COP30, INTERVISTA A TELMO PIEVANI: “I POVERI PAGANO IL 90% DELLA CRISI CLIMATICA. L’ITALIA? NON HA UN PIANO”
“PAESE SENZA STRATEGIA CHE RINCORRE I DISASTRI”
Chi pagherà i costi della crisi climatica? E quale sarà in futuro il ruolo delle due
principali potenze del pianeta, USA e Cina? Sono le domande centrali alle quali le delegazioni che stanno partecipando alla COP30 in Brasile devono cercare di dare una risposta nei prossimi giorni. I Paesi più poveri chiedono risorse e risarcimenti per danni che subiscono, ma che non hanno causato, mentre gli stati più ricchi giocano una partita tutta geopolitica che rischia di lasciare indietro proprio chi oggi subisce gli impatti più duri. E l’Italia? È tra i Paesi più esposti d’Europa, ma continua a rinviare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, a investire solo dopo le emergenze e a trattare la prevenzione come un costo politicamente poco redditizio, anziché come l’unico modo per evitare grandi tragedie.
Per capire cosa stia accadendo a livello globale e quali ricadute avranno queste scelte – o indecisioni – sul futuro del pianeta, abbiamo parlato con Telmo Pievani, evoluzionista e filosofo della scienza. Con lui analizziamo il vuoto lasciato dagli USA, l’ascesa della Cina, la debolezza europea e soprattutto l’enorme questione economica e politica che la COP30 mette davanti a tutti: chi deve pagare per una crisi che i più poveri stanno già scontando?
Professor Pievani, quattro giorni fa sono iniziati in Brasile i lavori della COP30. La sensazione però è che il cambiamento climatico sia ormai stato scavalcato da altri temi e priorità. È così?
Sì, decisamente. Basta guardare anche alla copertura mediatica della conferenza, che è bassissima, ancora più delle ultime edizioni. Lunedì, quando la COP30 è iniziata, non figurava nemmeno negli highlight dei telegiornali. Siamo entrati in una fase di stanchezza, rigetto e direi anche autoinganno. Ma le leggi della fisica non aspettano i nostri umori: il riscaldamento globale va avanti comunque, anche se fingiamo di non vederlo.
Insomma, anziché rallentare la “sesta estinzione di massa” la stiamo accelerando…
Bisogna distinguere, anche se tutto è collegato. La COP30 si occupa di clima, poi ci sarà quella sulla biodiversità, ma i temi sono intrecciati e ovviamente interconnessi. Quando parliamo di “sesta estinzione” non stiamo dicendo che l’umanità scomparirà: è una metafora adottata dagli scienziati che indica che il tasso di perdita di biodiversità oggi è paragonabile a quello delle grandi
estinzioni del passato.
Anche un personaggio come Bill Gates, un tempo molto impegnato a denunciare i rischi collegati al cambiamento climatico, ha assunto posizioni più “morbide” e di recente ha pubblicato sul proprio sito un lungo testo nel quale rivede parte del proprio approccio sul tema, invitando ad abbandonare una “prospettiva apocalittica”.
Il caso del documento di Bill Gates è emblematico: fa finta di dire alcune “dure verità”, ma in realtà sono consolazioni travestite da realismo. E infatti piacciono moltissimo. Gates sostiene che il cambiamento climatico non causerà la fine della civiltà. Vero, ma nessuno scienziato serio ha mai sostenuto il contrario. Il problema non è l’estinzione umana: è chi pagherà i costi della transizione, chi soffrirà di più, quanta sofferenza sarà necessaria. È un tema etico, sociale, economico. Infatti mentre Gates usciva con il suo documento l’uragano Melissa, il più forte mai registrato, devastava la Giamaica. Un tempismo perfetto, diciamo così.
A proposito di chi paga: quanto influiscono sulla lotta al cambiamento climatico le posizioni degli Stati Uniti e la debolezza europea?
La COP30 è storica proprio per un cambiamento geopolitico enorme: gli Stati Uniti sono usciti dall’Accordo di Parigi e Trump ha già annunciato che a gennaio uscirà anche dalla Convenzione ONU del 1992 sul clima. Significa che dalla prossima COP gli USA non parteciperanno neanche come osservatori minimi. È uno scossone tremendo: gli USA erano il
principale finanziatore delle COP. Il principale azionista si è alzato e se n’è andato. E quando in politica rimane un vuoto, qualcuno lo riempie: quel qualcuno è la Cina, che oggi è il più grande emettitore di gas climalteranti al mondo. Pechino ha però un piano molto chiaro e realistico: raggiungere il picco delle emissioni intorno al 2030, poi ridurre fino allo zero netto nel 2060. Dal punto di vista strategico la posizione cinese è formidabile: sono già leader nelle tecnologie della transizione, e ci aspettano al varco. L’Europa, invece, è debolissima.
(da Fanpage)
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