DELMASTRO, I SENESE, IL PENTITO: PERCHE’ MELONI NON PERDONA
C’E’ UN NOME CHE HA SCATENATO L’IRA FUNESTA DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO… MELONI PADRE SAREBBE STATO UN CORRIERE DELLA DROGA PER CONTO DEL CLAN SENESE
C’è un nome che ha fatto insorgere Giorgia Meloni. Quel nome ha scatenato l’ira funesta
della presidente del Consiglio quando ha scoperto le improvvide avventure societarie di uno dei suoi uomini più fidati: Andrea Delmastro Delle Vedove. Il sottosegretario non solo ha aperto una società mentre era impegnato al governo del paese, non solo si è messo in affari con una ragazzina di 18 anni senza un controllo su Google, ma ha associato il suo nome alla testa di legno di un boss che evoca vecchi fantasmi. Un ragionamento, quello balzato in testa alla presidente del Consiglio, che spiega la rottura definitiva del rapporto fiduciario con Delmastro Delle Vedove, un tempo fedelissimo e suo avvocato.
Un fedelissimo che lei si era ostinata a difendere nonostante i disastri combinati dalle informazioni riservate spifferate all’amico deputato fino alla notte brava di Capodanno con l’onorevole pistolero con seguito di ambulanza e ferito (per fortuna lieve).
Qual è il nome impronunciabile, la kryptonite per Meloni? È quello di Michele Senese, uno dei re di Roma, capo della camorra nella capitale, condannato in via definitiva a metà febbraio. Stesso processo, con condanna per intestazione fittizia di beni aggravata dall’aver agevolato la malavita, nel quale è finito anche Mauro Caroccia, l’oste amico di Delmastro, che gestiva prima il locale della malavita e poi quello del sottosegretario alla Giustizia.
Nome, quello del boss di camorra padrone di Roma, che richiama una vecchia storia, apparsa sui giornali un paio di anni fa. Una storia dolorosa perché Meloni con la parabola criminale del padre non c’entra nulla, lei che ha scelto la strada nobile della politica.
Una vicenda tirata fuori inizialmente da un giornale delle Baleari che aveva pubblicato, poco dopo l’insediamento a palazzo Chigi, un articolo sulla condanna del padre ripreso dalle testate italiane. Un racconto che anche Anna Paratore, madre della presidente, ha fatto suo, ma sul quale sono emersi enormi dubbi quando Domani, nel 2023, ha rivelato che Paratore ha fatto affari per anni con Raffaele
Matano, mentre lo stesso era contemporaneamente azionista dell’impresa amministrata dal padre della presidente.
Meloni ha sempre raccontato di aver interrotto i rapporti con il papà nel 1988, otto anni prima che Francesco Meloni (scomparso nel 2012) venisse condannato a nove anni per traffico di hashish da un tribunale spagnolo.
Cosa c’entra Senese? Nel gennaio 2024 è Report a raccogliere le dichiarazioni di un ex collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella, uno che nella vita ne ha dette e fatte di ogni genere, nell’ultima fase interviste, libri, diventato famoso come agente provocatore.
La sua frase iconica: «La monnezza è oro dotto’ e la politica è una monnezza», in riferimento al traffico illecito di rifiuti nel quale lui è stato coinvolto e dal quale è uscito diventando utilissima gola profonda delle procure. Meloni padre, stando al racconto di Perrella, sarebbe stato un corriere della droga per conto proprio di Michele Senese per ragioni di debiti. A bordo di un veliero. Di certo c’è la conoscenza acclarata tra l’ex collaboratore e il boss. Quando emerse la notizia, Domani ne parlò proprio con Perrella che datava l’incontro tra la fine anni Ottanta e l’inizio del nuovo decennio. Alla domanda se l’avesse visto, rispondeva così: «Una sola volta, poi l’ho riconosciuto in fotografia di recente». Come fa a ricordarsi di lui a distanza di tre decenni, avendolo visto da lontano? «Non da lontano, da sei, sette metri. Ricordo perché ho memoria, era un tipo un poco strano, quando vedi una persona te la ricordi. Lui faceva il traffico Italia, Marocco, Spagna. Aveva debiti e si mise a disposizione dei Senese».
Un lampo, un ricordo improvviso, a tratti sfocato. Il tutto a distanza di anni. Delmastro Delle Vedove è riuscito a imbarcarsi proprio l’imprenditore al soldo di quel boss che evoca vecchi fantasmi. Un errore imperdonabile che ha minato la credibilità delle istituzioni.
(da Editoriale Domani)
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