CHI E’ PETER MAGYAR, L’UOMO CHE DOPO 16 ANNI PUO’ SMANTELLARE IL SISTEMA CRIMINALE DI POTERE DI ORBAN
IN TESTA NEI SONDAGGI, DOMANI SI VOTA IN UNGHERIA, MA SI TEMONO I BROGLI ELETTORALI DEL SERVO DI PUTIN
A 24 ore dalle elezioni ungheresi del 12 aprile, il sistema politico costruito da Viktor
Orbán in più di quindici anni sembra mostrare crepe per la prima volta. Nonostante le visite di JD Vance e il sostegno statunitense al primo ministro Orbán, alcuni sondaggi indicano uno svantaggio di circa il 10% per il premier uscente. A metterlo in difficoltà è il partito Tisza guidato da Péter Magyar. Magyar ha 45 anni e fino al 2024 era interno al sistema di potere di Fidesz, il partito di Orbán, mentre oggi è il leader del partito Tisza. I sondaggi mostrano un testa a testa, segno di un cambiamento negli equilibri politici del Paese.
Chi è Péter Magyar
Péter Magyar è un avvocato nato a Budapest nel 1981, cresciuto in una famiglia con forti legami nel mondo politico e istituzionale ungherese. Il suo padrino fu Ferenc Mádl, presidente della Repubblica tra il 2000 e il 2005 ed è stato sposato con Judit Varga, ministra della Giustizia tra il 2019 e il 2023, figura centrale del governo. La sua carriera politica nasce all’interno di Fidesz a cui aderisce nei primi anni duemila durante gli studi in giurisprudenza. Nel corso degli anni successivi lavora tra Budapest e Bruxelles, occupandosi anche dei rapporti tra il governo ungherese e le istituzioni europee. In particolare, nel 2011 si trasferisce a Bruxelles durante la presidenza ungherese del Consiglio dell’Ue, dove lavora alla
Rappresentanza Permanente dell’Ungheria presso l’Unione europea e collabora nei rapporti politici con le istituzioni comunitarie. Al suo ritorno in Ungheria, entra anche nei consigli di amministrazione di diverse aziende di Stato. Per più di vent’anni, quindi, Magyar non è una figura esterna al sistema, ma parte integrante della sua struttura politica e amministrativa.
La rottura con Orbán e l’ascesa di Tisza
La rottura avviene nel 2024 e coincide con uno dei più gravi scandali politici degli ultimi anni in Ungheria. Il caso riguarda la concessione della grazia da parte della presidente della Repubblica Katalin Novák a un uomo condannato per aver coperto abusi su minori in una casa famiglia statale.
Lo scandalo ha un effetto a catena: Novák si dimette e anche Judit Varga lascia la scena politica. È proprio in questa fase che Magyar decide di esporsi pubblicamente. Pur essendo ormai separato dalla ex moglie, ne prende le difese e accusa l’establishment di aver usato le dimissioni delle due donne come capro espiatorio per proteggersi. Da quel momento rompe con Fidesz, lascia tutti i suoi incarichi e annuncia pubblicamente la fine della sua appartenenza al sistema politico che aveva servito per oltre due decenni
In pochi mesi, questa trasformazione personale si traduce in un progetto politico. Magyar entra in Tisza, una formazione nata nel 2020 ma fino ad allora marginale, che diventa rapidamente il contenitore della nuova opposizione. La crescita culmina alle elezioni europee del 2024, dove Tisza ottiene circa il 30% dei voti ed elegge sette eurodeputati.
Perché Orbán è alle strette
La difficoltà di Orbán non nasce con l’ascesa di Magyar, ma viene da più lontano e riguarda una serie di fattori che negli ultimi anni hanno indebolito la sua posizione. Dopo oltre quindici anni al potere, il premier deve fare i conti con un contesto più fragile, segnato da scandali e accuse di corruzione. A questo si aggiunge un rallentamento dell’economia ungherese, messa sotto pressione dall’inflazione e dalla riduzione dei fondi europei, che ha contribuito a erodere il consenso interno. Infatti, il rapporto sempre più teso con l’Unione europea, che ha portato al congelamento di 1 miliardo di euro di fondi destinati all’Ungheria a causa delle
violazioni dello stato di diritto. Sul piano internazionale, la linea del governo, spesso ambigua nei confronti della Russia e critica verso il sostegno occidentale all’Ucraina, ha contribuito ad aumentare l’isolamento del Paese. Magyar ha costruito la sua proposta politica proprio su queste criticità, accusando Orbán di aver trasformato lo Stato in uno strumento al servizio di una ristretta cerchia di potere. Le sue denunce, unite a una crescente insoddisfazione interna, hanno reso possibile quello che fino a poco tempo fa sembrava impossibile: un reale equilibrio nei sondaggi tra governo e opposizione.
Magyar tra cambiamento e continuità
Nonostante si presenti come il principale interprete del cambiamento, Péter Magyar non rappresenta una rottura completa con il sistema politico da cui proviene. Il suo partito propone un riavvicinamento all’Unione Europea e alla Nato, con l’obiettivo di ricostruire la fiducia internazionale e rilanciare il ruolo dell’Ungheria in Europa, arrivando a ipotizzare anche l’ingresso nell’eurozona entro il 2030.
Allo stesso tempo, però, emergono elementi di continuità con la linea di Orbán. Su temi come la guerra in Ucraina e la migrazione, Magyar mantiene posizioni prudenti, evitando una distanza netta dal governo. Anche al Parlamento europeo, i rappresentanti di Tisza hanno in alcuni casi votato in modo simile a Fidesz, soprattutto su questioni legate alla sovranità nazionale e alla gestione dei flussi migratori.
Una scelta strategica sia per intercettare un elettorato conservatore diffidente verso i cambiamenti, sia per ridurre il rischio di esporsi direttamente alle critiche della macchina della propaganda di Fidesz. In campagna elettorale, Orbán ha cercato di sfruttare queste ambiguità, presentandosi come garante della stabilità e accusando il suo sfidante di essere vicino a Bruxelles. Magyar, dal canto suo, insiste sulla necessità di un cambiamento profondo, puntando su trasparenza e rinnovamento politico. Il voto del 12 aprile stabilirà se questa sfida rappresenta davvero una svolta storica per l’Ungheria o solo il momento più difficile affrontato finora da Orbán.
(da agenzie)
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