LA SUGGESTIONE DELLA DISCESA IN CAMPO STUZZICA “PIER DUDI”, MA LA SORELLA MARINA È CONTRARIA: VUOLE RESTARE FUORI E GUIDARE FORZA ITALIA “DALL’ESTERNO”
L’INCAZZATURA PER LA LEGGE ELETTORALE (IL NOME BERLUSCONI DEVE RESTARE SUL SIMBOLO) E I SONDAGGI COMISSIONATI: IL NOME BERLUSCONI VALE IL 5-7% IN PIÙ
Il palazzo è sempre lo stesso. In Largo del Nazareno, su un lato, il Pd ha la sua sede
nazionale. Dall’altra parte della piazzetta si trova invece Palazzo del Bufalo. Ai numeri civici 8 e 3, adiacenti, c’è l’ingresso che porta alle stanze dei dirigenti Mediaset, attraversato da Gianni Letta e due giorni a settimana da Fedele Confalonieri, gli uomini delegati alle relazioni di alto livello, politiche e aziendali, di Silvio Berlusconi.
È da un po’che si parla, tra i portieri e i vicini, dei lavori di ristrutturazione di un ufficio che sarà a disposizione di Pier Silvio, il secondogenito del fondatore di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio, scomparso nel giugno 2023.
Dentro Forza Italia si parla da tempo della voglia di Pier Silvio di scendere a Roma, frequentarla di più, «per annusare l’aria» – dicono interpretandone le suggestioni – «per comprendere
maggiormente gli ingranaggi della politica».
La tentazione resta quella: rimettere il piede sulle orme paterne, ricomporre un sogno, ridare slancio a un progetto liberale che si ritiene incompiuto, accucciato in un angolo della sovraesposizione della destra più populista e debilitato da una crescita anemica del Paese.
Roma è una città senza prìncipi, di tutti e di nessuno, aliena alle logiche aziendali e milanesi dei Berlusconi. Attrae e respinge. Anche per Marina è così: la secondogenita, presidente di Fininvest e del Gruppo Mondadori, ripete che «più di un giorno» non riesce a stare nella Capitale.
Ma con Roma bisogna fare i conti. Quando Pier Silvio si deciderà – se si deciderà – e aprirà le porte del suo ufficio, si troverà a circa trecento metri da Palazzo Chigi e Montecitorio. L’idea della politica lo stuzzica, ma non al punto da fargli digerire tutti i dubbi, i suoi e quelli più decisi della sorella.
Marina teorizza un altro modo di agire, restando fuori, controllando, guidando dall’esterno, e lo mette in pratica: mai come in quest’ultimo mese è stata attiva, partecipe, ha fatto sentire il peso della sua presenza ad Antonio Tajani, ministro degli Esteri, vicepresidente del Consiglio e segretario di un
partito che resta di matrice padronale.
Marina sente, ascolta, si confronta con esponenti azzurri che con Tajani sono in rotta o lo sono stati. Parla spesso e volentieri con Letizia Moratti e più volte, quando ha avuto bisogno di contatti a Roma, ha chiesto a Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ex uomo azienda, già direttore di Studio Aperto e di Panorama.
Marina ha invitato Tajani a casa sua a Milano, lunedì scorso, solo dopo aver incontrato, su propria iniziativa, i due vicesegretari di FI, il presidente del Piemonte Alberto Cirio e poi Roberto Occhiuto, governatore dalla Calabria rieletto a ottobre, profilo sempre più autonomo e in crescita, dirigente su cui scommettono i Berlusconi, anima di una corrente che testerà la propria forza con un convegno a Roma il 17 dicembre, a Palazzo Grazioli, la dimora che fu di Silvio e che oggi ospita la stampa estera.
A Tajani va la gratitudine per aver tenuto in vita Forza Italia. Ora però, all’approssimarsi dell’ultimo anno di legislatura, va promossa una nuova fase. In ballo ci sono le liste e i Berlusconi non hanno intenzione di lasciarle solo al gruppo dirigente del vicepremier.
Inoltre, considerano il referendum sulla giustizia una sfida
importante per rivitalizzare FI, da combattere in prima linea e in nome del padre. Marina e Pier Silvio condividono l’idea di svecchiare il partito, soffrono alcune figure che circondano Tajani e che a loro avviso sanno troppo di circolo romano, chiedono che FI abbia «più personalità» e che sia «meno schiacciata» su Meloni.
Marina ha premesso a Tajani che il nome Berlusconi deve restare sul simbolo, grande e ben visibile. Un partito postumo, eternamente personale. Da fonti aziendali risulta che a primavera sia stato commissionato un sondaggio: il nome Berlusconi ebbe il 5-7% in più.
Senza ancora mai essere davvero coinvolto, un’ipotesi di discesa in campo di Pier Silvio farebbe guadagnare a FI, sulla carta, percentuali più alte dell’attuale 8-9%, su un bacino potenziale calcolato al 20%.
Sono cifre che, però, non si sono mai misurate sul corpo a corpo della politica. Marina resta convinta che si possa portare avanti il brand senza impegno diretto. Pier Silvio invece studia il passato per attualizzarlo: Letta è sempre presente, sempre pronto a dare consigli, a tessere tele, come Confalonieri, che continua a scendere a Roma dal martedì al giovedì. Ma nell’ottica di un cambio generazionale, avanzano per quegli stessi ruoli i nomi dei cda di famiglia, da Danilo Pellegrino, ad Fininvest, a Gina Nieri, consigliera strategica.
Non suona esagerato sostenere che, a ogni singola mossa dei Berlusconi, i sismografi della coalizione di centrodestra registrano una certa agitazione dalle parti di Meloni e di Matteo Salvini. Lo scontro con FdI e Lega sugli extraprofitti bancari da impiegare in manovra di bilancio è stato solo un antipasto.
E Tajani ha accelerato sulla strategia di contenimento interno: sta coinvolgendo maggiormente gli uomini di Occhiuto, come Francesco Cannizzaro, ha in mente un ruolo più in vista per Mulè, e si vedrà con Moratti. Intanto oggi ha riunito 1400 esponenti di Forza Italia a Carate Brianza. Per parlare di futuro si riparte dalla discoteca Polaris Studio.
(da La Stampa)
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