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DOV’E’ L’ORO NERO. PERCHE’ QUASI TUTTO IL PETROLIO E’ CONFINATO IN UN ANGOLO DEL MONDO

LA RISPOSTA E’ NELLE ROCCE… LA PRIMA RISERVA MONDIALE E’ IL VENEZUELA CON IL 18% DEL TOTALE, POI L’ARABIA SAUDITA CON IL 16%

Come le vicende legate al blocco dello Stretto di Hormuz stanno drammaticamente ricordando oggi a tutti, metà delle riserve mondiali di petrolio convenzionale e il 40 per cento del gas si trovano sotto appena il tre per cento della superficie terrestre. Facendo un attimo i conti, la prima riserva mondiale di petrolio è in America Latina: il Venezuela, con il 17,9 per cento del totale, concentrato principalmente nella cintura dell’Orinoco.
Metà delle riserve mondiali di petrolio convenzionale e il 40 per cento del gas si trovano sotto appena il tre per cento della superficie terrestre
Ma si tratta prevalentemente di greggio pesante ed extrapesante, con alta viscosità e consistenza simile alla melassa. Difficile da estrarre, trasportare e raffinare, e richiedente tecnologie complesse e diluenti. Per questo, con la mancanza di investimenti e manutenzione da parte della società di stato Pdvsa durante gli anni del chavismo, la produzione era crollata del 90 per cento, e si è ripresa solo con l’arrivo di società straniere. Ma seconda, col 16,1, è l’Arabia Saudita. Quarto, dopo il terzo posto del Canada al 10,6, l’Iran, col 9,1. Quinto l’Iraq, pure con una percentuale del 9,1, ma con un quantitativo di barili minore (143,1 miliardi contro 151,2). Sesto il Kuwait, con il 6,1. Settimi gli Emirati Arabi Uniti, con il 5,9. Poi, dopo il 5,3 della Russia, il 2,9 della Libia, il 2,3 della Nigeria, l’1,9 degli Stati Uniti e l’1,8 del Kazakistan, tredicesimo è il Qatar, con l’1,5. Quanto al gas naturale, dopo la Russia col 24,39 per cento abbiamo l’Iran con il 17,09 e il Qatar con il 12,40. Quarti gli Stati Uniti con il 4,65, si torna nel Golfo con il 4,38 dell’Arabia Saudita. E dopo il 3,83 del Turkmenistan c’è il 3,11 degli Emirati Arabi Uniti. Il servizio geologico degli Stati Uniti ha stimato nel 2012 che vi sono nella regione più di 86 miliardi di barili di petrolio greggio, e 9,5 mila miliardi di metri cubi di gas.
Sembra che il primo sfruttamento industriale del petrolio sia stato fatto in Birmania nel XVIII secolo, una raffineria fu fatta dai russi in Azerbaigian nel 1837 in un sito dove esisteva un pozzo scavato a mano già nel 1593, e l’industria petrolifera moderna inizia quando il 27 agosto 1859 nei pressi di Titusville, in Pennsylvania, Edwin Drake apre il primo pozzo petrolifero redditizio del mondo. Oggi gli idrocarburi sono considerati dagli ecologisti una iattura e sono tacciati di aver provocato il cambiamento climatico, ma in realtà l’introduzione nell’industria di lubrificanti a base di petrolio al posto di quelli di grasso e olio di cetacei ha all’inizio proprio un effetto positivo per l’ambiente, dal momento che pone un brusco freno a quella caccia alle balene che con la Rivoluzione Industriale era diventata forsennata. Anche la lampada a petrolio nel 1846 è inventata per sostituire quella a olio di balena. Ma la vera èra del petrolio inizia quando Winston Churchill, dal 24 ottobre 1911 Primo Lord dell’Ammiragliato, decide di rispondere alla sfida lanciata dal sempre maggior rafforzamento della marina imperiale tedesca disponendo che la Royal Navy sostituisca il carbone con il petrolio come combustibile. E dal marzo 1912 inizia ad annunciare alla Camera dei Comuni la messa in linea di nuove navi che vanno a nafta.
Churchill, dal 1911 Primo Lord dell’Ammiragliato, dispone che la Royal Navy sostituisca il carbone con il petrolio. La Grande guerra gli darà ragione
Non solo ammiragli tradizionalisti e la potente lobby del carbone fecero resistenza. Anche i marinai protestarono che sulle navi a carbone faceva più caldo. Ma la Grande Guerra presto confermò come la nafta generava più energia per unità di peso, il che significava navi più veloci, e anche che era meno costoso. Occupava meno spazio, liberando spazio per armi o rifornimenti. Era più pulito: all’epoca certe preoccupazioni ecologiste non c’erano, ma è noto che il 10 giugno 1918 fu proprio il fumo nero a tradire nella notte le navi a carbone della flotta austro-ungarica che provava a forzare lo sbarramento del Canale di Otranto: segnalandole ai due Mas di Luigi Rizzo che poterono così silurare e affondare la corazzata Santo Stefano. E, soprattutto, poteva essere rifornito più rapidamente, poiché non richiedeva il lavoro manuale di eserciti di fuochisti neri di fuliggine a caricare tonnellate di carbone nelle stive.
Invece della catena di stazioni per il rifornimento del carbone che le potenze marittime avevano cercato di creare nel pianeta durante il XIX secolo e da cui erano nate molte colonie, compresa la nostra Eritrea, adesso basta qualche petroliera. “La ballata del mare salato”, prima storia di Corto Maltese, racconta anche dell’immane sforzo dei tedeschi per creare basi di rifornimento di carbone nel Pacifico all’inizio della Prima Guerra Mondiale. E dalle navi l’effetto petrolifero si proiettò su tutti gli altri mezzi di trasporto, anche se, dopo che tutti i possibili utilizzi furono considerati, il sorpasso definitivo del petrolio sul carbone come combustibile più usato avviene solo negli anni Cinquanta del XX secolo.
Il Regno Unito, però, di miniere di carbone ne aveva in casa in abbondanza. Il petrolio bisognava invece procurarselo, e il 17 giugno del 1914 Churchill chiede infatti alla Camera dei Comuni di approvare l’acquisto da parte del governo di una quota del 51 per cento delle azioni della Anglo-Persian Oil Company, e in aggiunta la prima utilizzazione di tutto il petrolio prodotto nei pozzi della compagnia. Con questa acquisizione, e a un costo di poco superiore a due milioni di sterline, la Royal Navy si sarebbe assicurata tutto il petrolio necessario per “alimentare le navi da guerra senza dipendere da qualche compagnia privata o governo straniero”. Fondata nell’aprile 1909 in seguito alla scoperta di un vasto giacimento petrolifero a Masjed-e Soleyman, nell’allora Persia, questa prima compagnia petrolifera in medio oriente mutò il nome in Anglo-Iranian Oil Company quando nel 1935 anche la Persia divenne Iran. Nazionalizzata nel 1951 da Mohammad Mossadeq col nuovo nome di National Iranian Oil Company (Nioc), restò di stato anche dopo che la Cia ebbe rovesciato il primo ministro nazionalista e restaurato lo Scià. Ma la parte fuori dall’Iran si ristrutturò come British Petroleum (Bp), e con altre compagnie creò la holding che continuò a cooperare con la Nioc fino a quando la rivoluzione del 1979 non pose fine a ogni tipo di collaborazione di questo genere.
Ovvio che da Churchill in poi il petrolio è entrato nella geopolitica e nelle guerre. Ma nel Golfo Persico, in medio oriente e anche nei dintorni il petrolio era conosciuto da prima. Sembra che Babilonia fosse circondata da strade già fatte di asfalto, e vari popoli dell’antichità utilizzavano i giacimenti di petrolio superficiali per produrre medicinali con funzioni lenitive e lassative, fabbricare bitume o alimentare le lampade. Lo stesso culto del fuoco come manifestazione divina purificatrice nacque da zone dove il petrolio e il gas naturale emergevano spontaneamente, creando fiamme perenni che venivano venerate dagli zoroastriani. Il Tempio Ateshgah a Baku, in Azerbaigian, è una testimonianza storica di questo culto. Anche Marco Polo nel Milione racconta di una montagna al confine tra Armenia e Georgia dove è “una fontana, ove surge tanto olio e in tanta abbondanza che 100 navi se ne caricherebboro a la volta. Ma non è buono a mangiare, ma sì da ardere, e buono da rogna e d’altre cose; e per tutta quella contrada non s’arde altr’olio”.
Ma già nell’Iliade Omero narra di un “fuoco perenne” lanciato dai troiani contro le navi greche, forse anticipatore di quel “fuoco greco” che i bizantini preparavano con petrolio, olio, zolfo, resina e salnitro, che non potendo essere spento dall’acqua si rivelò un’arma decisiva per fermare la prima avanzata islamica. In compenso, i musulmani introdussero il petrolio in occidente, soprattutto come medicinale. Alcune fonti a cielo aperto, come il santuario della “Madonna dell’olio” di Blufi a Palermo o la pure siciliana Petralia in Sicilia, divennero noti centri termali. La stessa parola petrolio, da latino petroleum “olio di roccia”, è spesso attribuita al mineralogista tedesco Georg Bauer, che la adottò nel suo trattato del 1546 “
Natura Fossilium”. Ma ci sono evidenze che era stato coniato cinque secoli prima dal filosofo e scienziato persiano Avicenna.
Quanto al gas naturale o metano, nell’antica Grecia le fiamme di gas del monte Chimera fecero nascere la leggenda del mostro omonimo, ma il primo utilizzo risale al V secolo a.C., in Cina: portato con condotte di bambù per far bollire l’acqua salata ed estrarre il sale. In epoca moderna il primo pozzo commerciale di gas naturale è scavato da William Hart nello stato di New York nel 1821, e nel 1858 è creata la prima società per il suo sfruttamento, ma l’utilizzo continua ad essere soprattutto locale fino all’inizio del XX secolo, quando iniziano a essere costruiti gasdotti a lunga distanza. Nel 1925 i tedeschi Franz Fischer e Hans Tropsch mettono a punto la tecnica per trasformare il gas naturale in carburante liquido, poi utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale da una Germania dove il petrolio scarseggiava. Ma in linea generale il gas naturale ha iniziato a essere importante da quando hanno iniziato ad aumentare i prezzi del petrolio.
Ma così torniamo appunto alla grande domanda. Come mai il Golfo Persico ha più petrolio e gas di qualsiasi altro posto sulla Terra? “In qualità di geologo petrolifero che ha studiato la zona, rimango ancora stupito dall’enorme estensione dei suoi giacimenti di idrocarburi”, spiega ad esempio Scott L. Montgomery, Docente di Studi Internazionali, Università di Washington, in un recente saggio sul tema scritto per “The Conversation”. “Ad esempio, intorno al Golfo Persico si trovano oltre 30 giacimenti supergiganti, ciascuno contenente cinque miliardi di barili o più di petrolio greggio. E i pozzi della regione producono da due a cinque volte più petrolio al giorno rispetto ai migliori pozzi del Mare del Nord e della Russia”. Ma come spiega, la geoscienza moderna ha identificato diversi fattori chiave nelle rocce che rendono una regione particolarmente ricca di petrolio, inclusa la sua capacità di generare e trattenere idrocarburi. E nella regione del Golfo Persico, tutti questi fattori sono a livelli ottimali, o quasi. Già negli anni 50 e 60, in un periodo di rapida espansione dell’esplorazione di petrolio e gas, divenne chiaro che nessun’altra regione del pianeta avrebbe avuto una tale abbondanza. Sono state scoperte altre aree con enormi volumi di petrolio e gas, come la Siberia occidentale in Russia e, più recentemente, il bacino del Permiano negli Stati Uniti, ma nessuna
è paragonabile alla grandezza delle riserve nel Golfo Persico, né all’alto rendimento con cui petrolio e gas possono essere prodotti in questa regione.
La grandezza delle riserve nel Golfo Persico, e l’alto rendimento con cui petrolio e gas possono essere prodotti nella regione non hanno eguali
Questo perché la regione del Golfo Persico si trova nel punto in cui da 35 milioni di anni si scontrano la placca tettonica araba a sud-est e quella eurasiatica a est e nord. Gli strati rocciosi sono stati così piegati e fratturati e, a livelli più profondi, trasformati da calore e pressione considerevoli. Vero che alcune caratteristiche geologiche sono molto diverse tra i due lati del Golfo. Sul versante iraniano c’è infatti la catena montuosa Zagros, che si estende per 1.800 chilometri dal Golfo di Oman fino al confine con la Turchia. Parte del grande sistema alpino-himalayano, è costituita da rocce altamente piegate e fratturate, create negli ultimi 60 milioni di anni dalle collisioni di Africa, Arabia e India con l’Eurasia. La forma degli Zagros riflette direttamente le pieghe dovute alle enormi forze tettoniche in gioco, che hanno orientamento “a salsiccia” in direzione nord-ovest/sud-est. Al contrario, sulla costa del Golfo Persico non si è invece verificato alcun tipo di flessione e frattura. Ma le forze di compressione della collisione hanno deformato una piattaforma rigida di roccia profonda e dura, nota come “basamento cristallino”, creando vaste strutture a cupola di enormi dimensioni, estese per decine e persino centinaia di chilometri quadrati.
In mezzo, sotto il Golfo Persico si trova invece un bacino ricco di sedimenti erosi dal sollevamento dei Monti Zagros, che nelle sue zone più profonde è stato sottoposto alle alte temperature e pressioni necessarie per la generazione di petrolio e gas. Entrambi hanno in effetti origine organica: materiali come lo zooplancton marino e il fitoplancton, dopo la loro morte si sono depositati sul fondale marino unendosi ad altri sedimenti come scisti, calcare ricco di fango e altre rocce che successivamente sono state esposte a temperature e pressioni elevate. Quando le rocce sono composte per almeno il due per cento da materiale organico, sono considerate di alta qualità per la produzione di petrolio e gas. E la regione del Golfo ha appunto un numero particolarmente elevato di strati di queste rocce madri, alcune delle quali sono particolarmente spesse, abbondanti e ricche di sostanza organica. Queste forze in gioco hanno creato campi di greggio come Ghawar: il più
grande al mondo, con un potenziale da oltre 70 milioni di barili. Vicino c’è il South Pars-North Dome, condiviso tra Iran e Qatar, che invece potrà produrre 46 miliardi di metri cubi di gas. Ma ciò senza considerare le nuove tecniche delle trivellazioni orizzontali e del fracking, che sperimentate negli Usa dagli inizi di questo millennio potrebbero aumentare la resa ulteriormente, e di parecchio.
La roccia serbatoio principale nella zona sono i calcari, la cui porosità è dovuta a cause sia meccaniche che chimiche: fratturazione, carsismo e in parte erosione. Anch’essa gioca un ruolo chiave per poter ospitare gli idrocarburi, creando cavità e canali in cui petrolio e gas si possono infilare. Grazie a queste proprietà, nei calcari del Golfo, derivanti da antichi fondali marini sconfinati, si creano giacimenti immensi, vasti anche più di migliaia di chilometri quadrati, tutti interconnessi. Per lo stesso principio in Italia, i calcari sono i principali acquiferi. In realtà, anche da noi un po’ di petrolio c’è: in Basilicata la Val d’Agri. E c’è gas in Pianura Padana e nell’Adriatico. Ma, appunto, a est dell’Appennino. Nel Tirreno è invece avvenuto l’opposto che gli Zagros: non compressione ma estensione dovuta a decompressione partita 30 milioni di anni fa. Ciò ha favorito l’attività vulcanica nell’ovest del paese. Semplificando, ci spiega il geologo, “si può dire che il vulcanesimo ha cotto l’eventuale petrolio che poteva essere contenuto nella zona tirrenica e le fratture di decompressione hanno permesso al gas ed altri residui di disperdersi in superficie”.
In Italia il “vulcanesimo” ha cotto l’eventuale petrolio della zona tirrenica. Ma a Lardarello nel 1913 nacque la prima centrale geotermica al mondo
Ci aggiunge però che in teoria ciò non sarebbe uno svantaggio per la produzione di energia. Lo testimonia quella che a Lardarello fu nel 1913 la prima centrale geotermica al mondo, e le ricerche che si stanno facendo per realizzarne altre nell’Alto Lazio e in Campania. Il geotermico, essendo disponibile 24 ore per 365 giorni l’anno, già ora copre il due per cento del fabbisogno energetico nazionale, ma con opportuni investimenti potrebbe arrivare oltre il 10, aiutandoci a sostituire il petrolio bloccato a Hormuz. Se non ci si mettono di mezzo i Nimby.
(da Il Foglio)

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