Agosto 31st, 2016 Riccardo Fucile
ECCO TUTTE LE IRREGOLARITA’ DELLA GARA SULLA SCUOLA DI AMATRICE
Raffaele Cantone mette sotto inchiesta gli appalti della scuola “Romolo Capranica” di Amatrice, quella crollata in due tempi, prima la parte centrale e poi in resto, per il terremoto.
Sul tavolo del presidente dell’Autorità Anticorruzione, l’Anac, c’è un primo rapporto della Guardia di Finanza, otto pagine che rappresentano solo l’inizio di un’inchiesta che già si preannuncia lunga e complessa, anche perchè le carte degli appalti sono ancora seppellite sotto le macerie.
Ma già adesso, dalla prima ricostruzione della Gdf, il prezioso braccio operativo di Cantone per Expo, Mose e Giubileo, emergono le prime anomalie.
Un’impresa, la Edil Qualità , nel 2012 effettuò i lavori, ma senza essere perfettamente in regola con il Soa, il certificato di validità quinquennale che garantisce l’effettiva qualità professionale della ditta.
Ma non c’è solo questo nel primo dossier della Finanza: emergerebbe anche un particolare importante relativo ai lavori di adeguamento sismico.
Nel corso dell’appalto partito nel 2012 – diviso in due differenti tranche rispettivamente di 511 e 160mila euro – quei lavori non sarebbero stati effettuati non per “colpa” dell’impresa di Gianfranco Truffarelli, il titolare della ditta, ma perchè il Comune di Amatrice non li aveva espressamente richiesti.
Ma andiamo per ordine.
Già nell’intervista a Repubblica di sabato 27 agosto, l’ex pm anticamorra Cantone aveva parlato della scuola di Amatrice: “Su quell’appalto bisogna fare luce e accendere subito un faro”.
Il presidente dell’Autorità si è mosso in due direzioni.
La prima: contatti immediati con il procuratore della Repubblica di Rieti Roberto Saieva, che anche sull’appalto della scuola Capranica ha aperto un’inchiesta ipotizzando il reato di disastro colposo, proprio perchè l’edificio è caduto alle prime scosse nonostante i lavori di consolidamento, e non sarebbe caduto se, anzichè in Italia, lo stesso palazzo si fosse trovato in Giappone, quindi costruito rispettando le norme antisismiche.
Il secondo passo di Cantone è stato quello di chiedere subito una ricostruzione dei fatti al nucleo della Guardia di Finanza che stabilmente lavora all’Anac e di cui più volte Cantone ha vantato il lavoro.
Ovviamente gli accertamenti dell’Anac non sono una fotocopia di quelli della magistratura.
La Finanza ha cominciato a compiere un primo accertamento in via preliminare per capire se l’appalto della scuola è stato affidato in modo regolare, rispettando le regole anticorruzione.
Il 13 settembre 2012 un primo appalto da 511mila euro fu affidato al Consorzio Stabile Valori di Roma. Fondi del ministero dell’Istruzione, veicolati attraverso Regione e Provincia. Quelle carte, come scrive adesso la Gdf, dovranno essere verificate una per una, ma prima dovranno essere trovate.
I primi dati anomali però già emergono. E la Gdf li elenca.
A fare materialmente i lavori fu Edil Qualità di Truffarelli, che aveva problemi con il Soa, una certificazione che alle prime verifiche già non è risultata in regola.
Toccherà alla Finanza ora incrociare questi dati con quelli dell’inchiesta di Roma, sempre della Gdf, sull’illecito rilascio di queste autorizzazioni.
Ma è anche sui lavori antisismici che il rapporto delle Fiamme gialle a Cantone comincia a far luce sulle prime, possibili responsabilità .
Dopo il primo appalto da 511mila euro per una prima riqualificazione della scuola (“Riscaldamento, impianto antincendio, pavimentazione, servizi” come ha detto lo stesso imprenditore Truffarelli), ce n’è stato un secondo di importo minore, 160mila euro.
Secondo la Gdf questo appalto non ha provveduto all’adeguamento antisismico, non per responsabilità dell’impresa, ma del Comune, che non aveva espressamente chiesto quel tipo di lavori. Truffarelli stesso ha specificato: “Attenzione, l’appalto era per il miglioramento antisismico, non per l’adeguamento, e tra le due opere c’è una differenza abissale”.
Toccherà adesso a Cantone e alla procura di Rieti capire, tra Comune e impresa, su chi ricade la responsabilità .
(da “La Repubblica”)
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Agosto 31st, 2016 Riccardo Fucile
SECONDO I DATI DEL CONSIGLIO NAZ. DEGLI INGEGNERI 12 MILIONI DI IMMOBILI E 22 MILIONI DI ITALIANI SONO A RISCHIO
Uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri, pubblicato poche settimane prima del terremoto di
Amatrice, ha calcolato che per mettere in sicurezza i ventuno milioni e mezzo di italiani che vivono in aree a rischio «molto o abbastanza elevato» (zone 1 e 2) costerebbe circa trentasei miliardi di euro, in parte a carico dello Stato e delle amministrazioni, in parte dei privati.
Ma il conto è parziale, e vedremo perchè, e mettere in sicurezza, naturalmente, non significa cancellare il rischio ma ridurlo, sebbene di molto.
«Gli immobili da recuperare», spiega il documento, sono circa il quaranta per cento di tutti gli immobili del paese.
Un lavoro infinito, infinitamente oneroso, che non contempla i costi per le indagini geologiche necessarie palmo a palmo – come spiegano i tecnici – perchè «ogni metro quadrato ha una sua peculiarità », soprattutto sull’Appennino.
Questi numeri spaventosi non dicono che dobbiamo arrenderci, dicono che siamo in ritardo, che è indispensabile cominciare domattina (con il contributo dell’Ue), che occorreranno decenni e che per i prossimi anni dobbiamo aspettarci altri terremoti con conseguenze simili a quelle della scorsa settimana.
Lo studio degli ingegneri («Nota sul rischio sismico in Italia») segnala che «ogni anno si verificano in media circa un centinaio di terremoti che la popolazione è in grado di percepire», si tratta di terremoti che scuotono le case ma non le danneggiano gravemente nè provocano morti; quelli con «carattere distruttivo» – L’Aquila e Amatrice, il Friuli e l’Irpinia – nei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia si ripetono in media ogni cinque anni.
Dunque, trenta in un secolo e mezzo. Fra questi anche il terremoto emiliano del maggio 2012, sebbene quella sia una «zona 3», cioè una zona a medio rischio.
Nella zona 3 vivono altri diciannove milioni di abitanti, e qui servono lavori per altri ventisette miliardi abbondanti di euro. Roma, per dire, è zona sismica 3 in nove municipi e zona sismica 2 in sette municipi.
Poi c’è la «zona sismica 4» a rischio più contenuto, ma è meglio intendersi: sono zone in cui è necessario «almeno tutelare la sicurezza di edifici strategici e di elevato affollamento» secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Se volessimo – e sarebbe meglio – mettere in sicurezza anche la zona 4, i preventivi salgono a 93 miliardi di euro. Non siamo messi bene.
Anche perchè il documento del Consiglio degli ingegneri ammette che le stime sono fatte sulla fiducia, diciamo così. Per esempio si presuppone, «sulla carta», che tutte le abitazioni costruite dopo il 2008 siano già a norma, e che, più in generale, alle abitazioni costruite dopo il 2001 (il 5 per cento del totale) basterebbe un ritocchino.
E si presuppone che ville e palazzi siano stati sempre costruiti secondo le norme del tempo, e che non ci siano stati abusi edilizi.
Ma questo è il paese degli abusi e dei condoni. Si calcola che poco più della metà delle abitazioni italiane (quindici milioni su trenta) è stata costruita prima del 1974, «in completa assenza di qualsivoglia normativa antisismica», e dunque ogni nostra città quasi per intero.
Non si calcolano, invece, le situazioni assurde all’italiana, tipo la città cresciuta sul Vesuvio, ad alto rischio sismico, che non andrebbe messa a norma ma rasa al suolo.
Forse vi sarete accorti che fin qui abbiamo parlato di «abitazioni residenziali».
Poi ci sono gli uffici pubblici (ministeri, scuole, ospedali), quelli collettivi (alberghi, teatri, stadi), e l’immenso patrimonio artistico e culturale, da San Pietro al Maschio Angioino, e fino all’ultima chiesetta medievale sul cocuzzolo della montagna.
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Agosto 30th, 2016 Riccardo Fucile
GLI “ANCORAGGI” DICHIARATI E MAI FATTI
C’è un documento riservato che dimostra le irregolarità compiute nella ristrutturazione degli edifici pubblici di Amatrice e Accumoli dopo il sisma del 1997 dell’Umbria.
È la relazione dell’ente attuatore su 21 appalti assegnati per la messa a norma degli stabili. E svela nei dettagli anche alcuni casi clamorosi, come quello della Torre Civica di Accumoli, manufatto del XII secolo che è il più antico del paese, gravemente danneggiato dalla scossa della notte del 24 agosto scorso.
E quello della caserma dei carabinieri, crollata per il terremoto. Ma anche le procedure seguite per numerose chiese e complessi parrocchiali.
Il rapporto sui due milioni di euro
Si tratta di 2 milioni e 300 mila euro, soldi pubblici che si aggiungono agli altri 4 milioni spesi dopo il 2009. Il dossier elenca i soldi stanziati, gli interventi effettuati, il nome dei progettisti, le ditte incaricate.
Indica anche l’effettuazione dei collaudi per la convalida di quanto era stato fatto. Interventi per una spesa ingente, che evidentemente non erano stati svolti adeguatamente, visto che alcuni edifici sono stati distrutti dal sisma di sei giorni fa e altri risultano gravemente lesionati.
E questo avvalora il sospetto dei magistrati: alcuni certificati sono stati falsificati.
Atti che riguardano le strutture pubbliche, ma pure le abitazioni private.
Ai Vigili del fuoco sono già arrivate numerose segnalazioni di cittadini che raccontano di aver acquistato la casa con la certificazione dell’avvenuto «ancoraggio» proprio per scongiurare il pericolo di crolli.
E invece, dopo la scossa che ha devastato interi paesi, si è scoperto che nulla del genere era mai stato fatto.
Controlli saranno effettuati anche dai magistrati di Ascoli che indagano sui crolli avvenuti ad Arquata e Pescara del Tronto.
In particolare bisognerà verificare come mai alcuni edifici di Arquata – l’ufficio postale, la scuola, il Comune e la caserma dei carabinieri – dovranno essere demoliti perchè dichiarati inagibili nonostante dovessero essere perfettamente a norma.
La torre civica e la caserma
Caso esemplare è quello della Torre Civica di Accumoli, edificio storico conosciuto anche a livello internazionale. Lo stanziamento iniziale di 100 mila euro viene ridotto a poco più di 90 mila.
L’impresa individuata è la «Giuseppe Franceschini». Responsabile del procedimento è l’architetto Cappelloni.
È l’esperto che segue altri progetti, compreso quello del complesso parrocchiale in cui è inserita la chiesa di San Francesco, dove il campanile è crollato e ha travolto un’intera famiglia. Vengono effettuati due collaudi: uno l’11 ottobre del 2012, l’altro il 28 maggio 2013. Non vengono evidenziati problemi e la verifica concede il via libera.
Ma qualcosa evidentemente non ha funzionato: le scosse di sei giorni fa non hanno lasciato scampo e la Torre risulta gravemente lesionata. L’edificio è venuto giù.
Storia analoga è quella della caserma dei carabinieri di Accumoli. Dopo il terremoto dell’Umbria si decide di effettuare lavori di ristrutturazione e vengono stanziati 150 mila euro. La ditta prescelta è la «Impretekna».
Responsabile del provvedimento è il geometra Granato che risulta aver seguito ben nove progetti. Anche in questo caso i lavori sono classificati come «ultimati e collaudati». Sembra che sia tutto regolare, almeno a leggere le carte. E invece la sede dei carabinieri ha subito danni gravissimi.
Il campanile crollato e la chiesa di San Michele
Sono i documenti ufficiali a dimostrare che la chiesa di Accumoli e il campanile erano stati inseriti in un «sistema» ben più ampio che prevedeva la ristrutturazione dell’intero complesso parrocchiale.
Spesa prevista: 125 mila euro che scendono a 116 mila. L’appalto se lo aggiudica la «Ste.Pa» che evidentemente poi concede alcuni subappalti.
Alla fine arriva il collaudo e la pratica si chiude. Nessuno immagina che in realtà i soldi stanziati per il campanile siano stati utilizzati per la chiesa. E soprattutto che non sia stato effettuato alcun adeguamento antisismico, ma semplici migliorie che nulla garantiscono.
La notte del 24, dopo la prima fortissima scossa, il campanile si sbriciola e uccide quattro persone. Viene giù anche la chiesa di San Michele Arcangelo di Bagnolo, frazione di Amatrice. A disposizione erano stati messi 100 mila euro. Ente attuatore in questo caso era la Curia vescovile di Rieti che aveva indicato anche gli esperti responsabili dei lavori.
E adesso saranno proprio gli ingegneri e gli architetti incaricati di occuparsi del controllo delle attività a dover chiarire ai magistrati che cosa sia accaduto tra il 2004, quando si decide di mettere a norma gli edifici, e il 2013 quando risultano effettuati gli ultimi collaudi.
I certificati dei collaudatori
Nei prossimi giorni i magistrati coordinati dal procuratore di Rieti Giuseppe Saieva – i pubblici ministeri Cristina Cambi, Lorenzo Francia, Raffaella Gammarota e Rocco Marvotti – acquisiranno la documentazione su tutti gli stabili crollati.
La decisione è quella di aprire un fascicolo su ogni edificio in modo da poterne ricostruire la storia ed effettuare le eventuali contestazioni a chi ha seguito le ristrutturazioni.
Per questo verranno interrogati gli architetti e gli ingegneri indicati nella relazione sui lavori decisi dopo il sisma dell’Umbria. Saranno loro a dover chiarire come mai si decise di effettuare – nella maggior parte dei casi – soltanto delle «migliorie», chi diede le indicazioni sugli interventi e soprattutto che cosa fu scritto nelle relazioni finali per ottenere il via libera dei collaudatori.
Questi ultimi dovranno invece chiarire che tipo di controlli furono svolti, consegnando anche la documentazione relativa a ogni progetto seguito.
Gli «ancoraggi» mai eseguiti
L’attività dei pubblici ministeri in questa prima fase dell’inchiesta si muove su un doppio binario: da una parte gli edifici pubblici e dall’altra le abitazioni private. In questo secondo caso l’attenzione si concentra soprattutto sui cosidetti «ancoraggi». Nei giorni successivi al terremoto sono arrivate numerose segnalazioni di persone che hanno raccontato di aver comprato il proprio immobile e di aver ricevuto – al momento dell’acquisto – la certificazione sulla messa in sicurezza rispetto al rischio sismico.
Quando i palazzi sono crollati è apparso evidente come non fosse stato effettuato alcun intervento mirato.
Per questo bisognerà confrontare gli atti di compravendita con quelli registrati nei Comuni. Partendo naturalmente dagli edifici crollati che hanno provocato morti e feriti
Ilaria Sacchettoni e Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 30th, 2016 Riccardo Fucile
APERTO UN FASCICOLO ANAC SUL VICESINDACO CHE CURO’ DECINE DI INTERVENTI COME RESPONSABILE DEI LAVORI
La scuola Capranica di Amatrice, ristrutturata sì, ma non per il rafforzamento anti-sismico.
E, anzi, indicata come punto di accoglienza del piano di protezione civile, così come l’hotel Roma, venuto giù.
E poi il campanile di Accumoli, ma anche la Torre Civica e la caserma dei carabinieri. Il lavoro dei magistrati sui crolli del terremoto si annuncia lungo, complicato e più ampio di quanto si possa immaginare.
Ci sono le storie note (la scuola e il campanile) e quelle meno note.
Il Corriere della Sera e il Messaggero pubblicano, per esempio, il contenuto di un documento che presenta le irregolarità compiute nella ristrutturazione degli edifici pubblici nei due paesi della Provincia di Rieti dopo il sisma che nel 1997 colpì in particolare l’Umbria, ma ebbe effetti anche nel Lazio e nelle Marche.
La relazione mette in fila 21 appalti assegnati per la messa a norma, indicando interventi, ditte, progettisti. Investimento totale 2 milioni e 300mila euro totali.
Ma la Procura di Rieti è pronta ad acquisire documentazione su circa cento edifici, tra pubblici e privati.
E l’attenzione comincia a concentrarsi su alcune figure, in particolare.
Intanto sul vicesindaco di Amatrice, Gianluca Carloni: il braccio destro del sindaco Sergio Pirozzi, geometra, ha curato decine di interventi soprattutto ad Accumoli.
Su Carloni, scrive il Corriere, c’è già un fascicolo aperto dall’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone.
Nonostante gli interventi del post-sisma 1997, però, alcuni edifici sono stati demoliti dal terremoto.
Il sospetto dei pm, già ora, è che i certificati di collaudo fossero falsificati.
Una questione che sconfina dal Lazio fino alle Marche: ad Arquata del Tronto sono stati dichiarati inagibili l’ufficio delle poste, la scuola, il Comune, la caserma dei carabinieri. Dovranno essere demoliti, nonostante fossero stati certificati come a norma.
Tre casi simbolici riportati da Repubblica, Corriere e Messaggero.
Il primo, la Torre Civica medievale di Accumoli. Spesa per i lavori: 90mila euro. Ditta: Giuseppe Franceschini. Il responsabile del procedimento è lo stesso che ha seguito anche i lavori sul campanile della chiesa di San Francesco, che poi è crollato su una casa, dove sono morti padre, madre e due figli.
La Torre Civica, invece, è fortemente lesionata, mentre il resto della struttura è franato.
Secondo caso, la caserma dei carabinieri, sempre ad Accumoli. Dopo il sisma del 1997 si decidono lavori da 150mila euro. Ditta: Impretekna. Le carte dicono che i lavori sono andati a buon fine. Invece il comandante della caserma si è salvato solo per un caso.
Terzo caso, il campanile di Accumoli quello che ha ucciso la famiglia Tuccio: Andrea, 35 anni, Graziella, 32 anni, Stefano, 7 anni, Riccardo, 8 mesi.
Spiega ancora il Corriere che i lavori erano inseriti in un piano di riqualificazione che coinvolgeva molte altre chiese e parrocchie della zona.
Ma i soldi per il campanile furono usati per la chiesa. E non per la messa in sicurezza sotto il profilo antisismico. Furono eseguiti anche due collaudi, dove non erano emerse criticità , almeno ufficialmente.
Per questi e altri casi, quindi, dopo l’acquisizione di una quantità notevole di documentazione, ci sarà la fila dei tecnici in direzione della Procura: verranno interrogati architetti, geometri, ingegneri, responsabili dei lavori.
La questione non si limita alle strutture pubbliche: il Corriere della Sera e il Messaggero raccontano di “numerose segnalazioni” arrivate ai vigili del fuoco e ai carabinieri di cittadini che avevano ricevuto — al momento dell’acquisto — anche la certificazione sulla messa in sicurezza rispetto al rischio sismico.
La procura di Rieti lavorerà a tutto campo, assicura il capo Giuseppe Saieva, con “accertamenti sulle aziende che hanno effettuato i lavori di ristrutturazione dopo i terremoti passati per capire chi e come ha lavorato”, ma con fari accesi anche sui privati.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 30th, 2016 Riccardo Fucile
DAI PONTI NON RISTRUTURATI AGLI STANZIAMENTI DEVIATI: ECCO COME SONO STATE SPRECATE RISORSE
Due terremoti, quello dell’Umbria nel 1997 e quello dell’Aquila nel 2009, hanno fatto piovere sul
territorio della provincia di Rieti 84 milioni di euro di fondi per la ricostruzione.
Negli anni se ne sono aggiunti altri, di milioni. Della Regione, dello Stato, della Chiesa.
Sette giorni fa, però, un altro sisma ha sollevato una verità che era sotto gli occhi di tutti: parte di quel denaro non è stato ancora speso, o è stato speso male, o, ancora, non è stato utilizzato per rendere gli edifici sicuri. E le rovine di Amatrice e Accumoli sono lì a testimoniarlo.
Sei ponti in cerca di autore.
Prendiamo i ponti. Due fondamentali vie di accesso ad Amatrice, la strada provinciale 20 e la statale 260, sono interrotte dal 24 agosto perchè si sono danneggiati i ponti “Rosa” e quello di “Tre Occhi”.
Che ne è dei 611.000 euro che la Regione ha erogato nel 2014 “per interventi di mitigazione del rischio sismico” di sei ponti tra cui il “Rosa”? Rimasti nel cassetto.
La provincia di Rieti non ha più un soldo in bilancio, e non riesce a trovare i 175mila euro della sua quota parte dell’intervento progettato. Dunque non può utilizzare i 611mila della Regione perchè non ha i suoi 175mila da spendere.
Il presidente della giunta Giuseppe Rinaldi, temendo di perdere i fondi, è stato costretto a inviare una lettera alla direzione regionale, nella quale spiega che “l’amministrazione intende confermare il proprio impegno al cofinanziamento”, ma che per farlo dovrà “alienare immobili”. Insomma, per aggiustare un ponte coi fondi del terremoto la provincia di Rieti si deve vendere un palazzo.
Il campanile killer.
Dopo il sisma del 1997, il Genio civile individuò sul territorio reatino 300 interventi di ricostruzione e miglioramento sismico per un totale di 79 milioni di euro messi a disposizione dallo Stato.
Tra Accumoli e Amatrice c’erano 11 immobili e 10 chiese da sistemare. Prendiamone una diventata tragicamente famosa: il complesso parrocchiale San Pietro e Lorenzo ad Accumoli.
È la chiesa con accanto un campanile costruito sopra il tetto di una casa: la notte del 24 agosto, quella torre campanaria di sassi, crollando, ha ucciso la famiglia Tuccio che abitava lì sotto, padre, madre e due bambini.
Una grossa fetta dei fondi per gli edifici religiosi è stata gestita direttamente dalla Curia di Rieti, attraverso un ufficio tecnico creato ad hoc presso la diocesi, che ha predisposto le gare di affidamento.
Il geometra che ha seguito tutte le pratiche si chiama Mario Buzzi, e adesso è in pensione.
“Per il campanile non c’è stato mai alcun finanziamento specifico nè alcun lavoro di ristrutturazione”, spiega a Repubblica . Aggiungendo: “Non è vero che sono stati dirottati soldi per il miglioramento sismico dal campanile alla chiesa”.
La chiesa di Accumoli.
E però nella lista delle opere finanziate del post-sisma 97 il nome della chiesa di San Pietro e Lorenzo, c’è.
“Intervento sul complesso parrocchiale da 116mila euro”. Si tratta del rifacimento del tetto di 200 mq della chiesa accanto al campanile, la cui gara d’appalto è stata vinta nel 2008 dalla Steta di Stefano Cricchi, uno dei figli di Carlo Cricchi, l’imprenditore reatino che si è aggiudicato commesse anche a L’Aquila.
Per i lavori in Abruzzo, l’altro figlio, architetto, è sotto inchiesta per tangenti. “Chiariremo tutto, la nostra azienda non c’entra”.
Oggi Cricchi senior, cavaliere del lavoro, ha di che lamentarsi: “Noi non abbiamo fatto niente su quel campanile”. Seduto al tavolo nel salotto della sua ditta, mostra disegni e capitolati.
“Ci arrivano minacce di morte su Facebook e via mail perchè tutti ormai credono che siamo stati noi a ristrutturarlo, ma non è vero”.
L’appalto per “riparazione e miglioramento sismico” della chiesa valeva 75mila euro (il resto, 41 mila euro, era per la progettazione). Steta lo vince con un ribasso del 16 per cento, dunque 59mila euro.
Nel capitolato si scopre una cifra sorprendente: “Per il miglioramento antisismico c’erano appena 509 euro”, spiega Cricchi. “Il progetto imponeva di inserire nella muratura 33 euro di ferro, praticamente una sola barra, e di fare alcuni fori da riempire non con il cemento, ma con la calce”.
Il grande equivoco.
Eccolo il grande equivoco della ricostruzione dopo ogni disastro. La confusione tra il “miglioramento sismico” (piccoli interventi che non modificano sostanzialmente la stabilità dell’immobile) e l'”adeguamento”, molto più costoso.
Quasi tutto ciò che è stato fatto coi fondi dei terremoti, per forza maggiore scarsi e non sufficienti a coprire ogni spesa possibile, è miglioramento: i 200mila euro investiti nella scuola Capranica, in parte crollata; i 250mila euro messi nella Chiesa Santa Maria Liberatrice, inagibile; i 400mila del Teatro all’inizio del corso principale di Amatrice, distrutto; i 90mila della Torre Civica di Accumoli, lesionata; i 260mila euro della Chiesa di Sant’Angelo, venuta giù due settimane dopo l’inaugurazione.
Fabio Melilli, deputato del Pd, è stato dal 2006 al 2010 il sub-commissario di Rieti per il terremoto dell’Umbria: “Quando mi sono insediato, era stato ultimato appena il 20 per cento dei lavori, nonostante fossero passati quasi dieci anni dal sisma”.
La normativa era fatta male: lo stesso progetto doveva superare due volte lo stesso esame. “Per dare il via alla gara di appalto – ricorda Melilli – servivano le autorizzazioni del Genio civile, del comune, della Soprintendenza. Una volta avute, il progetto andava in commissione dove c’erano gli stessi rappresentanti del Genio civile, del Comune, della Soprintendenza. Si perdeva un sacco di tempo”.
Tant’è che dei 5 milioni arrivati dopo L’Aquila, ne sono stati spesi appena tre.
Il denaro immaginario.
Una coperta quasi sempre corta. Si tira da una parte, ci si scopre dall’altra. Per il consolidamento del municipio di Amatrice c’erano 800mila euro, ma l’amministrazione guidata da Sergio Pirozzi ha deciso di spostarli sull’istituto alberghiero.
Questo è rimasto in piedi, il municipio è franato. Coperta corta, che a volte si sfalda nelle mani di chi la vorrebbe usare. L’ospedale “Francesco Grifoni” da sette anni attendeva un intervento “urgente” di messa in sicurezza. I soldi, 2,2 milioni di euro, vengono pescati dal fondo per l’edilizia scolastica.
Si è fatta anche la gara di appalto, vinta dal Consorzio cooperative costruzioni. Ma quel denaro, hanno scoperto i dirigenti della Asl di Rieti quando tutta la procedura era ormai avviata, esisteva solo sulla carta. Il fondo statale, per il Lazio, si era prosciugato.
(da “La Repubblica“)
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Agosto 29th, 2016 Riccardo Fucile
A CHE PUNTO SONO I LAVORI SULLA BASE DEI DATI REALI. 19.000 TERREMOTATI RIENTRATI NELLE NUOVE CASE, SOLO POCHE DECINE ANCORA NEI MODULI, IL 90% DELLE AZIENDE HANNO RIPRESO ATTIVITA’… IL MODELLO EMILIA HA FUNZIONATO, DOVREMMO ESSERE TUTTI CONTENTI SE A TUTTI STESSERO DAVVERO A CUORE I TERREMOTATI
L’ultimo grande terremoto in Italia — prima di quello che ha colpito il centro Italia nella notte tra il 23 e il
24 agosto — è stato quello dell’Emilia di quattro anni fa.
Il 20 e il 29 maggio 2012 parte dell’Emilia-Romagna fu colpita da terremoti che causarono la morte di 28 persone, il ferimento di altre 350 e danni a molti edifici, tra cui abitazioni private, fabbriche, scuole, ospedali e chiese.
Migliaia di persone dovettero lasciare le proprie case.
L’area colpita rientra nel territorio di molti comuni delle province di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara all’interno della cosiddetta “Bassa”, la zona a nord dei capoluoghi lungo la via Emilia.
Anche alcuni comuni in provincia di Mantova, in Lombardia, e di Rovigo, in Veneto, subirono dei danni. La prima grande scossa, quella del 20 maggio, fu di magnitudo 5.9 con epicentro vicino a Finale Emilia, in provincia di Modena; la più forte del 29 maggio fu invece di magnitudo 5.8 con epicentro nei pressi di Medolla e Cavezzo, altri due comuni modenesi.
In totale i comuni colpiti in modo considerevole furono 54 in Emilia-Romagna. Nei 33 più colpiti secondo la regione — 7 in provincia di Reggio Emilia, 14 in provincia di Modena, 5 in provincia di Bologna, 7 in provincia di Ferrara — risiedono circa 550mila persone.
L’area è densamente popolata (ci abita più di un milione di persone) e molto industrializzata: vi si produce circa il 2 per cento del PIL nazionale. In particolare la zona di Mirandola, in provincia di Modena, è specializzata da anni nel settore biomedicale: ci sono circa un centinaio di aziende del settore, di varie dimensioni, tra cui anche sei multinazionali.
Oggi la maggior parte delle famiglie che furono costrette ad abbandonare le proprie case è tornata a vivere nelle proprie abitazioni.
I lavori di ricostruzione degli edifici non sono ancora terminati e continuano ad andare avanti: per esempio lo scorso maggio, per l’anniversario dei quattro anni dal terremoto, sono state inaugurate alcune nuove strutture, come il Polo per i ragazzi di Medolla (in provincia di Modena) e la sede secondaria del municipio di Novi di Modena; è stata anche riaperta una parte del cimitero monumentale di Concordia, sempre in provincia di Modena.
A che punto sono i lavori di ricostruzione
I dati più aggiornati sulla ricostruzione vengono da un rapporto della regione Emilia-Romagna intitolato L’Emilia dopo il sisma.
Report su quattro anni di ricostruzione e pubblicato a maggio 2016.
L’assessore alla Ricostruzione post sisma dell’Emilia-Romagna, Palma Costi, ha spiegato al Post che i primi interventi di ricostruzione hanno riguardato le scuole, per permettere agli studenti di finire l’anno scolastico in corso quando c’è stato il terremoto.
Dopo la priorità è stata data alle strutture indispensabili per garantire i servizi pubblici essenziali, e poi alla ricostruzione privata di abitazioni, attività commerciali e aziende. Per ultimi verranno gli edifici monumentali pubblici o di utilizzo pubblico (come le chiese), i cui fondi statali per la ricostruzione sono stati messi a disposizione quest’anno.
Esistono tre modelli per chiedere contributi finanziari alla regione: “Mude”, che riguarda abitazioni e attività commerciali come i negozi; “Sfinge”, per i contributi alle imprese; e “F.EN.I.C.E.”, il programma per la ricostruzione di opere pubbliche e beni culturali.
I lavori di ricostruzione effettuati sugli edifici sono di due tipi: le ricostruzioni leggere, che si limitano a interventi per aumentare la resistenza sismica delle strutture esistenti; e le ricostruzioni pesanti che invece prevedono anche demolizioni e hanno lo scopo di rendere i vecchi edifici sicuri in modo pari al 60 per cento di quanto è richiesto a quelli che vengono costruiti oggi.
Le ricostruzioni leggere sono praticamente finite.
Fino al 31 dicembre 2018 sarà attivo lo stato di emergenza, che permette alla regione di «operare in maniera più rapida potendosi avvalere di un modello di gestione delle risorse attraverso una contabilità speciale che ha procedure di gestione semplificate rispetto a quelle di spesa di un bilancio di un ente pubblico, e permette di operare con atti monocratici immediatamente operativi quali le ordinanze commissariali», ha spiegato Palma Costi al Post.
Per quanto riguarda le abitazioni, 19mila persone sfollate sono rientrate nelle proprie case.
Costi ha detto: «La scelta sulle misure di assistenza ha visto prediligere l’erogazione di contributi per l’autonoma sistemazione e l’affitto, diminuendo al minimo la costruzione di prefabbricati provvisori (tranne in quei 7 comuni in cui non era possibile altrimenti) evitando la creazione di “New Town”».
Dei 9.109 progetti di lavoro su immobili privati presentati, 6.744 hanno ottenuto il contributo previsto dallo stato di emergenza.
Questi progetti riguardano sia edifici che ospitavano o ospitano attività commerciali, sia case: queste ultime sono in tutto 18.624 e interessano più di 28mila persone; più di 14mila di queste abitazioni sono prime case.
Al 30 aprile 2016 sono state rese agibili 10.585 di queste abitazioni.
Circa 2.900 delle 16.547 famiglie sfollate a causa del terremoto devono ancora rientrare nelle proprie case, ha detto Costi al Post; 445 persone (135 famiglie) vivono ancora nei moduli abitativi provvisori (i cosiddetti Map), le strutture temporanee allestite per le persone le cui case furono distrutte o dichiarate inagibili. P
iù della metà si trovano a Mirandola, Novi di Modena e San Felice sul Panaro.
Le case del 90 per cento delle famiglie ancora sfollate hanno subìto gravi danni e hanno bisogno di ricostruzioni pesanti per cui sono previsti in media 3-4 anni di lavori dalla concessione del contributo per la ricostruzione.
Si prevede che entro la fine dell’anno solo poche decine di famiglie saranno ancora ospiti dei Map. Il 31 dicembre 2016 è il termine per chiedere contributi per la ricostruzione delle abitazioni.
Il 16 marzo 2016 è stato annunciato che in 25 dei 60 comuni colpiti dal terremoto sono finiti i lavori di ricostruzione di case e aziende.
Tra questi però non c’è nessuna delle cittadine più danneggiate: per la provincia di Modena si parla di Cavezzo, Mirandola, San Felice sul Panaro, Concordia sulla Secchia, Finale Emilia, Novi di Modena, Camposanto, San Prospero, San Possidonio e Medolla; per quella di Ferrara si parla di Cento, Mirabello, Sant’Agostino, Bondeno, Poggio Renatico e Vigarano Mainarda; per la provincia di Bologna si parla Crevalcore e Pieve di Cento; infine Reggiolo in quella di Reggio Emilia.
Nella seguente mappa si vede lo stato di avanzamento dei lavori di ricostruzione nei vari comuni: in bianco sono quelli dove i lavori sono terminati, gli altri sono quelli dove ancora devono essere portati a termine, divisi in base all’intensità del danno subito.
I comuni più colpiti sono quelli indicati in arancione, cioè i più vicini agli epicentri del terremoto.
Attraverso il modello “Mude” sono stati completati i cantieri degli edifici di 2.780 attività commerciali.
Per quanto riguarda le aziende, Costi ha sottolineato che «dal 2014 si sono esaurite le ore di cassa integrazione per sisma e le performance di un settore strategico come il biomedicale hanno oggi superato i livelli di produzione del pre-sisma».
Per le attività commerciali e produttive che si trovano nei centri di 20 dei comuni colpiti dal terremoto (alcuni dei quali colpiti anche dall’alluvione del 2014) sono state concesse particolari esenzioni fiscali per favorire la ripresa economica. Il 31 dicembre 2016 saranno completate tutte le concessioni di contributi alle imprese per la ricostruzione.
La necessità di ricostruire le aziende è stata una particolarità del terremoto in Emilia, dato che non era mai capitato prima in Italia che un grande sisma colpisse un’area così altamente industrializzata. Il recupero dell’attività produttiva non è stato semplice anche perchè il terremoto è avvenuto in un periodo di crisi economica.
Giuliana Gavioli, vicepresidente di Confindustria Modena e direttrice del servizio quality management e regulatory affairs di B.Braun Avitum Italy, un’azienda biomedicale di Mirandola che fa parte della multinazionale tedesca B.Braun, ha spiegato al Post che tra il 2015 e l’inizio del 2016 il 90 per cento delle aziende del suo settore hanno completamente ripreso la loro attività e la loro produttività è aumentata dello 0,2-0,3 per cento rispetto a prima del terremoto.
Tutte le aziende più grandi e molte di quelle piccole erano assicurate contro i danni da terremoto: per questa ragione — dato che i fondi delle assicurazioni arrivano più in fretta di quelli pubblici — subito dopo il sisma si è cominciato presto a ricostruire.
La B.Braun Avitum, per esempio, ha dovuto demolire 3.000 metri quadri di capannoni, ma già nel marzo del 2013 ne aveva inaugurato uno nuovo. Alcune aziende più piccole hanno dovuto chiudere, ma sono una minoranza.
Quelle che invece si sono riprese, ci sono riuscite anche grazie alla solidarietà dei loro fornitori: dopo il terremoto la B.Braun Avitum ha delocalizzato temporaneamente parte della produzione e i magazzini presso aziende nel raggio di 50 chilometri con cui già lavorava. Alcuni laboratori sono stati ospitati dall’Università di Modena e Reggio Emilia.
Per la ricostruzione degli edifici pubblici (proprietà di enti pubblici o religiosi) sono stati stanziati un miliardo e 59 milioni di euro; mancano 605 milioni di euro per raggiungere la cifra stima per riparare i danni, pari a un miliardo e 664 milioni di euro. La maggior parte dei fondi stanziati finora sono stati messi insieme negli anni dal governo, mentre 377 milioni di euro derivano da cofinanziamenti fatti da assicurazioni, donazioni e altri fondi.
Il 4 agosto è stato annunciato che saranno finanziati altri 21 cantieri per la conservazione, la manutenzione e il restauro di beni culturali, i cosiddetti “cantieri della cultura”: allo scopo sono stati stanziati 51 milioni e 630mila euro. Dei 21 interventi, 8 saranno in provincia di Modena, 7 in provincia di Ferrara (tra cui quello alla Cattedrale di San Giorgio Martire, la più grande chiesa del capoluogo), 5 in provincia di Bologna e uno, al Castello di Canossa, in provincia di Reggio Emilia.
Palma Costi ha spiegato al Post che la maggiore difficoltà incontrata dalla regione Emilia-Romagna e dalle altre istituzioni locali per gestire la situazione dopo il terremoto è stata la mancanza di un quadro normativo nazionale di riferimento: «Solo qualche giorno prima del sisma, con il decreto legge n. 59 del 15 maggio 2012, era stata modificata l’intera normativa di protezione civile e quindi non esisteva e non esiste una base giuridica per le procedure di ricostruzione. Pertanto era difficile anche solo immaginarsi un percorso da seguire per la ricostruzione».
Costi ha aggiunto: «Abbiamo dovuto costruire da zero le norme primarie e secondarie, le procedure, ottenere i finanziamenti. Quello che ci viene maggiormente rimproverato è la ‘burocrazia’. In realtà si è cercata di ridurla al minimo ma non potevamo sottovalutare gli aspetti della sicurezza e del rispetto della legalità che per essere garantiti richiedono qualche passaggio obbligato oltre che istruttorie attente e controlli costanti».
Il decreto legge citato da Costi stabilisce che dopo i primi due mesi di gestione della Direzione di Comando e Controllo (DICOMAC) da parte del dipartimento di Protezione Civile nazionale subentri la gestione di un commissario delegato per la ricostruzione.
Oggi il commissario delegato per la ricostruzione della regione Emilia-Romagna è il presidente della regione stessa, Stefano Bonaccini, che era stato preceduto dall’ex presidente Vasco Errani.
Costi ha detto al Post che dato che dal 29 luglio 2012 il commissario «si è trovato a gestire in toto sia l’assistenza alla popolazione che la ricostruzione», sono state necessarie altre norme nazionali, in particolare i decreti legge 74/2012 e 95/2012, perchè la ricostruzione e l’assistenza potessero andare avanti.
(da “il Post”)
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Agosto 29th, 2016 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELL’ECONOMISTA ZAMAGNI: ” CI VUOLE CHIAREZZA”
Come vengono spesi i soldi donati e destinati ai terremotati? 
Se lo è chiesto il Fatto Quotidiano che ha provato a far luce sui movimenti dei soldi, come per esempio i quasi 10 milioni di euro già raccolti dal numero 45500 vengono donati come gesto di solidarietà da migliaia di italiani.
Ad oggi Protezione civile, Croce rossa, banche, associazioni di vario tipo, Caritas, onlus, ong, ma anche media o enti privati hanno già lanciato decine di sottoscrizioni o iniziative – come per esempio l’amatriciana a 2 euro – per raccogliere fondi destinati ai terremotati del 24 agosto.
Ma in questa gara di solidarietà , scrive il Fatto, manca un coordinamento.
Non è chiaro di fatto, rispetto ai soldi donati, come questi vengano spesi, se per comprare o ricostruire.
“In Italia non si dà conto di come vengono spese le donazioni. Anche al netto delle truffe, resta il nodo della reale efficacia delle iniziative. In Italia molte organizzazioni badano più ad aumentare il proprio capitale reputazionale che al bene dei destinatari” spiega al Fatto l’economista Stefano Zamagni, presidente della Fondazione italiana per il dono ed ex numero uno della defunta Agenzia per il terzo settore “la trasparenza, cioè dire come si usano i soldi raccolti, è il minimo. Il vero problema riguarda la accountability: dare conto dei risultati che si ottengono con quel denaro. La cultura del dare conto in Italia non esiste, invece è cruciale: se spendi per comprare palloncini puoi allietare per un po’ i bambini nelle tende ma non hai risolto nessuno dei problemi di lungo periodo dei terremotati”.
Zamagni indica la necessità di un “ente super partes che supervisioni la raccolta fondi” come già fanno in Gran Bretagna o Giappone.
Lo stesso economista ribadisce che “la candidata naturale per svolgere questo ruolo sarebbe stata l’Agenzia per il terzo settore. Peccato che il governo Monti nel 2012 l’abbia abolita e che l’esecutivo Renzi, che ha appena varato la riforma del comparto, non l’abbia ripristinata“.
Si sa, per esempio, che con i soldi raccolti dalla Protezione Civile tramite il 45500 saranno ricostruiti per lo più “edifici pubblici” ma rispetto alle altre donazioni non è chiaro come il denaro sarà impiegato.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 29th, 2016 Riccardo Fucile
“RICOSTRUIREMO LA SPINA DORSALE DELL’ITALIA”
“Il presidente del Consiglio mi ha chiamato all’ultimo momento, venendomi a trovare voleva discutere con me sulla ricostruzione. Non mi ha dato un incarico, non era questo lo scopo. Anche se, come senatore a vita, oltre ad occuparmi di periferie potrei dare un contributo sul dopo-terremoto. Da me Matteo Renzi voleva dei consigli, una visione, un aiuto per un grande progetto. Gli ho detto: ci vuole un cantiere che impegni due generazioni. E con un respiro internazionale, contributi dal mondo intero “. Lo dice, in un’intervista a Repubblica, Renzo Piano, dopo l’incontro alla sua Fondazione con il premier Matteo.
“Ovviamente – prosegue – si deve agire subito, con urgenza massima, per mettere a norma antisismica gli edifici pubblici. Ma la stragrande maggioranza sono privati. E non puoi costringere i privati se non hanno le risorse. Qui pero’ si sa come intervenire: incentivi, sgravi fiscali, come gia’ fatto nel campo energetico.
Bisogna anche sapere intervenire nei passaggi generazionali, quando la casa dei nonni passa in eredita’, e una nuova generazione puo’ essere piu’ motivata a fare lavori di ristrutturazione.
Deve entrare in modo permanente nelle leggi del paese, l’obbligo di rendere antisismici gli edifici in cui viviamo, cosi’ come e’ obbligatorio per un’automobile avere i freni che funzionano.
Sul lato economico, non dimentichiamo poi che tutti i soldi spesi sono investimenti che generano ricchezza: oltre a salvare le vite umane danno lavoro a tante imprese, spesso micro-imprese, talvolta addirittura cantieri di auto-produzione familiare”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 29th, 2016 Riccardo Fucile
IN ATTESA DI MESSA IN SICUREZZA DAL 2009, ERA UN INTERVENTO “URGENTISSIMO”
Dal 2009 l’ospedale di Amatrice, gravemente danneggiato dal sisma della scorsa settimana, necessitava
di un intervento “urgentissimo e indifferibile”, eppure in otto anni e nonostante uno stanziamento preliminare di oltre 2 milioni di euro, la messa in sicurezza non è mai avvenuta perchè le risorse sono rimaste intrappolate in un groviglio di burocrazia, abusi e indagini della magistratura.
A raccontare la vicenda è oggi la Repubblica.
Su spinta della Protezione Civile, la Regione Lazio nel 2010 finanzia l’adeguamento sismico dell’ospedale con 2,1 milioni di euro.
La Asl di Rieti decide di accorpare l’intervento «urgente» a quello per le misure antincendio, e ne viene fuori un lavoro di ristrutturazione globale da 7,1 milioni.
I soldi ci sono, perchè vengono pescati anche da un fondo nazionale.
La Regione Lazio fa il bando di gara, e se lo aggiudica un’associazione temporanea di imprese guidata dalla capofila Ccc, Consorzio Cooperative Costruzioni, un colosso del settore dell’edilizia.
Ci sono tutte le condizioni per partire, per rendere finalmente quella struttura sanitaria un luogo sicuro. Ma ecco l’intoppo: la Regione Lazio decide di riprendersi i 2,1 milioni necessari.
Un definanziamento che potrebbe diventare oggetto di approfondimento dei pm di Rieti.
L’ospedale di Amatrice diventa infatti oggetto del contendere tra Regione Lazio e il sindaco della città distrutta dal terremoto.
La prima ritiene che la struttura – che ospita appena 15 posti letto, lontano da Rieti – debba essere definitivamente chiusa e riconvertita, il secondo che invece si impunta per accedere ai fondi al punto da minacciare una “secessione dal Lazio”.
E non è finita, perchè a gestire tutta la pratica dei lavori è scelto l’ingegnere Marcello Fiorenza che – scrive Repubblica – “Da un anno è indagato per abuso di ufficio in un’indagine della procura di Rieti condotta dal Nucleo Tributario, con l’accusa di aver favorito tre aziende amiche in alcune commesse pubbliche nel settore della sanità “.
I guai giudiziari di Fiorenza non facilitano il ripristino dei 2,1 milioni di euro, ma in compenso il sindaco non resta a mani vuote.
La messa in sicurezza non si realizza, ma in compenso si inaugura una unità di “Osservazione breve intensiva” del pronto soccorso.
(da “Huffingtonpost”)
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