Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO DEMOS: UN TERZO DEGLI ELETTORI DI M5S E FORZA ITALIA PRONTO A VOTARE SI’
Il sì crolla, ma è sempre in vantaggio. Il no aumenta, ma è ancora minoritario.
Gli indecisi rappresentano ancora un terzo dell’elettorato (33%), un oceano di voti dal quale le due fazioni possono pescare a piene mani, se imposteranno bene la loro campagna elettorale.
Di certo il referendum costituzionale per Matteo Referendum – Intenzioni di voto – DemosRenzi si è trasformato da plebiscito a vicolo cieco.
A dirlo è un sondaggio di Demos pubblicato da Repubblica che non rileva il “sorpasso” (sia pure di misura) che registrano altri istituti di rilevazione, ma indica una flessione di 13 punti dei favorevoli al referendum nel giro di 4 mesi, dal 50 per cento al 37.
Nel frattempo i no incrementano i propri voti del 6 per cento e arrivano al 30.
Un distacco di 7 punti che si riduce a 3 (38-35) tra coloro che dicono che sicuramente andranno a votare.
Quanto abbia pesato l’atteggiamento del presidente del Consiglio sul referendum d’autunno lo spiega un altro quesito dell’istituto diretto da Ilvo Diamanti.
Quel 37 per cento di sì, infatti, è la media del 53 per cento di chi esprime un giudizio positivo sul capo del governo e il 27 di chi invece esprime un giudizio negativo su Renzi (ma sostiene comunque il referendum).
Questo apre uno scenario sul quale Renzi almeno a parole ha detto di confidare. Cioè: la conquista di voti che non siano dei partiti della maggioranza. E un margine, almeno sulla carta, c’è.
Lo scorporo degli orientamenti sul referendum sulle riforme costituzionali in base al voto dice che due elettori su 3 dell’area di centro voterà sì, così come il 62 per cento degli elettori del Pd. Ma il ddl Boschi raccoglie consensi anche dagli elettorati di varie forze politiche d’opposizione, M5s compreso.
Tra chi si definisce elettore di Forza Italia, per esempio, il 42 per cento voterà sì al referendum, una quota superiore di chi è contrario (35 per cento, il 23 per cento è indeciso).
Questo in contrasto con la linea politica recente di Silvio Berlusconi (anche se applicata da Renato Brunetta e pochi altri), ma in coerenza con l’inizio dell’iter legislativo al quale partecipò anche Forza Italia (anche collaborando al testo) che poi cambiò idea perchè non era d’accordo nella scelta del presidente della Referendum
La Lega Nord ha la quantità di elettori più indecisi (36 per cento), anche se i contrari sono la maggioranza (36 contro il 26 dei favorevoli).
L’elettorato “più duro e puro” a sorpresa non è quello dei Cinquestelle.
La quota di contrari più alta, infatti, si trova tra chi si dice elettore di Fratelli d’Italia (e il resto dei partiti di destra) o — all’estremo contrario — di Sinistra Italiana, Sel e gli altri di centrosinistra. In entrambi i casi si tratta del 45 per cento.
In particolare la quantità di sì più bassa è proprioquella dell’elettorato di Sel e Sinistra Italiana (26 per cento).
Si divide invece in modo più omogeneo l’elettorato M5s. Il 40 per cento si dice contrario alle riforme costituzionali, ma il 30 si dice favorevole e un altro 30 non sa o non risponde.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
VOUCHER, LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO E RESPONSABILITA’ SUGLI APPALTI: I TRE REFERENDUM DELLA CGIL
Oltre 3,3 milioni in totale: sono le firme raccolte dalla Cgil sui tre referendum (cancellazione del lavoro accessorio ossia dei voucher, nuovo reintegro in caso di licenziamento illegittimo per tutte le aziende al di sopra dei cinque dipendenti e reintroduzione della piena responsabilità solidale negli appalti) che accompagnano la proposta di legge di iniziativa popolare, intitolata «Carta dei diritti universali del lavoro» e voluta dallo stesso sindacato.
«È un risultato straordinario e importante, che testimonia il consenso che le proposte della Cgil incontrano nel Paese»: ha commentato la segretaria generale del sindacato di Corso d’Italia, Susanna Camusso.
Per il leader della Cgil il numero delle firme raccolte è «il frutto del lavoro volontario dei militanti e dei delegati della Cgil, oltre che dell’impegno di tutti i dirigenti, funzionari e collaboratori dell’organizzazione, ai quali vanno il mio ringraziamento e quello di tutta la Cgil».
«Ora attendiamo con fiducia», ha aggiunto la leader del sindacato, «che la Corte di Cassazione si pronunci sull’ammissibilità dei nostri quesiti referendari. Siamo pronti per la prova del voto, convinti delle nostre ragioni».
Il segretario generale della Cgil ha poi ricordato che nei prossimi tre mesi prosegue la raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare «Carta dei diritti universali del lavoro».
«Abbiamo raccolto oltre un milione di firme per ciascuno dei tre referendum abrogativi, possiamo fare ancora di piu’ con le firme a sostegno della Carta.
La #SfidaXiDiritti continua», ha concluso.
Valeria Palumbo
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
I QUESITI VERTONO SU SCUOLA, INCENERITORI, TRIVELLE E SERVIZI PUBBLICI
I referendum «sociali» hanno già totalizzato 300 mila firme: lo ha comunicato ieri il Comitato promotore,
che ha lanciato contemporaneamente una mobilitazione straordinaria di raccolta in giugno.
«Ne servono altre 200 mila», spiegano il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, il Movimento per la scuola pubblica e la Campagna «Stop devastazioni» per i diritti ambientali e sociali.
«Con quel risultato la primavera prossima potremo andare al voto».
«La mobilitazione per abrogare gli aspetti peggiori della legge 107 (la cattiva scuola di Renzi) per bloccare il piano nazionale che prevede la costruzione di altri 15 inceneritori sul suolo italiano, per evitare la concessione di nuove trivellazioni in mare o in terra e per raccogliere centinaia di migliaia di firme contrarie alla direttiva della ministra Marianna Madia volta a privatizzare i servizi pubblici — spiegano gli organizzatori entrando nel dettaglio dei quesiti — ha già ricevuto un’ottima risposta dagli italiani e dalle italiane. Fra i molti — aggiungono — ringraziamo Luciano Canfora, che ha firmato per i referendum sociali al Salone del libro di Torino, e don Luigi Ciotti, che lo ha fatto a Villafranca Tirrena. I loro e gli altri 300 mila nomi sui nostri moduli ci danno la spinta per affrontare quest’ultimo mese di raccolta firme, fiduciosi di uscirne vittoriosi».
I banchetti sono presenti in tutta Italia e i moduli si possono trovare in tutti i municipi. «Il 12 e 13 giugno cadrà anche il quinto anniversario del referendum sull’acqua pubblica, il cui esito vittorioso è sempre più lontano dall’essere rispettato — ricorda il Comitato — Noi invece non lo dimentichiamo e ne rafforzeremo il messaggio con una serie di iniziative per raccogliere le firme, come un dibattito pubblico a Ferrara la sera del 10 giugno»
Impegnata nella raccolta firme è anche la Cgil, e in special modo la Flc, che ha aderito in particolare ai quattro quesiti sulla scuola (si aggiungono a quelli promossi dalla stessa Cgil su licenziamenti, appalti e voucher).
I quattro quesiti, ricorda la Flc Cgil, sono relativi «al potere discrezionale dei dirigenti scolastici per la chiamata diretta e per l’attribuzione unilaterale di quote di salario ai docenti, al cosiddetto bonus scuola per le private (in palese contraddizione con la Costituzione) e all’obbligatorietà delle ore minime di alternanza scuola-lavoro».
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2016 Riccardo Fucile
GRASSO E PADOAN IN POLE POSITION PER PALAZZO CHIGI
È da settimane che osservatori politici e opinione pubblica lamentano la partenza assai anticipata della campagna per il referendum costituzionale di ottobre.
Anche i partiti, naturalmente, denunciano lo stesso problema: eppure, incredibilmente e al riparo di questa spessa coltre polemica, stanno già guardando addirittura oltre.
E ragionano, in particolare, sullo scenario più incerto: quello che verrebbe a determinarsi con la sconfitta del sì e le annunciate dimissioni di Matteo Renzi.
Dopo l’iniziale propaganda di maniera («Mandiamo a casa il premier e torniamo a votare») a leader di partito e addetti ai lavori è già diventato chiaro che la faccenda non è poi così semplice.
E perfino uno dei più accesi sostenitori del ritorno alle urne (Luigi Di Maio) ieri ha ammesso: «Se vince il no, non chiederemo le dimissioni di Renzi. Mi auguro che il Presidente della Repubblica intervenga e indichi agli italiani con quale legge elettorale si va al voto».
E questo è il primo, serissimo, problema.
Infatti, se il referendum di ottobre non approvasse la riforma costituzionale – lasciando, insomma, le cose come stanno – il Parlamento dovrebbe esser rieletto con due leggi elettorali totalmente diverse, una maggioritaria (l’Italicum, appunto) e l’altra proporzionale (il cosiddetto Consultellum): riproponendo tutti i rischi di ingovernabilità già sperimentati con il Porcellum.
Situazione delicata, come è evidente: tanto che, in più di un colloquio informale, il Presidente della Repubblica non ha mancato di segnalare il problema ai suoi interlocutori.
Dunque, dando per scontate le dimissioni del premier Renzi in caso si sconfitta al referendum, i fatti dicono che sarebbe comunque necessario insidiare un nuovo governo che, incaricato di gestire l’ordinaria amministrazione, dia intanto tempo alle forze politiche di varare una nuova legge elettorale per il Senato o addirittura per entrambi i rami del Parlamento.
E per quanto paradossale possa apparire, su questo punto la discussione è già del tutto aperta
Un nuovo governo, già . Ma con quale profilo, e con i voti di chi?
Non è che le ipotesi sul tavolo siano poi tante.
La più gettonata – al momento – punta sul tradizionale «governo istituzionale» (guidato, in questo caso, dal Presidente del Senato, Grasso) che potrebbe godere, in partenza, della «neutralità » di tutte o quasi le forze presenti in Parlamento.
Però, considerato che i tempi dello show down dovrebbero coincidere con quelli di una complessa sessione di bilancio, c’è chi non esclude l’ipotesi (certo più complicata) di un «governo tecnico» presieduto da Pier Carlo Padoan.
Si tratterebbe, come è evidente, di esecutivi dal profilo assai diverso: il che già si annuncia come tema di scontro e polemica.
Ma come andare al voto – con quale legge elettorale e con quale governo – è solo uno dei problemi sui quali i partiti stanno ragionando nell’ipotesi di una sconfitta del sì.
L’altro – non meno delicato e dal quale, anzi, dipenderà molto, se non tutto – riguarda le reali intenzioni di Matteo Renzi.
L’interrogativo, che per ora agita soprattutto lo stato maggiore del Pd, è semplice: il premier lascerà davvero Palazzo Chigi?
E soprattutto: si dimetterà anche da segretario, visto che su questo – secondo alcuni – la chiarezza non è assoluta?
L’interrogativo non è ozioso, visto che Renzi – in teoria – potrebbe battere due strade diverse.
Infatti, una cosa sono la legittimità e il mandato di cui è stato investito (da Napolitano prima e dalle Camere poi) in quanto premier; e altro è il voto con il quale quasi due milioni di iscritti e simpatizzanti lo elessero alla guida del Pd per rinnovare il partito.
E dunque: quando Renzi annuncia di voler «lasciare la vita politica», in caso di sconfitta al referendum, intende anche la guida del Pd?
È evidente che, a seconda della risposta, lo scenario autunnale cambierà radicalmente: una cosa, infatti, potrebbe essere la linea di un Pd guidato da un qualche «direttorio» (in attesa del Congresso) e altra quella di un partito ancora a «trazione renziana».
Quel che è certo, è che in caso di vittoria dei no l’orizzonte potrebbe farsi assai confuso: e non per nulla, lassù al Quirinale, c’è chi ha già cominciato a drizzare le antenne…
Federico Geremicca
(da “La Stampa“)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
“I NOSTRI ASSOCIATI NON POSSONO ORGANIZZARE COMITATI PER IL SI”
«È un dovere di tutti i cittadini vigilare sulla nostra democrazia, oggi sempre più in pericolo».
Carlo Smuraglia, classe 1923, partigiano combattente, già docente di Diritto del lavoro alla facoltà di Scienze politiche di Milano e senatore della Repubblica fino al 2001, chiarisce la posizione dell’Associazione nazionale partigiani sul referendum costituzionale.
E, come presidente dell’Anpi da cinque anni, lo fa evitando accuratamente che ciò possa essere interpretato com e una replica al ministro Maria Elena Boschi, che ha dichiarato: «I veri partigiani voteranno sì».
Professor Smuraglia deferirà gli iscritti contrari alla linea ufficiale dell’Anpi che è per il No al referendum?
«Non l’ho mai detto. Si cerca di alzare i toni. Questo non fa bene al Paese. Il referendum è la massima espressione della libera scelta dei cittadini. Non intendiamo assumere provvedimenti disciplinari contro nessuno. Non è così che si risolvono i problemi. Ma l’Anpi è una associazione e l’iscritto deve attenersi alle decisioni della maggioranza».
È giusto che l’Anpi detti una linea sul voto referendario?
«Perchè non dovrebbe? È una libera associazione. Nello statuto c’è una norma precisa che ci obbliga a difendere la Costituzione contro ogni attacco, a far rispettare sempre lo spirito in cui è stata elaborata. È nelle nostre finalità e se non prendiamo posizione in materia di Costituzione tradiamo la nostra vocazione».
Vi sentite sotto attacco?
«Certamente. Invece di fare quello che si dovrebbe fare in una campagna referendaria onesta, e cioè informare i cittadini, esporre le proprie ragioni, si provoca e si divide».
Come siete arrivati al No?
«Il 21 gennaio, il comitato nazionale ha deciso di aderire alla campagna referendaria, dopo due anni di ragionamenti a riprova che non c’è rigidità da parte nostra, e a manifestazioni per evitare lo stravolgimento dei contenuti e del significato della nostra Costituzione. Il 5 marzo ho firmato una circolare che precisa i limiti del dissenso».
Cioè?
«Ogni iscritto è libero di esprimersi e votare come vuole. Ma non di fare atti contrari alle deliberazioni del comitato nazionale, perchè secondo il nostro regolamento gli iscritti sono tenuti a rispettare lo statuto e a non fare nulla che dannegg i l’associazione».
Quindi non possono organizzare comitati per il Sì?
«Esatto».
Una ragione per il No.
«La riforma toglie ai cittadini una rappresentanza in una delle due Camere, una rappresentanza vera».
C’è chi sottolinea che anche il Pci fosse per abolire il bicameralismo perfetto?
«Ci sono momenti storici in cui ci si pone in una posizione, poi si cambia. Ma noi non siamo dipendenti dall’ex Pci».
Alle feste dell’Unità ci sarete?
«Di norma ci invitano per parlare di Resistenza e libertà . Ma se quella festa o qualunque altra si trasformerà in luogo di propaganda, non avremo motivo di andarci».
Paola D’Amico
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 23rd, 2016 Riccardo Fucile
IL DILEMMA DEI PARTIGIANI TRA NO E DISSIDENTI
Sbotta. Certamente arrabbiato ma soprattutto stupito: «Questa è bella. Sono arrivato a 90 anni per
farmi spiegare dal ministro Boschi quali erano i partigiani veri? Roba da matti». Cesare Alvazzi ha combattutto nella Resistenza sulle montagne della val di Susa, a cavallo tra l’Italia e la Francia, in provincia di Torino.
Non si aspettava di dover rispondere a domande su quali siano le intenzioni di voto dei partigiani al referendum costituzionale di ottobre: «Io voterò no. Seguo l’indicazione del nostro presidente nazionale, Carlo Smuraglia. È un partigiano di cui mi fido. Faccio male?».
La polemica sul voto dei partigiani esplode di domenica pomeriggio ma covava da qualche giorno.
Prima la battaglia dell’Anpi nazionale con i segretari provinciali di Trento e Bolzano, Orfeo Donatini e Sandro Schmid, contrari a costituire comitati per il “no»” al referendum così come ha deciso il recente congresso nazionale.
Poi la scelta di Renato Tattini, 76 anni, di dimettersi dall’Anpi provinciale di Bologna perchè «non condivido la decisione di vietare ai dirigenti di aderire ai comitati per il ‘sì’».
Decisione che si fa forte dello statuto associativo e della recente scelta collegiale: «Al congresso nazionale di Rimini – dice Anna Cocchi, responsabile dell’Anpi di Bologna – la linea del “no” al referendum è passata con 347 si e 3 astensioni. Adesso spuntano quelli che non sono d’accordo. Ma dov’erano quando ci sono stati i congressi? Ne abbiamo fatti 57 su tutto il territorio nazionale».
La minoranza silenziosa. Ma perchè espellerli? O vietare di fare propaganda per il “sì”? «Nessuno vieta nulla. Se un’associazione decide una linea, dopo ampia discussione, e qualcuno dei suoi dirigenti non è d’accordo può certamente esprimere la sua posizione personale. Ma non organizzare le manifestazioni pubbliche per sostenere la posizione contraria. È una questione di serietà ».
Uno dei partigiani dissidenti rispetto alla linea nazionale è Germano Nicolini, nome di battaglia Diavolo, che in un’intervista dei giorni scorsi aveva annunciato: «Andrò a votare “sì” perchè il mondo va veloce e bisogna velocizzare anche le decisioni. Ma non sono d’accordo a toccare i principi fondanti della Costituzione».
È questa sua frase che ha spinto Maria Elena Boschi a parlare dei «partigiani veri che votano “sì”».
«Se si vuole dire che ci sono persone che hanno fatto il partigiano e che votano a favore della riforma, non mi stupisce», spiega Ermenegildo Bugni, 90 anni, partigiano bolognese come Nicolini.
«Ma c’è una bella differenza tra dire che i partigiani veri votano “sì” o dire che ci sono dei veri partigiani che voteranno “sì”».
Una distinzione abbastanza semplice anche se difficile a far comprendere nell’era degli sms. Il problema sta nella metamorfosi che ha inevitabilmente compiuto l’Anpi negli ultimi anni.
L’anagrafe ha portato via gran parte di coloro che hanno partecipato alla lotta di Liberazione. Così, all’inizio degli anni Duemila, si è deciso di allargare l’adesione anche agli antifascisti, persone giovani che condividono i valori della Resistenza: «Personalmente ero favorevole a trasformare l’Anpi in una fondazione», ricorda Bugni. Ma aggiunge: «Capisco le ragioni di chi ha poi deciso di rimanere associazione e di far entrare i più giovani. Certo, questo ci ha esposto al rischio della strumentalizzazione politica. Il rischio che l’Anpi, in certi circoli, diventi il campo di battaglia tra Pd, Rifondazione e altre sigle della sinistra».
Come voterà a ottobre? «Voterò “no” perchè penso che sia il modo migliore per difendere quei principi per cui ho combattutto e per cui i miei compagni sono morti».
La polemica sul voto partigiano promette di proseguire a lungo: «Oggi tocca a noi, domani toccherà all’Arci e ad altre associazioni. C’è un atteggiamento offensivo e decisamente sproporzionato da parte di alcuni esponenti del governo», dice Maria Grazia Sestero, responsabile dell’Anpi di Torino. Che lamenta: «Prima ci trattano come CasaPound, poi ci spiegano quali sono i veri partigiani. Un po’ di sobrietà non guasterebbe»
Mario Anderlini ha 99 anni, è medaglia d’argento: «Sono il comandante partigiano che ha liberato l’accademia militare di Modena», ricorda con orgoglio.
«Ho combattuto per la libertà dell’Italia. Sono d’accordo a fare tutto per difendere la Costituzione, quella per cui io ho rischiato la vita e tanti miei compagni l’hanno persa». Dunque come voterà ?
«Non glielo dico. Abbiamo combattuto per un voto libero. E il voto è libero perchè è segreto»
Paolo Griseri
(da “La Repubblica”)
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Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile
PER PIEPOLI I FAVOREVOLI SCESI DAL 46% AL 41%… MA UNO SU QUATTRO E’ INDECISO
I sondaggi sul referendum confermativo sulla riforma costituzionale allarmano Matteo Renzi. 
La rilevazione condotta dall’istituto Piepoli* per “La Stampa” dice che il 41% degli elettori pensa di votare a favore. Uno su tre dichiara di volersi esprimere in maniera contraria. Mentre il 26% degli interpellati afferma di non essersi ancora fatto un’idea o di non aver intenzione di recarsi alle urne.
Ma a far scattare l’allarme rosso a Palazzo Chigi è il trend negativo.
I «sì» sono in netto calo. Appena una settimana fa erano il 46%. Significa che in sette giorni il 5% degli interpellati ha voltato le spalle alla riforma Boschi.
Mentre, nello stesso periodo, il fronte del «no» è balzato dal 28 al 33%.
In quest’ottica va letta anche la retromarcia di Renzi, che fa sapere di non avere più intenzione di personalizzare la consultazione. E che semmai sono le opposizioni a provarci, perchè senza argomenti.
Verso le urne 9 su 10
«La flessione di cinque punti non va interpretata come una caduta libera – avverte il professor Nicola Piepoli -. Piuttosto è un assestamento dovuto al dietrofront del governo sulle urne aperte anche il lunedì. Un balletto che ha disorientato non poco l’opinione pubblica».
Di certo c’è che la sfida d’autunno è decisiva. Il più occasioni il premier ha ribadito che, in caso di bocciatura della riforma, lascerà non solo la guida del governo, ma la vita politica.
Anche se la percentuale di indecisi resta elevata (uno su quattro), nove interpellati su dieci (88%) si dicono propensi ad andare a votare. Il 62% non ha dubbi: risponde che «certamente» si recherà alle urne, mentre il 26% sostiene che «probabilmente» parteciperà alla consultazione.
Al netto di un 3% senza opinione, solo uno su dieci (9%) sostiene di non volersi esprimere.
«Significa che attorno a questo referendum c’è entusiasmo», aggiunge Piepoli. «Alla fine qualcuno cambierà idea e altri magari andranno al mare, ma l’affluenza supererà sicuramente il 60%».
I punti chiave
Il contenuto della riforma che convince maggiormente gli italiani è la riduzione del numero dei senatori dagli attuali 310 a cento (74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni): l’86% degli interpellati si dice favorevole.
Il 78% promuove l’introduzione di referendum propositivi per introdurre nuove leggi. Il 54% si dice d’accordo con l’abolizione del Cnel.
I temi che convincono meno sono la riduzione dell’autonomia degli enti locali a favore dello Stato centrale (48%) e l’elezione del presidente della Repubblica dalle due camere riunite in seduta comune senza più la partecipazione dei 58 delegati delle Regioni (49%).
Personalizzare la competizione, però, comporta rischi.
«Se Renzi non parla del referendum, vince», spiega Piepoli. «Perchè oggi la gente, a torto o a ragione, pensa che il governo stia riformando il Paese. Se il premier insiste troppo, invece, passerà il messaggio che ha paura di perdere».
Gabriele Martini
(da “La Stampa”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
SCHIERATA PER IL NO ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE… VIETATO DISSENTIRE PUBBLICAMENTE, SI FINISCE DEFERITI
Tra i partigiani ci son «pidocchi sulla criniera di un cavallo»? 
L’insulto togliattiano contro Valdo Magnani e Aldo Cucchi, rei d’aver criticato nel ’51 i rapporti con l’Urss, non è stato ancora usato.
Ma i toni dei vertici dell’Anpi sono sempre più duri e minacciosi contro chi, in nome della libertà di coscienza, rifiuta di schierare l’associazione contro le riforme costituzionali. Tanto che i ribelli si sentono sul collo la «ghigliottina giacobina».
Tutto inizia a febbraio quando il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, manda una lettera ai responsabili regionali, provinciali e locali.
Spiega che l’associazione ha deciso di schierarsi per il «No alla riforma del Senato e al Sì sui quesiti referendari».
E chi per caso non è d’accordo? «Riconosciamo non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede. Ma non riconosciamo e non possiamo riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte».
Dunque «niente pronunce pubbliche per il Sì, niente iniziative a favore o con i Comitati per il Sì e nessun ostacolo, esplicito o implicito, alla nostra azione».
Fila compatta! Avanti, marsch!
Macchè: i partigiani di Bolzano non ci stanno e a fine febbraio scelgono all’unanimità di «non obbedire al diktat»: libertà di opinione, senza schierare l’Anpi in una battaglia dai risvolti partitici.
Di più: al congresso di Rimini di pochi giorni fa il presidente altoatesino Orfeo Donatini, difendendo Giorgio Napolitano vittima di «inaccettabili attacchi» per il Sì alle riforme, sbotta: «Nemmeno il centralismo democratico ai tempi del Pci di Giancarlo Pajetta mi ha mai ordinato di allinearmi con tanto rigore».
Tesi: l’Anpi deve stare «al di sopra della mera contesa politica».
Reazione? Il deferimento ai probiviri di Donatini e dei presidenti di Trento Sandro Schmid e Ravenna Ivano Artioli rei di condividere la sua linea.
Deferimento accolto con parole che tirano in ballo il Pci dei tempi bui: «Smuraglia ricorda più i metodi di Secchia che gli insegnamenti di Berlinguer».
Centralismo referendario. C’è chi dirà : beghe interne, bottega loro. Sarà …
Sulle riforme si possono avere opinioni diverse. Anche molto diverse.
Mette malinconia, però, vedere l’associazione dei partigiani, figlia di una Resistenza che fu plurale, imporre ai suoi la falange compatta
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 15th, 2016 Riccardo Fucile
MA LE PRIORITA’ DEGLI ITALIANI SONO PENSIONI, DEBITO, SANITA’ ED EVASIONE FISCALE… L’IMMIGRAZIONE E’ L’ULTIMO DEI PROBLEMI
Spaccatura a metà nell’elettorato sulla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum
confermativo a ottobre.
E’ quanto riporta un sondaggio di Scenari Politici condotto per l’Huffington Post.
Secondo la rilevazione, infatti, il 50,5% del campione intervistato è contrario alla riforma che porta il nome del ministro Maria Elena Boschi, contro il 49,5% che si dice favorevole alla proposta di modifica.
C’è da dire, però, che non saranno tantissimi gli italiani che andranno a votare. Secondo il sondaggio di Sp solo il 44% del campione si recherà alle urne per dire la sua sul ddl Boschi.
Per converso, il 40% afferma che sicuramente non andrà a votare mentre il 16% dice di non aver ancora preso una decisione.
In questo senso, solo il 33% degli intervistati è dell’avviso che la riforma della Costituzione fosse una priorità in questo momento per l’Italia.
Secondo i più, il 41%, era necessario focalizzarsi su altre tematiche più urgenti.
Il 26% restante invece afferma di non essere ancora ben informato sui contenuti della riforma.
Tra coloro che pensano che altre siano le priorità per il governo in questa fase per l’Italia, la maggioranza (32%) ritiene che ad essere più urgente sia un intervento sulle pensioni.
A seguire, sul taglio del debito pubblico (28%), sulla sanità (26%), sull’evasione fiscale (22%), e sull’immigrazione (17%)
(da “Huffingtonpost”)
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