IL 95% DEI COMUNI E’ ESPOSTO A RISCHI IDROGEOLOGICI E ABBIAMO IL RECORD EUROPEO DI CROLLI, SIAMO OSTAGGI DELL’INCURIA
SERVE UN PASSO INDIETRO, SPOSTARSI DALLE ZONE TROPPO PERICOLOSE
La frana di Niscemi non è soltanto l’ennesimo fenomeno naturale che diventa catastrofe solo per colpa di noi sapiens. È anche la rappresentazione plastica e simbolica di un intero Paese esposto a ogni tipo di evento naturale e assolutamente impreparato culturalmente a incorporare il rischio nei propri orizzonti quotidiani. Ma perché l’Italia è così fragile? Quali sono i rischi naturali maggiori e in quali territori colpiranno più duramente? Cosa possiamo mettere in pratica per mitigare quei rischi e avventurarci, con un margine di sicurezza decente, in un futuro incerto?
Alla base del rischio naturale c’è la costituzione del territorio: l’Italia è un Paese geologicamente giovane e particolarmente attivo, fatto di rocce spesso friabili, molli che compongono pianure, colline e parte delle catene montuose. Il paesaggio italiano è un paesaggio sismico, perdipiù fatto di rocce vulcaniche, argille instabili, sabbie poco coerenti, alluvioni e frane. Ma proprio per questa ragione di fondo avremmo dovuto comportarci diversamente: su un territorio di questo genere (simile, in Europa, solo a quello dinarico-albanese-greco o, in parte, spagnolo) si doveva costruire solo sulle rocce dure e stabili e allargarsi il meno possibile. Come facevano i romani antichi, che non a caso, almeno all’inizio, evitavano di vivere stabilmente nelle valli, ma preferivano i Sette Colli, o come facevano i genovesi del XVII secolo, che a Marassi non costruivano nemmeno una capanna. Non che questa antica sapienza abbia sempre evitato disastri, ma, almeno, era una forma di pianificazione intuitiva decente.
A questo fattore di fondo va aggiunto ciò che gli italiani hanno combinato, lasciandosi andare a un furore costruttivo per la verità molto antico (ai Campi Flegrei ci andavano in villeggiatura gli imperatori romani), ma che oggi non può più annoverare l’ignoranza fra le motivazioni. In Italia si consumano oggi 2 mq/secondo di territorio, ma in passato il consumo è stato anche più elevato: talvolta la sola Sicilia ha divorato in un anno la stessa quantità di suolo dell’intera Gran Bretagna. Molte di queste costruzioni recenti sono abusive, addirittura più del 50% nella regione Campania. Quasi nessuna viene abbattuta, nemmeno nelle regioni dove il rischio lo creano proprio quelle stesse costruzioni. Un popolo di muratori incurante di dove appoggiassero le fondamenta, ammesso che fossero sempre contemplate. E un popolo di bonificatori che ha annullato stagni e paludi e tombato fiumi e torrenti come se non ci fosse un domani.
Il 95% dei comuni italiani è esposto al rischio di frana e alluvione: basterebbe questo dato per comprendere come mai registriamo il record europeo di frane. E raccomandare a otto milioni di connazionali di guardare con una certa attenzione le previsioni del tempo e l’andamento del clima. Il rischio è il prodotto della pericolosità per la vulnerabilità e per l’esposizione, dunque insieme agli eventi violenti e al surriscaldamento climatico, bisogna aggiungere l’aver costruito nei
luoghi meno adatti, spesso abusivamente e sempre senza pianificazione. Oggi le tempeste sono diventate più violente e concentrate, registriamo mareggiate eccezionali e, alla fine delle perturbazioni, il territorio frana spettacolarmente a valle in tutto l’Appennino, in particolare quello meridionale, in Emilia, Trentino, Veneto, Marche, Lucania, Calabria e Sicilia. Una menzione particolare per la Sardegna, che sarebbe un territorio meno soggetto, ma dove siamo riusciti nel miracolo di costruire interi quartieri dentro gli alvei (Olbia) ritenuti, chissà perché, secchi per sempre.
C’entra la crisi climatica? Certo che sì: più calore significa più energia termica e più vapore acqueo, come a dire più combustibile e più materiale da bruciare. Ciò si traduce in una maggiore profondità degli effetti degli eventi e piogge di 400-500 mm in poche ore che insistono su un territorio reso impermeabile da asfalto e cemento. E in cui non si è affatto tenuto conto che i letti dei fiumi sono più ampi dell’acqua che portano e che vanno lasciati liberi il più che si può. Le stesse piogge che vanno ad alimentare le frane successive in un circolo micidiale che non trova alcun argine in quegli elementi naturali come paludi e foreste ormai quasi totalmente cancellate dalla penisola.
Per questo rischio le opere servono a poco: gli argini nelle città, qualche opera di difesa in ingegneria naturalistica, le casse di espansione strettamente dove serve. Ma il comportamento da adottare sarebbe di fare un passo indietro: spostarsi dalle zone troppo pericolose, arretrare dai litorali e dalle pendici montuose a rischio, evitare assolutamente di costruire nuovi edifici. Non possiamo cingere colline e montagne con mura di cemento armato, né innalzare muraglioni davanti alle spiagge o canalizzare ogni fiume. Parliamo di coste, fiumi e colline, elementi dinamici di un territorio attivo che non è pensabile ingessare per sempre. Meglio sarebbe essere elastici e resilienti: più lasci libero un fiume meno danni fa, altro che tagliare la vegetazione riparia e dragare gli alvei. Ma è pieno di amministratori ignoranti che vogliono illudere la popolazione che si sta facendo qualcosa, anche se è inutile o perfino dannoso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Mario Tozzi
(da lastampa.it)
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