E’ RENZI L’ANELLO DEBOLE: ITALIA DECLASSATA ED ESPOSTA AI MERCATI
ORA PURE MOODY’S E FICHT DOVREBBERO ALLINEARE IL RATING SUL SUL NOSTRO DEBITO A QUELLO DI S&P
Ora gli altri dovrebbero seguire. Fonti finanziarie londinesi danno per scontato che — dopo il declassamento del nostro rating da parte di Standard & Poor’s a BBB-, un passo dal livello dei titoli spazzatura — anche le altre due più grandi agenzie seguiranno: Moody’s abbastanza automaticamente, mentre Ficht facendo più resistenza.
Quando sarà successo, però, il nostro paese sarà esposto, nel senso che agli investitori — specie quelli speculativi — sarà stato indicato con chiarezza con chi prendersela in caso dell’arrivo di una tempesta sui mercati finanziari.
La tesi delle agenzie di rating è peraltro molto semplice: se continua — come sembra abbastanza scontato — questo stillicidio di bassa crescita e bassa inflazione, il cospicuo debito pubblico italiano diventa insostenibile.
Da questo punto di vista poco importa avere o meno il Jobs Act o il bonus di 80 euro e nemmeno di tagliare ancora la spesa pubblica (operazione che peraltro ha effetti recessivi).
Conta molto, invece, la sostanziale immobilità dell’Europa, bloccata dal veto tedesco nella realizzazione di politiche espansive tanto fiscali che monetarie: le ultime timide parole del governatore della Bce, Mario Draghi, non hanno di certo rasserenato la situazione.
Dal punto di vista degli effetti, peraltro, non è affatto importante che Standard & Poor’s o le altre agenzie di rating abbiano ragione (o siano in buonafede, cosa che i precedenti potrebbero a buona ragione mettere in dubbio) sulla sostenibilità del debito italiano, conta solo qual è il clima che creano sui famosi mercati: vale a dire decisamente pessimo per noi.
La cosa straordinaria è che — se questa è la situazione riassunta al Fatto Quotidiano da fonti qualificate del mondo finanziario londinese — il governo di Matteo Renzi non abbia pensato di dire nemmeno una parola sull’argomento.
Ad oggi solo una velina fatta filtrare alle agenzie: “Non è una bocciatura del Jobs Act, ci dicono che le riforme vanno bene, ma che bisogna andare più veloci”, che ci sono “elementi buoni nelle riforme ma non tali da compensare il debito e risvegliare a breve l’economia”.
Nemmeno tutto va bene, madama la marchesa, ma un più astratto ora va male, ma vedrete che andrà tutto bene.
Al Tesoro, informalmente, aspettano e sperano che Draghi vinca le resistenze — sempre più palesi e forti — dei tedeschi e faccia almeno in modo che la Bce eviti un ritorno dello spread in territori pericolosi (oggi il rendimento che i titoli di Stato italiano pagano agli investitori è ai minimi storici: Renzi se ne vanta continuamente, come se fosse merito suo).
Anche Pier Carlo Padoan, che pure conosce la gravità della situazione, non si aspetta molto infatti dai partner europei: il prossimo Consiglio del 18-19 dicembre, per dire, sarà l’ultimo del semestre di presidenza italiana e certificherà che Renzi non ha ottenuto nulla.
Nessuna battaglia politica per un’Eurozona più solidale — in cui i paesi avvantaggiati dall’unione monetaria concorrono a sanare gli squilibri regionali — è stata intrapresa durante questi sei mesi, nè si è messo sul tavolo il tabù dell’indipendenza della Banca centrale dalla politica (vale a dire la fondamentale connessione tra processi di riforma, politiche monetarie e fiscali).
Renzi ha ottenuto uno sconticino sulla manovra d’autunno — cioè il rinvio del pareggio di bilancio di un paio d’anni — e s’è accontentato.
In realtà non si tratta nemmeno d’un risultato che possa essere già dato per acquisito definitivamente: intanto si tratta sostanzialmente di un rinvio solo fino a marzo del redde rationem e in secondo luogo martedì, all’Eurogruppo, rischia di coagularsi l’ostilità di quei paesi che non hanno gradito il “favore” fatto a Italia, Francia e Belgio (compresi quelli devastati dalla Troika negli anni scorsi).
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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