“DIFENDERE LA GROENLANDIA SIGNIFICA DIFENDERE IL FONDAMENTO POLITICO DELL’EUROPA COME SPAZIO DI DIRITTO”
ETTORE SEQUI: “L’UE E’ DI FRONTE A UN DILEMMA: SUBIRE LA COERCIZIONE PER PRESERVARE LA SICUREZZA O ACCETTARE IL COSTO DELLA RISPOSTA PER NON PERDERE LA SOVRANITÀ” … “IL PARALLELO CON L’UCRAINA NON È TEORICO. IN ENTRAMBI I CASI È IN GIOCO LO STESSO PRINCIPIO CHE CONFINI E SOVRANITÀ NON SI MODIFICANO
La crisi tra Europa e Usa sulla Groenlandia segna la fine dell’ingenuità atlantica
europea. L’idea che Washington sia un garante disinteressato e che la sovranità europea sia implicitamente rispettata è in crisi.
Le pretese americane sulla Groenlandia rivelano infatti il mutamento nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono sicurezza, alleanze e scambi.
La scelta di Trump di legare esplicitamente la pressione economica a un obiettivo territoriale come l'”acquisto completo e totale” della Groenlandia non è tattica.
Per la prima volta Washington utilizza, in modo così esplicito, strumenti economici contro gli alleati per ottenere una concessione sovrana.
Il messaggio è inequivocabile: la sicurezza non è più una garanzia condivisa, ma una leva negoziale; e i dazi non sono politica commerciale, ma strumento geopolitico. Non riequilibrano flussi, ma puniscono e forzano decisioni.
Il commercio è una leva selettiva poiché la sicurezza diventa transazione, protezione in cambio di allineamento, risorse, territorio. E la sovranità altrui diviene una variabile subordinata all’utilità strategica americana.
Il nucleo di questa dottrina è che per Trump sicurezza equivale a possesso. Ciò che non è direttamente controllato non è davvero sicuro.
Dunque, la Groenlandia non può essere semplicemente “alleata”: deve essere posseduta o sottratta a ogni autonomia decisionale che non passi per Washington.
Quindi, la Groenlandia non è più danese, ma diviene una variabile della sicurezza americana. Si tratta della applicazione della “Dottrina Donroe” in base alla quale viene esclusa dal perimetro strategico americano ogni influenza esterna, compresa quella degli alleati europei.
La reazione europea parte da qui. Per mesi l’Europa ha scelto la cautela, non per ingenuità, ma per dipendenza dall’ombrello strategico americano. La Groenlandia cambia la natura del problema.
Se l’ombrello diventa leva di pressione contro gli alleati, il rischio non è più perdere l’America come garante, ma subirla come coercitore.
È qui che prende forma, per la prima volta in modo esplicito, un embrione di “derisking” europeo dagli Usa, non ideologico né antiamericano, ma funzionale alla sopravvivenza della sovranità europea.
L’Europa si trova, infatti, di fronte a un dilemma strutturale: subire la coercizione per preservare la sicurezza o accettare il costo della risposta per non perdere la sovranità
È proprio in questo contesto che si svolge il dibattito sulla reazione europea ai dazi annunciati da Trump, e in particolare sullo strumento anti-coercizione.
Il cosiddetto “bazooka” può essere attivato dalla Commissione, previa approvazione del Consiglio a maggioranza qualificata (55% degli Stati membri, 65% della popolazione). È una soglia alta, pensata per garantire legittimità politica, ma che apre il rischio di fratture interne
Per Washington, l’impatto sarebbe concentrato soprattutto su servizi e grandi piattaforme digitali, il segmento più sensibile e politicamente esposto del potere economico americano. Anche questo è un test: un’Europa incapace di difendere la propria sovranità quando viene colpita duramente, difficilmente potrà rivendicarla altrove.
È per questo che anche la Nato va compresa per ciò che è realmente: non solo un’alleanza politico-militare, ma una comunità fondata sulla fiducia tra partner.
La deterrenza vive nella credibilità dell’impegno. Quando quella fiducia viene incrinata, l’Alleanza può sopravvivere formalmente ma cessare di funzionare. È questo il rischio maggiore della crisi.
Il parallelo con l’Ucraina è strutturale e non teorico. In entrambi i casi è in gioco lo stesso principio che confini e sovranità non si modificano sotto pressione. Se il principio cade all’interno
dell’Occidente, non può essere affermato al di fuori. Difendere la Groenlandia non significa difendere un’isola remota, ma il fondamento politico dell’Europa come spazio di diritto.
La dimensione globale è immediata. Mosca osserva la coesione occidentale, pronta a testarne le crepe; Pechino osserva il metodo. Se la coercizione funziona tra alleati, la sovranità diventa negoziabile ovunque. E diventa anche più chiaro che la sicurezza europea si sta separando da quella americana.
Per l’Europa tenere la linea significa tre cose: unità reale, capacità di reazione e accelerazione non retorica dell’autonomia strategica. La Groenlandia può essere non un incidente, ma un precedente.
E in geopolitica i precedenti contano più delle intenzioni.
Ettore Sequi
per “la Stampa”
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