Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile
BEN 4.900 DEI PEZZI NON AVEVANO LE CARATTERISTICHE RICHIESTE DALLA NORMA, MA IL PROCESSO FINIRA’ CON LA PRESCRIZIONE
Isolatori sismici, ancora un rinvio per il processo: sarà prescrizione.
Dovrebbe bastare questo titolo sparato giorni fa in copertina dal giornale online news-town.it, in un Paese serio, per scatenare sacrosante reazioni di indignazione.
Perchè quello che la magistratura non riesce a portare a termine a l’Aquila prima che evapori tutto nel nulla per esaurimento dei termini non è, come già avevamo scritto, un processo qualunque.
È un processo dove lo Stato avrebbe dovuto metter la faccia per fissare un principio: sulla prevenzione dei terremoti non si scherza.
Tanto più dopo una catastrofe come quella del 2009 in Abruzzo.
Ricordate?
Subito dopo il sisma il governo Berlusconi varò un progetto (C.a.s.e.) per fare 19 «new town» con 4.600 appartamenti antisismici in palazzine che come moderne palafitte si basassero su innumerevoli pilastri dotati di isolatori in grado di attenuare con l’elasticità l’impatto di future scosse. Giusto.
Il guaio è che 4.899 di questi isolatori, forniti dalla Alga, non avevano il «bollino» Eta (European Technical Approval) dopo i test che «sollecitano le strutture simulando strappi tellurici in tre direzioni come nei terremoti veri».
La perizia di Alessandro De Stefano e Bernardino Chiaia del Politecnico di Torino confermò: gli isolatori della milanese Alga presentavano «materiali diversi da quelli forniti in gara», l’acciaio non era come fissato di 2,5 millimetri ma solo di 2, c’erano «criticità ai fini del funzionamento e della sicurezza» e così via.
Tanto che, sottoposto il dispositivo a stress, il risultato era stato «un grave danneggiamento del dispositivo stesso spiegabile come conseguenza del fenomeno stickslip».
Bene: il processo per definire la verità giudiziaria sulle responsabilità , implicitamente riconosciute dagli stessi imputati se è vero che il legale dell’azienda parlò di «oltre 2.000 dispositivi che la stessa Alga intende sostituire prima dell’esito dell’incidente probatorio», è cominciato tra cavilli e ostacoli vari con un ritardo abissale.
E da allora si trascina, vergognosamente, di rinvio in rinvio con la difesa che pare puntare diritta sulla prescrizione.
Che sarebbe una vera schifezza.
La prossima udienza, dove dovrebbero confrontarsi il perito dell’accusa Alessandro De Stefano, docente al Politecnico di Torino, e gli esperti chiamati a difesa dei due imputati Gian Michele Calvi e Agostino Marioni, direttore dei lavori del progetto C.a.s.e. e dirigente della Alga, è prevista il 21 ottobre.
Ma ci arriveremo mai, a quel confronto?
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 5th, 2016 Riccardo Fucile
DOMENICA MATTINA L’ULTIMO CEDIMENTO STRUTTURALE ALLA PIASTRA 20
Ancora un cedimento strutturale, ancora un balcone che crolla in una delle casette antisismiche
sostenibili ed ecocompatibili del Progetto C.a.s.e., a L’Aquila.
E questo a ridosso dal settimo anniversario del terremoto, che causò 309 morti e più di 1500 feriti.
È accaduto domenica mattina intorno alle 8 nel complesso di Cese di Preturo, già interessato da un altro crollo nel settembre 2014 che provocò il sequestro del condominio e dell’intera area e l’avvio di un’inchiesta della magistratura.
Un balcone in legno al terzo piano è imploso, precipitando al livello sottostante. Spaventato dal forte rumore, se n’è accorto e ha dato l’allarme un residente che passeggiava col cane.
Stavolta a cedere è stata la cosiddetta piastra 20, mentre 19 mesi fa l’incidente coinvolse la dirimpettaia numero 19.
E qualche mese prima si era sfiorato il dramma in un’altra casetta, a Bazzano: si staccarono cinque lastre di metallo pesanti trenta chili l’una, piombando in strada.
Il balcone franato e quello colpito domenica mattina sono stati trasferiti nell’autoparco del Comune dell’Aquila.
Un tassello in più nell’inchiesta in corso per il precedente crollo del 2014, per cui sono indagate 37 persone: la Procura potrebbe decidere a breve se chiedere il rinvio a giudizio.
Sono imprenditori, progettisti e collaudatori, tecnici e dirigenti comunali che hanno partecipato a vario titolo alla realizzazione del Progetto C.a.s.e cui vengono contestati i reati di frode nelle pubbliche forniture, truffa aggravata ai danni dello Stato, falso in atto pubblico.
L’indagine ha condotto al sequestro di circa ottocento balconi nelle frazioni aquilane di Sassa, Arischia, Cese di Preturo, Collebrincioni e Coppito.
Ultimamente è stato aperto un filone-bis relativo ai funzionari del Comune.
La domanda al centro dell’accertamento giudiziario è sempre la stessa: con che tipo di materiali e accorgimenti tecnici vennero effettivamente costruite quelle 185 “c.a.s.e.”, quei 4500 appartamenti delle new town assegnati in via temporanea a 15mila cittadini aquilani che avevano avuto la loro casa distrutta o inagibile?
Alla luce dei fatti di una cronaca che per miracolo non è diventata nera, appare sempre più difficile scacciare i sospetti sulle casette-simbolo della “ricostruzione in tempi record” berlusconiana.
“Veri e propri quartieri con case circondate dal verde, dotate di tutti i servizi, progettate con i più avanzati criteri di sostenibilità e realizzate in legno lamellare, calcestruzzo precompresso, laterizi o metallo isolato termicamente” c’è scritto a tutt’oggi sul sito della Protezione Civile.
Costate un miliardo (più del loro valore di mercato), complete di arredi e “di durevole utilizzo”, la prima consegna risale al 29 settembre del 2009: ci pensò l’ex Cavaliere in persona, a favor di telecamere nel giorno del suo compleanno.
Dal 31 marzo 2010 la loro gestione è passata al Comune dell’Aquila, che ha poi ricevuto migliaia di richieste di manutenzione ordinaria e straordinaria, soprattutto per problemi di infiltrazione d’acqua.
Intanto la popolazione del progetto C.a.s.e. ha cominciato a scendere, visto che molti sono rientrati nelle loro abitazioni ristrutturate.
Resta però l’incognita di cosa farne in futuro di queste casette travagliate, si sospetta malcostruite e onerose da mantenere.
Residenze per studenti o sistemazioni turistiche come propone il Comune dell’Aquila; un Campus universitario come ipotizzato dai vertici della Regione; o demolirle tout-court?
Maurizio Di Fazio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IN UNA LETTERA I COMITATI RICORDANO “TUTTI I DANNI, LE SPECULAZIONI E LE INGIUSTIZIE” CHE L’EX CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE HA CAUSATO ALLA CITTA’
A poco più di 40 giorni dal settimo anniversario del sisma che ha devastato L’Aquila, alcuni comitati e associazioni locali scrivono una lettera aperta ai romani per raccontare “tutti i danni, le speculazioni e le ingiustizie che ha causato Guido Bertolaso sul territorio”.
“Bertolaso ma non ti vergogni neanche un po’?”, in merito alla sua candidatura a sindaco della capitale.
Tutto questo, mentre Guido Bertolaso al videoforum di Repubblica Tv definiva Roma “una città terremotata da ricostruire, non me ne vogliano i cittadini aquilani”.
Nella missiva si parla, per capitoli, di “menzogne, repressione, speculazione e ipocrisia”.
Tra le prime trova collocazione l’organizzazione all’Aquila, il 30 marzo 2009, della Commissione Grandi Rischi, per “effetto della quale molte persone sono rimaste serene nelle proprie case la notte del terremoto”, poi “la grottesca idea del G8” e “la favola ‘dalle tende alle case'”.
“Fin da subito dopo il terremoto – si prosegue – Bertolaso, commissario per l’emergenza, ha utilizzato i suoi poteri per ostacolare in tutti i modi la partecipazione della popolazione, vietando assemblee e volantinaggi nelle tendopoli, trasferendo metà della popolazione in altre regioni, e reprimendo ogni tipo di protesta, grazie alla complicità del prefetto e vice commissario Franco Gabrielli”.
“Con le palazzine del Progetto Case e le sue 19 ‘new town’ – scrivono comitati e associazioni – Bertolaso ha contribuito alla devastazione del territorio aquilano, occupando 460 ettari fuori città e favorendo, grazie alla deroga sugli appalti dovuta all’ emergenza, le imprese che hanno costruito tali alloggi ad un costo intorno ai 3mila euro a metro quadro. Dopo cinque anni in alcuni di questi sono crollati i balconi e senza che ci fosse bisogno di un terremoto”.
“L’ex capo della Protezione civile chieda scusa a tutti gli abitanti dell’Aquila che, purtroppo, sanno cosa significa vivere in una vera città terremotata .Bertolaso non faccia sciacallaggio mediatico sui terremotati per qualche voto in più.”
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2015 Riccardo Fucile
LO STATO SPENDE, LA RICOSTRUZIONE ARRANCA…PERIFERIA OK MA CENTRO STORICO INDIETRO NEI LAVORI… TRA SPERPERI E SCANDALI
Sono passati quasi sette anni senza che sia riuscito a riavere la sua casa. Eppure, alle pendici del Gran Sasso spazzato dal vento, il vecchio si dice fortunato: “E già , perchè quest’anno l’inverno fino ad ora è stato mite, possiamo almeno passeggiare”. Fortunato, proprio così dice. Dopo sette anni e dodici miliardi spesi.
Una pioggia di finanziamenti abbattutasi su L’Aquila e dintorni dalla notte maledetta del sisma ma che non pare essere servita a molto, visto che lui è ancora qui, sfollato tra gli sfollati, a quasi duemila metri di altitudine, chissà per quanto altro tempo ancora.
Senza complessi Giuliano Bruno vive in uno dei 19 nuovi insediamenti del cosiddetto progetto Case, i famosi Complessi antisismici ed ecocompatibili, realizzato con quasi un miliardo di euro dal governo di Silvio Berlusconi e dalla Protezione civile di Guido Bertolaso per dare un tetto a circa 20 mila degli oltre settantamila cittadini rimasti senza casa dopo il terremoto del 6 aprile 2009.
Vive in un appartamento della new town più alta della città , Giuliano, ad Assergi, realizzata sfregiando un pezzo di montagna con un complesso immobiliare che ora cade a pezzi come molti degli altri sparsi nel cratere, dove gli alberi natalizi e le luci si mescolano alla tristezza dell’abbandono, dell’isolamento e della rassegnazione.
BUCO NERO
Il grande buco nero dell’Aquila, il mezzo disastro di una ricostruzione trionfalmente annunciata con tanto cinismo e faciloneria e ancora lontanissima dall’essere terminata, comincia anche da qui.
Da questo immenso patrimonio edilizio di 4.600 alloggi divisi in 185 edifici voluto con troppa fretta e in totale assenza di pianificazione urbanistica, da un governo berlusconiano tanto decisionista quanto velleitario.
Un buco nero sul quale tanti altri miliardi sono destinati a piovere in futuro dai Palazzi del potere romano. E sul quale, con l’anno nuovo, ilfattoquotidiano.it ha provato ad accendere un faro per cercare di fare il punto su una ricostruzione tanto affannata quanto costosa.
Un viaggio che comincia proprio dalla “fortuna” di Giuliano e dallo stato disastroso delle avveniristiche new town volute dall’ex Cavaliere e dalla sua corte.
Un patrimonio (se così si può ancora definire) abitativo privo di servizi efficienti e infrastrutture adeguate, che si è via via rivelato come un vero e proprio ghetto per anziani ed immigrati. E questo per il momento.
Perchè in futuro le town, ora di proprietà comunale, potrebbero trasformarsi in qualcosa di peggiore andando ad alimentare l’incubo che insieme a tutti gli altri ritardi, gli sprechi e i troppi scandali, il passaparola cittadino e le inchieste giudiziarie aggiornano con dati sconfortanti.
AQUILA IN FUGA
Una condanna per la città , questi insediamenti dai colori fantasiosi, che rimarrà scritta per chissà quante generazioni. Innanzitutto per gli alti costi di gestione e di manutenzione. Ma non solo.
L’esistenza stessa di tanta disponibilità di appartamenti, oltre alle duemila casette di legno dei villaggi Map (moduli abitativi provvisori) sparsi anch’essi all’interno del perimetro del sisma, sta infatti stravolgendo il mercato immobiliare già compromesso dalla fuga di tante famiglie dalla città .
Gli iscritti al Liceo classico, per dire, sono diminuiti di 800 unità negli ultimi due anni. Mentre sono centinaia i cartelli di messa in vendita che spiccano dai balconi dei primi palazzi ristrutturati.
Segnali di una pericolosa “bolla immobiliare” di cui ancora non si comprende la portata. E che aumenterà certamente gli effetti quando alcuni quartieri del progetto Case, secondo le intenzioni del Comune, diventeranno Campus universitari, togliendo la possibilità a molti aquilani di affittare agli studenti fuori sede.
Un mercato remuneratissimo fino al 2009, quello delle locazioni, che costituiva una risorsa primaria per tantissimi aquilani e che ora pare inevitabilmente destinato ad andare in fumo.
SILENZIO, SI SPENDE
L’età dell’oro sembra infatti ormai un ricordo. L’Aquila si spopola, grazie anche alle cervellotiche sovvenzioni ideate a Roma e avallate in un complice silenzio dalla politica locale.
La sostituzione edilizia, per esempio: tenete a mente queste due parole. Rischiano di passare alla storia come una delle più singolari elargizioni governative ideate per i terremotati aquilani.
Grazie ad essa, qualora l’edificio di proprietà risulti distrutto, al singolo proprietario è riconosciuta la possibilità di acquistare un’abitazione equivalente a quella principale anche fuori dall’area del Comune, della provincia e della regione.
Un meccanismo che obbliga lo Stato a ristrutturare l’appartamento ceduto dai proprietari e pagare quello nuovo, mentre i fortunati sovvenzionati -sembra siano più di 580 i casi sinora registrati- incassano il contributo andando felicemente a sistemarsi altrove.
Con tanti saluti alla sospirata rinascita dell’Aquila, una città che comincia ad essere il fantasma di se stessa, per di più minata da un mercato del lavoro asfittico per non dire comatoso.
SOLITUDINE E SPRECHI
Quanto costa al Comune dell’Aquila mantenere e gestire il patrimonio immobiliare post-sisma?
Secondo l’assessorato al Bilancio almeno 3,5 milioni di euro l’anno, forse anche di più considerando che molti di questi immobili cadono a pezzi, compromessi da infiltrazioni di acqua e di umidità e da difetti di costruzione su cui non si può intervenire. E molti restano vuoti perchè non abitabili, o perchè sono scomodi e nessuno vuole più andarci.
Nella new town di Assergi, che dista 18 chilometri dalla città e una decina dal primo grande supermercato, sono vuoti 35 appartamenti su 96.
Anche Giuliano Bruno vorrebbe lasciare l’insediamento Case di Assergi. Prima del sisma viveva a Paganica, altra frazione tra le 47 dell’Aquila in cui la ricostruzione è in alto mare. Giuliano, che è cieco e vive da solo con il cane che lo aiuta negli spostamenti, è il presidente del Comitato Ade (sta per Abbandonati, dimenticati, emarginati). La sua priorità è la battaglia per il rispetto dei diritti dei cittadini delle new town. “E’ una questione di giustizia”, dice.
TERREMOTO IN BOLLETTA
Come per la storia delle bollette che il Comune ha fatto pagare per anni al metro quadrato, mentre in tutt’Italia l’energia elettrica e il riscaldamento si pagano in base al consumo.
Il risultato è che nei quartieri post-sisma arrivano adesso richieste di pagamento salatissime che per molti cittadini (organizzati anche in comitati) “non sono conformi ai reali consumi”.
Circostanza che ha fatto registrare un’alta morosità , generando 10 milioni di debito del Comune verso Enel. Intanto, quello del 2015 è il settimo capodanno che 12 mila sfollati -tanti sono ancora i cittadini in attesa di tornare nella propria abitazione- trascorrono nelle piccole città fantasma. Con gli anziani sempre più soli.
“Siamo imprigionati”, racconta una donna di 88 anni che vive nel villaggio map di Civita di Bagno: “Per fortuna che due volte a settimana i venditori ambulanti di saponi, formaggi e frutta passano anche da queste parti, altrimenti non saprei come vivere”.
Per l’anziana signora raggiungere il negozio di alimentari all’ingresso del paese è impossibile. Ma lei, a differenza di Giuliano Bruno, non riesce a definirsi fortunata.
SCANDALI SOLARI
C’è poi la questione “all’Italiana” dei pannelli solari, fatti realizzare sui tetti di alcuni degli insediamenti del progetto Case (ad Assergi ma anche altrove) e mai entrati in funzione: soldi pubblici buttati al vento, secondo i cuttadini.
Una vicenda finita in tribunale. Giuliano racconta che quei pannelli sono stati realizzati per produrre acqua calda e quindi per permettere ai residenti di risparmiare sulla bolletta.
“Ma la cosa curiosa è che il giudice ha detto che non è scritto in nessun documento o norma che l’amministrazione debba farli funzionare”, aggiunge: “Peccato, perchè in questo anno straordinariamente caldo e con tanti giorni di sole, avremmo potuto risparmiare molti soldi”.
SPESE RECORD
Intanto, per chi arriva dall’autostrada di Roma lo skyline dell’Aquila è oggi una selva di gru che si alza dai tetti della città . Di notte una decina di esse restano illuminate per segnare le feste per l’anno nuovo con fasci di luce rossi, blu e gialli.
Ed è come se all’improvviso avessero un’anima, lanciando uno speranzoso messaggio di rinascita per un territorio terribilmente depresso.
L’Aquila è il cantiere più grande d’Italia. Almeno così continuano a ripetere politici ed imprenditori locali.
Oltre 810 sono quelli attivi tra periferie e centro storico (dove se ne contano 350) con settemila operai al lavoro nei 56 Comuni del cratere sismico, secondo i dati della Cassa edile.
Ciononostante, la ricostruzione resta un inquietante buco nero che ha bruciato finora, stando alle stime di alcuni esperti, più soldi di quella dell’Irpinia, dove il terremoto del 1980 fece 2.914 morti e distrusse cento Comuni.
SENZA FONDO
Un buco nero, ma anche un pozzo senza fondo. Questo cominciano a sospettare molti osservatori di fronte alla città in totale rifacimento e il cui centro storico è ancora praticamente rimasto com’era all’indomani della grande scossa di sette anni fa. Certo, buona parte della periferia è stata ricostruita.
Tante cose sono state fatte. Eppure, sembra incredibile, il cuore della città , tranne pochi palazzi, è ancora da rifare, con buona parte della ricostruzione da avviare.
Zona rossa era, zona rossa è rimasta, imbragata nelle impalcature, con troppi edifici tenuti su inutilmente in questi anni e che in futuro potrebbero essere comunque abbattuti (vedere foto sotto). Un’altra pagina oscura quella dei puntellamenti.
Oscura e costosa. E sulla quale i riflettori della giustizia sono già puntati. Fare luce sulle opere realizzate e tenere sotto controllo il malaffare, è la parola d’ordine. E la procura diretta da Fausto Cardella ci prova. Anche se non è cosa facile, visto il dilagare delle inchieste.
ROSARIO DOLOROSO
Dopo il crollo di un balcone nel quartiere del progetto Case di Cese di Preturo, nel settembre del 2014, è stata aperta una indagine affidata alla Guardia Forestale. Una inchiesta conclusa con 37 avvisi di garanzia.
Pesanti i reati contestati: truffa da 18 milioni, crollo colposo, falso. Un rosario di reati che la dice lunga sulla qualità e la trasparenza delle opere realizzate dal governo berlusconiano con i soldi pubblici.
Dopo questo crollo sono stati sequestrati anche altri 800 balconi in legno in altri 494 appartamenti. Portando allo scoperto un fiume carsico di inadempienze. E non solo sulla realizzazione del Progetto Case.
Oltre ai balconi a rischio crollo e gli altri lavori realizzati nella prima fase dell’emergenza con modalità discutibili, sono tanti gli scandali che stanno marchiando il post-sisma aquilano e che insieme a politici e nomi conosciuti spesso vedono coinvolti anche troppi comuni cittadini.
TUTTI IN RIGA
Continuano a fare clamore i casi di personaggi inseriti in gangli vitali dell’amministrazione comunale e finiti nella rete della giustizia. Come è capitato con l’arresto dell’ex vicesindaco Roberto Riga per corruzione negli appalti per la ricostruzione.
Il referente per l’Abruzzo di Libera (l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti) Angelo Venti, accusa con durezza: “La ricostruzione privata è fuori controllo”, regolamentata da “un quadro normativo carente” che favorisce il “dilagare della corruzione e delle infiltrazioni criminali”, ma anche di “piccoli fatti corruttivi che coinvolgono i singoli proprietari e cittadini, con pratiche gonfiate per avere questa o quella miglioria nel bagno o nel garage da trasformare in una nuova stanza”.
Una fotografia contestata dall’amministrazione comunale e dall’assessore alla Ricostruzione, Pietro Di Stefano: “I progetti hanno il limite di spesa non superabile e vengono controllati a monte dagli uffici speciali per la ricostruzione, che sono autonomi”, spiega: “Spesso il contributo per ricostruire viene ridotto, altro che gonfiato”.
MALEDETTA PARTITOCRAZIA
L’architetto ed ex dirigente del settore Urbanistica della Regione Abruzzo Antonio Perrotti conferma invece l’esistenza di una “questione morale” all’Aquila. Una piaga a suo avviso confermata dalle inchieste giudiziarie che hanno fatto emergere casi di corruzione sia nella parte privata della ricostruzione che in quella pubblica (con il coinvolgimento di personaggi legati allo Stato, come l’ex commissario ai Beni culturali Luciano Marchetti).
Inchieste che si aggiungono a quelle targate ‘Ndrangheta, come l’indagine “Lypas” del dicembre 2011, e Camorra (“Dyrti job” del giugno 2014).
“L’Aquila”, sostiene Perrotti, “è stretta nella morsa della partitocrazia e delle mafie che tengono sotto scacco la politica, soffocando qualsiasi buona volontà di trasparenza e di partecipazione dei cittadini sulle scelte che segneranno la rinascita della loro città ”.
BUON ANNO
Un duro atto di accusa lanciato su una città provata dalle difficoltà e dai sospetti, quello di Perrotti e Venti. Mentre il denaro pubblico continua a piovere sulla città . L’ultima tranche di finanziamenti elargita dai Palazzi romani è della scorsa settimana. Denaro che continua ad arrivare, anche se il centro storico dell’Aquila e tutte le frazioni sono ancora lontane dal potersi definire ricostruite.
Come Onna, simbolo di questo terremoto che ha spazzato vite umane, sogni e speranze, allettando invece chi a pochi istanti dalla scossa rideva già per i succulenti guadagni che la ricostruzione avrebbe procurato.
Intanto si festeggia il nuovo anno. Anche tra ritardi e sprechi. Con Giuliano Bruno che continua a considerarsi fortunato per quest’inverno mite e assolato.
Nonostante gli scandali. Nonostante tutto.
Marianna Gianforte
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
BALCONI PERICOLANTI, LA MISURA RIGUARDA 124 ALLOGGI
Ricordate le casette post-terremoto dell’allora premier Silvio Berlusconi? 
Ebbene, si sono rivelate friabili come biscotti.
Già lo scorso anno la protezione civile era dovuta intervenire per verificarne la staticità dopo il crollo di un balcone. Ma la propaganda di allora si trasforma in briciole. Stamattina il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente ha firmato un’ordinanza con la quale dispone lo sgombero di 124 alloggi distribuiti nei quartieri del progetto “Case” (complessi antisimci sostenibili ed ecocompatibili) di Cese di Preturo, Arischia e Sassa Nucleo industriale.
Nel testo dell’ordinanza, si legge che la decisione arriva per motivi di pubblica incolumità legati proprio alla tenuta dei balconi.
Si tratta, in particolare, delle piastre 14, 20 e 21 del quartiere Case di Cese di Preturo, delle piastre 6, 8 e 16 del quartiere Case di Sassa Nucleo industriale e delle piastre 1, 2 e 3 del quartiere Case di Arischia.
Nel primo caso, vale a dire Cese di Preturo, gli sgomberi verranno effettuati entro 30 giorni dalla notifica dell’ordinanza sindacale, nel secondo, Sassa nucleo industriale, entro 45 giorni dalla notifica, nel terzo, Arischia, entro 60 giorni, sempre a far data dalla notifica.
Il documento ricorda inoltre che, a seguito del crollo del balcone di un appartamento del quartiere Case di Cese di Preturo, in via Gian Maria Volontè, il 2 settembre dello scorso anno, a causa delle infiltrazioni d’acqua, con conseguente “totale marcimento della struttura lignea del balcone”, e delle risultanze delle perizie tecniche effettuate per verificare le condizioni statiche dei balconi degli altri 22 edifici della medesima tipologia, si era intervenuti con ordinanze di sgombero degli alloggi della stessa piastra (la numero 19) e con opere di messa in sicurezza, ricordando altresì il sequestro preventivo di tutti i balconi di tali edifici, disposto dal Tribunale dell’Aquila.
L’ordinanza — si legge poi in una nota del Comune dell’Aquila — rileva quindi come, il 5 novembre scorso, il servizio di manutenzione del Progetto Case ha rilevato che il balcone di un alloggio, posto al secondo piano della piastra 14 del complesso di Cese di Preturo, si sia distaccato dal muro, presentando evidenti condizioni di rischio di crollo, circostanza che ha portato allo sgombero dell’alloggio e all’avvio delle operazioni di rimozione del balcone.
“Valutato — si legge ancora nel testo — che non è possibile, attraverso il semplice controllo a vista, prevenire efficacemente il rischio di crollo dei balconi, ma è necessario effettuare interventi invasivi, non compatibili con la permanenza degli abitanti negli alloggi interessati, e che,nelle more degli interventi suddetti, sussistano condizioni pregiudizievoli per l’incolumità delle persone, si ordina lo sgombero degli alloggi degli edifici dei progetti Case succitati, in cui sono presenti le più alte percentuali di balconi che presentano situazioni di rischio”.
“I nuclei familiari interessati dall’ordinanza — ha dichiarato il sindaco Massimo Cialente — verranno trasferiti in altri alloggi disponibili dei complessi Case, salvo i casi in cui gli assegnatari fossero già stati raggiunti da provvedimenti di sgombero a causa di morosità , sia in riferimento al pagamento dei canoni di locazione e compartecipazione che a quello delle utenze”.
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2015 Riccardo Fucile
IN CORSO UN BLITZ PER TANGENTI E CORRUZIONE IN RELAZIONE AI LAVORI DI PUNTELLAMENTO… ARRESTATO L’EX ASSESSORE TANCREDI
Cinque misure cautelari e sequestri a carico di imprenditori ed ex amministratori locali nell’ambito
degli appalti per la ricostruzione post sisma.
E’ quanto eseguito questa mattina su richiesta della Dda dell’Aquila dai carabinieri, al termine di articolata attività d’indagine coordinata dalla locale Procura Distrettuale della Repubblica.
Nel mirino degli inquirenti una serie di vicende di corruzione legate alla ricostruzione post terremoto dell’Aquila, in particolar modo i lavori di puntellamento affidati dopo l’ottenimento di presunte tangenti.
Nella vicenda vi sarebbero stati ricatti ed estorsioni.
Tra gli arrestati Pierluigi Tancredi, ex assessore comunale già coinvolto nell’inchiesta “Do ut des”, riguardante presunte irregolarità negli appalti per la ricostruzione post-sisma, con riferimento sempre ai puntellamenti.
All’operazione stanno partecipando oltre 80 carabinieri che stanno operando oltre che all’Aquila, nelle province di Teramo e Chieti e anche nel litorale laziale
(da “Agenzie”)
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Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
LA REGIONE PRESENTA I NUMERI DELLA RICOSTRUZIONE TRA PROGETTI REALIZZATI E OBIETTIVI ANCORA LONTANI
A tre anni dal terremoto che ha distrutto abitazioni, fabbriche e chiese, togliendo il tetto a migliaia di famiglie, sono ancora tanti i segni visibili, le ferite ancora aperte dalle scosse. A cominciare da chi una casa vera e propria, dopo 36 mesi, non ce l’ha: quasi 1300 persone dormono ancora tra le lamiere dei container.
È l’anniversario più difficile per l’Emilia Romagna: è il 20 maggio del 2012 quando la terra trema per la prima volta, tra le province di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, lasciando dietro si sè macerie e vittime.
Nove giorni dopo ci sarà un’altra scossa, ancora più devastante. I morti alla fine saranno 27. E 45mila in tutto le persone coinvolte.
Oggi il bilancio disegna un quadro poco esaltante, in cui molto è stato fatto, sì, ma restano allo stesso tempo parecchie situazioni in sospeso.
Bastano i numeri presentati dalla Regione per fare il punto in occasione dell’anniversario. La ricostruzione di abitazioni e imprese ha raggiunto il 60 per cento.
Le previsioni dicono che serviranno almeno altri due anni per arrivare al 100%: secondo il presidente Stefano Bonaccini, la parola fine si potrà scrivere, di questo passo, nel 2017.“C’è ancora tanto da fare — ha detto — ma siamo determinati: non saremo tranquilli fino a che non sarà posato l’ultimo mattone. È per questo che, dopo aver ottenuto dall’Unione europea la proroga per gli interventi sui fabbricati danneggiati delle imprese agricole, ora attendiamo che a breve arrivino le risposte positive del Governo alle richieste che, assieme ai sindaci dei Comuni colpiti, abbiamo avanzato: dalla proroga al 2017 dello stato di emergenza alle proroghe fiscali, per arrivare all’istituzione delle cosiddette zone franche urbane con lo stanziamento ad hoc di un fondo di 50 milioni di euro. Questa fascia di terra dove si produceva oltre il 2% del Pil nazionale rinascerà più bella, più forte e più sicura di prima”.
I lavori sulle abitazioni hanno permesso di rimettere a norma e ristrutturare 15800 case, dove sono tornate a vivere oltre 25mila persone.
Le famiglie che hanno bisogno di assistenza e che ancora ricevono un assegno sono 4645, 20% in meno rispetto all’anno scorso, e 71% in meno rispetto alle prime settimane dopo il terremoto, quando erano oltre 16mila.
Il capitolo più critico rimane però quello dei Map, ossia i Moduli abitativi temporanei dove è stata sistemata una parte degli sfollati.
A gennaio la Regione aveva promesso di smantellarli entro la fine del 2015, ma intanto 1288 persone (700 in meno rispetto a un anno fa) si preparano ad affrontare la terza estate tra i container.
Delle 757 montate all’inizio, oggi nel cratere rimangono occupate 410 casette provvisorie.
In tutto, i contributi concessi per la ricostruzione di case, imprese e negozi raggiungono quota 1 miliardo e 770mila euro, ma di questi solo 800 milioni, meno della metà , sono già stati liquidati.
Per le abitazioni sono stati dati quasi 536 milioni, su 1 miliardo e 89mila euro concessi, e approvato il 70% dei progetti presentati.
Più ridotta la cifra saldata per le imprese: 245 milioni di 682 milioni concessi, ossia circa un terzo.
Molti centri storici sono ancora nascosti dietro metri e metri di impalcature e ponteggi. Una situazione di cui soffrono più di tutti i commercianti ritornati nei negozi del centro, che faticano a sopravvivere e a ripartire.
Da viale Aldo Moro fanno sapere che sono “536 i milioni messi a disposizione dalla struttura commissariale — che si aggiungono a 407 derivanti da cofinanziamenti (assicurazioni, fondi propri,e donazioni) — per sostenere 935 interventi di ricostruzione e riparazione degli edifici pubblici e dei beni culturali danneggiati, tra i quali le chiese”. Anche se, ha ricordato Bonaccini, dal Governo devono ancora arrivare 800 milioni di euro per completare la ricostruzione delle opere pubbliche.
“Non vogliamo un euro in più, ma nemmeno un euro in meno di quanto serve”.
Per quanto riguarda la pianificazione per la ricostruzione dei centri storici, la Regione assicura che si sta andando avanti con l’individuazione delle Umi (Unità minime di intervento) e la redazione di 24 Piani organici.
“Dal bilancio regionale stanziati 11 milioni e 700 mila euro che si aggiungono a quelli destinati alle opere pubbliche e ai beni culturali”.
La giunta si mostra comunque ottimista.
“Nessuna multinazionale ha abbandonato la nostra terra, eppure quel rischio c’era — ha precisato l’assessore alla Ricostruzione, Palma Costi — Nessuna cassa integrazione con motivazione sisma è attiva, i dati del 2014 confermano al contrario una ripresa dell’occupazione. Le risorse stanziate restano in larga parte sul territorio: l’80% delle imprese impegnate nella ricostruzione delle abitazioni sono emiliano romagnole”.
Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 7th, 2015 Riccardo Fucile
“I SOLDI ORA CI SONO: STANZIATI 6,2 MILIARDI”… MA ESISTONO SOLO SULLA CARTA: PER IL 2015 ZERO EURO
Matteo Renzi, beato lui, vive nel migliore dei mondi possibile. 
È un premier Candido, se così si può dire. La ripresa, l’aumento degli occupati, l’Expo che “è un miracolo”, le grandi opere che faranno ripartire il Paese.
Un allievo di Pangloss, non c’è dubbio, cui non può ovviamente mancare il confronto col terremoto: nel libro di Voltaire era quello di Lisbona del 1755, per Renzi è L’Aquila 2009, sei anni ieri.
“Dopo troppe promesse, siamo passati all’azione. I soldi adesso ci sono: spenderli bene è un dovere”, ha scritto su Facebook.
Una breve panoramica della situazione dovrebbe restituire il lettore al realismo.
I finanziamenti previsti: miliardi a pioggia
Ha scritto ieri Renzi: “Nel primo anno del nostro governo abbiamo messo alcuni punti cardine: la certezza e la programmazione di risorse per il medio lungo periodo (5,1 miliardi nella legge di Stabilità per il 2015); l’accelerazione nelle assegnazioni per l’edilizia privata (1,13 miliardi di euro deliberati dal Cipe a febbraio)” eccetera.
Il premier non mente, eppure non dice nemmeno la verità .
Procediamo con ordine.
Dice il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe): dal 2009 a oggi sono stati stanziati 7,2 miliardi in varie tranche.
L’ultima — quella citata da Renzi — è del 26 febbraio: 1,12 miliardi, 800 milioni per la sola città de L’Aquila, di cosiddetti “residui”, cioè fondi non spesi nel quinquennio scorso.
Quanto ai 5,1 miliardi della Finanziaria di Renzi, sono ripartiti così: 200 milioni nel 2015; 900 del 2016; 1,1 miliardi nel 2017, 2,9 miliardi nel 2018 e 2019.
La realtà : zero euro nel 2015, 165 milioni in meno nel 2014
I conti veri sono un po’ diversi.
Intanto i soldi della legge di Stabilità esistono solo sulle tabelle (la E, per la precisione) pubblicate in Gazzetta Ufficiale: per oltre tre miliardi su cinque peraltro — quelli dal 2018 in poi — si tratta di parole, un’intenzione senza finanziamento sottostante.
Gli altri dovranno comunque essere trovati prima di finire in Abruzzo.
Prendiamo dalla commissione Bilancio comunale i numeri che riguardano L’Aquila da quando Renzi è a Palazzo Chigi.
Nel 2014 erano stati stanziati in tutto 652 milioni e ne sono arrivati solo 487: insomma, mancano 165 milioni.
Nel 2015, invece, il Cipe ha già deliberato finanziamenti per la ricostruzione per 478 milioni.
Quanti ne ha incassati il comune? Zero.
Quanto agli 800 milioni del Cipe — di cui Renzi s’è vantato ieri anche se li hanno stanziati i governi precedenti — c’è un problema: comprendono pure i fondi non ancora arrivati e pure il buco del 2014.
I soldi nuovi, insomma, sarebbero al massimo 157 milioni.
Tra delibera e versamento dei soldi, per di più, passano circa sei mesi: in pratica arriveranno a fine anno.
Spiega Giustino Masciocco, presidente della commissione Bilancio del Comune: “Noi, sulla base delle previsioni, elaboriamo le pratiche e le mettiamo in un elenco, ma assegnamo effettivamente solo il 46% del costo della ricostruzione: se devo rifare un palazzo da 2 milioni, noi diamo 900 mila euro per iniziare, il resto quando facciamo i controlli a fine lavori. Se lo Stato non manda i soldi, noi non li diamo e i lavori non partono”.
Anche sulle cifre complessive dei fondi arrivati in Abruzzo dal 2009 i due rendiconti non collimano: i 7,2 miliardi del Cipe, per dire, in loco diventano quattro.
E poi c’è la beffa della Tasi/Imu: nel 2014 hanno fatto pagare l’imposta pure sugli immobili inagibili; nel 2015 è arrivato l’esonero, ma la copertura è di 500 mila euro. Peccato che il gettito fosse 2 milioni: il resto lo mette il Comune o gli aquilani.
Disorganizzazione a Roma, poco personale nel cratere
Il problema vero, comunque, non sono (solo) i soldi: “È la continuità dei finanziamenti il tema: puoi darci anche meno soldi, ma devi darceli senza interruzioni invece ci troviamo con buchi di 6-12 mesi”, dice ancora Musciocco.
E poi c’è l’organizzazione.
A settembre scorso, per dire, s’è dissolta l’intera catena di comando romana della ricostruzione.
Via Paolo Aielli, direttore dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione de L’Aquila (Usra), mandato al poligrafico dello Stato. Via Aldo Mancurti, capo della struttura tecnica di missione che si occupava di questo, che non è stato prorogato.
Pure il sottosegretario abruzzese Giovanni Legnini, che al Tesoro aveva la delega su L’Aquila, se n’è andato al Csm e ci sono voluti cinque mesi prima che arrivasse Paola De Micheli.
L’altro problema, che assilla il sindaco Massimo Cialente, è il personale.
Tra i vari protocolli e uffici speciali lavoravano 320 persone: 128 sono state assunte dopo il “concorsone” di Fabrizio Barca, altri 50 sono rimasti con contratti precari, il resto non è stato rinnovato.
Risultato: pratiche e lavori a rilento.
La situazione dopo sei anni è questa: i nuovi quartieri de L’Aquila sono ricostruiti all’80%, dentro le mura siamo al 10%, nel cuore del centro al 3%, nelle frazioni a zero come in molti paesi limitrofi.
Carlo Di Foggia e Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
LA RICOSTRUZIONE NON SI E’ VISTA, TRA FONDI BLOCCATI E INCHIESTE
Sei anni fa. Dalle 3:32 del 6 aprile la vita a l’Aquila è rimasta sospesa tra il dolore del lutto (309
morti e 1500 feriti) e l’incertezza del futuro, senza più il calore dei luoghi conosciuti, delle mura della propria casa, dei percorsi quotidiani.
60mila sfollati e 10 miliardi di danni. Il cuore della città ferito a morte, solo una cinquantina di persone che sono tornate ad abitarlo.
Una manciata di fortunati che hanno visto le loro abitazioni in palazzi rinascimentali e medievali risorgere dalle macerie grazie alla Sovrintendenza.
Una ricostruzione partita in ritardo di anni – fondi bloccati, burocrazia lumaca – che ha privilegiato le periferie, poche strade del centro, quelle intorno a corso Vittorio Emanuele II, la via dello «struscio», creando così un confine di diseguaglianza e di scontento.
I bambini senza città
Bambini cresciuti senza conoscere la loro città , e la vita di prima, quella normale, quando si andava a piedi in centro e ci si vedeva in piazza o alla villa.
Mentre adesso ci si sposta in auto e il luogo di aggregazione sono diventati i centri commerciali. Tranne che per i ragazzi che hanno fatto delle strade diroccate un luogo di movida.
Ed è strano vedere una città fantasma tranne qualche bar, locali per aperitivi, birrerie, concentrate vicino a piazza Regina Margherita.
Qui due tra i pochissimi palazzi restaurati, palazzo Cappa e palazzo Paone dove abitano solo 3 persone.
Ha riaperto la pasticceria Manieri, la pasta all’uovo di via Garibaldi e poco distante la macelleria. Nulla più.
«Ci sono le persone anziane che sono volute rimanere qui che non possono fare la spesa d’inverno se non facendo una scarpinata ai supermercati nella città bassa», dice Tullio Manieri.
«E l’amministrazione non fa niente per far tornare in centro almeno i servizi essenziali alla sopravvivenza come una bottega di alimentari».
Non è una città per anziani. Ma neanche per i bambini convinti che «casa» siano le New Town, in cui sono costretti a vivere dalla nascita.
19 quartieri dormitorio voluti da Berlusconi e Bertolaso, annunciati dal salotto di Porta a Porta la sera stessa di quel maledetto 6 aprile, che cadono a pezzi.
I complessi antisismici
E che, ammette il sindaco, potrebbero anche dover essere abbattute se la manutenzione risultasse antieconomica.
Le hanno chiamate “Case” (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) ma non hanno nulla che ricordi il calore e la sicurezza di quella parola.
Sedicimila aquilani sfollati devono fare i conti tutti i giorni con balconi inagibili (nel settembre 2014 è crollato un balcone a Cese di Preturo, e da allora sono sotto sequestro 800 balconi in cinque insediamenti dell’Aquilano).
Ma anche con infiltrazioni negli appartamenti e nei garage, allagamenti, pavimenti che si scollano, fogne che si intasano.
Sono costate quasi un miliardo di euro. Per il crollo di Cese adesso c’è un’inchiesta aperta, per difetti di costruzione e fornitura di materiali scadenti, con 39 indagati.
Ma c’è anche l’inchiesta sugli isolatori sismici delle Case, installati sotto le piastre delle New Town e che durante alcune prove di laboratorio in California si sono spezzate durante un terremoto simulato.
Poi ci sono i “Map” (Moduli abitativi provvisori), altra sigla sinistra, le casette di legno delle frazioni e dei Comuni. Ma anche li non se la passano bene.
Oggi ancora 6 mila bambini sono nei “Musp”, i Moduli ad uso scolastico provvisorio nati nel settembre del 2009 per il ritorno sui banchi.
Le scuole provvisorie
Nessun istituto è stato ancora ricostruito, nonostante i soldi per farlo, 44 milioni, sono nelle casse comunali da metà del 2013.
L’Aquila piange. Lacrime che si specchiano nelle risate di imprenditori sciacalli che contavano i soldi possibili prima che fossero contati i morti.
Nelle risate della mafia che ha gettato sul territori una rete insidiosa su cui adesso vigila un gruppo di lavoro della Procura ispirato al modello della direzione nazionale antimafia.
Maria Corbi
(da “La Stampa”)
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