Aprile 17th, 2016 Riccardo Fucile
LA PERCENTUALE DEI VOTANTI E’ DEL 32%, I SI’ ALL’84%… I FAUTORI DEL NO SI SONO NASCOSTI PER PAURA DI PERDERE, TUTTO IL RESTO E’ FUFFA E TEATRINO DELLA POLITICA
Ognuno la può pensare come gli pare: personalmente sono tra coloro che ha votato un convinto Sì per la mia personale formazione ambientalista, non certo per mettere in difficoltà Renzi.
A quello ci pensa il premier da solo, non ha bisogno del mio aiuto.
La sua arroganza e le balle con cui ha cavalcato l’astensionismo e le sue dichiarazioni di pochi minuti fa confermano la malafede di un servo delle lobbies che non a caso è divenuto presidente del Consiglio grazie a loro e non a un voto degli elettori.
La più meschina balla di Renzi è quella degli “11.000 lavoratori che avrebbero perso il posto”: erano 5.000 poche settimane fa, sono raddoppiati per miracolo.
Peccato si sia dimenticato di citare le migliaia di posti di lavoro persi dal turismo grazie a scelte sconsiderate, le decine di migliaia di posti di lavoro che in altri Paesi sono generati dallo sfruttamento delle energie alternative.
Peccato si sia dimenticato di quantificare i milioni che ha fatto risparmiare ai petrolieri evitando di smantellare le piattaforme non più operanti.
Parla di soldi buttati in un referendum inutile colui che per mania di grandezza ha fatto sperperare milioni di euro per il suo nuovo aereo presidenziale.
Comunque sia, Renzi ha ben rappresentato la “furbizia” di tanti italiani: di fronte a un quesito si vota Si o si vota No, non si diserta per poi sommare i pochi No agli astensionisti (alle Europee votò il 56% degli italiani, forse che il 44% era sommabile a qualcuno?).
Renzi vuole fare per una volta una riforma seria?
Elimini il quorum nei referendum e si misuri ad armi pari con chi non è d’accordo con lui.
Chi non è vigliacco si comporta così.
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Aprile 17th, 2016 Riccardo Fucile
URNE APERTE FINO ALLE 23
Quorum sempre più lontano per il ‘referendum trivellazioni’: il dato sull’affluenza delle 19 si attesta al 23,48%.
A renderlo noto è il Viminale. Alle 12 era a quota 8,3.
Si vota fino alle 23: se non va alle urne almeno il 50% più uno degli aventi diritto la consultazione non è valida. E il fronte dei contrari – più che invitare a votare No – punta proprio sull’astensione per far fallire il referendum.
Tra le quattro grandi città italiane, è Torino quella dove si registra l’affluenza maggiore.
Nel capoluogo piemontese, alle 19 ha votato il 26,5% degli aventi diritto. Seguono Roma con il 24,56%, Milano 23,36%, Napoli 18,7%.
Con una percentuale media del 33,26%, la Basilicata è stata la regione italiana che ha registrato la più alta affluenza, seguita dal Veneto, con il 28,58% e poi dalla Puglia, con il 28,28%.
A Matera la percentuale è del 34,20, ed è la provincia italiana che registra l’affluenza più alta in Italia, seguita da Lecce con il 33,79.
A Potenza, invece la percentuale è del 32,77%.
Tutto si gioca su un numero: 25.393.171. Sono gli elettori che dovranno andare a votare perchè il referendum sia valido.
Un obiettivo che è stato raggiunto sempre più raramente: siamo lontani da quell’87% del referendum del divorzio del 1974.
Dal 1997 (con l’eccezione del 2011, per il voto sull’acqua pubblica) il quorum non è stato più raggiunto.
Sarà difficile confrontare il dato con le precedenti consultazioni, visto che per la prima volta dagli anni 90 si torna a votare solo la domenica.
Come indicazione però vale la pena di prendere gli ultimi tre referendum, nel giugno 2011 (quorum raggiunto), nel giugno 2009 (quorum non raggiunto), nel 1999 (quorum sfiorato). Si votava domenica fino alle 22 e lunedì fino alle 15.
Nel 2011, alle 12 di domenica, aveva votato l’11,6% degli aventi diritto: il quorum fu raggiunto di poco, con il 54% dell’affluenza.
Nel 2009, alla stessa ora, l’affluenza era del 4%, l’affluenza a fine giornata fu del 24%. Nel 1999 il dato alle 11 era del 6,7%, a fine votazioni del 49,58%.
Sul territorio nazionale sono chiamati al voto 46.887.562 elettori, di cui 22.543.594 maschi e 24.343.968 femmine. A questi vanno aggiunti i 3.898.778 elettori residenti all’estero, di cui 2.029.303 maschi e 1.869.475 femmine.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2016 Riccardo Fucile
ALLE 12 HA VOTATO L’8,35% DEGLI ELETTORI…DATI SIMILI FINORA AL REFERENDUM SUL MATTARELLUM QUANDO ALLA FINE VOTO’ IL 49,58% DEGLI AVENTI DIRITTO
Secondo la prima rilevazione delle 12.00, l’affluenza al referendum sulle trivelle è superiore all’8%.
È ancora presto per fare proiezioni sul dato finale, e, di conseguenza, sul raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto al voto.
Un raffronto parziale può essere fatto con il referendum del 1999 sull’abolizione della quota proporzionale del Mattarellum.
Allora votò il 49,58% degli aventi diritto. E alla prima rilevazione il dato si attestò al 6,7%. Una cifra più bassa, ma allora il primo dato arrivò un’ora prima, alle 11.
I due dati, confrontati a spanne, sono dunque più o meno in linea.
La domanda del giorno è ovviamente se il referendum sulle trivelle riuscirà a raggiungere il quorum.
È difficile dirlo, ma esiste un precedente che potrebbe aiutare ad avere un quadro della situazione prima della chiusura delle urne.
Nel 1999 si votava sull’abolizione della quota proporzionale della legge elettorale. Si sfiorò il 50%: gli italiani che andarono a votare furono il 49,58%.
Un precedente importante, perchè allora come oggi si votò in un unico giorno.
Nel ’99 (si votava il 18 aprile), furono forniti due dati sull’affluenza.
Alle 11 aveva votato il 6,7%. Un dato molto basso, ma evidentemente poco indicativo. Alle 17 si era raggiunto il 26,9%.
Quest’anno le due rilevazioni sono spostate in là nel tempo. La prima alle 12, la seconda alle 19.
A spanne, dunque, è necessario che in serata si sia superata almeno la soglia del 30% affinchè quota 50 possa essere raggiunta. Anche allora il partito di maggioranza relativa al governo (Forza Italia) aveva invitato all’astensione.
L’ultima volta che si raggiunse il quorum, nella consultazione del 1995 sulle tv, votando solo la domenica, alle 11 la percentuale aveva raggiunto poco più del 9%, e il dato finale raggiunse il 58,12%. Le urne, tuttavia, chiudevano un’ora prima, alle 22.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2016 Riccardo Fucile
UNA CAMPAGNA OSTACOLATA CON OGNI MEZZO DAL GOVERNO E DALLE LOBBY DEI PETROLIERI… MA IN PIAZZA A SOSTENERE IL SI’ CENTINAIA DI ORGANIZZAZIONI E MIGLIAIA DI VOLONTARI: AGRICOLTORI, PESCATORI E AMBIENTALISTI
«Matteo Renzi ha detto che “è più efficace non andare a votare”. Ma se i cittadini rimangono a casa, questo fa bene al Paese? Anche l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano è sceso in campo per l’astensione. Evidentemente hanno paura del quorum…». Il messaggio parte da Piazza del Popolo, dove il comitato nazionale «Vota sì per fermare le trivelle» chiude la campagna referendaria, limitata al minimo di legge (59 giorni) e che è costata 360 milioni, che si sarebbero potuti risparmiare accorpando — ma il governo non l’ha voluto — la consultazione popolare alle amministrative di giugno.
«Abbiamo avuto pochissimo tempo per informare sulle ragioni del voto, ma subito dopo Pasqua è partita la mobilitazione spontanea in tutta Italia. Sono centinaia le organizzazioni e i gruppi sorti e migliaia i volontari che si sono attivati — dice Maria Maranò del comitato -. La posta in gioco è alta, dato che in ballo c’è il futuro dell’Italia e dei nostri figli. È stata una campagna ostacolata in modo poco leale, perchè non sono stati accettati l’accorpamento alle amministrative e il confronto pubblico».
Senza contare l’ostruzionismo sistematico del premier.
Nonostante ciò «abbiamo avuto già due vittorie — viene sottolineato -: con lo Sblocca Italia sono state cancellate le norme che permettevano di estrarre idrocarburi sulle nostre coste indistintamente. Poi c’è stata una grande opera di sensibilizzazione, perchè devono essere i cittadini a poter decidere, non le lobby.
Manca la terza vittoria: cancellare, alle urne, il regalo fatto alle compagnie petrolifere. Ossia piattaforme a tempo indeterminato, lasciate ad arrugginire, senza pagare il costo dello smantellamento».
Dalla piazza un mare… di voci.
«Ci auguriamo tanti sì perchè la pesca è sul banco dei danneggiati — afferma Raffaella de Rosa, Alleanza Coop Italiane Pesca -. Le trivelle sottraggono spazio alla marineria, danneggiano i fondali, le onde d’urto allontanano gli stock e impediscono la riproduzione. Sono nocive per le risorse ittiche e per la pesca che conta 100 mila occupati e 300 milioni di fatturato all’anno. La pesca viene sottoposta a rigido controllo, mentre alle piattaforme petrolifere non è chiesta neanche la Vas, la Valutazione ambientale strategica (preventiva) e questo non è accettabile».
«Mare e turismo sono il vero patrimonio dell’Italia — evidenzia Tullio Galli, di Assoturismo -. Immaginate se ci fosse una fuoruscita di petrolio dagli impianti offshore. Solo in Emila Romagna ci sono 15mila imprese che operano nel turismo e 50mila addetti».
Il referendum è stato voluto da 10 Consigli regionali: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise e Abruzzo. Quest’ultima, nel mezzo dello scontro giudiziario e politico, ha battuto in ritirata.
Un’iniziativa richiesta in buona parte da governatori del Pd che, in sostanza, si oppongono alla strategia energetica del capo del governo e loro segretario di partito.
I cittadini dovranno decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare, entro 12 miglia nautiche (22,224 chilometri), debbano durare fino all’esaurimento del giacimento, come avviene attualmente, grazie a una modifica ad hoc apportata dallo Sblocca Italia, oppure fino al termine della concessione.
Se il referendum dovesse passare le piattaforme piazzate attualmente a meno di 12 miglia dal litorale verranno smantellate una volta scaduta la concessione, senza poter sfruttare completamente il gas o il petrolio sotto i fondali.
Non cambierà invece nulla per le perforazioni su terra e in mare oltre le 12 miglia, che proseguiranno, nè ci saranno variazioni per le nuove perforazioni entro le 12 miglia, già vietate dalla legge.
«Siamo produttori di energia — dice in piazza il presidente di Assorinnovabili, Agostino Re Rebaudengo — ci occupiamo di idroelettrico, fotovoltaico e biomasse. E non approviamo l’automatica estensione illimitata delle concessioni per le aziende petrolifere».
«Tutti i Paesi del mondo hanno affermato a Parigi la grande emergenza dettata dai cambiamenti climatici e l’importanza di tenere le temperature sotto il grado e mezzo — dichiara Andrea Masullo di GreenAccord -. Entro il 2030 dobbiamo provvedere a una riduzione del 40% delle emissioni. Il punto è che l’Italia non ha un piano energetico: che ne sarà , ad esempio, dei lavoratori dell’Eni? La vera scelta è tra passato e futuro. Siamo al 18mo posto in Europa per modernità e innovazione delle reti elettriche, retaggio del passato basato su fonti fossili e ostacolo per le rinnovabili».
Tra le forze produttive anche la Confederazione italiana agricoltori.
«Abbiamo aderito al sì anche perchè va nella direzione di quello che dice l’Unione Europea — sostiene Alessandro Mastrocinque -. Da sempre noi siamo per le rinnovabili anche perchè le tecniche di estrazione inquinano le produzioni che arrivano sulle nostre tavole».
Claudio Albonetti, presidente di Assoturismo Confesercenti ricorda che il «vero petrolio sta nei giacimenti culturali, artistici e ambientali dei nostri territori».
E così, col flash mob del dio Nettuno che, nel cuore di Roma, scaglia le trivelle fuori dalle acque optando per i pannelli solari, inizia il countdown.
Serena Giannico
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Aprile 15th, 2016 Riccardo Fucile
PERCHE’ UN 35%-40% DI VOTANTI SAREBBE UN PERICOLO IN VISTA DEL REFERENDUM IN AUTUNNO
Uno spettro si aggira nei Palazzi del potere renziano, lo spettro di una “massa critica” che si
materializza sulle trivelle. In carne ed ossa.
Milioni di italiani che domenica faranno (sulle trivelle) le prove generali del referendum di ottobre, dove la posta in gioco — partendo dalla riforma costituzionale — è la sopravvivenza o meno del governo Renzi.
Federico Fornaro, senatore della minoranza dem, è anche un attento studioso di flussi elettorali. Chiamato dagli amici il “Celso Ghini del Pd”, che stando alle stampe un libro, in uscita al Salone del Libro di Torino, dal titolo Fuga dalle urne.
Astensionismo e partecipazione elettorale in Italia dall’Unità d’Italia a oggi.
Spiega all’HuffPost:
“I risultati che usciranno dalle urne domenica prossima saranno utili anche per provare a prevedere l’esito finale del referendum costituzionale di ottobre. In ogni caso, i dati degli spogli di domenica saranno da analizzare con grande grande attenzione, anche per valutare la capacità di mobilitazione dell’elettorato da parte del fronte del No alle riforme. Al netto delle evidenti differenze sulle materie oggetto del quesito referendario, infatti, il fronte del SI al referendum sulle trivelle è sovrapponibile al fronte del NO al referendum sulle riforme, con l’unica eccezione di buona parte della minoranza Pd e di singoli esponenti di Forza Italia”.
Detta in modo grezzo: domenica si manifesterà un pezzo del popolo anti-Renzi, che ci sarà anche a ottobre.
Con l’aggiunta di tutto il centrodestra che, su questo quesito, è fermo.
Si spiega così il perchè, negli ultimi giorni, tutto un apparato — politico e mediatico — spinge per l’astensione. In un crescendo.
“Pretestuoso” dice Napolitano parlando del referendum. “Una bufala” dice Renzi. Mattarella andrà a votare, ma senza clamori, evitando telecamere e col profilo basso. Lo spettro si sostanzia nei numeri.
Vediamo perchè, mettendo in fila dati e ragionamenti informati, a palazzo Chigi si teme che vadano a votare il 35-40 per cento di italiani disubbidendo all’andate al mare del premier.
Punto di partenza: i votanti alle scorse politiche (2013) furono 36.452.084 (72,2) mentre alle europee (2014) 28.991.358, rispettivamente il 72,2 per cento e il 57,2 per cento degli aventi diritto.
Il Pd alle politiche raccolse 8.646.034 voti (il famoso 25 per cento di Bersani) mentre alle europee 11.172.861 (il famoso 40 per cento di Renzi)
Partendo da questo dato, passiamo alle trivelle. Da giorni nei Palazzi, non solo a palazzo Chigi, si ragiona su simulazioni sul voto di domenica.
Ecco due possibili previsioni.
Alta affluenza: 40 per cento di votanti corrispondono a 20.320.000; media affluenza: 33 per cento pari a 16.764.000.
Chi va a votare, è piuttosto evidente, è orientato per il sì, stimato almeno al 75%. Dunque, con un’alta affluenza i sì potrebbero arrivare a 15.240.000 , mentre con media affluenza a 12.573.000 .
Ecco la massa critica. Si tratta di elettori che si recano alle urne “contro Renzi”. Elettori in carne e ossa che, si presume, faranno lo stesso ad ottobre al referendum sulle riforme, quando il “no” alle riforme rappresenta lo sfratto del governo.
E quando, non è un dettaglio, non ci sarà quorum. Vince cioè chi prende più voti, senza poter giocare sull’astensionismo.
Già chi prende più voti. Così si spiega la fibrillazione di queste ore sulle trivelle, dove la “massa critica” è stimata — appunto — tra 12 e 15 milioni.
Renzi deve prendere sulle riforme più voti quella che ha chiamato la grande alleanza per il no, assai più vasta del popolo no-triv.
Alle scorse europee raccolse 11milioni di voti, alle corse politiche Bersani ne raccolse 8, diciamo che il Pd è quotato oggi a 10 milioni.
Insomma, meno del popolo no triv.
Dunque, il premier sarà chiamato a un bello sforzo di mobilitazione. Sussurrano i maligni: “Domenica potrà dire che con lui c’è tutta l’Italia che è stata a casa. Ma a ottobre il giochetto dell’astensione non c’è più. Deve prendere più voti e basta”.
Nelle urne.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 15th, 2016 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA AINIS: “L’ART.8 DEL TESTO UNICO DELLE LEGGI ELETTORALI PREVEDE UNA PENA DA 6 MESI A 3 ANNI PER CHI, RICOPRENDO UNA FUNZIONE PUBBLICA, INVITA ALL’ASTENSIONE”
Non è un editoriale fumantino come quello scritto nel 2005 in occasione del referendum sulla legge
40, ma è comunque una autorevole chiamata al voto.
Il costituzionalista Michele Ainis sulle pagine del Corriere della Sera spiega perchè non soltanto è giusto e doveroso andare alle urne domenica 17 aprile per la consultazione popolare sulle trivelle, ma ricorda altresì che esiste una norma secondo la quale chi predica l’astensione potrebbe essere condannato alla galera.
Ainis definisce “deriva ingannevole e sleale” la battaglia sul quorum che vede il governo da una parte fare campagna per l’astensione (“il referendum è una bufala, astenersi è costituzionalmente legittimo” ha detto giovedì Matteo Renzi) e dall’altra i promotori del “sì”.
Approfitta della quota d’astensionismo fisiologico per sabotare il referendum, sommando agli indifferenti i contrari, mentre i favorevoli non hanno modo di moltiplicare il “sì”, mica possono votare per due volte.
Dunque l’appello all’astensione è un espediente, se non proprio un trucco, come affermò Norberto Bobbio nel 1990.
Il giurista bacchetta poi i rappresentanti delle istituzioni, e dunque implicitamente anche il premier e Napolitano, che in queste ore hanno chiesto agli italiani di non andare a votare:
Poi, certo, il voto è anche un diritto. E ciascuno resta libero d’esercitare o meno i diritti che ha ricevuto in sorte.
Tanto più quando s’annunzia un referendum, la cui validità è legata al quorum. Ma questo vale per i cittadini, non per quanti abbiano responsabilità istituzionali.
Loro sono come i professori durante una lezione: non possono dire tutto ciò che gli passa per la testa, perchè hanno un ascendente sugli allievi, e non devono mai usarlo per condizionarne le opinioni.
Infine Ainis ricorda che una norma condanna al carcere chi induce all’astensione:
Anche perchè i profeti dell’astensionismo, nel nostro ordinamento, rischiano perfino la galera, secondo l’articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera, cui rinvia la legge che disciplina i referendum. Norme eccessive, di cui faremmo meglio a sbarazzarci. Ma c’è anche un equivoco da cui dobbiamo liberarci: sul piano dell’etica costituzionale, se non anche sul piano del diritto, l’astensione ai referendum è lecita soltanto quando l’elettore giudichi il quesito inconsistente, irrilevante. Altrimenti è un sotterfugio.
L’art.98 del testo unico delle legge elettorali per la Camera era stato anche alla base di un commento al vetriolo dello stesso Ainis nel 2005, in occasione della consultazione popolare sulla legge per la procreazione assistita
In quell’occasione il costituzionalista si scagliava contro i prelati (Ruini in primis) che predicavano l’astensione per far fallire il referendum e cioè per mantenere in vigore quella legge 40. Andò così, ma la norma fu poi silurata in numerose occasioni dalla Corte costituzionale.
La norma — anzi la doppia norma — stava sotto gli occhi di tutti, come la Lettera rubata di Allan Poe.
Si tratta di due leggi che puniscono la propaganda astensionista se fatta da persone che ricoprono un incarico pubblico o da ministri di culto.
Qualcosa che in questi giorni sta avvenendo con frequenza sempre maggiore nell’approssimarsi della scadenza del voto referendario, ma che finora è stata rivendicata come un diritto. Invece, secondo la legge, andrebbe sanzionata.
Tutti possono consultare il testo di queste leggi, visitando rispettivamente il sito della Camera (www.camera.it) e quello dei costituzionalisti (www.associazionedeicostituzionalisti.it).
Vediamo dunque insieme di che cosa si tratta.
L’articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera afferma che chiunque sia investito di un potere, di un servizio o di una funzione pubblica, nonchè «il ministro di qualsiasi culto», è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni se induce gli elettori all’astensione.
A sua volta, l’articolo 51 della legge che disciplina i referendum (la n. 352 del 1970) estende la sanzione prevista dal precedente articolo alla propaganda astensionistica nelle consultazioni referendarie.
Un problema — e che problema! — per i giuristi che avevano liquidato un po’ frettolosamente la questione. Un problema doppio per chi lancia appelli all’astensione dall’alto d’una cattedra, o in qualità di sindaco, ministro, presidente di un’istituzione pubblica, specie se elevata.
Un problema triplo per le gerarchie ecclesiastiche, per i vescovi, per le migliaia di parroci. E, naturalmente, ignorantia iuris non excusat.
Inutile dire che l’editoriale di Ainis viene fatto circolare ampiamente tra coloro che invece vogliono raggiungere il quorum e affondare le trivelle.
Sui social inoltre è ormai virale un pezzo di giornale risalente al 1985, nel quale si riporta la sentenza della Cassazione che ricorda come sia condannabile chi fa propaganda per l’astensione, così come ricordato da Ainis in queste ore.
Si tratta di un articolo del quotidiano La Stampa, dove il giornalista ricorda come Mario Capanna, ex leader del ’68, denunciò Bettino Craxi per aver esortato gli elettori a ignorare le urne.
Altri tempi, stesse questioni.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 15th, 2016 Riccardo Fucile
LE POSIZIONI DEI PARTITI
Domenica 17 aprile dalle 7 alle 23 si apriranno le urne per il referendum sull’abrogazione della legge che riguarda la durata delle trivellazioni in mare.
I promotori chiedono di votare ‘Sì’ per non rinnovare le concessioni alle piattaforme che estraggono idrocarburi e che si trovano a meno di 12 miglia nautiche (22,2 chilometri) dalla costa.
Il referendum è stato promosso da nove consigli regionali, di cui 7 a guida Pd, da associazioni ambientaliste e da alcuni comitati locali.
Quesito referendario
Nel quesito referendario si legge testualmente: “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art.1 della legge 28 dicembre 2015, n.208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standart di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”.
Il quesito riguarda solo la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa, e non riguarda le attività petrolifere sulla terraferma, nè quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri).
Come si vota
La scheda è una sola, gialla, con un quesito referendario a cui si può rispondere “Sì” o “No” con una croce.
Se vince il ‘Sì’
La vittoria del ‘sì’ bloccherebbe l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa italiana quando scadranno le concessioni o le eventuali proroghe già approvate. Le concessioni hanno scadenze comprese tra il 2016 e il 2034.
Non sarà più possibile quindi sfruttare il gas o il petrolio nascosti sotto i fondali.
Se vince il ‘No’ o non viene raggiunto il quorum
Se dovessero vincere i ‘no’ o non dovesse recarsi alle urne il 50% più uno degli aventi diritto, la legge non verrà modificata quindi le estrazioni in corso potranno continuare fino all’esaurimento del giacimento e le concessioni potranno essere rinnovate.
Dove e quando si vota
Potranno votare tutti i cittadini italiani che godono dei diritti politici. Per votare sarà necessario andare al proprio seggio, quello indicato sulla scheda elettorale, con un documento d’identità valido e la stessa tessera elettorale.
Sono chiamati alle urne 46.887.562 elettori, a cui si aggiungono 3.898.778 elettori residenti all’estero o all’estero per almeno tre mesi, che hanno già votato per corrispondenza.
In Italia tuttavia non esiste alcuna legge per gli elettori in mobilità , per coloro cioè che lavorano o studiano fuori sede.
Esiste però l’opportunità , compilando un modulo fornito dai comitati referendari, di diventare rappresentanti di seggio di uno dei comitati promotori e in questo modo sarà possibile votare fuori sede presso il seggio che viene assegnato.
Quando si sapranno i risultati
I dati sull’affluenza alle urne delle ore 12, 19 e 23 saranno pubblicati in tempo reale. Per essere valido il risultato della consultazione, dovrà essere raggiunto il quorum, come previsto dall’articolo 75 della Costituzione italiana.
Questo significa che deve andare a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto.
Le posizioni dei partiti
Il Partito democratico ha invitato gli elettori a non recarsi alle urne. C’è tuttavia qualche eccezione. Ad esempio, Pier Luigi Bersani ha fatto sapere che andrà a votare e sbarrerà “no”. Roberto Speranza invece si è schierato per il “sì”.
Anche Ncd, alleato di governo, ha invitato all’astensione seppur con qualche distinguo.
Il Movimento 5 Stelle si è espresso per il “Sì” con tanto di post di Beppe Grillo, così come i Verdi, Sinistra italiana e anche la Lega Nord, Fratelli d’Italia e Udc.
Forza Italia invece, a prescindere dalla decisione, ha invitato tutti ad andare a votare per raggiungere il quorum e “mandare a casa Renzi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 14th, 2016 Riccardo Fucile
CANARIE E CROAZIA HANNO DECISO LO STOP… LA NORVEGIA IMPONE REGOLE SEVERE: L’ENI HA ATTESO ANNI PER IL VIA LIBERA.. LA GRAN BRETAGNA IMPONE UN PRELIEVO FISCALE TRA IL 68% E L’82%
“La legislazione che ha l’Italia sulle trivellazioni è tra le più rigorose in Europa”. Questo ha ripetuto negli ultimi mesi il governo Renzi e questo ha detto anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti.
È vero? Oppure, come dicono i promotori del referendum che si svolgerà il 17 aprile, l’Italia non è affatto severa con le compagnie, dal sistema delle royalties fino ai controlli?
Le tasse e le norme statali nel settore degli idrocarburi sono il termometro per capire se uno Stato è favorevole o meno ai petrolieri e in Europa i vari Paesi adottano politiche molto differenti.
C’è il caso della Norvegia, dove la tassazione è sì molto alta, ma lo è anche la produzione. Nonchè il livello di controlli nei confronti delle compagnie.
Esistono regole molto severe sull’estrazione di idrocarburi con l’obiettivo di preservare gli ecosistemi marini.
Anche la Gran Bretagna è piuttosto favorevole allo sfruttamento degli idrocarburi, anche se con differenze molto nette caso per caso.
In Europa gli Stati si comportano in modo molto eterogeneo, come dimostra quanto avvenuto in Francia dove il ministro dell’Ecologia Sègolène Royal ha chiesto nei giorni scorsi lo stop a tutte le trivellazioni nel mar Mediterraneo, seguendo l’esempio della Croazia.
Emblematico anche quanto accaduto alle Canarie dove un anno fa è finita l’avventura del gruppo petrolifero Repsol che, dopo sette settimane di lavoro di prospezione, ha annunciato che non avrebbe chiesto nuovi permessi per estrarre idrocarburi.
Una decisione presa dalla società e non certo dal governo spagnolo che, nel rilasciare quei titoli, era andato anche contro le comunità e i governi locali.
LE PIATTAFORME NEI MARI EUROPEI: CHI TRIVELLA DI PIÙ
Sul numero di piattaforme che si trovano nelle acque dell’Unione europea gli ultimi dati disponibili sono quelli forniti dalla Commissione europea quando, nel 2011, ha stabilito nuove norme di sicurezza per le attività offshore, poi confluite nella Direttiva 2013/30/UE.
Oltre mille gli impianti operativi per l’estrazione di petrolio o gas nelle acque europee, tenendo conto anche di quelli di Islanda, Liechtenstein (nell’Oceano Atlantico) e Norvegia.
Non comprendono questi ultimi tre Stati, invece, i dati del 2010 (sempre della Commissione) relativi agli impianti nei singoli Paesi: la maggior parte, 486, nel Regno Unito, 81 in Olanda, 135 in Italia (ad oggi il numero è immutato) e 61 in Danimarca.
Meno di 10 impianti, invece, in Germania, Irlanda, Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Polonia.
LE REGOLE NEGLI ALTRI PAESI
Ma al di là dei numeri, come funziona del resto d’Europa? Come si comportano i governi degli altri Paesi con le compagnie petrolifere?
In Francia le domande per ottenere un permesso di ricerca vanno inoltrate al ministero dell’Ecologia, dell’Energia e dello Sviluppo sostenibile che, una volta consultate le autorità locali interessate, valutano il progetto.
Se il ministero non ha obiezioni di tipo tecnico o ambientale, il permesso di esplorazione viene concesso attraverso un decreto ministeriale.
Tale permesso ha validità 5 anni, rinnovabile due volte. E se la compagnia trova petrolio o gas, per iniziare la coltivazione la società titolare del permesso di ricerca deve attendere il consenso ministeriale.
Se accordata, la concessione di coltivazione ha una durata che varia normalmente tra i 25 e i 50 anni.
Nel Regno Unito, il Petroleum Act del 1998 riconosce alla Corona britannica la proprietà delle risorse di idrocarburi presenti sul territorio e, quindi, il diritto esclusivo di esplorazione e produzione.
Le attività vengono svolte attraverso un sistema di licenze. I permessi per le attività onshore sono assegnati su richiesta dei partecipanti, mentre per le attività offshore sono indette periodicamente delle aste di assegnazione.
IL CASO DELLA NORVEGIA
La Norvegia è uno dei Paesi con la maggior produzione di gas e petrolio (pari a oltre 20 volte quella dell’Italia) e impone regole molto severe sull’estrazione di idrocarburi. Non si possono effettuare sondaggi entro i 50 chilometri dalla riva.
Solo a marzo Eni ha avviato la produzione del giacimento di Goliat, il primo impianto a olio a entrare in produzione nell’Artico, in una zona priva di ghiacci nel mare di Barents.
Goliat doveva essere pronto nel 2013, ma l’ente norvegese che controlla le operazioni petrolifere, il Petroleum Safety Authority (Psa) dopo le ispezioni non ha mai dato l’ok, nonostante il mercato e le pressioni per un progetto di certo ambizioso.
L’ultimo ‘no’ è arrivato a fine dicembre. Lo Stato norvegese mantiene il diritto di proprietà sui minerali del sottosuolo. Le attività di esplorazione e sfruttamento di tali risorse quindi, sono gestite con un sistema di assegnazione di licenze mediante cicli di asta.
LE TASSAZIONI PIÙ FAVOREVOLI AI PETROLIERI
Per comprendere se in un Paese venga o meno applicata una tassazione favorevole alle compagnie è necessario comparare i dati.
In Italia, per l’offshore, l’aliquota delle royalties è del 7% per le estrazioni di petrolio e del 10% per l’estrazione di gas (è fissa al 10% su terraferma), ma le società non pagano nulla sotto la produzione di 50mila tonnellate per il petrolio e di 80mila metri cubi per il gas. Nel complesso il prelievo fiscale è tra il 50 e il 67,9%.
In Germania, invece, l’aliquota delle royalties è del 10%, ma i singoli Là¤nder possono prevederne una diversa. In realtà in molti Paesi le royalties sono state abolite e sostituite da sistemi diversi di tassazione.
Secondo i dati diffusi da Nomisma Energia la Norvegia arriva a prelievi fiscali del 78% ed è tra i Paesi con la tassazione più alta, pur prevedendo una serie di benefici alle imprese.
Di fatto il regime fiscale attira un alto livello di investimenti e di produzione di idrocarburi. Sono state abolite le royalties, mentre oggi esiste una tassazione specifica su attività petrolifere (pari al 50%) e una generica sui profitti delle società (pari al 28%).
Nel Regno Unito il prelievo fiscale oscilla tra il 68 e l’82% perchè i canoni variano in base al bando, senza royalties, abolite nel 2002.
In Danimarca, invece, la tassazione può arrivare al 77%.
La Francia utilizza un sistema di prelievo fiscale sulle attività petrolifere che prevede un mix di royalties, imposte sulla produzione e imposte sul reddito della società . Il Paese ha una bassa produzione e un altrettanto basso prelievo fiscale, in media tra il 37 ed il 50%.
LA FRANCIA SEGUE L’ESEMPIO DELLA CROAZIA
Nei giorni scorsi il ministro francese dell’Ecologia Sègolène Royal ha dato il via libera a una moratoria con effetto immediato sui permessi di ricerca di idrocarburi “viste le conseguenze drammatiche che possono colpire l’insieme del Mediterraneo in caso di incidente”.
La moratoria riguarda sia le acque territoriali della Francia sia la zona economica esclusiva (la piattaforma continentale).
L’intenzione, dunque, è quella di chiedere l’estensione del provvedimento “nel quadro della convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e del litorale mediterraneo”. Una decisione che, nelle intenzioni del ministro, dovrebbe dare una forte spinta allo sviluppo dell’efficienza energetica e delle rinnovabili.
La notizia in Italia è arrivata nel momento più delicato possibile, a una settimana dal referendum, ma non è una vera novità , dato che Royal aveva già annunciato a gennaio che la Francia avrebbe rifiutato ogni nuova richiesta di permesso di ricerca di idrocarburi.
E proprio a gennaio, in Croazia, il nuovo premier Tihomir Oreskovic era stato altrettanto chiaro: “Presenterò al Parlamento una proposta di moratoria contro il piano di Zagabria per lo sfruttamento di gas e petrolio in Adriatico”.
L’anno prima la Croazia aveva assegnato dieci licenze per la ricerca di idrocarburi in Adriatico, ma la scorsa estate alcune compagnie petrolifere hanno fatto dietrofront, rinunciando a sette delle concessioni ottenute.
A marzo, invece, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha bloccato il piano per le trivellazioni di gas e petrolio al largo della costa sud orientale dell’Atlantico. Sempre Obama a ottobre scorso aveva congelato almeno per i prossimi 18 mesi’ e trivellazioni a largo dell’Alaska.
Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 14th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 2011 DICEVA: “IO ELETTORE CHE FA SEMPRE IL SUO DOVERE”…OGGI SOSTIENE: “LEGITTIMO ASTENERSI”
“Non andare a votare è un modo di esprimersi sull’inconsistenza dell’iniziativa referendaria“.
Tradotto: il referendum sulle trivelle è pretestuoso, quindi è legittimo astenersi.
A dirlo non è un leader di partito, bensì il presidente emerito della Repubblica e senatore a vita Giorgio Napolitano in un’intervista a Repubblica.
L’ex capo dello Stato non sa se domenica andrà alle urne (il motivo dell’incertezza sarebbe una trasferta a Londra già programmata), ma intanto non ha rinunciato a esprimere il suo pensiero sulla consultazione e, di riflesso, sullo strumento referendario come mezzo di democrazia diretta.
Una presa di posizione molto politica e poco istituzionale, che segue pedissequamente quella del Pd e di Matteo Renzi, ultimo premier da lui nominato.
Le parole di Napolitano, invece, sono diametralmente opposte a quelle del presidente della Consulta Paolo Grossi (“Bisogna andare a votare sempre. Solo così si è buoni cittadini”), pronunciate l’11 aprile scorso al cospetto dell’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il successore di Napolitano, come suo stile, ha preferito non pronunciarsi ufficialmente per non influire sul dibattito politico (specie dopo l’invito del governo all’astensione), ma ufficiosamente ha fatto sapere che domenica andrà a votare.
Tra Napolitano e le urne, al contrario, c’è la gita in Inghilterra e, soprattutto, la convinzione sulla “pretestuosità di questa iniziativa referendaria”. Peccato, però, che quando al Colle c’era lui la pensava diversamente.
Quando Napolitano spingeva per la partecipazione ai referendum
E’ il 6 giugno 2011, ai referendum abrogativi su acqua pubblica, nucleare e Lodo Alfano manca neanche una settimana.
Napolitano è capo dello Stato da sei anni. I giornalisti sono appostati in attesa che lasci Montecitorio, la domanda è d’obbligo: “Presidente, andrà a votare?”. “Io sono un elettore che fa sempre il suo dovere” dice Napolitano.
Che poi, a distanza di due settimane, scrive una lettera a Marco Pannella per chiedergli di interrompere l’ennesimo sciopero della sete iniziato per protestare contro il sovraffollamento delle carceri.
E’ il 23 giugno, il presidente della Repubblica usa queste parole: “La valorizzazione dello strumento referendario come elemento di democrazia diretta e la grande attenzione da te sempre prestata alle regole che presiedono alla partecipazione elettorale dei cittadini, sono il segno di una costante preoccupazione per la necessità di un consapevole e attivo coinvolgimento dell’opinione pubblica e dei cittadini nella vita politica del paese e della volontà di contrastare e combattere fenomeni di distacco e disinteresse verso la vita pubblica”.
Il pensiero dell’allora inquilino del Quirinale è assai chiaro: i referendum servono a coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e a contrastare il disinteresse della gente per la politica.
E lui, ai referendum, va a votare sempre: lo ha fatto nel 2011 e ancor prima nel 2005, prima della sua elezione, quando bisognava esprimersi sulle norme per la procreazione assistita.
Napolitano oggi: “Referendum pretestuoso, astensione legittima”
Dall’ultima tornata referendaria sono passati meno di cinque anni e Napolitano ha cambiato idea. Lo ha detto a Repubblica: “L’astensione è un modo di esprimere la convinzione dell’inconsistenza e della pretestuosità di questa iniziativa referendaria”.
E ancora: “Non si possono dare significati simbolici a un referendum. Ci si pronuncia su quesiti specifici che dovrebbero essere ben fondati. Non è questo il caso”.
Di più: “Se la Costituzione prevede che la non partecipazione della maggioranza degli aventi diritto è causa di nullità , non andare a votare è un modo di esprimersi sull’inconsistenza dell’iniziativa referendaria”.
Parola di presidente emerito della Repubblica italiana. Che per nove anni è stato “custode dei valori della Costituzione”. Che all’articolo 48 recita testualmente: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.
Pierluigi Giordano Cardone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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