GRAN CAOS IN MANOVRA: LA LEGGE DI BILANCIO PENSATA PER I REDDITI BASSI FAVORISCE I PIÙ RICCHI
SECONDO L’UPB, IL 50% DEI FONDI FINISCE ALL’8% DEI CONTRIBUENTI PIÙ RICCHI: LA MAGGIOR PARTE DELLE RISORSE VIENE INFATTI ASSORBITA DAI CONTRIBUENTI CON I REDDITI PIÙ ALTI
Ci risiamo. Il dibattito sulle tasse torna a infiammarsi sui tagli Irpef, che «premiano i ricchi»
secondo le opposizioni e «tutelano il ceto medio» per la maggioranza. E torna a disinteressarsi degli effetti collaterali, molto più consistenti, prodotti dalla pioggia di interventi scoordinati su un sistema fiscale diventato negli anni così barocco da trattare in modo profondamente diverso redditi uguali. Spesso senza sapere perché.
La replica della discussione che accompagna le riduzioni di aliquote fin dal Governo Draghi è partita ieri, dopo che l’Istat ha calcolato che più dell’85% dei 2,9 miliardi dedicati ai tagli Irpef arriverà nelle tasche delle famiglie dei quinti più ricchi nella distribuzione del reddito.
Il calcolo naturalmente è corretto. E riassume l’ovvia conseguenza del fatto che le famiglie più ricche concentrano le quote maggiori di redditi sopra i 50mila euro, quelli che ottengono il beneficio massimo (da 440 euro all’anno) e assorbono il 42,9% dei fondi dedicati all’alleggerimento della seconda aliquota.
Il punto è che l’impianto dell’Irpef, per quanto snaturato, è ancora progressivo. Per cui i tagli alle aliquote più basse si riflettono sui redditi più alti. E i meccanismi pensati per «sterilizzare» i benefici sopra una certa soglia, tramite riduzione equivalente delle detrazioni, hanno un effetto ottico più che reale.
Lo conferma la memoria depositata ieri in audizione dall’Ufficio parlamentare di bilancio, secondo cui la sterilizzazione introdotta in manovra per i redditi sopra i 200mila euro colpirà, e nemmeno in pieno, solo 58mila contribuenti, cioè il 32% dei 181mila
titolari di queste super dichiarazioni.
Per la semplice ragione che gli altri non hanno detrazioni «aggredibili». E quindi si troveranno lo sconto da 440 euro all’anno. In media, i dirigenti avranno un beneficio da 408 euro, gli operai, più interessati dai tagli delle scorse manovre, si fermeranno a 23 euro.
Ma l’analisi dell’Upb dice di più.
E mostra, a chi voglia approfondire almeno un po’, che la sola limatura delle aliquote ha sempre qualche ricaduta regressiva. Lo conferma il calcolo sul fiscal drag, altro tema più amato che capito dal dibattito.
L’autorità parlamentare sui conti confronta il carico fiscale effettivo con quello che i diversi contribuenti avrebbero avuto se, invece delle manovre di questi anni, fosse stata introdotta un’indicizzazione automatica del sistema fiscale all’inflazione.
In questo confronto, il drenaggio fiscale sui lavoratori dipendenti è recuperato in misura più che integrale per i redditi fino a 32mila euro, e parzialmente per quelli fino a 45mila. Ma per autonomi e pensionati il quadro cambia radicalmente, e mostra un fiscal drag azzerato solo sopra i 40mila euro (nella fascia 40-70mila fra gli autonomi), e non sotto. Anche qui la spiegazione non è complicata: ed è legata al fatto che sui dipendenti ha agito il taglio al cuneo fiscale, e sugli altri no.
La manovra interviene su questo dedalo. E lo complica ulteriormente con la detassazione degli aumenti contrattuali nel settore privato per i redditi fino a 28mila euro.
Il problema inquadrato dalla misura è reale, nota l’Upb, ma la risposta è sbagliata. Perché, nell’incrocio fra aliquote e detrazioni, gli incrementi dei redditi medio-bassi sono (involontariamente?) colpiti in modo duro dal fisco: che per esempio, a 20mila euro, chiede il 30% di tasse in più a un reddito in crescita del 5%, mentre a 30mila euro l’extra tassazione è del 15%. In pratica, nel primo caso le tasse salgono sei volte più del reddito, nel secondo tre.
Ma la detassazione è una tantum, sugli aumenti 2026, determinando quindi «un differimento temporale del prelievo più elevato, senza risolverlo». E difficilmente si potrebbe fare di più, perché una replica sugli anni successivi «richiederebbe l’applicazione di aliquote differenziate per le diverse componenti del reddito conseguite in anni diversi»: ipotesi parecchio tortuosa anche per il cervellotico fisco italiano.
La morale è facile da riassumere quanto complicata da praticare, e investe l’opportunità di affidare a un’impossibile panacea fiscale la soluzione di problemi che chiederebbero strumenti alternativi.
Fra questi non rientra la rottamazione, che con la manovra arriva alla quinta edizione. E che, ha avvertito sempre ieri la Corte dei conti, crea «il rischio che l’Erario possa diventare un ’finanziatore’ dei contribuenti morosi, incentivando l’omesso versamento come forma di liquidità».
(da “il Sole 24 Ore”)
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