Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
“NON SALIRO’ IO AL QUIRINALE, IL PD RESTERA’ ALL’OPPOSIZIONE”
Nel giorno della Direzione Pd, in un’intervista al Corriere della Sera, Matteo Renzi mette in chiaro
alcuni punti fermi.
Primo, le sue dimissioni “non sono un fake”, il suo ciclo alla guida del partito “si è chiuso” dopo 4 anni “difficili, ma belli”.
Secondo, resterà nel Partito Democratico, non ne fonderà uno tutto suo come ha fatto Emmanuel Macron in Francia, perchè “di partiti in Italia ce ne sono anche troppi. Io sto nel Pd in mezzo alla mia gente. Me ne vado dalla segreteria, non dal partito”. Terzo, non salirà al Quirinale, ma il Pd resterà all’opposizione, perchè tocca a M5S e Lega governare, e la rivincità arriverà “prima del previsto”.
“Quando finirà la campagna di odio tanti riconosceranno i risultati. Ma la sconfitta impone di voltare pagina. Tocca ad altri. Io darò una mano: noi non siamo quelli non che scendono dal carro, semplicemente perchè il carro lo hanno sempre spinto. Continuerò a farlo con il sorriso: non ho rimpianti, non ho rancori”.
Renzi ha una spiegazione sul perchè della sconfitta. Ci sono motivazioni internazionali, ma anche interne. E sui critici interni, come Michele Emiliano, il segretario dimissionario si toglie un sassolino dalle scarpe
“Abbiamo dimezzato i voti assoluti rispetto a quindici mesi fa. Allora eravamo chiari nella proposta e nelle idee. Stavolta – e mi prendo la responsabilità – la linea era confusa, nè carne nè pesce: così prudenti e moderati da sembrare timidi e rinunciatari. Dopo un dibattito interno logorante, alcuni nostri candidati non hanno neanche proposto il voto sul simbolo del Pd, ma solo sulla loro persona”. […] “Ci attende una lunga traversata nel deserto. Ma ripartire da zero, dall’opposizione, può essere una grande occasione. La politica è fatta di veloci cambi. La sconfitta è una battuta d’arresto netta, ma non è la fine di tutto. Cinque anni fa Pd e 5 Stelle finirono 25 pari. Alle Europee è finita 40-20 per noi. Adesso 32-18 per loro. La ruota gira, la rivincita verrà prima del previsto”. […] “Vedo in giro qualche fenomeno spiegare che abbiamo sbagliato tutto; però non riescono a dirci perchè, nelle regioni che governano loro, il Pd è andato peggio della media”.
Renzi vede un partito ancora vivo.
“Mai come in queste ore il Pd riceve email e richieste di iscrizione. Nel popolo Pd la stragrande maggioranza sta sulla nostra linea: nessuno vuole fare l’accordo con gli estremisti. Altro che Giglio magico isolato. Qualche dirigente medita il trasformismo? Forse. Del resto la viltà di oggi fa il paio con la piaggeria di ieri. E se per caso in futuro dovessimo tornare, sarebbe accompagnata dall’opportunismo di domani. I mediocri fanno sempre così: hanno scarsa fantasia, i mediocri. Ma il nodo non è il dibattito interno. Capisco sia importante il nome del nuovo segretario; ma è più importante il nome del nuovo premier. Tutti parlano di noi, nessuno parla della crisi istituzionale in cui ci troviamo”.
Per uscire dalla crisi, non citofonare a casa Pd.
“E che c’entra il Pd, scusi? Ci sono due vincitori ma non c’è maggioranza. Qualcuno ammetterà che con il No al referendum è difficile dare un governo stabile al Paese? Scommetto che tra qualche mese il tema della riforma costituzionale tornerà centrale. Forse qualche settimana”. […]
“Non esiste governo guidato dai 5 Stelle che possa ottenere il via libera del Pd. Non è un problema di odio che i grillini hanno seminato. E non è solo un problema di matematica, visto che i numeri non ci sono o sarebbero risicatissimi. I grillini sono un’esperienza politica radicalmente diversa da noi. Lo sono sui valori, sulla democrazia interna, sui vaccini, sull’Europa, sul concetto di lavoro e assistenzialismo, di giustizia e giustizialismo. Abbiamo detto che non avremmo mai fatto il governo con gli estremisti, e per noi sono estremisti sia i 5 Stelle che la Lega. L’unico modo che hanno per fare un governo è mettersi insieme, se vogliono. Hanno il diritto e forse il dovere di provarci. I sovranisti hanno lo stesso programma su vaccini, Europa, immigrazione, burocrazia, tasse. Facciano il loro governo, se ci riescono. Altrimenti dichiarino il loro fallimento. Noi non faremo da stampella a nessuno e staremo dove ci hanno messo i cittadini: all’opposizione».
Esclusa anche la possibilità di far nascere con l’astensione un governo di centrodestra guidato da una figura meno estremista di Salvini. Difficili le elezioni anticipate, secondo Matteo Renzi, perchè Lega e M5S non vogliono. Nel suo futuro il mestiere di senatore, con uno sguardo al futuro:
“Chi ha corso una maratona sa che è importante avere la gamba giusta e il fiato; ma che soprattutto serve la testa. Ci attende una maratona: prendiamola con il passo giusto. Abbiamo gambe, fiato e testa”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile
SE NE VA VIA CON UNA RENDITA DI POSIZIONE TALE CHE CHI RIMANE RISCHIA DI TROVARSI UN GUSCIO SEMIVUOTO
C’è una lettera, nelle mani del presidente del Pd Matteo Orfini, che contiene le dimissioni di Matteo Renzi da segretario del partito. Proprio una lettera, come in “La lettera ai Romani” di San Paolo, “La lettera rubata” di E. A. Poe, “La lettera scarlatta” di Hawthorne (che in questo caso è riferimento ad alfabeto), “La lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci, “La lettera sulla felicita’” di Epicuro.
Oggetto intensamente letterario, in quanto simbolo di una comunicazione che cambia I destini: disvelamento, buona novella, tragedia?
È possibile che il Segretario al momento della decisione non pensasse alla letteratura, e tuttavia, la scelta di inviare al proprio Partito una missiva, in epoca di tweet, blog, sms, facebook, è un gesto che da solo fornisce una particolare caratura alle dimissioni. Non a caso il dibattito di questi giorni è pieno, per ora, soprattutto di domande.
Cosa ci sarà scritto in quei fogli? Dimissioni sì, ma in che termini, con quale scadenza, con quali parole?
La prima cosa che si deve svelare sono proprio le condizioni perchè il segretario lasci, e, nelle frasi scelte e nei tempi, ci sarà da leggere il percorso di questo addio, se addio sarà e non un allontanamento.
La lettera insomma, ha creato, per pura forza dell’attesa, un evento. E finchè non sarà aperta e letta, è lo strumento con cui, pur rimanendo in silenzio, Matteo Renzi continua a tenere nelle proprie mani la comunità politica, non solo del suo partito.
Nemmeno nel momento del suo declino il segretario perde, così, la forza del suo protagonismo.
Prima era centrale nell’equilibrio della scena come dominus della costruzione, oggi lo è come “garante della instabilità “.
La sua figura, infatti, è ormai così controversa che se rimane al suo posto nulla si può sciogliere del nodo politico. Non il futuro del suo partito, non quello delle possibili o meno coalizioni future con altri partiti.
E siccome le grandi scelte passano (o cadono) in Parlamento attraverso piccole scelte, Renzi oggi ha in mano il pallino di molte decisioni grandi e piccole.
Cosa vorrà il segretario in cambio di queste dimissioni? È certo, ed è anche comprensibile, che il Segretario non vada via da Cincinnato.
Avrebbe già potuto farlo e non l’ha fatto dopo il referendum – il Cincinnato moderno va ad Harvard o a Science Po a studiare e insegnare.
Nel gioco dei condizionamenti è molto importante la carica di presidente del Senato, dove le maggioranze sono sempre più friabili. In molti hanno pensato che Renzi volesse per sè questa carica. Ma questa possibilità appare già sfumata, visti gli scarsi numeri nelle assemblee del Pd sconfitto nelle urne.
In ogni caso è quasi certo che, come ha fatto anche quando è andato via da Palazzo Chigi dopo il referendum, Renzi intenda lasciare una rete propria di influenza nei palazzi del potere.
Si parla ora di presidenza del Copasir, il comitato di controllo parlamentare della intelligence. Una vecchia ossessione renziana, questa dei Servizi, la cui guida va sempre in bilanciamento, essendo una Commissione di garanzia.
Ma la lista delle posizioni che i renziani potrebbero chiedere è lunga: c’è dentro la ampia area delle poltrone nelle aziende pubbliche, in cui i renziani hanno già fatto la parte del leone in passato e dove potrebbero volere molte riconferme.
Non ultima nella lista c’è anche una quota Rai che, in virtù del suo grande potere economico e mediatico, è notoriamente un boccone che entra a pieno titolo nella compensazione di cariche politiche.
Ci sono poi le future garanzie dentro il partito stesso per quel che riguarda lo spazio dei renziani. Le regole per la scelta del successore sono in questo senso decisive: si sceglierà un Segretario nel pieno delle proprie funzioni in Assemblea nazionale?
La assemblea è però sede molto squilibrata dagli attuali rapporti di forza tutti a favore di Renzi, ed è un organo elitario per quanto ampio. Occorrerà dunque andare direttamente al congresso? e con quali regole? Con primarie o meno? E quando, senza entrare in fase di nuova tornata elettorale nel 2019?
In ogni caso è improbabile che Renzi rinunci ad avere un suo uomo o un uomo di mediazione al vertice del Partito.
A complicare le cose di questo passaggio di testimone è il fatto che presto, cioè già dal 23 quando si sarà insediato il Parlamento, il governo del Pd retto da Gentiloni sarà infine dimissionario. Il Pd come partito dunque non avrà più lo strumento che finora ha usato a suo vantaggio, che è quello di operare dentro le istituzioni da Palazzo Chigi. Cosa che renderà più debole il partito già uscito debole dalle urne
Viceversa i gruppi parlamentari della legislatura sono nelle mani del Segretario, che ha fatto le liste elettorali.
Insomma, come si vede, le dimissioni sono in effetti solo una parte della dinamica in corso. Se il Segretario infatti va via ma con una rendita di posizione molto forte, chi rimane nel partito rischia di trovarsi nelle mani un guscio semi-vuoto. Altro che trattative per coalizioni, e altro che nuovo Pd.
Non è dunque strano che in queste ore tutti, da membri del Pd a avversari e/o alleati politici, stiano in attesa di cosa farà il Segretario. Con la conseguenza surreale che nella prima settimana dal voto i due vincitori delle urne, Salvini e Di Maio, sono rimasti silenziosi a guardare a bordo campo, in attesa di chiarimenti.
E l’ex premier e Segretario, che ha avuto in mano il boccino della vita politica italiana nella sua traiettoria di successo, continua a tenerselo bello stretto, anche nella traiettoria del suo insuccesso. L’importanza di essere Matteo Renzi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
LE PROSPETTIVE DEL LEADER CHE VUOLE DIVENTARE “SENATORE SEMPLICE” TRA AVENTINO PROGRAMMATO, NUOVE ELEZIONI E IPOTESI NUOVO PARTITO
Dopo la caduta dell’impero renziano è il momento di fare i conti. Al contrario di quanto aveva
detto a caldo, Matteo Renzi ha intenzione di partecipare alla Direzione del Partito Democratico di lunedì che sancirà il no a qualunque tipo di accordo con il MoVimento 5 Stelle e con la Lega ma dovrà porsi il problema della successione al segretario dimissionario.
Già , dimissionario: perchè dopo le polemiche scatenate dal suo discorso di lunedì, Matteo Orfini ieri ha fatto sapere che Renzi le dimissioni le ha date davvero: “Si è formalmente dimesso lunedì”, ha annunciato il presidente del Partito Democratico sorvolando, come d’abitudine, sul fatto che l’ex segretario avesse detto altro in conferenza stampa.
Nel breve periodo l’intenzione di Renzi è quella di gestire la fase del voto per la presidenza della Camera e del Senato secondo la filosofia dell’Aventino totale: nessun accordo con chi ha vinto le elezioni e ora ha l’onere di governare, votare scheda bianca senza ascoltare offerte in camera caritatis o alla luce del sole.
L’obiettivo è quello di puntare a nuove elezioni entro pochi mesi, come sarebbe dovuto accadere dopo il referendum del 4 dicembre se non si fossero messi in mezzo Mattarella e Gentiloni.
Goffredo De Marchis su Repubblica fa i conti sui fedelissimi e sulle possibilità che alcuni decidano di non esserlo fino in fondo:
Il banco di prova e lo scontro finale hanno una scadenza ravvicinata. Il 23 marzo si riuniscono le Camere per eleggere i presidenti. Già il 24, col ballottaggio, si sceglie quello del Senato. Renzi pensa che li debbano indicare la destra e i grillini. Perciò il Pd voterà scheda bianca. A quel punto chi ha trovato un accordo per le nomine in Parlamento, verrà chiamato dal Quirinale ad assumersi la responsabilità di formare un governo. «Se ce la fanno…», ripete Renzi.
L’ex premier si affida a numeri blindati in sostegno dell’Aventino.
Almeno 60-65 tetragoni deputati su 107 e 35 senatori su 53.
È il pallottoliere in mano a Luca Lotti. Dario Franceschini, che conosce le dinamiche dei gruppi, è sicuro che col passare dei giorni questa certezza granitica si scioglierà .
Può succedere già il 23 quando i vincitori offriranno una carica istituzionale all’opposizione (e succederà ).
Oppure più avanti quando sarà più chiaro il bivio che il partito del Colle (Franceschini, Orlando, Gentiloni, Delrio, Finocchiaro, lo stesso Calenda al dunque) ha già chiaro oggi: o responsabilità o il suicidio come nelle sette.
E allora cosa accadrà se Renzi si dovesse ritrovare a dover subire il tradimento dei renziani?
Una delle critiche dello Stato Maggiore del partito all’indirizzo del segretario è stata quella di aver riempito le liste di fedelissimi: almeno potrà finalmente rispondere che non lo erano poi così tanto.
Per il resto, lui ha detto che non ha intenzione di fuggire: «Farò un lavoro che mi affascina: il senatore semplice di Firenze, Scandicci, Signa, Lastra a Signa e Impruneta. Si riparte dal basso, militante tra i militanti».
Ma, scrive Francesca Schianci sulla Stampa, quando perse le primarie con Pierluigi Bersani in molti tra quelli a lui vicini lo dipingevano come pronto a fare un nuovo partito, uscendo dal PD.
Oggi però sono tutti più prudenti, visto anche il calo della sua popolarità : «Vedo solo una possibilità che faccia una scelta del genere — ragiona un renziano sulla via del pentimento — che il Pd faccia l’accordo coi grillini. Allora sì, potrebbe uscire dal partito strillando “voi pensate alle poltrone, io invece rispetto il volere del popolo e sto all’opposizione”. Gli faremmo un regalo».
Al momento, con i dem compatti a dire no al governo Di Maio, una prospettiva che appare lontana. Ma non così improbabile è invece la creazione di un’associazione, una nuova fondazione oltre a quella — “Open” — attiva da tempo: un’altra “comunità ” che possa essere l’eventuale embrione di qualcosa d’altro, come spesso hanno fatto leader in temporaneo disarmo nel passato.
Ma la prospettiva è comunque quella di una lunga marcia. Se avrà davvero un’altra possibilità di tornare al potere, per Renzi questo potrà avvenire soltanto tra qualche anno. Nel frattempo potrà solo attendere e vedere quello che succede, dipendendo dalle scelte altrui. La prospettiva più odiata per lui da sempre.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
ORFINI HA LA MISSIVA, SARA’ PORTATA IN DIREZIONE PD LUNEDI’… MARTINA SARA’ IL TRAGHETTATORE FINO ALL’ASSEMBLEA DI APRILE… POI O SI ELEGGE IL NUOVO SEGRETARIO O CONGRESSO CON PRIMARIE
Il dado ormai è tratto. Senza se e senza ma, senza finte e senza indugi.
Lunedì la direzione del Pd prenderà atto delle dimissioni di Matteo Renzi da segretario e aprirà il percorso verso l’assemblea nazionale straordinaria di aprile, tendenzialmente dopo le consultazioni sul governo da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il passo indietro formale, spiegano dal quartier generale del segretario, è già stato presentato: c’è una lettera scritta lunedì scorso in cui Renzi si dimette, all’indomani della debacle elettorale.
In direzione la leggerà il presidente Matteo Orfini. “Lunedì le mie dimissioni saranno esecutive”, dice Renzi ai suoi.
Non era sembrato così chiaro nella conferenza stampa di lunedì scorso al Nazareno. Tanto che ancora oggi il capogruppo uscente al Senato Luigi Zanda, insieme all’area di maggioranza che si ritrova nelle sue posizioni — a cominciare dal premier Paolo Gentiloni — più le minoranze, chiedevano un passo formale da parte di Renzi.
Ad ogni modo, lunedì ci sarà .
Il pressing ha avuto effetto sul segretario dimissionario, che oggi è rimasto nella sua Firenze, visita a Palazzo Vecchio, la sua antica ‘casa politica’ di quando era sindaco. Ci è andato per un saluto con l’attuale primo cittadino Dario Nardella, un confronto sul da-farsi.
Sarà Maurizio Martina, il vicesegretario, il traghettatore del partito fino all’assemblea di aprile.
Ordine del giorno dell’assemblea: le dimissioni del segretario e provvedimenti conseguenti.
Vale a dire: sarà l’assemblea a decidere se andare a congresso, con la decadenza di tutti gli organi del partito e primarie per la nuova leadership; oppure se eleggere in quella stessa sede un nuovo segretario, come avvenne nel 2009 per Franceschini, dopo Veltroni, e nel 2013 per Epifani, dopo Bersani. In questo caso, cambierebbe solo la segreteria nazionale, ma l’assemblea e la direzione rimarrebbero nella stessa composizione attuale. E anche il tesoriere resterebbe il renziano Francesco Bonifazi.
Troppo presto per sapere come andrà in assemblea.
Prima si gestiranno i passaggi cruciali di inizio legislatura: l’elezione dei capigruppo, cioè coloro che con Martina saliranno al Colle per le consultazioni.
Quindi l’elezione dei presidenti delle due Camere, terreno fertile di abboccamenti tra minoranze Dem e cinquestelle, secondo i renziani che restano sospettosi su tutta la fila di dirigenti Dem che in queste ore sta giurando di voler mantenere il Pd all’opposizione di un eventuale governo del M5s. Da Franceschini a Zanda agli stessi orlandiani.
Ufficialmente solo l’area Emiliano e Sergio Chiamparino hanno aperto al dialogo con i pentastellati. Ettore Rosato, capogruppo uscente alla Camera, parla aperta del tentativo del M5s di dividere il Pd, parlando con i “singoli parlamentari: i cinquestelle dimostrano tutta la loro povertà politica”.
Andrà come andrà , ma da lunedì si chiude una fase e se ne apre un’altra in un Pd uscito con le ossa rotte dal voto.
In queste ore, lo stesso Martina insieme a Lorenzo Guerini e Graziano Delrio hanno lavorato per cercare di salvare il salvabile: calmare i toni ed evitare la conta in direzione.
Lo stesso Andrea Orlando, che oggi ha riunito i suoi alla Camera, ha preparato un documento che chiedeva le dimissioni formali di Renzi e una gestione collegiale ma l’avrebbe portato in direzione qualora non si fosse trovato un accordo.
Un mezzo accordo ora c’è. Renzi va via. Anche se questo non implica lo scioglimento della sua area nel Pd. Resta da capire il peso che avrà tra i nuovi eletti che in gran parte si è scelto da solo e che voteranno i nuovi capigruppo.
Come giurano i suoi, quelli che gli sono rimasti fedeli: “Renzi se ne va, ma questo non significa che non conterà più nulla nel Pd”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 5th, 2018 Riccardo Fucile
MA E’ SCONTRO NEL PARTITO: “VIA SUBITO”
“Lascio la guida del Pd, doveroso aprire una pagina nuova”. Il segretario dem Matteo Renzi
parla al Nazareno, dopo la netta sconfitta delle politiche. Ma precisa subito che resterà in carica fino alla composizione delle Camere e alla nascita del nuovo governo.
Una pesante ipoteca sul futuro del partito.
Significa che sarà proprio l’attuale segretario a guidare le consultazioni al Colle. Renzi avverte: “Saremo all’opposizione, il Pd non sarà mai il partito-stampella di un governo di forze anti-sistema”.
E ancora: “Da Di Maio e Salvini ci dividono tre elementi chiavi: il loro anti-europeismo, la loro anti-politica e l’odio verbale che hanno avuto contro i militanti democratici”, quindi, “nessun inciucio, il vostro governo lo farete senza di noi. Provate se ne siete capaci, noi faremo il tifo per l’Italia”.
Rivendica i successi del governo di centrosinistra: “Siamo orgogliosi dei nostri risultati, ora riconsegnamo le chiavi convinti che di aver contribuito a creare un Paese migliore. Il nostro errore è stato non votare nel 2017”.
Pone anche paletti per la scelta del prossimo segretario dem: “Non deve essere espressione di caminetti ristretti” e chiede nuovamente le primarie. “Poi cosa farò io? Il senatore semplice”.
In pratica dimissioni sì, ma congelate. Fino al nuovo governo. O a nuove elezioni. Tanto che nel partito esplode il malcontento.
Espresso subito da un veterano, il capogruppo dem al Senato Luigi Zanda: “La decisione di Matteo Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo. Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide di darle, si danno senza manovre. Quando Veltroni e Bersani si sono dimessi lo hanno fatto e basta. Un minuto dopo non erano più segretari”.
Stessa posizione di un’altra big storica del partito, Anna Finocchiaro: “Le dimissioni si danno, non si annunciano”. E Cuperlo: “Da Renzi, coazione a ripetere gli errori. Chiedo l’immediata convocazione della direzione”. Dal fronte renziano, intervengono Ascani e Anzaldi.
La prima dice: “Zanda vuole inciuci e caminetti o vuole candidarsi a segretario”. Il secondo: “Da Zanda polemica senza senso”.
Poi scende in campo Andrea Orlando, ministro della giustizia ancora in carica. E le sue sono parole durissime: “Di fronte alla sconfitta più grave della storia della sinistra italiana del dopoguerra mi sarei aspettato una piena assunzione di responsabilità da parte di un segretario che, eletto con il 70% al congresso, ha potuto definire, in modo pressochè solitario, la linea politica, gli organigrammi e le candidature. Invece siamo alla ormai consueta elencazione di alibi e all’individuazione di responsabilità esterne. Lo stesso gruppo dirigente che ci ha condotto alla sconfitta oggi si riserva il compito di affrontare, senza nessuna autocritica, questa travagliatissima fase per il Pd e per il Paese. Noi siamo, tanto quanto Renzi, contro i caminetti ma anche contro i bunker.” Alessandro Di Battista, dal Movimento 5 Stelle, fiuta subito l’aria di tempesta: “Un discorso così strampalato non l’ho mai ascoltato, Renzi è veramente in confusione e non se ne rende nemmeno conto, pur di non dimettersi realmente è disposto a frantumare quel che resta del Pd e cosa pensa il Pd?”
L’addio alla segreteria dem di Matteo Renzi (era stato eletto l’8 dicembre 2013 con il 67,5% dei voti) stamani sembrava questioni di minuti poi la sua prima uscita pubblica di commento al voto è slittata fino al tardo pomeriggio, dopo essere stato per ore chiuso nel suo ufficio insieme ai fedelissimi e aver deciso la strategia
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
LA STRANA LEGALITA’ DELL’EX PREMIER: LA PROF ERA FUORI SERVIZIO E RISPONDERA’ DA PRIVATA CITTADINA, NON COME I SINDACI CHE HANNO EMANATO ORDINANZE DA GALERA NELL’ESERCIZIO DELLE LORO FUNZIONI… MATTEO COME DON ABBONDIO: SE UNO IL CORAGGIO NON L’HA…
Lavinia Flavia Cassaro è l’insegnante di Torino che giovedì scorso è stata filmata e fotografata mentre inveiva contro il cordone di sicurezza predisposto dalla questura di Torino per impedire a 500 antagonisti «antifascisti» di raggiungere l’hotel dove era in corso il comizio del leader di CasaPound, Simone Di Stefano.
Lei è stata immortalata in un servizio di Angelo Macchiavello per Matrix in cui urlava “vigliacchi, dovete morire” all’indirizzo della polizia: il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi ne ha chiesto il licenziamento.
Nel video Lavinia Flavia Cassaro parla anche con Machiavello: «Sì, è triste augurare la morte a un poliziotto ma non ho sbagliato. Io mi potrei trovare con il fucile in mano a lottare contro questi individui», dice all’intervistatore che le chiede conto del suo comportamento.
Scrive oggi La Stampa che lei ieri ha risposto così su Facebook a Renzi: «Meno male che Renzi c’èeeeee! Lei, caro Matteo, ancora si affanna per cercare di sembrare un sincero democratico di sinistra? Licenziamento immediato per un’insegnante (antifascista), giustamente delusa dal sistema statale, per il vilipendio quotidiano nei confronti della Costituzione, per le connivenze, ma soprattutto le pratiche fasciste, in questo Paese».
E ancora: «un’insegnante deve essere valutata per la passione, l’amore e la cura che mette nel proprio lavoro e verso i propri studenti e studentesse. A me queste cose, di certo, non mancano».
Poi, rivolgendosi ancora a Renzi, tirando in ballo la Buona Scuola: «Ma lei non vuol brave insegnanti. Solo marionette ubbidienti e fedeli alle proprie dirigenze». Presidi sceriffi, va da sè.
Poi, a difesa dei suoi insulti: «Oltre che un’insegnante, sono una persona e sono antifascista. Non mi vergogno della sana rabbia che tutta questa incomprensibile indifferenza scatena nel mio cuore e nella mia mente. Credo che “Se i giusti non parlano, hanno già torto”».
Lavinia Flavia Cassaro è certa di svolgere bene il suo ruolo: «Il fascismo si combatte, finchè si è in tempo, sul piano culturale e della formazione plurale degli uomini e delle donne. Ed è questo che io cerco di fare, ogni giorno, nel mio lavoro. I miei studenti e le mie studentesse lo sanno. Non faccio propaganda politica a scuola».
Il suo caso è finito, oltre che sul tavolo dei pm torinesi, anche su quello della ministra dell’istruzione, Valeria Fedeli, che ha chiesto chiarimenti all’ufficio di gabinetto sulla posizione della maestra: «Abbiamo attivato l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte – spiegano a Repubblica dal Miur – Il direttore Manca sta acquisendo dalla scuola della docente ulteriori informazioni per avviare i necessari approfondimenti».
Vale la pena ricordare:
1) Siamo distanti e distinti dalla prof., ma Lavinia ha diritto di pensarla come le pare quando è fuori dall’ambito scolastico e agisce da privata cittadina. E come tale risponde eventualmente del reato di ingiurie o quanto altro dovesse prevedere il suo comportamento.
2) Renzi è l’ultima persona al mondo che può permettersi di auspicare il licenziamento, su queste basi ridicole, di una docente per fatti che esulano dall’ambito istituzionale dell’insegnamento stesso. Chi ha permesso decine di delibere razziste, regolarmente dichiarate discriminatorie dall’autorità giudiziaria e di controllo sugli atti degli enti locali, da parte di sindaci xenofobi senza aver MAI PROVVEDUTO A COMMISSARIARE I COMUNI come previsto dalla legge dovrebbe avere il buon gusto di tacere. Renzi porta la responsabilità politica di aver omesso di intervenire a difesa dell’art 3 della Costituzione.
3) I sindaci suddetti , a differenza della prof, hanno agito approfittando e vestendo i “loro panni istituzionali”, cosa ben più grave e perseguibile, non da privati cittadini.
4) Renzi si autodenunci pertanto da solo per omissione d’atti d’ufficio: una docente (come un sindaco) vanno valutati ed eventualmente sanzionati solo per atti inerenti al ruolo che svolgono.
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Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DEL PD DENUNCIA L’ENNESIMA BUFALA CHE GIRA SUL WEB E CHE HA AVUTO 50.000 CONDIVISIONI… POICHE’ SI CONOSCE L’AUTORE (LA FOTO E’ DELLA SUA FIDANZATA) CHISSA’ COME MAI E’ ANCORA A PIEDE LIBERO
Il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi sulla sua pagina Facebook oggi pubblica la foto
di un meme che gira da qualche giorno su Internet e che recita: “Questa è Francesca Renzi, cugina di Matteo Renzi. Assunta come portaborse al Senato, guadagna 23mila euro al mese! Se sei indignato anche tu, condividi!”.
Scrive Renzi:
Questa immagine sta girando in rete in modo impressionante. Ovviamente è una bufala galattica, una delle tante falsità che hanno appiccicato addosso negli ultimi anni. Eppure oltre quarantamila cittadini l’hanno già condivisa e rilanciata. E ha avuto centinaia di migliaia di visualizzazioni. Perchè? Perchè c’è un’organizzazione sotterranea che scommette sulla propaganda e la mistificazione. Ormai è sempre più evidente.”
La foto, ha già spiegato Bufale.net, proviene dall’account facebook di un tizio che ha utilizzato la foto della sua fidanzata per un meme che sta avendo, in effetti, un ottimo successo visto che le condivisioni sono intanto arrivate a oltre 50mila.
L’immagine quindi rappresenta un tipico esempio di quando una bufala “finta” viene presa per vera.
Il problema è che gli utenti che condividono bufale per definizione non sono molto attenti ai dettagli e che certe “finezze” stilistiche sono più inside jokes che solo il pubblico già vaccinato può cogliere.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2018 Riccardo Fucile
IN REALTA’ E’ TUTTO REGOLARE, L’AUTO E’ INTESTATA A MATTEO RENZI E HA I RELATIVI PERMESSI… FORSE FRATELLI D’ITALIA FAREBBE BENE A PREOCCUPARSI DELL’AGGRAVANTE MAFIOSA DATA A PASSARIELLO
Davide Vecchi sul Fatto Quotidiano racconta del pass ricevuto da Agnese Renzi per accedere alle zone
a traffico limitato e parcheggiare gratis; la vicenda è stata resa pubblica da due esponenti di Fratelli d’Italia:
Un superpass concesso all’auto di Agnese Landini in Renzi su espressa “indicazione della segreteria del sindaco” erede, Dario Nardella, per una ratio genericamente indicata come “istituzionale — sicurezza”. Eppure è stato rilasciato il 21 settembre 2017, quando ormai il marito Matteo non aveva incarichi pubblici ma era esclusivamente segretario del Pd, quindi non si capisce il motivo istituzionale.
Per quanto concerne la sicurezza, invece, solitamente non se ne occupa il Comune con un pass. Comunque il permesso scadrà il 21 settembre 2021. Fino ad allora il suv Volkswagen Tiguan 2.0 turbo diesel intestata alla professoressa Agnese Landini potrà girare liberamente ovunque per la città . Con una ulteriore beffa per i fiorentini, aggiunge il Fatto: la signora non è infatti neanche residente nel capoluogo, ma a Pontassieve
A scoprire e denunciare il super pass sono stati i due esponenti di Fratelli d’Italia Francesco Torselli e Giovanni Donzelli, rispettivamente consigliere comunale e candidato alla Camera che hanno chiesto a Nardella di spiegare come mai la signora ha questo privilegio. Lui a loro non risponde. E neanche ai cronisti. Da Palazzo Vecchio non arriva alcuna smentita ufficiale, perchè non c’è nulla da smentire, ma viene diffusa una velina rilanciata dalle agenzie.
La velina recita che: “Le misure di protezione personale, in cui rientra anche la concessione dei permessi di circolazione speciali, come quella dell’ex premier e attuale segretario del Pd, vengono comunicate dalla prefettura al sindaco; il sindaco non interviene personalmente, ma è la sua segreteria, sulla base di quanto comunicato dalla prefettura, ad attivare gli uffici. Dopodichè, il permesso lo rilascia la Sas, società dei servizi alla strada, e non il Comune”.
Si precisa che il permesso era stato rilasciato a Matteo Renzi avendone diritto prima come sindaco e poi ricoprendo cariche istituzionali. Un permesso di cui la famiglia Renzi continua ad avere diritto automaticamente avendo il segretario la residenza nel centro storico della città . Il permesso viene utilizzato per l’auto di famiglia intestata al leader del partito (l’unica che hanno).
E la Sas, società che rilascia i contrassegni di accesso per i veicoli specifica che il contrassegno è utilizzabile per il “transito corsie e aree pedonali, valido sosta spazi residenti ztl-zcs e blu promiscui”.
Matteo Renzi risponde su Facebook alle accuse di Donzelli e minaccia querele:
Alcuni politici del centrodestra, anzichè fare il lavoro per il quale sono pagati, hanno pedinato per giorni mia moglie. E poi hanno scattato la foto di Agnese che, tornando da scuola, sta entrando nel Lungarno Diaz, accanto agli Uffizi. Alcuni giornali e molti siti oggi ci sono saltati sopra. E scrivono: Vedete, la Casta? La moglie di Renzi passa dalle corsie preferenziali. Chiunque conosca Firenze sa che — durante i lavori di questi mesi — quella strada è l’unico passaggio per poter tornare a casa, in via Guicciardini.
Un passaggio obbligato. Chi è residente o comunque ha il parcheggio in centro deve attraversare quella come unica strada per arrivare in Oltrarno. Deve passare di lì. A meno di non scegliere l’elicottero, ma in Piazza Pitti si atterra male.
Perchè tanta malafede, perchè tanto odio? Per stare a Firenze noi abbiamo affittato (come molti che stanno in centro) un posto auto in un garage. Pagando come tutti.
I giornali e i siti che hanno scritto il contrario potranno devolvere il risarcimento danni all’Ospedale Pediatrico di Firenze, il Meyer.
Io sono abituato al fango che mi gettano addosso: il presunto business dei sacchetti biodegradabili; i Rolex regalati dagli arabi (che sono ancora lì a Palazzo Chigi, intonsi); la Lamborghini a Ibiza; le prove false della Consip (su cui tutti stanno zitti, ultimamente, chissà perchè); l’aereo di stato.
Ma perchè mettere nel mezzo ancora la mia famiglia? Forse perchè sui contenuti non riescono a tirare fuori un’idea? I loro leader nazionali scappano dal confronto TV e allora mandano gli scagnozzi locali a passare le mattinate pedinando mia moglie?Quando vorranno parlare di cosa fare dell’Italia, ci troveranno pronti. Sul lavoro, sul fisco, sulle infrastrutture, sulla cultura, sui figli noi abbiamo delle idee per andare avanti. Perchè noi facciamo politica per rendere più forte l’Italia, non per pedinare gli avversari politici con la macchina fotografica.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 18th, 2018 Riccardo Fucile
RENZI APRE A GENTILONI, PRODI REGISTA DI GARANZIA PER UNA SOLUZIONE ALLA TEDESCA
La foto di giornata immortala una campagna, diciamo così, duale.
Come se il partito (il Pd di Renzi), e il governo (di Gentiloni) viaggiassero su binari diversi, pur all’interno di un canovaccio elettorale comune.
Ma è diversa la proiezione sul futuro.
Ecco Matteo Renzi, nel corso della sua intervista a In Mezz’ora in più: la sua immagine è quella del Pd, un partito in affanno e in rincorsa di consensi, inevitabilmente legato al passato della sua stagione, mai fino in fondo elaborata.
E di un leader che ha la consapevolezza che, anche nel caso di larghe intese, la partita su palazzo Chigi riguarda, in primo luogo, il capo dell’attuale governo: “Il premier potenziale? Lo deciderà il presidente della Repubblica. È chiaro che chi ha fatto il presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni potrà giocare le sue carte per il futuro. Noi non litigheremo mai, anche perchè a sinistra litigano già abbastanza”.
Da tempo è stata archiviata la retorica (ricordate il congresso con spirito di rivincita?) del “segretario del Pd che secondo lo statuto è candidato premier”.
Ma qui c’è qualcosa di più: c’è l’associazione del nome (Gentiloni) al “futuro”.
È un salto, certamente imposto dalla debolezza certificata dagli indici di popolarità e fiducia verso l’attuale premier e ma anche dalla pressione “ambientale”.
Perchè è evidente che la discesa in campo di Romano Prodi al fianco di Gentiloni ha un significato e un “peso” che va ben oltre i voti che può spostare il Professore sulla lista Insieme.
È un ulteriore elemento di garanzia, per il dopo voto, dellla soluzione “tedesca”, capace di arginare i “populisti” auspicata dall’establishment e le cancellerie europee auspicano, anche per l’Italia.
Prodi ha impresso a questa campagna elettorale noiosa e senza picchi di grande politica, un balzo temporale in avanti, in termini di schema, come già fossimo al 5 marzo.
Mettete in fila le foto, degli ultimi tre giorni: Gentiloni con la Merkel, Prodi con Gentiloni, Renzi che per prima volta prefigura un “Gentiloni dopo Gentiloni”.
Un doppio binario, dunque, come naturale conseguenza del processo politico che ha preso forma in questo anno: la fatica del Pd, l’agenda del governo.
Poco dopo, al suo fianco c’è Marco Minniti, ministro di peso e vera “novità ” del governo post 4 dicembre: snocciola dati, racconta dello sviluppo operativo dei suoi dossier in Italia e negli incontri internazionali, parla di cybersecurity, immigrazione, sicurezza.
Se ne ricava l’impressione che in qualche modo il governo sia andato avanti, appropriandosi dell’elemento concreto rispetto all’afonia del Pd, politica e identitaria. È la storia di un rapporto irrisolto — e la dichiarazione di oggi su Gentiloni non lo risolve del tutto — tra Renzi e questo governo e con ministri che si sono imposti con una propria personalità e una propria agenda.
Vissuto all’inizio come un ostacolo sul terreno del voto anticipato, ora come una gabbia che ne limita e ne condiziona lo spazio di azione il 5 marzo, qualora vi fossero le condizioni delle larghe intese, rischia di diventare anche il baricentro di un nuovo assetto politico del centrosinistra dopo il voto, una volta registrato un risultato poco entusiasmante per il Pd: un nuovo centrosinistra, più inclusivo, ulivista, con una leadership più in grado di unire e di ricucire gli strappi di questi anni.
Ma a quel punto, a urne chiuse, saranno i fatti, prima ancora delle scelte, dei posizionamenti e delle trame dell’oggi a dire quale dei binari ha un futuro.
O se, semplicemente, è deragliato il treno per tutti.
(da “Huffingtonpost”)
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