Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
“RENZI NEWS” INDICA UN OTTIMO MOTIVO PER VOTARE RENZI
La pagina Facebook per intenditori del renzismo Matteo Renzi News, già finita nelle cronache
dell’Internet per manifesta e involontaria comicità , ieri ha aggiunto un altro motivo ottimo per votare Renzi:
Giusto per dirti la cosa più stupida… se non fosse stato per le 500 euro di Renzi io non sarei riuscito a coronare uno dei miei sogni più grandi, cioè incontrare Laura Pausini ed andare ad un suo concerto. Sembrerà stupido ma per me conta molto e se non fosse stato per quei soldi sarebbe rimasto un sogno.”
Ora, mettiamoci tutti qui tranquillamente a ragionare tra di noi e diciamocelo: chi non vorrebbe che i soldi delle nostre tasse venissero spesi in bonus allo scopo di consentire a un 18enne di coronare il suo sogno, ovvero andare al concerto di Laura Pausini? Nessuno, è chiaro.
Si chiama bonus cultura apposta: serve a incontrare Laura Pausini.
Ah, a proposito: a Roma il comune grillino ha portato la mostra dei Pink Floyd.
Tutti i gusti son gusti, no?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 13th, 2018 Riccardo Fucile
“I CINQUESTELLE MORALIZZATORI SENZA MORALE”
Di buon mattino il segretario del Pd Matteo Renzi torna all’attacco sullo scandalo dei rimborsi che sta
scuotendo il M5s.
E così, dopo aver paragonato Luigi Di Maio a Bettino Craxi che minimizzò su Mario Chiesa, ai microfoni di Rtl 102.5 lancia un nuovo affondo: “Ci sono delle truffe evidenti, acclarate e chi ha la responsabilità dovrebbe dire come stanno le cose”.
E aggiunge: “I Cinquestelle non hanno mantenuto la promessa di diversità , sono diventati un’arca di Noè di truffatori, riciclati e scrocconi. Sono sei anni che ci fanno la morale ma ci sono truffe acclarate; si sono presentati come diversi dagli altri ma sono come tutti gli altri”.
“La vicenda in sè non è importante per i soldi che mancano – continua Renzi – il punto problematico semmai è che alla fine con questo meccanismo non si sa più chi è il candidato, ogni giorno Di Maio dice ‘questo non è dei nostri, ci vergogniamo’.
Parlo di Dessì, di Cecconi o Martelli. Hanno combinato dei pasticci ma restano in lista. Un cittadino che vuole votare 5Stelle non è che si può fidare di un tweet”.
“Di Maio – conclude l’ex premier – si tolga il dente e dica tutti insieme i nomi di quelli cha hanno truffato, altrimenti danno l’idea di considerare gli italiani un popolo di rincoglioniti. Dica la verità , ma senza farci la morale. Perchè i moralizzatori senza morale non funzionano”.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
VOCI DI UN RITORNO DI VELTRONI IN CASO DI DISFATTA MENTRE GENTILONI SI SPENDE PER GLI ALLEATI
L’assillo di questi giorni, rimbalzato da un telefono all’altro in forma interrogativa, sta diventando una presa d’atto, alla luce del fuoco di fila subito dal Pd nella prima vera settimana di campagna elettorale.
«La responsabilità non paga», è l’amara constatazione dell’inner circle renziano in costante contatto col leader. Il quale in pubblico ammette di percepire un sentimento di paura nel partito, tanto da spronare i militanti riuniti ieri alla casa del popolo di Signa a «scuotersi di dosso la rassegnazione e a fare lo sforzo finale per essere il primo partito».
Col passare dei giorni la paura nei ranghi cresce e i sondaggi non confortano.
Per arginare l’offensiva Renzi non solo oggi sarà a Firenze con Minniti, ma giovedì sarà al sacrario di Sant’Anna di Stazzema con mezzo governo al seguito, per rimarcare la natura antifascista del Pd.
Gentiloni sarà impegnato a Berlino con la Merkel, ma il capo dell’opposizione Andrea Orlando ci sarà e con lui Orfini, Martina, Pinotti, Fedeli, Madia, insieme a Fassino, Marcucci e ai renziani della prima ora. Lo stato maggiore del partito firmerà l’Anagrafe antifascista di Stazzema, nel luogo che commemora i martiri dell’eccidio nazi-fascista. Una mossa per provare a dare un segnale netto prima della manifestazione unitaria con l’Anpi del 24 febbraio.
Nella torre di controllo della campagna elettorale si attende con ansia un sondaggio commissionato a una nota società demoscopica sulle sfide nei collegi. Sperando che non vi siano troppe sorprese al ribasso rispetto a previsioni già fosche sul versante delle battaglie uninominali.
Dove il Pd sembra reggere solo nelle regioni rosse.
«Ancor di più dopo Macerata, c’è una sensazione di difficoltà anche nei collegi, dovuta a fatto che il Pd è schiacciato dalle posizioni e dalla propaganda degli altri partiti», ammette un dirigente toscano vicino al segretario. Il timore di come andrà a finire il 4 marzo è forte. Tanto che l’asticella, fissata finora intorno alla soglia psicologica del 25 per cento, ovvero la percentuale ottenuta da Bersani nel 2013, negli ultimi giorni è scesa di grado. Fino a fissarsi, nei conversari del cerchio stretto del segretario, intorno al 23 per cento, attuale fotografia dei consensi in capo al Pd.
Sotto la quale tutto viene messo in conto.
«Se ci fermassimo intorno al 20 per cento sarebbe una disfatta e non reggerebbe più nulla», si agitano i renziani, «anche perchè vorrebbe dire che il centrodestra avrebbe numeri per fare un governo autonomo».
Uno dei dati segnalati dai sismografi interni è che il Pd perde consensi a favore del centrodestra e non dei grillini.
Il timore di avvicinarsi alla temibile soglia del 20% la dice lunga. È vero che con i voti degli alleati che resteranno sotto il 3 per cento il Pd potrebbe strappare una percentuale più alta, sfiorando il 26-27%.
Ma se la Bonino salisse oltre il 3% e Insieme e Civica Popolare restassero sotto l’uno (disperdendo così i voti), il film sarebbe un altro.
E tutti sanno che la resa dei conti si farà sul peso del Pd come singolo partito.
Le sonde dello stato maggiore renziano però ancora non registrano movimenti sospetti dei vari big, da Orlando a Franceschini.
Per ora tutti stanno a vedere cosa succederà , ma certo il clima di diffidenza serpeggia a vari livelli. Le voci velenose già circolano, come quella di un Walter Veltroni in cima alla lista degli ex leader che potrebbero essere richiamati a gran voce a reggere le fondamenta della casa madre in caso di tracollo.
Per parte sua, Gentiloni sta muovendosi ad arte per scacciare da sè qualunque strana idea: conscio che la sua immagine è il valore aggiunto del Pd, la spende tutta in favore della coalizione, puntando a far crescere le varie liste alleate: ieri era in prima fila e sul palco a sostenere la Lorenzin a Roma ed era a fianco della Bonino per l’apertura della campagna elettorale ai primi del mese.
«La coalizione sta recuperando sul centrodestra», dice il premier, senza specificare però che ciò è dovuto alla crescita di mezzo punto della lista Più Europa.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
NEL PROGRAMMA DEL PD SPICCANO GLI 80 EURO CHE ORA SI MOLTIPLICANO PER OGNI FIGLIO SOTTO I 18 ANNI (COSTO 9 MILIARDI)
Per il futuro, uno dei simboli dei mille giorni che furono. 
“Allargheremo la platea degli 80 euro alle famiglie per tutti i figli al di sotto i 18 anni”.
A Bologna, una volta cuore rosso e ora teatro, a sinistra, di una sfida fratricida, Matteo Renzi presenta il programma e ricomincia da sè.
Per lanciare i cento punti della campagna elettorale del Partito democratico eccolo tornare sulla misura principale dei suoi anni di governo: gli 80 euro. Tra le proposte su cui i Dem batteranno il territorio in cerca di consenso, c’è infatti un deciso allargamento della platea di chi vedrà aumentare il proprio netto in busta paga.
Nelle quarantuno pagine della versione integrale delle proposte del Pd, a pagina 8 l’idea di una “misura fiscale unica che preveda 240 euro di detrazione Irpef mensile per i figli a carico fino a 18 anni e 80 euro per i figli fino a 26 anni. Per tutti i tipi di lavoro e per tutte le fasce di reddito, da zero fino a 100 mila euro all’anno”.
In poche parole, circa 80 euro per ogni figlio minorenne in nuclei familiari che non superino i 100mila euro di reddito all’anno. Una platea molto vasta, per un costo totale che si aggira intorno ai 9 miliardi l’anno.
Il tentativo è chiaro: partire da quanto fatto negli anni di governo per provare a spostare l’asticella più in là .
Ecco così che la versione breve del programma consta di 100 brevi righe divise in due. Da un lato “abbiamo fatto”, dall’altro “vogliamo fare”. Cercando così di creare la narrazione di un partito che, a differenza degli altri, si è già cimentato con l’esperienza di governo e ha incassato risultati oggi da rivendicare.
Non è un caso che proprio dagli 80 euro si riparta. Perchè è sì stata la misura più divisiva tra il Renzi premier e le opposizioni, ma allo stesso tempo è quella che più è entrata nell’immaginario collettivo come un risultato concreto, direttamente percepibile in busta paga.
Davanti allo stato maggiore del Pd bolognese, la corsa di Matteo riparte da dove si era interrotta. Ieri i mille giorni, oggi i cento punti.
Sfidando gli avversari proprio laddove hanno mostrato il fianco. Sia Luigi Di Maio, sia Matteo Salvini, che sul fronte sovranista costituiscono i principali bersagli della propaganda renziana, nelle scorse settimane hanno ammesso: se andremo al governo non aboliremo gli 80 euro.
Colpire il punto debole dell’avversario, valorizzare la propria esperienza come l’unica in grado di cimentarsi concretamente con la gestione della cosa pubblica. La sfida di Renzi sta qui, in una rincorsa che, sondaggi alla mano, lo vede ancora in affanno rispetto al centrodestra e al Movimento 5 stelle.
La narrazione è tutta piegata sulle skill della credibilità contro la cialtroneria. Dietro al segretario campeggiano tre parole: “Credibile, sostenibile, realizzabile”.
Nello slogan il raffronto diventa evidente: “Non promettiamo il paese dei balocchi”.
L’ex premier parla all’inizio e alla fine, lasciando spazio al coordinatore dei 100 punti, Tommaso Nannicini, e a vari candidati che si susseguono nella presentazione delle singole proposte.
Tira frecciate al Movimento 5 stelle (“Il reddito di cittadinanza è un incentivo a licenziare”), a Silvio Berlusconi (“Mi chiedo perchè fare la flat tax, un provvedimento che abbassa le tasse solo ai miliardari”) a chi, dall’interno, lo critica sulle liste (“Il Pd vince se avrà la forza di affrontare questi temi e smetterà di discutere al proprio interno”).
Propone una riduzione di quattro punti del cuneo fiscale — dal 33% al 29% – “uno strumento triennale di 400 euro al mese per ogni figlio fino ai 3 anni”, per nido o baby sitter.
C’è ovviamente lo ius soli, grande obiettivo fallito dell’ultima legislatura, e “la parità di genere, in particolare nelle retribuzioni su cui troppo spesso esiste un divario ingiustificato”.
Parziale marcia indietro sul canone Rai. Scompare l’idea di abolirlo completamente come ventilato nelle scorse settimane, per far posto a un “ulteriore abbassamento”, riservando l’azzeramento alle sole fasce “meno abbienti” della popolazione.
Poi ci sono gli impegni. Ambiziosi. Portare la disoccupazione da portare al 9% (al 20% quella giovanile), riportare il rapporto deficit/Pil al 100% in dieci anni, arrivare a livelli di crescita superiori al 2%.
La politica dei piccoli passi, la definisce Renzi, da contrapporre alle “promesse mirabolanti” dei competitor del Pd. Il paragone che offre il segretario è quello di una celebre pubblicità degli anni Ottanta.
Nello spot – quello di una marca di televisori – un uomo con gli occhiali da sole spiega: “Avremmo potuto stupirvi con effetti speciali e colori ultra vivaci, ma noi siamo scienza non fantascienza”.
Un messaggio calibrato al millimetro: la scienza di chi ha governato, la fantascienza di chi ha solo urlato.
Per capire se sia anche centrato, non resta che aspettare il 5 marzo.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 29th, 2018 Riccardo Fucile
LA SPERANZA DI RIENTRARE IN GIOCO PER UN GOVERNO DEL PRESIDENTE
Il 5 marzo costituirà il redde rationem per Matteo Renzi e il “suo” Partito Democratico, fiaccato
dalle liti sulle candidature e pronto a chiedere la sua testa in caso di risultati deludenti.
Ma anche il segretario del PD ha in mente un “suo” scenario nel quale il partito potrebbe tornare a essere protagonista della politica italiana anche senza vincere le elezioni. E tutto dipenderà dal Quirinale.
Ci sono tre scenari che potrebbero essere valutati da Mattarella dopo le elezioni.
Il primo è quello più probabile: il centrodestra è la coalizione che arriva prima ed esprime più parlamentari pur non raggiungendo la maggioranza in una o in entrambe le Camere: il Quirinale, valutata la situazione, conferisce un incarico esplorativo a una personalità indicata da Berlusconi, Salvini e Meloni che tenterà di rimediare voti per arrivare al magic number.
In quel caso per il Partito Democratico c’è l’alto rischio che eletti nel maggioritario o anche nelle liste diano l’aiutino necessario a varare un governo. E la colpa ricadrà su chi ha fatto le liste.
Il secondo scenario prevede invece che l’incarico esplorativo sia dato al partito di maggioranza e in questo caso sarà il MoVimento 5 Stelle di Luigi Di Maio ad arrivare al Quirinale. In questo caso ogni ipotesi sta in piedi e tutto dipenderà dai risultati delle elezioni, che oggi non si possono prevedere con esattezza: se ci saranno i numeri — che oggi non ci sono — si potrebbe varare un governo che preveda un’alleanza (improbabile) con Liberi e Uguali, oppure i grillini potrebbero volgere lo sguardo a destra e coinvolgere Lega e Fratelli d’Italia nel Patto di Neanderthal. Ma la Meloni ha già detto no a un governo con i grillini e la Lega da sola potrebbe non farcela a fornire i numeri necessari.
Il terzo scenario è quello che descrive oggi Goffredo De Marchis su Repubblica: può salire al Colle, con un suo candidato premier, il partito che non arriva primo ma esprime il gruppo parlamentare, alla Camera e al Senato, più numeroso, grazie al successo nei collegi maggioritari.
Questa è la scommessa di Renzi. Anche per questo ha voluto fare la voce grossa nella scelta dei possibili eletti, lasciando sul campo esclusi, bocciati, malumori e sospetti. C’è bisogno di un gruppo che lo segua nella difficile partita post elettorale, che dia il via libera alle decisioni del segretario senza troppe polemiche.
Ovviamente, un candidato del Partito democratico (lo stesso Renzi’?) andrebbe a cercare i voti di Forza Italia, dei centristi e anche di Liberi e uguali se dovessero servire.
In questa ottica si comprende la scelta di candidare tanti fedelissimi: perchè devono essere tutti disposti a seguire il leader ovunque, anche alla ricerca di un nuovo patto con Berlusconi e Bersani, ovvero i più odiati — attualmente — tra gli iscritti e i sostenitori del PD (più il secondo del primo).
E un incarico che non arriverà comunque a Matteo Renzi, nonostante le ipotesi dell’articolo di Repubblica, perchè Silvio Berlusconi non accetterebbe mai di dare il via libera a un governo in cui a Palazzo Chigi sieda uno del PD.
C’è però anche un quarto scenario. Ed è quello che si basa su un’emorragia di voti drammatica per il Partito Democratico a guida di Matteo Renzi e sulla riscossa delle minoranze.
Che a questo punto potrebbero aggregare anche chi ha appoggiato il segretario pure nell’esperienza devastante di candidare i suoi fedelissimi. In quel caso la partita si giocherebbe in direzione, magari mentre il paese va allegramente verso un governo Berlusconi-Salvini-Meloni o Di Maio.
E potrebbe costituire davvero la resa dei conti per Renzi e per una strategia che potrebbe rivelarsi fallimentare alla chiusura delle urne.
È uno scenario più complicato. Ma l’inizio della campagna elettorale del Partito Democratico impone di tenerne conto.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
LACRIME, RABBIA, SUPPLICHE E LITIGI PER LE LISTE, COSI’ RENZI SI E’ FATTO UN SUO PARTITO
La notte che trasforma il Pd. Anzi, la notte del Pd. Alle cinque di mattina Andrea Orlando è distrutto. Chiede, con voce tesa: “Si possono almeno avere le fotocopie delle liste? Fateci almeno sapere dove ci avete messo. Un’ora di tempo e riprendiamo”. Emanuele Fiano ha l’incarico di rispondere che non c’è tempo.
Poco dopo inizia la direzione, sette ore dopo la prima convocazione. E dalla presidenza, per la prima volta nella storia, le liste vengono solo lette. Un lungo eletto di sommersi e salvati.
Paolo Gentiloni, arrivato alle due di notte, è visibilmente imbarazzato. Soprattutto quando non viene pronunciato il nome di Claudio De Vincenti, il suo sottosegretario a palazzo Chigi.
Uomini di governo, gente con una lunga storia alle spalle, anche di provata lealtà apprendono solo a quel punto il proprio destino. Senza un colloquio, un sms, un contatto col Capo
.Al termine del lungo elenco, nero su bianco non resta nulla, alimentando nelle ore successive il sospetto di aggiustamenti, limature, ulteriori sostituzioni nonostante il passaggio ufficiale. Poche ore dopo, a metà mattinata il sole illumina il “partito di Renzi”. Dal Nazareno escono mano per mano la neo candidata Francesca Barra, giornalista che conquistò Renzi con una non indimenticabile intervista a palazzo Chigi, col suo compagno Claudio Santamaria, il popolare attore che prima si schierò con Virginia Raggi, tranne poi dichiarare poco tempo fa la sua delusione.
La grande epurazione è compiuta, in un clima terrore. Il secondo piano per tutta la notte è un bivacco di anime perse: segretari regionali, parlamentari, dirigenti che col passare delle ore cercano di capire dove sono finiti, quali sono i criteri, i motivi, il perchè.
Matteo Renzi è asserragliato al terzo piano nella sua stanza, quella che fu del tesoriere Luigi Lusi, porta blindata con codice di accesso.
In pochi riescono ad entrare. Inserisce nomi, stronca con un tratto di penna carriere politiche, disegna collegio per collegio il “suo” partito di fedelissimi.
La renzizzazione di un partito che, del vecchio, mantiene solo il simbolo, chissà per quanto. Opposizioni decimate, e prima ancora umiliate.
“Parlaci tu con Orlando, io ho altro da fare”, dice a Piero Fassino. Per due giorni il Guardasigilli, leader della minoranza interna, chiede invano di essere ricevuto.
Cuperlo apprende di essere candidato a Sassuolo alle tre di notte via sms. E rinuncerà ventiquatt’ore dopo. Mentre Orlando alle quattro di notte apprende che la sua corrente è smontata: “Piero — dice all’ex segretario — sui numeri possiamo ragionare, ma non potete scegliere voi le persone. Quelle spetta a me indicarle”. Niente da fare.
Cadono i nomi di Andrea Martella, parlamentare di lungo corso stimato, molto stimato da Walter Veltroni e anche del giovane Marco Sarracino, il portavoce della mozione, 28enne, il più giovane di tutti.
Urlano i suoi parlamentari: “Ditelo che non volete il rinnovamento, ma un partito yes man!”.
Il clima è da tregenda. Scoppia a piangere anche Deborah Serracchiani, una fedelissima, che in una prima bozza non compare nelle liste del Friuli: “Io ci perdo la faccia — sbotta in uno scatto di nervi — se non mi mettete in Friuli non mi candido”.
Alla fine ce la fa. Entrano e escono dalla stanza del segretario i pochi che hanno accesso. Nella lunga notte, la tensione è a fior di pelle. A un certo punto si sentono le urla di Renzi: “Adesso non mi rompete i …, uscite tutti dalla mia stanza. Poco dopo si vedono varcare la testa Fassino, Franceschini, Lotti. Maria Elena Boschi, sempre presente, è in cabina di regia col Capo. Racconta più di un presente: “C’era un’aria da funerale. Quando Minniti è arrivato a mezzanotte, ha stretto qualche mano, sembrava consolasse chi poi effettivamente non ce l’ha fatta. È la fotografia di un partito che si prepara alla sconfitta, col leader che si fa i gruppi a sua immagine”.
Fuori Lo Giudice, Damiano recuperato all’ultimo ma in collegio difficile a Terni, una decina scarsa i parlamentari di Orlando, catapultato a Modena senza collegio.
Stessa sorte al vulcanico Emiliano, forse il solo che riesce a prendere di petto il segretario: “Tu non hai capito un ca…. Io queste liste te le straccio. Hai capito? Te le straccio. Se vai avanti così in Puglia non ti ci fanno neanche mettere piede”.
Il governatore riesce a salvarne solo tre dei suoi, tra cui Boccia, rimasto in bilico fino alla fine, perchè troppo critico con Renzi.
In Campania, dove sono blindati il figlio di De Luca e Alfieri, l’uomo delle fritture di pesce e delle “clientele come Cristo comanda” Michele Emiliano non riesce a tutelare nessuno dei suoi.
Le liste, vendetta postuma di chi è uscito, certificano l’inagibilità politica del Pd e, con essa, l’umiliazione di chi è rimasto dentro pensando che comunque ci fosse uno spazio e una quota per mantenere vivo un punto di vista.
Sconcerto, sgomento, nella lunga notte, il pugno del comando è sbattuto dal Capo anche sui tavoli che riguardano i suoi, travolti anch’essi dal meccanismo di vendette e ricompense.
Paolo Gentiloni non riesce a candidare il suo uomo di fiducia a palazzo Chigi, Antonio Funiciello e a salvare Ermete Realacci.
Mentre ci vuole tutta la pazienza di Franceschini per tenere Luigi Zanda — un altro a cui non è arrivata una telefonata dal suo segretario – al Senato e non spostarlo alla Camera. Perchè il disegno è chiaro. Al Senato andranno Renzi, Carbone, Bonifazi, Giuliano Da Empoli (Lotti e la Boschi non hanno l’età ): con un partito sfondato nelle casse, dopo il referendum, e con quello alla Camera ridotto di più della metà , solo al Senato ci saranno un po’ di risorse e di incarichi sistemare degli staff.
A proposito, Maria Elena Boschi, oltre all’uninominale di Bolzano, sarà candidata in un proporzionale nel Lazio, sempre lontano da Arezzo.
“Questo non è più il Pd”, “democratico”, “plurale”, piovono indignate agenzie, dirigenti come pugili suonati che avevano bisogno del ko per scoprire i muscoli di Renzi.
Anche la quota di Delrio, volto del renzismo mite, è ridimensionata. In Emilia Richetti è al secondo posto dopo Valeria Fedeli e Delrio, candidato all’uninominale di Reggio Emilia, è l’unico ministro che non ha un paracadute proporzionale.
Escluso Angelo Rughetti, sottosegretario alla Funzione Pubblica, ieri su tutte le pagine dei giornali per la chiusura dei contratti per le forze armate. Il senso di quel che è accaduto è nei numeri che i più attenti sanno leggere: su una stima di 200 eletti, Renzi ha 160 parlamentari suoi, i restanti 40 sono distribuiti tra Martina, Orfini, Franceschini, Orlando. Vai a chiedere un congresso il minuto dopo una sconfitta. Il partito di Renzi c’è, e nascerà in Parlamento.
E ora è nelle liste, omericamente trasmesse a voce, prima di tornare sulla scrivania del Capo.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 27th, 2018 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DI RENZI MIRA SOLO AL POTERE E STA PORTANDO ALL’AUTODISTRUZIONE DEL PARTITO
Ormai a chi non era ancora chiaro, lo è diventato. 
Venerdì notte — repetita iuvant —, Gianni Cuperlo, Michele Emiliano e Andrea Orlando hanno ricevuto una rivelazione: il concetto che Matteo Renzi ha della democrazia è tutto suo particolare.
Devono avergli spiegato, quando era piccolo, che, se hai la maggioranza, puoi fare tutto quello che vuoi. Anche mancare di rispetto alla minoranza, ignorarne i diritti, evitare o sbeffeggiare il dialogo.
Il dialogo per Renzi, infatti, può consistere sì nell’ascoltare, come atto di buona educazione, ma si conclude sempre confermando quelle che erano le sue idee di partenza. Lo ha mostrato e finanche dichiarato in vario modo.
Se poi non ha tempo, anche l’educazione viene messa da parte. Ruit hora. Bando alle ciance: “Si gioca a quello che dico io”. Una volta diventato grande, ha visto l’esempio di Silvio Berlusconi e si è convinto del concetto.
La storia politica di Matteo Renzi è di una chiarezza esemplare. In ordine sparso, basta evocare i nomi di Fassina, Letta, Cuperlo, Marino e Bersani, e a chi ha seguito, anche distrattamente, la politica italiana degli ultimi anni, apparirà un panorama evidente.
Si assiste, ormai da tempo, a un curioso esperimento su cui in futuro sociologi politici e politologi potranno lavorare e divertirsi in vario modo.
Dopo essersi impossessato di una struttura di partito, Renzi ha portato avanti una strategia di potere che si riassume così: conforta gli amici, spaventa e isola i nemici.
L’effetto che ottiene è quello di un progressivo conformismo dei membri del partito, un’omologazione a quelle che sono le sue decisioni e le sue idee: chi non è d’accordo è fuori.
Renzi, tuttavia, non caccia. Induce alla fuga. Non censura. Suscita autocensura. Sia chiaro, però. In generale non è un comportamento riprovevole in politica, se questa ha come fine la conservazione del potere. Lo è, riprovevole, se lo scopo che si attribuisce alla politica è il bene comune, scaturito da un processo democratico.
Il Pd (Partito democratico), fondato all’insegna di determinati ideali, si sta trasformando. Valorizza ideali non originari, che erano presenti in forma minoritaria, e che ora stanno diventando dominanti, grazie a due fenomeni contestuali: il fuoriuscitismo di diversi leader di partito e il progressivo spostamento a destra dell’elettorato.
Il nemico, sì, era a destra, e Matteo Renzi per sconfiggerlo, ormai è noto, ha deciso di conquistare anche i suoi elettori.
Immagina che, per atto di fiducia (in un simbolo, in una sigla) o per legge d’inerzia, gli elettori tradizionali di sinistra con difficoltà si allontaneranno dal Pd.
La storia del Movimento 5 Stelle e la nascita di Liberi e Uguali iniziano, forse, a creare qualche incrinatura in questa sua convinzione.
Senza, tuttavia, modificare un comportamento che, con molta probabilità , s’ispira a ragioni ben più profonde.
Quali? Diverrà chiaro, a tutti, nel giro di pochi anni. Forse anche dopo le imminenti elezioni.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
VISTE LE SUE DICHIARAZIONI DEI REDDITI, NON E’ CHE QUESTO RAGAZZO HA LE MANI BUCATE?
Ieri Matteo Renzi da Nicola Porro a Matrix ha mostrato il suo conto corrente in un bell’intervento nel quale ha sostenuto che per un politico è necessaria la trasparenza: «Il 30 giugno 2014 avevo 21.895€ e oggi ho 15.859€. Chi fa politica non lo deve fare con lo scopo di arricchirsi», ha detto.
Ora, però, c’è qualcosa che non quadra.
Il 30 giugno 2014 Matteo Renzi era presidente del Consiglio da quattro mesi.
Da sindaco di Firenze, nel 2012, ha guadagnato 145.272 euro. Renzi è stato presidente del Consiglio fino al 12 dicembre 2016.
Per il 2014 (periodo d’imposta 2013) Renzi ha dichiarato redditi da lavoro per euro 100mila (lo dice la presidenza del Consiglio dei ministri).
Nel 2015 (periodo d’imposta 2014) ha dichiarato redditi da lavoro per euro 90mila e un reddito complessivo di euro 110mila.
Nel 2016 (periodo d’imposta 2015) Renzi ha dichiarato redditi da lavoro per 104mila euro e un reddito complessivo di 105mila euro.
Nella pagina dedicata a lui sul sito della presidenza del consiglio non sono disponibili altri dati, ma ci bastano questi.
Senza star lì a fare le somme perchè non sarebbe carino e lasciando perdere i redditi 2016 e 2017, come ha fatto Matteo Renzi a trovarsi sul conto corrente solo 15mila euro?
Ma questo ragazzo ha le mani bucate?
Chi scrive è ben consapevole del fatto che se Renzi avesse invece impiegato quei soldi per acquistare — ad esempio — immobili, oppure li avesse — ad esempio messi su un dossier titoli, mostrare il saldo di c/c non avrebbe alcuna valenza informativa (servirebbe un’anagrafe patrimoniale).
E, tecnicamente, nel caso di acquisto di immobili, si sarebbe arricchito.
Ma Renzi ne è consapevole?
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile
TUTTI I PROBLEMI CHE POTREBBE PROVOCARE
Un salario minimo legale tra i 9 e i 10 euro l’ora. 
Ieri Matteo Renzi ha lanciato la proposta in un’intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale, ovvero una soglia minima di compenso da corrispondere a chi lavora in regola a meno che per lui non sia già stata predisposta una retribuzione minima.
Una proposta che era stata anticipata il 3 gennaio scorso su Avvenire da Tommaso Nannicini — il quale ieri ha polemizzato anche con Pietro Grasso sull’università gratuita — professore di economia politica all’Università Bocconi e responsabile del programma elettorale del Partito Democratico: “È il momento di introdurre un salario minimo legale che abbracci tutti i lavoratori, all’interno di una nuova cornice per il nostro sistema di relazioni industriali, che combatta i contratti-“pirata” e tuteli la funzione di garanzia del contratto nazionale”.
Una delle obiezioni alla proposta di Renzi e Nannicini viene da Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione ADAPT: “’Italia è tra i paesi con i livelli di copertura della contrattazione collettiva più alti. Sicuri che la strada sia il salario minimo che coprirebbe il 15% dei lavoratori? Non sarebbe più ambizioso e utile investire sulla contrattazione aziendale e soprattutto territoriale?”.
Un’altra obiezione è stata fatta da Thomas Manfredi, economista dell’OCSE: l’importo di nove o dieci euro porterebbe il salario minimo italiano ad essere tra i più alti del mondo, mentre di solito il salario minimo viene calcolato intorno alla metà della retribuzione mediana del paese; così sarebbe molto più alto.
«Da ciò conseguirebbe un rischio altissimo, diciamo la sostanziale certezza, — ha sostenuto Mario Seminerio su Phastidio — che molte aziende finirebbero fuori mercato, e reagirebbero con licenziamenti o con esternalizzazioni verso il sommerso. Il problema della proposta è che, se fosse stata correttamente posizionata, il numero risultante sarebbe finito intorno ai 5-6 euro, e Renzi sarebbe stato fucilato sul posto al grido di “affamatore!”. Ecco così la proposta estemporanea, con un numero “realistico” ma al contempo non sostenibile. Una proposta di salario minimo più meditata potrebbe essere utile, ma andrebbe resa coerente con i vincoli di realtà . La solita seccatura».
Alle obiezioni ha risposto Nannicini ieri su Twitter, in primo luogo smentendo la questione dei dieci euro: “il salario minimo deve essere fissato da una commissione indipendente e quei numeri (cioè quelli di Renzi) sono esempi, basati su benchmark credibili come il lavoro occasionale”. Più in generale si può dire che la proposta di salario minimo è certamente positiva e aumentare i salari minimi non provoca di per sè disoccupazione.
Ma se oggi dire che sarà di dieci euro è poco credibile, perchè non farsi i conti prima di parlare?
(da “NextQuotidiano”)
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