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TERREMOTO, L’EMILIA FERITA: “A UN MESE DAL SISMA, CI SENTIAMO GIA’ DIMENTICATI”

Giugno 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI FINALE EMILIA: “SE NON CI AIUTANO SUBITO, QUI SCOPPIA LA RIVOLTA”… SONO DECINE I BAMBINI, IN GRAN PARTE FIGLI DI IMMIGRATI, CHE VIVONO NELLE TENDOPOLI

Erano le quattro, tre minuti e 52 secondi di un mese fa quando la pianura padana scoprì all’improvviso di essere quello che non credeva di essere: una zona sismica. Appena un mese fa, il 20 maggio.
Le troupe televisive sono già  sparite da Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Mirandola, Cavezzo, Medolla, Novi di Modena: e pensare che c’era perfino Al Jazeera.
Pure i giornali si sono un po’ dimenticati: sulle prime pagine di ieri non c’era una riga sul terremoto.
«Mi avevano proposto un collegamento in diretta dalla piazza del paese con la Nazionale per la partita di lunedì», dice Fernando Ferioli, sindaco di Finale Emilia, «ma non ci sono andato. Lo spettacolo non mi interessa. Se parliamo di cose serie, ad esempio di defiscalizzazione per aiutare le nostre imprese a ripartire, benissimo. Se dobbiamo fare miss Italia, no».
Finale Emilia è stato l’epicentro della prima scossa. La sua Torre dei Modenesi, quella con l’orologio spezzato in due, è diventata il simbolo del terremoto: ma solo per qualche ora, perchè poi un’altra scossa l’ha buttata giù del tutto.
È crollato anche il municipio con la torre campanaria, e così le chiese: dieci su dieci. Una donna di 38 anni per lo spavento ha perso il bambino che portava in grembo, e dopo qualche giorno è morta anche lei.
L’ottanta per cento delle aziende sono ferme: le guardi da fuori e ti sembrano intatte, ma dentro è successo il finimondo.
I forni per le ceramiche – roba da chissà  quante tonnellate – si sono spostati e alzati da terra; la fabbrica dell’Averna a Finale ha perso settecentomila bottiglie di liquore. «Il mio paese ha 16.200 abitanti», dice il sindaco, «ma sono pronto a scommettere che presto diventeranno meno di 15.000. Se ne andranno in tanti perchè mancherà  il lavoro».
Racconta che la notte del 20 maggio era in casa con il suo bimbo di tre anni, «che per fortuna non si è svegliato»: sembrava un bombardamento, una scossa dopo l’altra, lui ha mandato un sms alla suocera ed è riuscito a portarle il bambino, poi è corso in piazza «ed era la fine del mondo», Finale Emilia che all’improvviso, in mezzo alla notte, era più trafficata di Roma, tutti in macchina.
Ma l’Emilia è una terra che sa portare la croce senza esibirla.
Chi viaggia verso Finale, a lungo non si accorge di tanto dolore.
La Bassa diffonde il suo solito senso di pace.
Chi esce a Modena nord e segue i cartelli per Finale nelle strade dei campi, vede scorrere ai fianchi i rassicuranti villini con i loro giardinetti, le trattorie di paese, i vigneti di Sorbara dove si fa il Lambrusco.
A San Michele, frazione di Bomporto, tutto è ancora intatto, solo la vecchia chiesa pare pendere da un lato.
Il primo segno del disastro lo vedi a una ventina di chilometri da Finale, in una località  che si chiama Camposanto: il centro del paese è chiuso, lo devi bypassare con una deviazione, ma alla fine del giro un cartello ti riporta alla normalità : «Vendita cocomeri e meloni». In località  Cadecoppi un altro cartello ha invece già  il sapore dell’sos: è di un ristorante e fa capire che hanno bisogno di lavorare, «Questa sera siamo aperti».
È dopo la località  Cabianca («Cà¡ biènca») che il paesaggio cambia davvero: «Polo industriale Finale Emilia», dice un cartello. I capannoni sono tutti su. Ma si capisce che sono inanimati. Anche chi potrebbe avere l’agibilità , per ora non riapre.
Chi si fida? Già  incombeva la crisi, ora c’è pure l’incubo di nuove scosse: e le categorie di studiosi incaricate di analizzare i due fenomeni, l’economia e i terremoti, non brillano ahimè per preveggenza.
Nei suoi viali d’ingresso Finale sembra un paese normale: si vede qua e là  qualche cascina sbriciolata, ma le case appaiono perfette.
Poi però cominci a vedere le tende. I campi allestiti dalla Protezione Civile e dalla Croce Rossa sono cinque, e lì dentro la vita non è facile. Sono in otto per ogni tenda. Intimità , zero. Morale, a non aver niente da fare tutto il giorno, sotto zero. E adesso è arrivato pure il caldo.
Antichi dissapori riemergono: l’altra sera c’è stata una lite fra marocchini e ghanesi. Le scosse che continuano, poi, non aiutano a stemperare il nervosismo: lunedì ce n’è stata una di 3,2, era mezzanotte e non è stato facile riprendere sonno.
Quanti sono gli sfollati qui a Finale?
Ufficialmente quattromila, in realtà  quasi tutti i sedicimila abitanti, perchè anche chi non ha la casa inagibile ha paura e dorme in macchina, oppure si è organizzato in tenda per conto proprio, oppure ancora se ne è andato lontano, fuori dal «cratere», da parenti o amici. Il centro storico è completamente chiuso: «zona rossa».
Ma anche il quartiere dei supermercati è messo male: ed è inagibile pure l’ospedale.
Eppure c’è chi sa trovare del bello: «Vedo la nostra gente forte e coraggiosa, vedo una straordinaria solidarietà », dice don Luca, un giovane prete.
Scorge segnali che solo la fede può scorgere: «Il nostro patrono, San Zenone, ci protegge: la sua statua sul palazzo del Comune, che è crollato, è rimasta intatta. Così come quella della Madonna delle Grazie: anche lei non si è mossa nonostante fosse all’interno del Duomo, che è gravemente danneggiato».
Don Luca ha meno fiducia in un altro genere di statue: «La nostra gente ripartirà  subito se la burocrazia non si mette di mezzo. Oggi il terremoto più tremendo è quello lì: la burocrazia».
«Io sto sburocratizzando tutto», dice il sindaco Ferioli, «ma adesso abbiamo bisogno di aiuti concreti. Sa quanti soldi ci sono arrivati fino ad ora? Zero. E stiamo pagando tutto noi, dalle messe in sicurezza ai cinquemila pasti al giorno. Però così le casse del Comune tra poco saranno vuote».
Si prospetta una scelta difficile: «In teoria, dal primo ottobre dovrei chiedere l’Imu ai miei cittadini. Ma secondo lei posso far pagare le tasse sugli immobili a gente che sta fuori casa, o a ditte costrette a rimanere chiuse? Guardi, la situazione è brutta, e se non si muovono qui presto ci sarà  una mezza rivolta».
Ecco perchè in Emilia hanno paura che di questo terremoto ci si sia già  un po’ dimenticati.

Michele Brambilla
(da “La Stampa”)

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I SOLDI INVIATI VIA SMS AI TERREMOTATI DELL’AQUILA SONO STATI IMBOSCATI DALLE BANCHE

Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile

DOVEVANO ESSERE IMPIEGATI NELLA RICOSTRUZIONE DEI LUOGHI COLPITI DAL SISMA, MA I CINQUE MILIONI DI EURO SONO ANCORA FERMI NEI FORZIERI DELLE BANCHE

Gira e rigira, sono finiti alle banche i 5 milioni di euro arrivati via sms dopo il terremoto dell’Aquila sotto forma di donazione.
E la loro gestione è stata quella prevista da qualsiasi rapporto bancario: non è bastata la condizione di “terremotato” per ricevere un prestito con cui rimettere in piedi casa o riprendere un’attività  commerciale distrutta dal sisma.
Per ottenerlo occorreva — occorre ancora oggi — soddisfare anche criteri di “solvibilità ”, come ogni prestito.
Criteri che, se giudicati abbastanza solidi, hanno consentito l’accesso al credito, da restituire con annessi interessi.
I presunti insolvibili sono rimasti solo terremotati.
Anche se quei soldi erano stati donati a loro.
Il metodo Bertolaso comprendeva anche questo. È accaduto in Abruzzo, appunto, all’indomani del sisma del 2009.
Mentre Silvio Berlusconi prometteva casette e “new town”, l’ex numero uno della Protezione civile aveva già  deciso che i soldi arrivati attraverso i messaggini dal cellulare non sarebbero stati destinati a chi aveva subito danni, ma a un consorzio finanziario di Padova, l’Etimos, che avrebbe poi usato i fondi per garantire le banche qualora i terremotati avessero chiesto piccoli prestiti.
E così è stato.
Le donazioni sono confluite in un fondo di garanzia bloccato per 9 anni.
Un fondo che dalla Protezione civile, due mesi fa, è stato trasferito alla ragioneria dello Stato. La quale, a sua volta, lo girerà  alla Regione Abruzzo.
E di quei 5 milioni i terremotati non hanno visto neanche uno spicciolo.
Qualcuno ha ottenuto prestiti grazie a quel fondo utilizzato come garanzia, ma ha pagato fior di interessi e continuerà  a pagarne. Altri il credito se lo sono visto rifiutare.
L’emergenza
Bertolaso, allora, aveva pieni poteri. Come capo della Protezione civile, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma soprattutto nella veste di uomo di fiducia del premier Silvio Berlusconi.
I primi soldi che Bertolaso si trovò a gestire furono proprio i quasi 5 milioni donati dagli italiani con un semplice messaggio del cellulare.
Ma lui, “moderno” nella sua concezione di Protezione civile, decise che i milioni arrivati da tutta la penisola sarebbero stati destinati al post emergenza e alle banche, non all’emergenza.
Questo aspetto non venne specificato al momento della raccolta, ma Bertolaso avevailpoteredidecidere a prescindere.
Spedì poi un suo emissario alla Etimos di Padova, consorzio finanziario specializzato nel microcredito, che raccoglie al suo interno, attraverso una fondazione, molti soggetti di tutti i colori, da Caritas a Unipol.
I numeri
Quello che è successo in questi 3 anni è molto trasparente, al contrario della richiesta di donazione via sms che non precisò a nessuno dove sarebbero finiti i soldi.
Nemmeno a un ente, la Regione Abruzzo che, paradossalmente, domani potrebbe usare quei soldi per elicotteri o auto blu.
La Etimos, accusata nei giorni scorsi su alcuni blog di aver gestito direttamente il patrimonio, ci ha sì guadagnato, ma non fatica ad ammettere come sono stati usati i soldi: dei 5 milioni di fondi pubblici messi a disposizione del progetto dal dipartimento della Protezione civile, 470 mila euro sono stati destinati alle spese di start-up e di gestione del progetto, per un periodo di almeno 9 anni; 4 milioni e 530 mila euro invece la cifra utilizzata come fondo patrimoniale e progressivamente impiegata a garanzia dell’erogazione dei finanziamenti da parte degli istituti di credito aderenti.
Intanto sono state 606 le domande di credito ricevute (206 famiglie, 385 imprese, 15 cooperative).
Di queste 246 sono state respinte (85 famiglie, 158 imprese, 3 cooperative) mentre 251 sono i crediti erogati da gennaio 2011 a oggi per un totale di 5.126.500 euro (famiglie 89/551mila euro, imprese 153/4 milioni 233mila e 500 euro, cooperative 9/342mila euro).
Infine 99 domande sono in valutazione (68 famiglie, 28 imprese, 3 coop).
Gli aiuti e le banche
Al termine dell’operazione quello che è successo è semplice: i soldi che le persone hanno donato sono serviti a poco o a niente.
Non sono stati un aiuto per l’emergenza, ma — per decisione di Bertolaso — la fase cosiddetta della post emergenza.
Che vuol dire aiuti sì, ma pagati a caro prezzo. Le persone si sono rivolte alle banche (consigliate da Etimos, ovviamente) e qui hanno contrattato il credito.
Ma chi con il terremoto è rimasto senza un introito di quei soldi non ha visto un centesimo. Non è stato in grado neppure di prendere il prestito perchè giudicato persona a rischio, non in grado di restituire il danaro.
Che fine han fatto gli sms?
I terremotati sono stati praticamente esclusi. Se qualcosa hanno avuto lo hanno restituito con un tasso d’interesse inferiore rispetto agli altri, ma pur sempre pagando gli interessi.
Chi ha guadagnato sono le banche, sicuramente, e la Regione Abruzzo che, al termine dei 9 anni stabiliti, si troverà  nelle casse 5 milioni di euro in più.
Vincolati? Questo non lo sappiamo.
Ne disporrà  come meglio crede, sono soldi che entreranno nel bilancio.
La posizione di Etimos
Fino a oggi, scoperto il metodo Bertolaso, il consorzio finanziario Etimos si è preso le accuse. Ma il presidente dell’azienda padovana aspiega che il loro è stato un lavoro pulito e trasparente. “Se qualcuno ha mancato nell’informazione”, dice il presidente Marco Santori, “è stata la Protezione civile che doveva precisare che i soldi erano destinati al post emergenza e non all’aiuto diretto. Noi abbiamo fatto con serietà  e il risultato è quello che ci era stato chiesto”

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PER LE IMPRESE MODENESI SOLO UN MESE PER SALVARSI

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

MULTINAZIONALI GIA’ IN FUGA, PER LE PICCOLE AZIENDE RIPARTIRE E’ ANCORA PIU’ DIFFICILE

Non possiamo aspettare”. Vainer Marchesini chiude il suo intervento all’assemblea di Confindustria Modena con le lacrime in gola.
Presiede il Wam Group, meccanica ad alta tecnologia, 70 mila metri quadri di capannoni vicino Mirandola, in gran parte inagibili, “dopo la scossa di domenica sera non sappiamo neppure più se le certificazioni del giorno prima sono ancora valide, ma noi abbiamo quindici giorni, poi perdiamo il mercato. Arrivano già  le disdette dai clienti”. Nell’auditorium della Banca Popolare dell’Emilia Romagna l’assemblea annuale degli industriali modenesi è a metà  tra la seduta di autocoscienza collettiva e un consiglio di guerra.
Niente cena di gala, poche cerimonie al presidente nazionale Giorgio Squinzi, accolto più come il padrone della Mapei e del Sassuolo Calcio che come capo dell’associazione.
Nella platea mezza vuota e dimessa dell’auditorium le formalità  associative, tra cui la rielezione del presidente Pietro Ferrari, si sbrigano in un attimo, poi si passa al terremoto. La situazione è peggiore di quanto percepito a livello nazionale.
Le multinazionali non sono più disposte ad aspettare, dopo dieci giorni di scosse, danni, polemiche, e stanno cercando altre sedi: Giuliana Gavioli, direttore generale della B. Braun Avitum a Mirandola (prodotti per la dialisi e cura di malattie rare) passa le giornate al telefono coi suoi capi della casa madre, “mi hanno chiamato dopo la scossa di ieri sera, chiedono quando finirà , come si può lavorare così”.
Non ci sono risposte, ovviamente.
Convincere le multinazionali sarà  dura, ma per i piccoli ripartire rischia di essere impossibile: Nicoletta Razzaboni è titolare della Cima, producono strumenti per la gestione del denaro (contabanconote, dispositivi di sicurezza), 85 dipendenti.
Due stabilimenti, uno inagibile, lo stanno già  demolendo. Negli anni quasi tutta la produzione di componenti è stata appaltata all’esterno, a piccolissimi fornitori di meccanica di precisione.
“Dobbiamo ripartire noi per far ripartire loro”, dice la Razzaboni. Ma in questa catastrofe a matrioska ogni livello ha difficoltà  maggiori di quello superiore: si è rotto un delicato equilibrio di subfornitura e relazioni personali decennali.
La logica dei distretti, che nelle università  chiamano di “competizione”, un po’ cooperazione un po’ concorrenza, può salvare però alcuni settori. Sergio Sassi, della Emilceramica di Fiorano, delinea un modello di sopravvivenza inedito ma che da queste parti non sembra assurdo: i concorrenti si devono aiutare tra loro, chi ha le linee produttive intatte può aiutare chi ha gli stabilimenti bloccati, meglio permettere al distretto di vivere che approfittare della crisi degli avversari.
“Ci vuole una delocalizzazione temporanea presso i concorrenti”, dice Sassi, che può offrire i suoi capannoni intatti di Fiorano (sul primo appennino modenese) agli imprenditori di piastrelle ferraresi di Sant’Agostino, bloccati dal sisma.
La questione più urgente è quella della sicurezza , “non ci stiamo a essere criminalizzati, siamo tornati al lavoro dopo i controlli previsti a norma di legge”, dicono tutti.
Il problema è che la norma non considerava il modenese una zona sismica. Il “tormento” degli imprenditori e delle istituzioni, come lo chiama il presidente del consiglio regionale Matteo Richetti, è il seguente: se si riaprono i capannoni subito, dopo i controlli (analoghi a quelli seguiti alla scossa del 20 maggio), non c’è alcuna garanzia che reggano meglio di fronte a nuovi terremoti, a rischio di nuove tragedie.
Ma se si tengono chiusi, per dare tempo ai lavori che li rendano antisismici, le imprese perderanno ordinativi e gli operai saranno sicuri ma disoccupati.
Giovanni Ferrari è il presidente della Lameplast, un piccolo colosso della chimica da 320 dipendenti, ha anche uno stabilimento a Miami: “I grandi compratori americani e la distribuzione tedesca possono aspettare un mese-un mese e mezzo. Poi li perdi.
Se il governo ci impone la nuova normativa antisismica significa che non ha capito nulla, ci vorranno mesi di lavori, non possiamo far aspettare tanto i committenti”.
L’intervento più urgente per salvare l’economia emiliana non dipende però dal governo: devono finire le scosse, oppure ogni volta si ricomincia da capo, tra certificazioni e polemiche.
Anche la resistenza psicologica di imprenditori e politici comincia a vacillare, come i capannoni.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA: “COINVOLGERE E IMPEGNARE I DETENUTI NON PERICOLOSI NELLA RICOSTRUZIONE”

Giugno 4th, 2012 Riccardo Fucile

TERREMOTO IN EMILIA: LA PROPOSTA DEL MINISTRO SEVERINO… E NELLE CARCERI DELLE ZONE COLPITE “CELLE APERTE GIORNO E NOTTE”

Coinvolgere i detenuti delle carceri dell’Emilia-Romagna nell’opera di ricostruzione delle zone terremotate.
Lo propone il ministro della Giustizia, Paola Severino, durante la visita al carcere della Dozza di Bologna.
«Vorrei lanciare un’idea – dice il ministro – quella di rendere utile la popolazione carceraria, quella non pericolosa, per i lavori di ripresa del territorio».
E ancora: «Momenti come questi potrebbero vedere anche parte della popolazione dei detenuti tra i protagonisti di un’esemplare ripresa».
«Vorrei che fossero coinvolte tutte le carceri della regione e se fosse possibile non solo» dice il ministro, pur precisando che si tratta di una «piccola idea» di cui si deve ancora discutere con i direttori e i provveditori.
«Ho sempre pensato che il lavoro carcerario sia una risorsa per il detenuto, un vero modo per portarlo alla risocializzazione e al reinserimento nella società » aggiunge il Guardasigilli.
Facendo l’esempio di Bologna il bacino di detenuti in cui si potrebbe pescare escluderebbe per Severino i 101 detenuti in alta sicurezza e potrebbe riguardare i 246 tossicodipendenti o il 57% di extracomunitari che compongono la popolazione carceraria della Dozza.
Si potrebbe lavorare, spiega «su queste due fasce».
Nel frattempo Severino annuncia alcuni provvedimenti per la sicurezza dei detenuti nelle zone colpite dal terremoto.
«Abbiamo fatto in modo che tutte le celle rimangano aperte di giorno e di notte. Non possiamo aggiungere al carcerato anche l’angoscia della claustrofobia» spiega il ministro della Giustizia.
Chi è in cella «sa di non poter andare da nessuna parte», aggiunge.
Al via già  da lunedì, inoltre, lo spostamento di circa «350 detenuti nelle carceri di altre regioni e un rinforzo alla polizia penitenziaria impegnata in Emilia-Romagna». Provvedimenti d’emergenza «per alleggerire la situazione carceraria» e «per dare sollievo», spiega ancora Severino.
Fa il punto su nuovi interventi anche il ministro degli Interni Annamaria Cancellieri: «Ne parleremo presto in consiglio dei Ministri. Non ci sono al momento novità  sul piano dell’emergenza e della ricostruzione».
Sui controlli e l’opera anti-sciacallaggio, inoltre, il ministro non esclude l’invio di nuovi militari dell’esercito: «Dipende dalle situazioni. Ad oggi dove i Prefetti hanno fatto richiesta hanno ottenuto i militari».

(da “Il Corriere della Sera”)

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IL FISCO PREMIA CON 285 MILIONI DI EURO LE CONCESSIONARIE DELLE SLOT MACHINE

Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile

DUE DECRETI DEL GOVERNO BERLUSCONI FANNO PIOVERE CIFRE DA CAPOGIRO SULLE SOCIETA’ CHE GESTISCONO LE MACCHINETTE DELL’AZZARDO… MASSIMA BENEFICIARIA LA BPLUS DI CORALLO, LATITANTE PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Ci sono 285 milioni di euro che potrebbero essere destinati alla ricostruzione dell’Emilia. Sono lì nelle casse del governo, e potrebbero essere usati per aiutare le popolazioni colpite dal doppio sisma di martedì scorso e del 20 maggio.
E invece il tesoretto sarà  distribuito ai concessionari delle slot machine mentre il conto del terremoto sarà  pagato dai soliti grazie all’aumento delle accise sui carburanti.
Il primo tesoretto da 62 milioni.
Proprio il giorno dopo la prima scossa in Emilia, l’associazione di categoria delle imprese del settore slot, l’Assotrattenimento, ha emesso un comunicato entusiasta sintetizzato così dalle agenzie di stampa: “I gestori delle slot machine avranno un rimborso da 133 milioni di euro, grazie agli oltre 29,7 miliardi di euro raccolti dalle ‘macchinette’ nel 2011”.
Il decreto anti-crisi del governo Berlusconi del novembre 2008 prevede, infatti, un meccanismo diabolico che riduce l’aliquota delle tasse sugli introiti delle slot machine, quando la raccolta aumenta. Il tesoretto deriva quindi dalla riduzione dell’aliquota dal 12,6 per cento al 12,15 della raccolta grazie al boom del gettito del 2011, più 8,3 miliardi rispetto al dato di riferimento del 2008.
In realtà , secondo i calcoli dell’Azienda Autonoma dei Monopoli di Stato, il rimborso per i gestori sarebbe pari alla metà . Il direttore dell’Aams, Raffaele Ferrara, è in partenza.
Per lui è pronta la poltrona di amministratore di Fintecna Immobiliare. Ma i tecnici dell’Aams raggiunti dal Fatto in questo clima di smobilitazione, spiegano che “la differenza tra gli acconti versati finora e quella dovuta sulla base dell’aliquota ridotta non è di 133 milioni ma solo di 61 milioni e 922 mila”.
Una montagna di soldi comunque che dovrà  essere girata dai concessionari delle slot alle imprese dei gestori che installano le slot nei bar e raccolgono le monetine.
Ma non c’è alcuna ragione logica per attribuire i benefici della crescita delle giocate a chi già  ha guadagnato tanto in questi anni grazie al boom del gioco mentre le conseguenze negative sul piano sociale ricadono sulla comunità .
Il secondo tesoretto da 233 milioni di euro. Sempre dall’Aams però fanno notare che ai 62 milioni bisogna aggiungere un secondo tesoretto ben più consistente che sta per essere restituito proprio ai concessionari delle slot: 223 milioni di euro (poco meno dei danni strutturali in Emilia della prima scossa del 20 maggio) che lo Stato pagherà  per il raggiungimento dei livelli di servizio da parte dei concessionari .
La somma è attribuita grazie a un decreto del precedente governo Berlusconi del dicembre 2005 che premiava con lo 0,5 per cento della raccolta le concessionarie che investivano sulla rete telematica attraverso la quale devono controllare le slot sparse nei bar della penisola.
Grazie a questa norma, modificata nel 2008, sempre da Berlusconi, in seguito alle rimostranze dell’Unione europea, se le slot sono collegate correttamente alla rete dei concessionari e trasmettono i dati al cervellone della Sogei, cioè se fanno semplicemente il loro dovere rispettando gli obblighi della convenzione con i Monopoli, ai concessionari spetta un premio pari fino allo allo 0,5% della raccolta dell’anno.
Questa somma per l’anno 2011 dovrebbe essere pari a 223 milioni.
Entrambi i tesoretti dovranno essere divisi tra i concessionari pro quota: alla BPlus di Francesco Corallo andrà  il 24,3 per cento delle somme; a Lottomatica il 15 per cento; alla Hbg il 9,6 per cento; alla Gamenet il 12,8 per cento; alla Cogetech il 9,6 per cento; alla Snai il 7,1 per cento. Alla Gmatica il 5,3 per cento; a Codere il 2,6 per cento.
La condanna da 2,5 miliardi.
Il paradosso è che la Corte dei conti nel febbraio scorso ha condannato i medesimi concessionari a pagare 2,5 miliardi perchè molte slot non hanno trasmesso i dati alla rete controllata dalla Sogei per mesi, talvolta per anni, impedendo il controllo di legalità  sulle giocate dalla fine del 2004 fino al 2006. Il leader del mercato delle slot, la Bplus di Francesco Corallo, inseguito da un mandato di cattura emesso lunedì scorso dal Gip di Milano per associazione a delinquere, è stata condannata in primo grado a pagare 845 milioni di euro. La sentenza è stata impugnata e la sua efficacia è sospesa, ma un’eventuale conferma del verdetto in via definitiva porterebbe probabilmente al dissesto di Bplus e di molti concessionari.
Per la Corte dei conti, Cogetech deve 255 milioni; Sisal 245 milioni; Gamenet 23 milioni; Snai 210 milioni; Hbg 200milioni; Gmatica 150 milioni; Cirsa 120 milioni; Codere 115 milioni e Lottomatica 100 milioni.
Le stesse dieci concessionarie che incasseranno tra breve dall’Aams 223 milioni per l’assolvimento dei livelli di servizio nel 2011 devono ancora pagare — per i giudici contabili di primo grado — una somma dieci volte maggiore per l’inadempimento del periodo 2004-2006.
Per fare un esempio, Bplus ha già  incassato un centinaio di milioni di euro per il riconoscimento da parte di Aams dei livelli di servizio negli anni passati (secondo i bilanci, 51 milioni per il 2007-2008 e 37 milioni per il solo 2009) e potrebbe incassare altri 55 milioni di euro per il 2011 mentre — per la Corte dei conti — deve pagare 845 milioni per i suoi inadempimenti passati.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BASTA ESAGERAZIONI, L’EMILIA NON E’ SCOMPARSA

Giugno 2nd, 2012 Riccardo Fucile

TUTTO VIENE ENFATIZZATO A DISMISURA, A PARTIRE DALLA PAURA DELLA GENTE

Nelle ultime due settimane in Emilia Romagna ci sono stati 24 morti e danni per svariati miliardi di euro; gli sfollati sono quindicimila.
Bastano queste cifre per dire che una situazione è grave e degna di attenzione da parte di tutti gli italiani? Evidentemente no, non basta.
Così sono giorni che in tv, alla radio e sui giornali si sente parlare di «interi paesi cancellati dalle carte geografiche», o più sobriamente «rasi al suolo».
Ho sentito dire che Cavezzo, dov’ero appena stato, «non esiste più».
Ci sono titoli sui siti web – anche, ahimè, dei grandi giornali – che parlano di migliaia di emiliani che «soffrono la fame», di «assalti di sciacalli alle case danneggiate».
Mi domando se chi dice e scrive queste cose sia stato davvero in questi giorni a Mirandola, Cavezzo, Rovereto sul Secchia, Medolla, Carpi.
Paesi che hanno subito danni ingentissimi e molti lutti: ma che esistono ancora.
Paesi popolati da persone in difficoltà : ma non ridotte alla fame.
Paesi in cui i capannoni crollati sono per fortuna una piccolissima percentuale, non la norma.
Paesi in cui le abitazioni private hanno tenuto, grazie al cielo: anzi, grazie agli emiliani che le hanno costruite meglio che altrove.
C’è stato un terremoto, e basterebbe usare questa parola, terremoto: ce ne sono molte altre che incutono più terrore?
E invece no: si parla di inferno, di un mondo spazzato via, di un’intera regione in ginocchio.
Non è così: provate a girare per tutta l’area, da Modena fino su ai paesi dell’epicentro, e vedrete un film che non è quello che viene raccontato.
Un film drammatico, certo. Ma perchè dire e scrivere che è come il Friuli, l’Irpinia, L’Aquila? In Friuli ci furono mille morti, centomila sfollati, 18.000 case completamente distrutte, 75.000 gravemente danneggiate.
In Irpinia tremila morti, 280.000 sfollati, 362.000 abitazioni distrutte o rese inagibili. L’Aquila è ancora oggi, quella sì, una città  in ginocchio.
L’Emilia no: la gente che vi abita ha paura, e questo è comprensibile, ma le grandi città  sono intatte, il 95 per cento dei paesi pure, eppure l’altra sera in tv abbiamo sentito parlare (testuale) di «una regione distrutta».
Tutto viene enfatizzato a dismisura, a partire dalla paura della gente, che già  ha buoni motivi per avere paura.
L’altra notte l’ho trascorsa in piedi fra la gente in tenda.
Una notte certamente disagevole, soprattutto per la preoccupazione per il futuro. Ma non ho visto alcuna scena di panico. La mattina alle nove accendo la radio e sento: «Notte di terrore nelle tendopoli per sessanta nuove scosse». Che ci sono state, ma non tali da essere percepite.
Non si tratta di sminuire la gravità  di quello che è accaduto, ma di evitare che ai danni del terremoto si aggiungano quelli di un’informazione drogata.
L’altra sera parlavo con Michele de Pascale, assessore al Turismo del Comune di Cervia. Mi diceva di non capire la contraddizione: «Stiamo accogliendo nei nostri alberghi gli sfollati perchè qui da noi sono al sicuro. Poi riceviamo disdette per quest’estate: i clienti hanno sentito in tv che l’Emilia è distrutta. L’altro giorno un albergatore mi ha detto che lo hanno chiamato dalla Germania per annullare la prenotazione e hanno chiesto: ma siete ancora vivi?».
Domande alle quali ne aggiungo una diretta umilmente alla categoria di cui faccio parte: vogliamo davvero aiutare gli emiliani a ripartire?
Atteniamoci ai fatti.
Sono già  abbastanza gravi che non c’è bisogno di metterci il carico.

Michele Brambilla
(da “La Stampa”)

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LA MAPPA SISMICA? E’ FACOLTATIVA

Giugno 2nd, 2012 Riccardo Fucile

LA CARTA C’E’, MA GLI ENTI LOCALI DEVONO COMPLETARLA CON LE MISURE DEL PROPRIO TERRITORIO… RITARDI E INTOPPI, LE REGIONI NON SONO OBBLIGATE A VALUTARE I RISCHI

Il punto di riferimento per la valutazione dei terremoti lungo la penisola è la mappa di pericolosità  sismica preparata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e in vigore dal 2003.
La lunga sequenza di scosse, alcune delle quali hanno sfiorato il sesto grado di magnitudo della Scala Richter, ha posto la domanda se la mappa oggi in uso sia da aggiornare e non rispecchi più i possibili pericoli del territorio.
Questo emerge anche dal fatto che nell’ultimo anno la Pianura Padana ha tremato molte volte con intensità  inusuali rispetto ai deboli movimenti di fondo che la caratterizzava maggiormente in passato.
Nel 2003 nasce la mappa.
La mappa era stata compilata prima nel 2003 e raccoglieva gli studi condotti in precedenza dai geologi dell’Ingv nei quali era già  indicata una pericolosità  per l’area oggi bersagliata.
Ma essendo rimasta nei cassetti perchè la politica, nonostante i solleciti, non la considerava per trasformarla in un regolamento amministrativo, le sue valutazioni scientifiche non erano utilizzate.
Ci voleva il terremoto di San Giuliano di Puglia, nel Molise, nel 2002 con la scuola crollata e la morte dei 27 bambini assieme alla loro maestra, perchè il documento dell’Ingv venisse tirato fuori dai cassetti e un’ordinanza della Protezione civile firmata dal presidente del Consiglio lo trasformasse nella mappa che stabilisce la classificazione sismica del territorio.
Era, appunto, il 2003 e nella quarta zona inserita compariva l’area emiliana (che nella precedente ricognizione degli anni Ottanta del Cnr divisa in tre zone non era considerata) con una probabilità  indicata intorno ad una magnitudo massima di 6.2 della scala Richter. Quindi quanto sta accadendo rientra nelle valutazioni allora espresse.
Caratteristiche di base
Ma la mappa, formalmente accettata nel 2004 anche dalla Commissione Grandi Rischi e da esperti internazionali, ha caratteristiche generali per tutto il territorio nazionale tanto che parte da una considerazione teorica con il suolo piatto e su roccia.
«Quindi – spiega Carlo Meletti, primo tecnologo dell’Ingv – il documento offre dei dati di base sul pericolo su cui si deve costruire il dettaglio».
E qui dovevano e devono entrare in scena Comuni e Regioni i quali considerano le specifiche caratteristiche delle loro zone e aggiungono i dati che «personalizza» la carta nazionale descrivendo così la realtà  in modo più preciso, per quello che loro appunto compete, e consente la costruzione di regole costruttive rispondenti al tipo di ambiente in cui si agisce.
Questo lavoro può essere assegnato a liberi professionisti ed è molto importante perchè è solo in base a queste aggiunte di dati che si può stabilire come le caratteristiche locali possono amplificare un terremoto in base alla natura del luogo.
La pubblicazione nel 2006
Nel 2006, di nuovo finalmente, la mappa veniva pubblicata dalla Gazzetta ufficiale, prima era reperibile sul sito dell’Ingv, senza il crisma dell’atto pubblico.
A questo punto un’altra ordinanza stabiliva che da quel momento le Regioni dovevano far riferimento alla mappa nelle loro operazioni edilizie ma non esisteva un obbligo; cioè potevano anche ignorarla se preferivano.
E questo per un bisticcio fra leggi: una legge nazionale non può interferire con i provvedimenti regionali. Infatti già  l’invito dell’Ordinanza a dover prendere in considerazione il documento era stato mal digerito.
La microzonizzazione del territorio
Intervenne comunque una legge ad incentivare l’avvio di un lavoro prezioso e indispensabile.
Battezzata «Legge Abruzzo» garantiva alle zone con maggiore pericolosità  (quelle che superavano il valore 125 indicato dalla mappa di base) per elaborare i dati aggiuntivi locali.
«Questa operazione – aggiunge Carlo Meletti – è stata battezzata microzonizzazione proprio perchè arriva a descrivere nei minuti particolari il territorio suggerendo le indicazioni più opportune. Ora la microzonizzazione, di pertinenza delle Regioni e dei Comuni è stata avviata in alcune località  ma non dovunque. In qualche raro caso come la Regione Lazio la microzonizzazione è diventata un obbligo».
Un passo avanti dopo L’Aquila
Un altro passo avanti intervenuto dopo il terremoto a L’Aquila: sono state introdotte nuove tecniche di valutazione arrivando anche a considerare quei fenomeni di liquefazione di cui si è parlato nei giorni scorsi.
Solo dopo questa data le «Norme tecniche per le costruzioni», deliberate nel 2008, entrano in vigore in tutta la Penisola.
Già  l’applicazione delle regole sismiche del 2003 aveva proceduto a rilento perchè, paradossalmente, era rimasta pure in vigore la possibilità  di far riferimento alle norme precedenti.
«Ed è a causa di tutti questi ritardi – precisa una nota dell’Ingv – che nelle zone colpite in questi giorni si è accumulato un notevole deficit di protezione sismica, che è in parte responsabile dei danni avvenuti».
E aggiunge come un avvertimento che «una situazione analoga interessa un notevole numero di Comuni, localizzati principalmente nell’Italia settentrionale».
Una Carta ancora da fare
Resta un altro punto emerso con decisione negli ultimi giorni.
E cioè l’opportunità  di trasformare l’attuale mappa del pericolo sismico che segnala appunto il potenziale pericolo di una zona in base alle statistiche dei terremoti già  avvenuti in passato, in una mappa del rischio sismico il quale deve tener conto dei parametri economici dell’area; cioè deve considerare oltre gli insediamenti abitativi anche quelli produttivi.
Questo è uno sforzo ancora da compiere e che deve coinvolgere ingegneri, economisti ed esperti vari.
Solo a quel punto esisterebbe il preciso valore di rischio da cui partire per scrivere dei regolamenti anche più restrittivi, ad esempio, negli insediamenti industriali mettendoli al riparo dai possibili danni dai quali oggi non sono tutelati proprio per una regolamentazione insufficiente.

Giovanni Caprara
(da “Il Corriere della Sera“)

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UNA TASSA E’ PER SEMPRE: BENZINA, QUELLE ACCISE STRAORDINARIE PER I TERREMOTI CHE RESTANO NEI SECOLI

Maggio 31st, 2012 Riccardo Fucile

TASSA DI DUE CENTESIMI AL LITRO PER IL SISMA IN EMILIA, MA LO STATO INCASSA ANCORA PER IL FRIULI, IL VAJONT E L’ABISSINIA

Due centesimi di euro al litro possono non sembrare una gran cifra, ma l’accisa relativa al terremoto che ha colpito martedì l’Emilia Romagna tra il 20 e il 29 maggio va ad aggiungersi a una lunga serie di imposte sulla fabbricazione e vendita del carburante che datano indietro anche di trent’anni. O Settanta.
QUANT’È IL PESO SUL DISTRIBUTORE
La tassa per la ricostruzione del modenese e del ferrarese si somma, infatti, a quelle di altri sismi e catastrofi.
Già  a febbraio, prima quindi della recente emergenza, il Senato si era trovato a discutere numerose mozioni riguardanti proprio le accise dei carburanti nelle zone di confine.
Una delle mozioni chiedeva al governo di porre in atto agevolazioni per i residenti nelle zone di confine, che preferivano andare all’estero a rifornirsi piuttosto che pagare imposte e Iva (perchè un’accisa è anche soggetta a Iva) fino al 65-67 per cento del valore del carburante.
Ed elencava nel dettagli i balzelli che affliggono le pompe.
GUERRE COLONIALI E ALLUVIONI
Le tasse sul carburante sono, denunciava la mozione 558, pari a due terzi del totale, e buona parte di esse sono legate a eventi straordinari del passato divenuti poi introiti ordinari: la guerra di Abissinia in epoca coloniale (1935) e le missioni delle truppe italiane in Bosnia e in Libano (1996) tra i finanziamenti straordinari dell’esercito, e la crisi del canale di Suez del 1956 tra gli eventi strettamente legati al mondo petrolifero.
Ma anche eventi drammatici della storia italiana: il disastro del Vajont (1963); l’alluvione di Firenze (1966); gli aiuti legati ai terremoti del Belice (1968), del Friuli (1976) e dell’Irpinia (1980).
Con l’eccezione poco consolatoria delle missioni all’estero, si tratta di eventi di oltre trent’anni fa, con un picco ai 77 anni della guerra d’Africa, ben più anziana della Repubblica.
Queste accise hanno un peso diretto di circa 25 centesimi al litro, e vanno sommate al decreto Salva Italia dello scorso anno (9,9 centesimi) e a imposte regionali come quelle legittimamente inserite, per esempio, da Liguria e Toscana per coprire i costi delle alluvioni di novembre 2011. Più specificamente, lo scorso anno le tasse sul carburante sono aumentate quattro volte: con il fondo per lo spettacolo (0,92 centesimi in due aumenti successivi), con la guerra in Libia (4 centesimi), con la già  citata alluvione di Genova e delle Cinque Terre (0,89 centesimi) e appunto con il Salva Italia.

Maria Strada
(da “Il Corriere della Sera”)

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TERREMOTO IN EMILIA: IN GINOCCHIO IL SISTEMA PRODUTTIVO DELLA REGIONE

Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile

SI PARLA DI OLTRE 2 MILIARDI DI DANNI E CIRCA 20.000 PERSONE RIMASTE SENZA LAVORO

Colpito mentre cominciava a rimettersi in piedi il sistema produttivo emiliano dovrà  purtroppo rivedere drammaticamente in peggio un conto dei danni che aveva appena iniziato a delinearsi con un minimo di chiarezza.
Dopo la prima scossa la situazione era la seguente: danni fino a due miliardi di euro tra industria, agricoltura e commercio, un capannone su quattro crollato o inagibile e 14mila posti a rischio nelle province di Modena e Ferrara che contano complessivamente 45mila occupati.
Tutte queste cifre sono destinate a peggiorare ma per sapere in quale misura bisognerà  attendere le prossime ore.
La Confindustria Modena parla però intanto di “una situazione molto peggiorata rispetto al primo terremoto” e di danni per l’industria a spanne almeno triplicati rispetto ai 500 milioni della scorsa settimana.
Il quadro più compromesso sembra essere quella del distretto biomedicale di Mirandola dove 5000 persone lavorano ad una produzione d’eccellenza che vale circa 800 milioni di euro l’anno.
Già  la scorsa settimana, 9 aziende su 10 erano state costrette a fermarsi e oggi il presidente di Assobiomedica Stefano Raimondi ha affermato: ”I danni subiti dalle aziende biomedicali che si trovano nella zona interessata dal sisma sono considerevoli. Siamo preoccupati per i rifornimenti di prodotti ai pazienti per alcune patologie, in particolare la dialisi”.
Gravi difficoltà  anche per la meccanica dove secondo l’assessorato al lavoro della Regione sono a rischio non meno di 5000 posti.
Le linee di montaggio dei big come Ferrari, o Lamborghini si sono fermate, almeno ad ora, solo per motivi precauzionali. Il cosiddetto sistema “just in time” prevede poche scorte in magazzino contando su forniture continue e puntuali. Basta che si inceppi un ingranaggio e un fornitore manchi una consegna e tutto il meccanismo si blocca. Rischia invece di veder vanificati i suoi sforzi il distretto della ceramica concentrato nell’area di Sassuolo.
Qui gran parte delle produzioni erano state rimesse in moto a tempo di record scongiurando la perdita di 1500 posti di lavoro temuta inizialmente.
Ora bisognerà  probabilmente ricominciare tutto da capo.
Quanto all’agricoltura sono ancora negli occhi di molti le immagini delle 300 mila forme di parmigiano reggiano andate perse lo scorso 20 maggio a causa del crollo delle strutture che le ospitavano.
Le primissime stime sulle conseguenze del sisma odierno parlano di altre 500 mila forme perse.
La stima iniziale di 200 milioni di danni è cresciuta, dice Coldiretti, fino a mezzo miliardo di euro. Così come andrà  alzato e di molto il conteggio delle perdite per l’intero settore agricolo sinora quantificate in un altro mezzo miliardo di euro.
Andranno purtroppo rifatti anche i calcoli dei danni subiti dalle imprese del commercio, del turismo e dei servizi che fino a ieri ammontavano a 300 milioni di euro con il 90% delle attività  bloccate nelle zone più vicine all’epicentro.
L’impatto economico del nuovo disastro potrà  ovviamente essere attenuato dalle contromisure che governo, enti locali e banche metteranno in campo.
Prima del sisma di questa mattina il governo aveva stanziato una prima tranche di aiuti da 50 milioni di euro e il rinvio di alcuni adempimenti fiscali.
Il sistema bancario aveva invece annunciato la sospensione di rate di mutui ipotecari per 800 milioni di euro e l’apertura di linee di credito a tassi agevolati per imprese e popolazione delle aree colpite.
Misure che sono state giudicate però ampiamente insufficienti da sindacati e organizzazioni imprenditoriali locali e che da questa mattina lo sono ancora di più.

Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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