intervistati, con un punto di vantaggio su chi invece vorrebbe vedere bocciata la riforma.
Sempre alto, però, il tasso di astensione: poco più di un italiano su 2 (52%) si dichiara intenzionato a recarsi alle urne il 4 dicembre.
E, contestualmente, un notevole 55% ritiene di essere poco informato sul tema delle riforma.
Il confronto resta serrato anche nella fotografia scattata da Demopolis, che testimonia una situazione di equilibrio: la forbice attribuita al fronte del No si attesta tra il 47 e il 54%, i Sì variano tra il 46 e il 53%.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
TOCCATO ANCHE L’URUGUAY, OGGI TOCCA AL BRASILE
Riempire il teatro Coliseo di Buenos Aires — 1.800 posti di proprietà dello stato italiano — non è facile il lunedì pomeriggio.
Lunedì 26 settembre Maria Elena Boschi ha iniziato il suo comizio per il Sì al referendum alle 18.30. Sul palco con lei c’era l’ambasciatrice italiana Teresa Castaldo.
La ministra delle riforme l’ha subito, e «sentitamente» ringraziata, «per aver organizzato questo incontro» Boschi ha ringraziato anche il console generale.
Nei giorni precedenti, dalla segreteria del consolato erano partite lettere e telefonate di invito.
Alla fine nel teatro c’erano quasi mille persone. Platea piena, gallerie vuote. E la ministra, dietro lo stemma della Repubblica italiana, ha spiegato con i consueti argomenti — «non ci saranno altre opportunità per avere un paese che funziona meglio» — come bisogna regolarsi al referendum. Del resto «sarei ipocrita se non vi chiedessi di votare Sì».
A Buenos Aires vivono circa 400mila elettori italiani.
«Più che a Bologna», notò una volta Renzi. La ministra è stata in Argentina due giorni, ieri è partita per l’Uruguay, chiuderà il viaggio in Brasile.
In Italia c’è stata una polemica per i costi del viaggio. Ieri gli uffici del ministero hanno potuto replicare che il tour è costato solo 12mila euro per tutta la delegazione, e Boschi ha viaggiato in classe economica (c’è chi dice malignamente perchè ha prenotato tardi e la business era esaurita).
Il punto però, come il manifesto aveva scritto ieri, non sono tanto i costi. Ma l’uso di parte delle rappresentanze diplomatiche italiane. In appoggio a una manifestazione per il Sì, e non solo all’attività diplomatica della ministra
Nelle email partita dal consolato di Buenos Aires a tutte le (tantissime) associazioni italo-argentine si raccomandava di arrivare al teatro in anticipo sull’orario.
L’incontro con la comunità italiana, ha spiegato ieri l’ufficio stampa della ministra, non è un’iniziativa di partito. È stata però inequivocabilmente l’occasione per un comizio ministeriale per il Sì.
E per esaltare «il nuovo modo di fare politica» del governo Renzi, con tanto di narrazione in rosa su Jobs act e altre riforme.
L’ambasciatrice Castaldo ha ascoltato la ministra restando alla sua sinistra, sul palco, seduta. Al termine ha ricevuto anche lei un mazzo di fiori.
Curiosamente all’iniziativa non ha partecipato il partito democratico di Buenos Aires, in maggioranza schierato per il No al referendum (situazione identica anche a Montevideo). Qualcosa non ha funzionato alla perfezione nell’organizzazione del viaggio della ministra, tant’è vero che lunedì a Buenos Aires c’era la coreografia tricolore, c’era il coro della scuola Cristoforo Colombo ma non era stato coinvolto il Maie che ha eletto tre parlamentari, peraltro schierati per il Sì, e a Buenos Aires ha raccolto il 50% dei voti.
Andrea Fabozzi
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Settembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
BOSCHI E PARLAMENTARI IN MISSIONE IN SUDAMERICA
La carta segreta, quella che potrebbe fare la differenza, sono i compatrioti che votano oltre confine: circa
tremilioni-novecentomila persone, meno informate perchè meno sintonizzate, senza canali tivvù o giornali italiani.
Una prateria da arare, come si usa dire in politica, e che per questo il governo muovendosi per tempo molto in sordina ha già cominciato a seminare.
Perchè i nostri connazionali voteranno venti giorni prima del 4 dicembre – per posta – e bisogna muoversi subito: anche per questo la Boschi da ieri è in Sud-America, mission ad hoc, un ciclo di interventi sulle riforme istituzionali in vari consessi e con un tourbillon di incontri, cene e conferenze a stretto contatto con imprenditori, grandi elettori e personalità influenti in quei paesi.
Ma non è la sola, tutti i parlamentari Pd eletti all’estero sono mobilitati: il capo del Comitato per il Sì, Roberto Cociancich, è già pienamente compreso nel suo ruolo di ambasciatore: dopo esser stato in Svizzera, al Cern di Ginevra e a Berna, sta partendo per un tour in Canada e negli Stati Uniti.
Un altro che non si risparmia è Sandro Gozi, che organizza eventi e ha una sua e-news. Insomma la macchina è a pieni giri, il Comitato ha inaugurato la sede nella piazza dell’Ulivo a Roma, Santi Apostoli, dove orbita pure la task force di giovani fuoriclasse del web, deputati a rendere virali i messaggi che possono «bucare» la rete. Nulla sarà intentato: i comitati spontanei per il “porta a porta” sono lievitati a 4 mila, pure i manifesti per strada saranno usati – i 500 mila euro di finanziamento dovuto alla raccolta di firme e i 120 mila raccolti finora on line lo permettono.
Il primo è già pronto, non ha simboli Pd e suona così: «Cara Italia vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì».
E la novità è che come testimonial il premier proverà a coinvolgere i sindaci d’Italia, quelli che lo vorranno ovvio, i cittadini a contatto più diretto con gli italiani.
«Il clima è migliorato, i sì crescono man mano che la gente viene a sapere su che cosa si vota», diceva una settimana fa Matteo Renzi ai suoi ministri, convinto anche a dispetto di vari sondaggi, che il trend fotografi questa progressione.
E basterebbe ciò a spiegare la scelta dell’ultima data utile in calendario per un voto su cui il governo non può permettersi di fallire. Impossibile fallire dunque.
Concetto che senza perifrasi, come nel suo stile, il premier ieri ha rilanciato sul tavolo ovale al secondo piano di Palazzo Chigi. Spronando i titolari dei dicasteri del suo partito e di quello di Alfano a mettersi tutti in gioco, «perchè d’ora in avanti pancia a terra, girate l’Italia a spiegare i contenuti della riforma, che qui ci giochiamo tutto». Del resto lo dice perfino il Financial Times che se vincerà il Sì Renzi ne uscirà rafforzato, il suo governo ne ricaverà la spinta per arrivare al 2018 e per vincere le elezioni successive.
Ma in caso contrario, problemi seri. E dunque se si tratta di mettersi in gioco, «io sarò il primo a farlo, cerchiamo di fare una campagna sul merito, ma senza personalizzare», è l’invito ai ministri prima di congedarli da un Cdm durato quindici minuti in tutto.
Evocando la massima cautela, perchè nella war room si è capito che la polemica sul quesito la dice lunga su come le opposizioni staranno con le armi spianate.
Ormai la campagna ufficialmente è partita e l’inquilino di Palazzo Chigi già ieri sera in prima serata è andato da Del Debbio a Quinta Colonna.
E il perchè di questa scelta, un talk show popolare su un canale come Rete Quattro con un pubblico certo non schierato a sinistra, è semplice: per vincere bisogna convincere il target più moderato.
Questa la parola d’ordine che dall’alto in basso viene fatta circolare a tutti i livelli. Perchè saranno gli elettori moderati, la cosiddetta maggioranza silenziosa mediamente poco informata, a fare la differenza.
Il target che ancora sa poco o nulla del merito su cui sarà chiamato a votare. E che Renzi spera di conquistare, con un tour forsennato – solo questa settimana Milano, Verona, Perugia, Genova e Torino – provando a spersonalizzare anche se l’incipit la dice lunga: comincerà il 29 settembre a Firenze all’Obihall lì dove otto anni fa lanciò la sua candidatura a sindaco…
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
PIU’ TEMPO PER STANARE GLI INDECISI, LA LEGGE DI STABILITA’, E L’EFFETTO PAURA
Avere più tempo per stanare gli indecisi. Avere una settimana in più per l’approvazione della legge di stabilità alla Camera e magari si fa in tempo anche per l’ok della commissione Bilancio del Senato.
E poi usare anche l’effetto paura che potrebbe arrivare in Italia dall’Austria: dove il 4 dicembre si rivota per le presidenziali con tutto il rischio che possa vincere Norbert Hofer, leader dell’ultradestra.
In sintesi, sono questi i tre motivi che hanno portato Matteo Renzi a propendere per il 4 dicembre quale data del referendum costituzionale, la sfida più importante e decisiva della sua carriera politica.
Il primo punto ha a che fare con quella che i renziani definiscono “maggioranza silenziosa”.
Vale a dire quella fetta di elettorato che voterà sì al referendum. O meglio: ‘voterebbe sì’. Perchè questi elettori vanno motivati.
Non sono già emersi come quelli del no, ragionano nella cerchia del premier, sono per il sì ma molti di loro vanno ‘portati’ alle urne.
Insomma bisogna convincerli ad esprimere la loro preferenza. Perchè stavolta, a differenza del referendum ‘no triv’ di aprile quando il premier invitava a non andare a votare, più gente va alle urne, più crescono i sì, sono i calcoli al quartier generale Pd.
Ecco perchè avere anche una sola settimana in più, rispetto all’ipotesi iniziale di votare il 27 novembre, fa comodo alla campagna ‘Basta un sì’.
Renzi la lancia in pompa magna e se ne occuperà personalmente.
Già questa settimana farà diverse tappe a Milano, Verona, Perugia, Genova e Torino. Ma soprattutto il 29 settembre sarà nella sua Firenze: non a caso.
“Il 29 settembre è un giorno molto sentito per tanti di noi — scrive infatti nella enews – E non per Lucio Battisti o per i compleanni di Berlusconi e Bersani (auguri a entrambi!), ma perchè il 29 settembre di otto anni fa, a Firenze successe una cosa strana. Proprio giovedì 29, otto anni dopo, ci rivedremo — stavolta all’Obihall — per una serata particolare: Al passato grazie, al futuro sì”.
Il 29 settembre del 2008 nella Sala Rossa del Palacongressi di Firenze, Renzi lanciò la sua candidatura alle primarie per il sindaco.
Il secondo motivo ha a che fare con quella che è la ‘benzina’ della campagna referendaria. Cioè la legge di stabilità .
Il consiglio dei ministri che deve rivedere le stime del Def previsto oggi è stato rinviato a domani sera.
Il lavoro sui 7-8 miliardi di nuova flessibilità da chiedere all’Unione Europea va avanti a rilento e con incognite. Dunque, anche in questo caso, una settimana in più per mettere al sicuro la manovra fa comodo.
Tranquillizza il Quirinale, che ha chiesto di assicurare l’approvazione della legge di bilancio indipendentemente dall’esito della consultazione popolare.
E tranquillizza anche i mercati, le cancellerie e gli investitori internazionali che temono che una vittoria del no possa consegnare l’Italia all’instabilità .
“Se Renzi vince — scrive il Financial Times – sarà una grande spinta per lui ed il suo partito. Sarà più verosimile che mantenga il posto fino alla fine della legislatura, all’inizio del 2018, con la prospettiva di vincere le successive elezioni e battere il principale sfidante, il Movimento Cinque Stelle”.
Ma, fa notare il quotidiano della City, “gli ultimi sondaggi mostrano che la campagna per il ‘No’ è leggermente in vantaggio…”.
E poi c’è la coincidenza con le presidenziali in Austria: stesso giorno del referendum costituzionale.
E’ la prova che il motivo per cui Renzi non ha scelto la data dell’8 novembre, come paventato prima dell’estate, non sta nella concomitanza delle presidenziali americane. Ma semplicemente nel fatto che gli serve tempo per la campagna referendaria: l’8 novembre è data troppo ravvicinata.
Come dice il sottosegretario Claudio De Vincenti in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il consiglio dei ministri: il 4 dicembre è stato scelto “per avere tempo di sviluppare il confronto tra i cittadini nel merito della riforma”.
Ora, la concomitanza delle elezioni austriache è un di più che però può offrire margini da sfruttare. Può infatti servire a elevare il referendum costituzionale ad una battaglia di respiro europeo.
Ma soprattutto la campagna del sì potrebbe beneficiare di un eventuale ‘effetto Hofer’ sull’Italia.
Vale a dire la paura che in un paese confinante come l’Austria vinca l’ultradestra e che poi decida di chiudere le frontiere trasformando il Belpaese in una vera e propria gabbia per migranti impedendo loro di proseguire il viaggio verso il nord Europa.
I sondaggi dicono che anche gli italiani hanno paura dell’invasione dei profughi. E proprio questo stato d’animo, è il ragionamento di chi cura la campagna del governo, potrebbe portarli a scommettere sulla stabilità di un governo e di un premier dati, invece di ‘tentare l’ignoto’ con il M5s.
E’ un mix di ingredienti per dieci settimane di campagna elettorale a partire da oggi.
I partiti di opposizione non sono stati consultati sulla data, al contrario di quanto promesso dallo stesso Renzi a ‘Porta a porta’ il 6 settembre scorso.
“Scegliendo il 4 dicembre Renzi non allontana solo data referendum, prova ad allontanare la paura di andare a casa. Ma quello che è differito non è evitato”, dice Luigi Di Maio del M5s.
“Renzi perderà anche col voto sotto Natale”, attacca Renato Brunetta di Forza Italia. “Renzi spera di vincere col trucco ma sarà deluso”, dicono Scotto e De Petris di Sinistra Italiana.
Pronti, partenza: via.
(da “Huffingtonpost”)
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