Aprile 29th, 2018 Riccardo Fucile
IL SOLITO RENZI, INCAPACE DI AUTOCRITICA, SI PORTA AVANTI E PENSA GIA AL GOVERNO DEL PRESIDENTE
Matteo Renzi va in tv da Fabio Fazio su Raiuno, rompe il silenzio sulla crisi istituzionale e azzoppa l’idea di un accordo di governo tra il Pd e il M5s. “Io penso che incontrarsi sia un bene – dice – si incontrano anche le due Coree, possiamo farlo pure noi con loro: ma in streaming”. Il che equivale evidentemente a escludere una vera trattativa.
A meno di una settimana dalla direzione del Pd, Renzi guarda già alla prossima mossa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
La sua proposta è un governo del presidente o istituzionale che serva a “scrivere le regole insieme”. E per tirare dentro il M5s, dice: “Hanno vinto, tocca a loro avanzare una proposta di riforma costituzionale”.
Pur dopo la sconfitta del 4 marzo, dopo le dimissioni da segretario del Pd, Renzi è il solito Renzi.
Dopo tutte queste settimane di silenzio, il suo da Fazio non è un discorso sulla sconfitta del Pd, non è un aggiornamento di pensiero, non segna evoluzioni.
Renzi è fermo al 4 dicembre 2016: “Da quando abbiamo perso il referendum, il paese è bloccato”.
Argomentazione che sfrutta per chiudere al M5s e aprire ad un governo del presidente per fare le riforme costituzionali. Il governo, dice, “lo deciderà il presidente sulla base della maggioranza che si formerà in Parlamento”.
Dunque, monocameralismo e ballottaggio: Renzi torna alle sue riforme ma vuole che siano i cinquestelle a proporle, perchè “hanno vinto loro e il centrodestra”. Obbligato il paragone con Macron in Francia: “Ha perso al primo turno, ora governa con il 23 per cento”.
Ma rivolgersi al M5s è un modo per tirarli dentro a un governo che evidentemente Mattarella tenterà di apparecchiare, se falliranno tutti gli altri tentativi, prima di convincersi a rimandare il Paese al voto.
Per ora, Luigi Di Maio dice no: “Se fallisce il dialogo con il Pd, si torna al voto”, è il suo motto. Ma Renzi scommette che un estremo appello alla responsabilità da parte del Capo dello Stato possa cambiare i ‘no’ di adesso.
Sempre che non riparta il dialogo tra Matteo Salvini e Di Maio, dopo le regionali in Friuli. “Tocca a loro, se sono capaci – ripete Renzi – noi abbiamo perso e non possiamo tornare al governo con un gioco di palazzo, la gente non capirebbe. E poi su 52 senatori del Pd, ce ne vogliono almeno 48 per appoggiare un governo Di Maio. E io non conosco alcun senatore favorevole…”.
Ma c’è dell’altro. La proposta di legislatura costituente che stasera Renzi sviscera in tv, è di fatto la stessa avanzata da Dario Franceschini subito dopo le elezioni con un’intervista al Corriere della Sera.
Mossa acuta da parte del segretario dimissionario, visto che proprio Franceschini guida la parte ‘dialogante’ del Pd, quella più possibilista su un accordo con il M5s o comunque interessata a sfilare a Renzi lo scettro della trattativa.
Ecco, così Renzi se l’è ripreso, riducendo pure i rischi di spaccatura nel Pd.
Non a caso, proprio oggi anche il ministro Carlo Calenda parla di “governo istituzionale”.
Proprio lui aveva minacciato di strappare la tessera del Pd, in caso di accordo con il cinquestelle. Da oggi, un’intesa tra i Dem e i pentastellati è decisamente più complicata, ma il Pd potrebbe uscirne incredibilmente unito anche alla prossima direzione.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 29th, 2018 Riccardo Fucile
DA FAZIO EMERGE LA STRATEGIA DI RENZI CHE CONTINUA A RITENERE DI AVER GOVERNATO BENE ANCHE SE L’ELETTORATO L’HA BOCCIATO
“Siamo seri. Chi ha perso le elezioni non può andare al governo. Il Pd ha perso, sette italiani su dieci hanno votato M5s o Lega”. Lo dice Matteo Renzi a “Che tempo che fa” su RaiUno.
“Non possiamo con un gioco di palazzo rientrare dalla finestra dopo che abbiamo perso le elezioni. Se sono capaci ci provino Di Maio e Salvini”, aggiunge.
L’ex premier continua: “È un bene incontrarsi. È un fatto normale, l’incontro andrebbe fatto in streaming. Ma votare la fiducia ad un governo Di Maio no. Anche per rispetto per chi ci guarda da casa, la gente sennò poi non crede più ala democrazia”. E spiega: “Su 52 senatori Pd, almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno”.
“Il reddito di cittadinanza per me non sta nè in cielo nè in terra. Non possiamo essere un alibi” per M5s, dice l’ex segretario del Pd. Renziani contro? “Sembra una malattia… Io ho riacquistato la mia libertà . Ci vorrebbe una unanimità per reggere questo governo. Mi sembra difficile”.
Renzi aggiunge: “O fanno il governo i populisti” Di Maio e Salvini “che hanno vinto o facciano loro una proposta di riforma costituzionale. Dal 4 dicembre 2016 questo Paese è bloccato: su questo si poteva fare un governo insieme. Da quel momento l’Italia non è più in grado di avere un sistema efficace ed efficiente. Non era un referendum sui poteri di Renzi ma sul futuro dell’Italia. È un contrappasso dantesco. Salvini e Di Maio avrebbero avuto interesse a farsi un ballottaggio”.
“M5s e Lega scrivetele voi le regole – continua -: noi da subito vi diciamo che a meno che non propongano la dittatura, siamo pronti a sederci e dire che va bene. Un anno, due anni, un anno e mezzo. Con quale governo? Deciderà il Presidente della Repubblica quale la forma migliore”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 29th, 2018 Riccardo Fucile
E CHIEDE LEGGE ELETTORALE E RIFORME COSTITUZIONALI: “GOVERNO DI TUTTI? SE LO DECIDE MATTARELLA”… CHIUSURA SU JOBS ACT E REDDITO DI CITTADINANZA: “INCONTRARE DI MAIO MA IN STREAMING”
“Siamo seri, chi ha perso le elezioni non può andare al governo. Io mi sono dmesso, non possiamo pensare che i giochetti dei caminetti romani valgano di più della scelta degli italiani”.
Matteo Renzi, segretario dimissionario del Pd, ospite a ‘Che tempo che fa’, non ha dubbi: non si può ignorare l’esito delle elezioni del 4 marzo: “Chi ha vinto, deve assumersi la responsabilità e governare”, dice Renzi, che non esclude un incontro con il leader del Movimento 5 stelle, ma esclude il sostegno all’esecutivo: “Un incontro con Di Maio sì, la fiducia a un governo M5s no”.
Una posizione la sua, dice Renzi, condivisa dalla maggior parte dei senatori dem: “Su 52 senatori Pd, almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno”.
L’ex presidente del Consiglio, quindi, non esclude il confronto con il leader del Movimento, che a suo parere dovrebbe essere trasmesso in streaming per chiarire una volta per tutte le reciproche posizioni, ma ribadisce che, per lui, il Partito democratico deve restare all’opposizione: “Non possiamo con un gioco di palazzo rientrare dalla finestra dopo che abbiamo perso le elezioni. Se sono capaci ci provino Di Maio e Salvini”.
Anche perchè, insiste, “abbiamo fatto una campagna elettorale durissima sulla base di proposte specifiche. Non è pensabile ignorare ciò che la gente ci ha detto. Io temo per il gioco democratico”.
E sottolinea, ancora una volta, le distanze con i vincitori delle consultazioni: “Il reddito di cittadinanza per me non sta nè in cielo nè in terra”, aggiunge l’ex segretario Pd, che ribadice che alla fine sarà la direzione a decidere sul dialogo con i Cinque stelle, ma che lui è contrario ad un accordo. “Non possiamo essere un alibi” per M5s, dice.
Ma non vuole parlare di renziani contrari? “Sembra una malattia… Io ho riacquistato la mia libertà . Ci vorrebbe una unaminità per reggere questo governo. Mi sembra difficile”, aggiunge l’ex premier, che definisce ‘impossibile’ l’ipotesi di trovare un accordo: “Non è una ripicca dire di no, ma dignità e etica nel rispetto del voto”.
Anche l’ipotesi di Di Maio premier è irreale, per Renzi: “Lo pensa solo Di Maio. Tanto di cappello a chi ha preso il 32%, ma non è il 51%. O qualcuno gli regala il 19%, ma venire a chiedere i voti a chi hai accusato di mali di tutta Italia” è assurdo.
Il problema dell’incertezza in cui si trova l’Italia ora, dice Renzi, non dipende dalle elezioni di marzo, ma da quanto successo il 4 dicembre con il referendum: “Salvini e Di Maio avrebbero avuto tutto l’interesse” a votare per il sì, osserva l’ex premier.
Se M5S e Lega “non si trovano d’accordo, allora ci vuole che qualcuno si prenda il coraggio di dire che il sistema non funziona”, visto che non sono state introdotte la riforma costituzionale e la legge elettorale che avrebbero portato ad un ballottaggio. “Dal 4 dicembre 2016 questo Paese è bloccato: su questo si poteva fare un governo insieme. Da quel momento l’Italia non è più in grado di avere un sistema efficace ed efficiente. Non era un referendum sui poteri di Renzi ma sul futuro dell’Italia”.
Poi insiste: “Se loro non riescono a fare il governo, che facciano una proposta per cambiare e una riforma costituzionale” che preveda un diverso assetto istituzionale e il ballottaggio.
Certo, aggiunge ancora Renzi, tornare a votare “sarebbe un gigantesco schiaffo ai cittadini”, perchè vorrebbe dire che “quelli che hanno detto ‘abbiamo vinto’ non riescono a fare niente”.
Ma se con gli avversari la porta a un accordo è chiusa, non più morbido
Renzi è con il Pd che “deve guardare in faccia la realtà . Deve smettere di litigare al proprio interno. Sono stato massacrato per cinque anni. C’era una opposizione interna che invece di attaccare Salvini attaccava me”, dice l’ex segretario.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
IL NODO DI MAIO PREMIER E CHI GESTISCE LA TRATTATIVA
Obiettivo: sedersi al tavolo con i Cinquestelle ma senza umiliarsi, con una posizione di forza, con la delegazione giusta per trattare al meglio (cioè senza Maurizio Martina).
Matteo Renzi vuole giocarla fino in fondo questa partita: è la sua occasione per riabilitarsi in politica, di nuovo da leader dopo la sconfitta elettorale.
E allora oggi, archiviato il mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico, il segretario dimissionario del Pd tiene a freno la parte ortodossa tra i suoi, contrari al dialogo con i 5s. E si mette al lavoro per pianificare per bene la direzione Dem di giovedì prossimo. Domenica, dopo un lungo silenzio, torna in tv, da Fabio Fazio su Raiuno.
Oggi intanto è tornato a Roma dopo aver passato i giorni a cavallo della festività del 25 aprile a Firenze. Uno stop in libreria, a comprare testi che immortala e posta su Facebook: ‘Era di maggio, cronache di uno psicodramma’ di Mughini, ‘Con i piedi nel fango’ di Carofiglio, titoli che non a caso evocano la tormentata condizione del Pd e dei suoi dirigenti, a partire da Renzi stesso.
Poi è a pranzo con il tesoriere Francesco Bonifazi e il fedelissimo ex portavoce Filippo Sensi. Inizia una settimana di fuoco, quella più importante per il futuro politico del Pd.
“Se ci giochiamo male questa partita, non lo avremo più un futuro”, ci dice un dirigente Dem, mettendo l’accento “non tanto sul sì o sul no ai cinquestelle, ma sul come ci si arriva. Il punto non è cosa si fa alla fine, ma come si arriva a quel punto: forti o deboli?”.
Ecco spiegato il perchè delle parole grosse volate fino a ieri. Non è escluso che ritornino da qui a giovedì, se servirà allo scopo.
Cioè costruirsi una corazza per arrivare ‘armati’ al confronto con i pentastellati. Di certo, ora il Pd renziano sta soppesando tutte le mosse per potersi sedere al tavolo di confronto sul programma e sul governo con i cinquestelle da una condizione di forza. Spiega il Dem Ettore Rosato, vicepresidente della Camera: “Ci sono due precondizioni” nel confronto con i 5 Stelle, “la prima è quella che loro considerino chiuso il dialogo con la Lega e la seconda è che considerino la stagione delle riforme del Pd un elemento positivo per questo Paese. Se ciò non fosse per noi non sarebbe possibile fare un governo con chi considera quei 5 anni” in modo negativo e “vuole smontare le cose fatte dal centrosinistra”.
Ma questi sono i preamboli. Come pure la questione ‘Di Maio premier’: nel Pd e tra gli stessi renziani ci sono approcci diversi sul tema: c’è chi lo accetterebbe, chi invece è convinto che debba fare un passo indietro per aprire il dialogo. Il fatto è che a monte di tutto, ci sono altri problemi. Interni al Pd.
Il primo si chiama Maurizio Martina, il reggente. Nella cerchia del segretario dimissionario ormai hanno sciolto le riserve su di lui dopo un periodo di attenta osservazione: pollice verso, lo giudicano inadatto alla trattativa.
“Ieri dopo aver incontrato Fico – si sfoga un renziano — Martina ha esordito con un ‘Ci sono passi in avanti…’! Poi è uscito Di Maio a criticare l’operato dei governi Renzi e Gentiloni… Insomma il Pd ne è uscito umiliato! Non è così che si fa una trattativa. Lo dico per il bene del partito, non per una sua parte… Martina è capace di uscire dall’incontro con Di Maio dicendo che la Tav non si deve fare!”.
Battute al veleno. Insomma, il primo problema da risolvere è a chi affidare un confronto così delicato.
E’ escluso che sia Renzi stesso ad assumersi direttamente l’onere della trattativa, nonostante che nel partito più di qualcuno gli stia chiedendo di ritirare le dimissioni e tornare alla guida. “Non lo bruciamo così”, dicono i suoi.
“Non si può abdicare dall’essere un leader, Renzi è in campo senza se e senza ma. Ma non è nei suoi programmi tornare segretario: è nel programma di tanti nostri militanti, non di Renzi”, dice Rosato.
Problema aperto, ma giovedì il nodo dovrà essere sciolto se davvero si riuscirà ad approvare un documento che dà l’ok all’avvio del tavolo con i cinquestelle per verificare se esistono le condizioni per parlarsi. Di più non potrà esserci, per ora.
“Anche solo per tattica, non possiamo non sederci al tavolo con il M5s — ragiona un altro renziano — Nel 2013 i Cinquestelle si sono seduti al nostro tavolo, prima con Bersani, poi con Renzi. E’ finita come è finita, Renzi ha detto a Grillo ‘esci da questo blog!’, ma ci sono venuti. Dobbiamo farlo anche noi”.
Naturalmente per ora il punto è fare bella figura nel confronto con Di Maio, non è farci un governo insieme a ogni condizione. Ovvio. Anche perchè una volta partito il tavolo, la sua riuscita dipende anche dalle condizioni esterne. E cioè dal rapporto che ci sarà e se ci sarà tra Di Maio e Salvini dopo le elezioni in Friuli.
“E’ chiaro che se il M5s perde definitivamente la sponda leghista, perchè Salvini non strappa con Berlusconi, sono costretti a trattare solo con noi e possiamo ottenere di più”, sono i calcoli di casa Pd.
Salvini e Berlusconi per ora smentiscono prospettive di rottura. E il leader leghista oggi rinnova l’invito a Di Maio, ma soprattutto parla molto di voto anticipato prima dell’estate. “Bastano 15 giorni per fare una nuova legge elettorale” con una maggioranza Lega-M5s, dice.
Una cornice esterna che spinge il M5s spalle al muro, vero, ma non migliora la condizione del Pd, partito sconfitto che certo non punta al voto anticipato. Si incontreranno nel mezzo?
Su entrambi ci sono le pressioni del Quirinale. Sergio Mattarella di fatto aspetta la direzione del Pd prima della sua prossima mossa.
Soprattutto per i Dem sta diventando difficile reggere la pressione esterna e interna. Renzi dal canto suo comincia a mettere a fuoco l’occasione per rientrare in partita. Fino a qualche settimana fa, non aveva un ruolo in campo: ora sì, non lo molla facilmente, ma lo tiene solo a certe condizioni. Obiettivo: riabilitazione politica. Quella che la parte cosiddetta ‘dialogante’ del partito, da Martina a Franceschini, non vuole dargli. Ecco: il punto è che la trattativa-non-trattativa con il M5s si incrocia con lo scontro interno sul congresso, non un dettaglio.
Ma d’altronde, senza Renzi un accordo tra Pd e M5s è impossibile. Perchè se anche i renziani finissero in minoranza in direzione, se vincessero Martina e Franceschini, a Di Maio non converrebbe siglare un’intesa solo con loro, senza Renzi.
Si tradurrebbe in un “Gigino stai sereno”. A Enrico Letta, si sa come è finita.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
IN TOSCANA IL PD RESTA IL PRIMO PARTITO, MA NON CI SONO PIU’ GARANZIE PER NESSUNO
La Toscana, Firenze.
Il “centro di gravità permanente” di Matteo Renzi direbbe Franco Battiato, che nel 1981 incluse questo famoso brano nell’album “La voce del padrone”.
E la voce del padrone l’ex premier è andato a farla sentire ai fiorentini il 25 aprile, in piazza Santa Croce a chiedere un’opinione su un governo con il Movimento 5 Stelle.
I no ai grillini si sono sprecati, e il segretario dimissionario li ha offerti ai giornalisti come prova che l’accordo non s’ha da fare.
Nel merito si pronuncerà la direzione convocata per il 3 maggio e in Toscana, come nel resto d’Italia, la divisione tra “aperturisti” e “aventiniani” c’è e si sente.
Nella terra del “Giglio magico” il partito non è contendibile. Il fronte renziano si mostra compatto sul no ai 5 Stelle, mentre chi fa riferimento ad Andrea Orlando vorrebbe andare a vedere le carte in mano a Luigi Di Maio.
Alle scorse elezioni politiche il Pd toscano è riuscito a rimanere in piedi.
Il 4 marzo è stato il primo partito con quasi il 30 per cento dei voti e il centrosinistra ha superato il centrodestra nella sfida tra coalizioni.
Ciò nonostante il segretario regionale dem, il renziano Dario Parrini, ha dato le dimissioni. A Firenze il Pd ha trionfato superando il 35 per cento e lo stesso Renzi ha conquistato senza problemi un seggio al Senato.
La città è governata da Dario Nardella, vice di Renzi ai tempi di Palazzo Vecchio.
Nel 2017 il partito cittadino aveva 3500 iscritti, quello regionale oltre 40 mila. C’è una cosa sulla quale a Firenze non si transige. Prima di sedersi al tavolo, i 5 Stelle dovrebbero rimangiarsi le critiche sui governi a guida dem.
“Dicano che la riforma costituzionale era giusta e che oggi paghiamo il conto del no al referendum”, dice il segretario del Pd fiorentino, Massimiliano Piccioli. Piccioli ha scritto una nota nella quale dice di aver trovato “un popolo unito nel respingere ogni forma di accordo con il Movimento 5 Stelle”.
Lui però non chiude a priori al negoziato: “Ma se non si passerà da una consultazione degli iscritti allora mi dimetterò”, sottolinea.
Poi aggiunge: “La politica è fatta di fasi. Quello che inizialmente sembrava impossibile può sembrare possibile”. Sabato scorso a Firenze c’era Andrea Orlando, che ha partecipato a un’iniziativa della minoranza. Chi fa parte dell’area del ministro della Giustizia non chiude ai grillini. “Nessuno ci ha mandati all’opposizione, il sistema elettorale non lo prevede. Abbiamo il dovere di capire se ci sono dei margini, anche se i Cinque stelle sono molto lontani dalla nostra politica”, dice la consigliera comunale Cecilia Pezza.
La compattezza della roccaforte toscana è essenziale per Renzi. Non a caso “ha annunciato la Leopolda di ottobre in largo anticipo. E lo ha fatto per lanciare un messaggio, come a dire: io sono sempre qui”, spiega un esponente regionale del Pd. Fino all’apparizione di Renzi a Firenze, nelle conversazioni private tra i dem toscani non si registrava un accanimento sulla linea del no. Poi è cambiato tutto.
Antonello Giacomelli, vicino a Luca Lotti, ha invitato il segretario dimissionario a riprendere le redini del partito. Anche il capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci, originario della provincia di Lucca, continua a dire no al governo con Di Maio.
In Regione Toscana non si registrano cedimenti rispetto alla linea di chiusura: “Veniamo da una campagna elettorale e da anni nei quali il Movimento 5 Stelle identificava il Partito democratico come il partito della casta”, dice il presidente del Consiglio regionale, Eugenio Giani. Adesso, aggiunge il consigliere di area renziana, “non si può cambiare perchè il Movimento non ha raggiunto la maggioranza e ha bisogno di qualcuno che gli faccia un po’ da ruota di scorta”.
Per il no si è schierato anche il governatore Enrico Rossi, tra i protagonisti della scissione che ha dato vita a Liberi e uguali: “A sinistra decidano gli iscritti. Io sono contrario e penso che alla fine non si farà “, ha scritto su Facebook a proposito dell’accordo con i grillini.
Da quando Parrini ha dato le dimissioni, il partito regionale è retto da cinque persone. Tre sono espressione della maggioranza e due della minoranza interna. Tra i reggenti c’è l’orlandiano Valerio Fabiani: “Io sono a favore del negoziato, perchè nelle condizioni date porterebbe al miglior governo possibile”.
La priorità , spiega, è “rovesciare lo schema populisti- anti populisti, spazzato via da elettori il 4 di marzo. Non ci siamo accorti che sotto la voce populisti c’è un pezzo del nostro elettorato”. Serve “ragionare su uno schema esclusi-inclusi, e pensare a come far tornare gli esclusi dalla nostra parte”. È su posizioni opposte un altro dei reggenti, il sindaco di Prato Matteo Biffoni: “Pur facendo lo sforzo di mettere da parte le offese anche aggressive che in questi anni ci hanno rivolto, io faccio fatica a vedere i punti di un accordo”.
C’è un abisso tra 5 Stelle e Pd: “Vorrei fare un ragionamento politico su Jobs act, Europa, vaccini, diritti civili, euro, politica internazionale. Mi sembra che le posizioni siano enormemente distanti”.
A giugno si elegge il sindaco a Massa, Pisa e Siena. “Non ci sono più garanzie per nessuno”, sintetizza Biffoni. Livorno è già passata ai 5 Stelle, e tutti nel Pd si aspettano che anche Massa diventi città grillina. Pistoia, Arezzo e Grosseto sono in mano al centrodestra.
Tutta la zona costiera, nella quale i renziani sono più deboli, è diventata terra di conquista per avversari che un tempo non avevano speranze di vittoria. “E l’anno prossimo rischiamo di perdere anche la Regione”, commentano preoccupati dal partito.
Ai dem piacerebbe gridare “No Pasarà¡n”, ma i nemici sono già passati.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
OLTRE C’E’ UN GOVERNO BALNEARE CHE PORTA ALLE URNE… E RENZI HA PRONTO IL SIMBOLO DEL SUO PARTITO “IN CAMMINO” (VERSO DOVE NON SI SA)
In fondo, il capo dello Stato non poteva fare altro che concedere altro tempo. Perchè l’esploratore Roberto Fico, diversamente dalla sua omologa al Senato, non si è presentato al Colle per dire, allargando le braccia, che “non ci sono le condizioni per andare avanti”.
Ha rappresentato una situazione diversa: certo complicata ma, insomma, qualcosa tra Pd e Cinque Stelle si è mosso. Il classico spiraglio di dialogo, sia pur avvolto da una nube di pessimismo per un esito che appare annunciato
Come si dice in questi casi, Mattarella non poteva che prenderne atto, concedendo altro tempo in attesa che si pronunci la direzione del Pd.
Del resto, è stato questo l’approccio seguito sin dal primo giorno di questa lunga e inedita crisi: tentarle tutte, ma proprio tutte, anche semplicemente per mettere agli atti, quando sarà , che ogni via è stata percorsa, anche se non ha portato a nessuna meta.
Nè quella del confronto tra centrodestra e Cinque Stelle che tra tattiche, puntigli e veti, si è protratto, a conti fatti, almeno per una ventina di giorni.
Nè, eventualmente, quella tra Pd e Cinque Stelle che si consumerà in una decina di giorni.
Parliamoci chiaro, il titolo della giornata è Aspettando Renzi.
Perchè le consultazioni sono appese a quel che farà l’ex segretario del Pd, così come il precedente giro è stato appeso alla questione Berlusconi: al suo nome ingombrante, al suo ruolo da nascondere, alla sua presenza da camuffare in un governo a trazione Salvini-Di Maio.
I due partner del Nazareno che fu, sepolti come due impresentabili nella retorica dei due vincitori dimezzati, con troppa fretta e ottimismo, sono risuscitati, perchè la politica è, innanzitutto, rapporti di forza.
E i rapporti di forza raccontano l’ovvio, palese già la sera del voto.
E cioè che nessuno dei due vincitori aveva i numeri e l’autosufficienza per formare un governo e, dunque, per formarlo era, ed è, necessario un accordo.
Che, a rigor di logica, si sigla con i titolari delle ditte, si chiamino Forza Italia e Pd, non con i soci di minoranza.
Ecco, può piacere o no, ma in questo supplemento di consultazioni c’è già una vittoria di Renzi, come al precedente giro, ci fu una vittoria di Berlusconi: ha atteso che tornassero indispensabili i voti del suo partito, ha dimostrato di controllarlo ancora (in questi giorni si sarebbe dovuta tenere l’assemblea di cui ha imposto il rinvio), ha tirato per le lunghe la convocazione della direzione che in parecchi avrebbero voluto già nella giornata di lunedì, insomma ha dimostrato che senza il suo consenso non ci sarà intesa possibile tra Pd e M5s.
È, letta dal suo punto di vista, una vittoria e uno sfoggio di leadership. Ecco il punto. Tra i frequentatori del Colle in parecchi si domandano: “Anche se in direzione dovesse prevalere, ed è difficile, la linea di Martina, che cosa farà Renzi? Anche se dovesse perdere la metà dei suoi senatori, comunque sarebbe in grado di impedire l’intesa”.
Attorno alla questione del governo si sta consumando l’ennesima tappa di un infinito congresso del Pd, confuso e scomposto, o meglio l’inizio del prossimo, dall’esito non scontato se sono vere le voci che l’ex segretario avrebbe già depositato il suo simbolo di un movimento In Cammino e che ha deciso di puntare sul voto anticipato, nella convinzione o illusione che lo stallo dei due vincitori favorisca la sua risurrezione elettorale.
E c’è un motivo se il Quirinale ha accordato altro tempo, pur sapendo che l’esito della direzione è scontato. La verità è che non c’è un “piano B”, inteso come un “governo del presidente”.
Al momento non c’è un Parlamento pronto ad accogliere un nome indicato dal capo dello Stato, in un rigurgito, si sarebbe detto una volta, di “responsabilità nazionale”. Anzi, al momento un governo del genere rischierebbe di essere figlio di nessuno. Salvini e Di Maio hanno già messo agli atti la loro contrarietà . E senza Lega e Cinque Stelle, mancano i numeri per un tentativo del genere.
Detta in modo tranchant: se fallisce questo tentativo tra Pd e Cinque Stelle all’ordine del giorno non c’è la grande manovra istituzionale di un governo di tutti, in nome dell’interesse nazionale, ma una sorta di governo di nessuno.
Ovvero il capo dello Stato che mette su un accrocco “balneare” che nasce con l’obiettivo limitato di riportare il paese al voto dopo l’estate.
Con la stessa legge elettorale che assicura una nuova non vittoria, e dunque la difficoltà di far nascere un governo in tempi brevi che vari la manovra.
Come in un gioco dell’oca, drammatico e costoso, perchè a quel punto sarà scaduta la pazienza dei mercati e, con essa, l’attesa degli speculatori.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
“NON HANNO CAPITO CHE NON MI FACCIO INTIMIDIRE, NEI GRUPPI HO LA MAGGIORANZA”…MA CI SI CHIEDE: QUESTO E’ CAPO DI UN PARTITO PERSONALE O PENSA A RAPPRESENTARE L’INTERESSE DEL PAESE?
L’ex premier, secondo Il Giornale, si sente messo con le spalle al muro ma avverte: “Scelgo il muro. Io in Parlamento ci torno, Franceschini non so. Questi non hanno capito che non mi faccio intimidire”. E si affida al pallottoliere: “Per fare l’accordo non basta avere il 51% della direzione, devi assicurarti almeno l’85% dei gruppi. Numeri che non avranno mai”. Mattarella pronto a dare più tempo a Fico.
“Hanno impostato una trattativa violenta, con minacce e ultimatum. Vogliono mettermi con le spalle al muro: o dico sì al governo con i grillini o c’è il muro, cioè le elezioni. Ma io scelgo il muro, cioè le elezioni. Tanto io in Parlamento torno, Franceschini non so. Questi non hanno capito che non mi faccio intimidire. Sono pronto a trattare pure con Belzebù, ma certo non ho paura di chi nelle trattative politiche si comporta come sul web, con i metodi delle baby gang“.
Sono i commenti attribuiti dal Giornale a Matteo Renzi, che avrebbe “comunicato agli amici” queste valutazioni rispetto all’ipotesi — che per l’ex segretario dem è da escludere — di un esecutivo M5s-Pd.
Prospettiva che il presidente della Camera Roberto Fico cercherà giovedì di concretizzare con un nuovo giro di consultazioni nell’ambito del mandato ricevuto dal capo dello Stato Sergio Mattarella.
Pronto, secondo i quotidiani di oggi, a concedere altro tempo all’esponente pentastellato: probabilmente fino a metà della prossima settimana, quando è in calendario la direzione dem.
Il giorno dopo il “sondaggio” dell’ex premier tra i fiorentini sull’opportunità di un accordo, Yoda — alias Augusto Minzolini — sulle pagine del quotidiano berlusconiano dà conto anche di come Renzi si senta forte dei calcoli al pallottoliere sui voti in direzione Pd e in Parlamento.
Non a caso, come ricorda La Stampa, ha fatto convocare una riunione del gruppo al Senato per mercoledì 2 maggio, lo stesso giorno in cui si terrà la direzione, dove i numeri sono a suo favore.
“Per fare un governo con i grillini”, è la riflessione che gli attribuisce il Giornale, “non basta avere il 51% della direzione, devi assicurarti almeno l’85% dei gruppi parlamentari. Numeri che non avranno mai, specie con la rivolta che c’è nel partito”.
L’ex segretario: “Possiamo dare il Paese ai giustizialisti?” — Secondo il Giornale, il senatore di Rignano imputa a chi ha aperto al dialogo di aver impostato male la trattativa, o di puntare solo a mantenere salda la poltrona.
E annota che tra i “colpevoli” verrebbe annoverato pure il Colle, che “ha accelerato i tempi del confronto e non ha impedito che i grillini usassero l’arma di ricatto delle elezioni”. Insomma, Renzi si sente messo al muro da “minacce, ricatti e ultimatum”, per di più da parte di quelli che — annota Yoda — giudica “giustizialisti” per le reazioni alla sentenza palermitana sulla trattativa Stato-mafia.
Pd spaccato. Bindi: “Valutare accordo ma non sulle poltrone”
Il Pd però è spaccato, con il reggente Maurizio Martina schierato tra gli aperturisti insieme — come riporta il Corriere — al governatore pugliese Michele Emiliano, al deputato Francesco Boccia e ai compagni di corrente, da Dario Ginefra a Beppe Lumia. E anche Dario Franceschini, Piero Fassino, Andrea Orlando, Graziano Delrio e Anna Finocchiaro, tra gli altri, spingono per il confronto.
Per Rosy Bindi, intervistata da Repubblica, “prima vengono gli interessi del Paese, poi quelli del Pd. Perciò penso che occorra valutare se un accordo con i 5Stelle sia possibile. Ma attenzione, non è che si vanno a vedere le carte in nome di un nobile motivo e poi lo si trasforma in un accordo di potere, sulle poltrone, sul numero dei ministeri, su chi va a Palazzo Chigi e chi no”.
Scalfarotto: “Distanza enorme sui valori, nascerebbe mostro incomprensibile” Contrari invece i fedelissimi renziani Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Matteo Orfini, Michele Anzaldi, Simona Bonafè, Silvia Fregolent, Alessia Morani, Alessandra Moretti.
Ma anche il ministro dello Sviluppo uscente Carlo Calenda che ribadisce: “Tra noi e il M5S c’è una distanza siderale, bisogna avere un minimo comune denominatore”. Un’alleanza con M5s “sarebbe un voltafaccia ai nostri elettori”, dice dal canto suo Anzaldi in un’intervista al Foglio.
“Per tutta la campagna elettorale abbiamo detto ‘mai con gli estremisti’ e ora ci alleiamo con chi non soltanto ci ha dato per cinque anni dei ladri, dei mafiosi e via insultando, ma ha anche un programma che è opposto al nostro? Credo che nessun elettore Pd capirebbe. Basta vedere come reagiscono i nostri militanti sui social, ma lo stesso avviene con le persone nei bar o per strada”.
“A un governo con i grillini sono decisamente contrario, e non solo per le differenze programmatiche. Esiste una distanza enorme sui valori“, aggiunge il deputato dem Ivan Scalfarotto intervistato da Repubblica.
Dall’intesa tra Pd e M5S “verrebbe fuori un mostro incomprensibile per gli elettori di entrambe le forze”. “Poche ore fa ero in piazza per il 25 aprile, a Milano. Non c’era una bandiera dei Cinquestelle. Come dice Di Battista, per loro fascismo e antifascismo sono categorie superate. Per noi no, la libertà deriva dalla Resistenza”.
“Io sono per rispondere no all’offerta di Di Maio”, commenta Sandro Gozi. “I dieci punti dei Cinque Stelle saranno anche di buon senso. Ma loro sono per abolire il Jobs act? Bene, noi no. Loro sono per l’abolizione della riforma Fornero? Noi no”.
Il Corriere attribuisce anche a Paolo Gentiloni la valutazione che un accordo con M5s è “implausibile“. Ma in mattinata fonti di palazzo Chigi hanno smentito le frasi sulle “scelte che attendono il Partito democratico”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX SEGRETARIO PENSA A “UN NUOVO INIZIO” E A FAR FUORI MARTINA, SIAMO AL DELIRIO TAFAZZIANO
Alla vigilia del secondo giro di consultazioni di Roberto Fico con il Pd, Matteo Renzi chiude il ‘forno democratico’.
Lo fa a Firenze, dove passa il 25 aprile in piazza, partecipa alle celebrazioni per il 25 aprile e, bici al seguito, ne approfitta per chiacchierare con i passanti sull’ipotesi di un accordo di governo con il M5s.
Il sondaggio improvvisato non ha naturalmente valore scientifico, ma per il segretario dimissionario contiene tanta valenza politica. Pur continuando a osservare silenzio sulle trattative sul governo, oggi da Firenze Renzi si sente molto rafforzato nel suo no ai pentastellati: un passaggio che si annuncia sempre più decisivo per i rapporti di forza nel Pd.
Renzi infatti non cede. Anzi: questa discussione sta diventando il suo ‘nuovo inizio’. Un modo per tornare in scena nel partito o con un nuovo percorso politico, chissà . Mette persino in conto una scissione, se nel partito chi insiste a vedere ponti di dialogo con il M5s non si placa.
Questa storia è diventata per lui quella definitiva. E i dialoganti tra i Dem sono diventati i nuovi rivali interni, che vengano dalla sua stessa maggioranza, come Dario Franceschini e Maurizio Martina, o dalle minoranze come Michele Emiliano e Francesco Boccia.
Basta sentire i suoi: “Se la linea di Martina verrà sfiduciata dalla direzione nazionale la prossima settimana, beh è evidente che non potrà fare più il reggente…”. Dunque si accelererebbe sul congresso nazionale. Ad ogni modo, Martina è avvertito.
Domani quindi il nuovo round di Fico non servirà a granchè.
Nello studio del presidente della Camera, la delegazione Dem composta dai due capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio, il presidente Matteo Orfini e Martina, andrà a ripetere che il partito discuterà nella direzione nazionale della settimana prossima. “Nè Martina potrà ‘allargarsi’ di più, come ha tentato di fare ieri…”, avverte una ancora fonte renziana.
Per arrivare a far prevalere la linea del no, la cerchia renziana si sta organizzando al millimetro. Per il 2 maggio, il giorno in cui dovrebbe riunirsi la direzione del Pd, Marcucci ha convocato anche la riunione dei senatori Dem.
E’ una vera prova di forza, un modo per arrivare ‘corazzati’ alla direzione.
Il capogruppo conta almeno 34-36 senatori contrari all’accordo con i cinquestelle, su un totale di 52 eletti.
Non è una maggioranza schiacciante, ma sufficiente per dire in direzione che a Palazzo Madama, territorio sempre difficile per le maggioranze di governo, non ci sono i numeri per procedere all’intesa con i pentastellati.
Senza considerare che, a conti fatti, anche una maggioranza con tutto il Pd e il M5s (109) sarebbe risicata al Senato: 161 senatori, che è esattamente il minimo indispensabile.
Certo, andrebbero aggiunti eletti pescati da Leu, gruppo misto e Autonomie, ma anche così non c’è la certezza di arrivare a numeri solidi.
Eppure nel Pd il pressing resta fortissimo. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria e deputato comunque vicino a Renzi, è uno dei pontieri, al lavoro per favorire il confronto interno: per questo ha chiesto di convocare la direzione solo il 2 maggio.
Qualche giorno in più, insomma, per cercare di arrivare ad una posizione comune e non spaccare un partito che per ora si muove diviso.
Anche il vicepresidente della Camera Ettore Rosato sta in questa terra di mezzo che cerca di riannodare fili per mantenere l’unità .
“Le distanze tra noi e il M5S sono abissali, enormi, siamo stati avversari per cinque anni non per caso ma per profondi motivi di divergenza sui programmi – dice da San Sabba, dove partecipa alle celebrazioni della Festa della Liberazione – Con senso di responsabilità , convochiamo i nostri organismi dirigenti” per capire “se è utile o no, nell’interesse del Paese, fare un governo con forze politiche così distanti”.
Ma anche i ‘pontieri’ sono consapevoli che, se non si smuove Renzi, questa storia del dialogo con i cinquestelle va a sbattere contro un muro.
“Se Renzi dice no, il 70 per cento della direzione nazionale lo segue”, ci dice un dirigente Dem. Insomma non c’è partita.
Martina intanto insiste: “L’impressione che ho è che tanti chiedano di provare a fare un lavoro, sapendo che è complicato, nessuno la fa facile – dice il reggente partecipando al corteo del 25 aprile a Roma – C’è preoccupazione vera rispetto a un governo a trazione leghista: se il rischio è consegnare il Paese a derive pericolose, c’è una consapevolezza del Pd nel provare a prendere un’iniziativa. Decideremo insieme e quel che decideremo impegnerà tutti”.
Oggi più di ieri: si va verso la conta finale. Ai blocchi di partenza, posizioni distanti. Tra i renziani si avverte il fastidio per il secondo giro di domani con Fico: “Frutto di un evidente pressing di Mattarella”, dicono i più scocciati.
Nel pomeriggio di domani, il presidente della Camera salirà al Colle a riferire. Se il capo dello Stato deciderà di aspettare la direzione del Pd prima di fare la prossima mossa, i renziani avranno solo più tempo per inchiodare chi nel partito vorrebbe aprire, riuscendo quindi a ridefinire a proprio favore i giochi nel Pd, a due mesi dalla sconfitta elettorale.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
IL PD RISCHIA LA SCISSIONE DOPO LA RESA DEI CONTI IN DIREZIONE
Inchiodare i grillini e fargli rimangiare, anche simbolicamente tutti gli attacchi subiti per quattro
anni: ponendo pure una condizione capestro irricevibile sulla carta, il riconoscimento dell’azione di governo di Matteo Renzi, fino al punto di pretendere nel caso una sua presenza di primo piano nell’ipotetico esecutivo guidato da Di Maio. Questa suggestione che aleggia nei discorsi dei colonnelli del «giglio magico» renziano, fa capire bene come l’approccio sia quello di chiedere una sorta di abiura sapendo che non arriverà , per complicare, se non sabotare in partenza il tentativo di costruire un governo politico con i 5 Stelle.
Una richiesta che in questi termini non è stata posta ieri a Fico, ma che verrebbe messa sul tavolo dai renziani se si sviluppasse una trattativa.
Nell’incontro burrascoso ieri al Nazareno prima del colloquio con Fico tra i quattro della delegazione Martina, Orfini, Marcucci e Delrio, presente Guerini, sono volate urla captate a distanza da tutti: tra Martina, che avrebbe aperto ai grillini senza condizioni sul passato e Marcucci, che invece ha preteso fosse rivendicata l’eredità dei governi Renzi-Gentiloni.
«Così è una follia», gli ha ribattuto il capogruppo al Senato, «e per tenere insieme il rispetto che si deve a Mattarella e l’orgoglio del Pd, dobbiamo andare da Fico con i cento punti del nostro programma elettorale, solo quelli possono essere la base di partenza di un dialogo».
Renzi infatti bolla come sconsiderata la gestione di Martina e avrebbe condotto la partita in tutt’altro modo: con un percorso più lungo, senza accelerazioni, col metodo adottato per l’elezione di Mattarella al Colle. Convinto che si possano superare dubbi e perplessità del partito solo con una sua conduzione del gioco, e dopo aver fatto maturare nel tempo il divorzio tra 5 Stelle e Lega.
Conscio di aver perso di credibilità in vari passaggi, dall’ascesa a Palazzo Chigi senza passare per il voto, fino alle dimissioni a metà dopo il referendum, ora l’ex leader si rimangerebbe il suo no ai grillini solo per una mission più alta e non sotto il ricatto delle urne.
Che secondo lui è la vera arma di pressione sui «governisti» del Pd.
Il segretario dimissionario non vuole un governo con una maggioranza politica, altra cosa sarebbe un governo istituzionale. Per questo prova a mettere una zeppa tra le ruote del carro. «Per noi – alza il tiro un falco renziano – è arduo far digerire un accordo con i grillini ai nostri e il solo modo sarebbe se Matteo facesse da garante assumendo un ruolo centrale nel governo, come quello di super ministro dell’Economia».
E siccome le voci girano, pure i big del «partito dei governisti» del Pd sono preoccupati della piega che possono prendere gli eventi. Dario Franceschini ne parlava l’altro ieri con un politico di lungo corso che da mesi tesse la tela con il mondo grillino: dopo aver pronosticato lo «scongelamento» del Pd, il ministro della Cultura spiegava appunto che il problema sta in Renzi che vorrebbe condurre la partita rivestendo un ruolo da protagonista, addirittura come vicepremier.
Di fatto, una sorta di reciproco riconoscimento politico tra l’ex segretario e Di Maio, che a quel punto verrebbe sdoganato come premier.
Ma al di là di questa che suona come minaccia per far saltare il tavolo, il confronto con i 5 Stelle deve passare il fuoco della Direzione Pd: dove i renziani dispongono di una maggioranza, a sentir loro blindata, per dire no all’insegna dell’hashtag «#senzadime».
Su 209 componenti, Renzi ne avrebbe 117, Orfini 8 e Delrio 3, Martina 9, Franceschini 20, Orlando 32 ed Emiliano 14, più altri sparsi. Insomma, la strada del governo 5 Stelle-Pd è una via crucis. Un bagno di sangue che rischia di produrre un’altra scissione nel Pd.
(da “La Stampa”)
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