IL PRESIDENTE FRANCESE CAMMINA DA SOLO ALL’ILE DE LA CITÉ: È L’IMMAGINE PLASTICA DELLA SUA SOLITUDINE. BRILLANTE E CARISMATICO ALL’ESTERO, SCONSOLATO E ISOLATO IN PATRIA
IL PRESIDENTE ASSISTE AL FALLIMENTO DEL SUO FEDELISSIMO LECORNU E ALLO SCARICABARILE DEI SUOI: “NON LO CAPIAMO PIÙ”… GLI ESTREMISMI DI DESTRA E SINISTRA (LE PEN E MELENCHON) SI SCALDANO E CHIEDONO LE DIMISSIONI DEL PRESIDENTE: AL PROSSIMO GIRO, PARIGI POTREBBE DIVENTARE LA SPINA NEL FIANCO DELL’UE E PUNTA DI LANCIA DEL PUTINISMO EUROSCETTICO
«Non lo capisco più», dice più allibito che rattristato Gabriel Attal, ultimo premier della fase in cui Macron e il macronismo sembravano ancora reggere, prima dello scioglimento dell’Assemblea nazionale il 9 giugno 2024.
Da allora le cose non si sono mai più aggiustate, e nelle parole di Attal c’è tutta l’amarezza per la fine di un’avventura collettiva: l’ex premier ora guida il partito Renaissance e i deputati macronisti, molti dei quali destinati a essere spazzati via nelle
prossime, forse inevitabili, elezioni anticipate.
Non è solamente Attal a non capire più Macron, ieri colto dalle telecamere mentre passeggiava da solo all’Ile de la Cité. Un’immagine rubata che sembra corrispondere alla condizione umana del presidente negli ultimi mesi: magari brillante all’estero, protagonista di iniziative diplomatiche qualche volta di successo, per esempio sulla Palestina, ma in patria sconsolato e isolato, sconnesso dall’umore del Paese e, a detta di chi lo frequenta, più provato dagli eventi di quanto non faccia vedere.
Come Attal, molti che hanno creduto in Macron non lo capiscono più: non capiscono perché abbia sciolto l’Assemblea all’improvviso, perché abbia nominato premier un vecchio signore come Barnier, e poi un altro vecchio signore come Bayrou, e poi il giovane Lecornu che aveva però quel difetto insormontabile, essere l’ultimo dei fedelissimi macronisti quando ormai tutto ciò che è associato a Macron è inviso ai cittadini e a quasi tutta la classe politica.
E poi, ancora, anche chi ha amato Macron non capisce come abbia potuto avallare una lista dei ministri di Lecornu praticamente uguale a quella di Bayrou bocciata a settembre, con l’unica novità del ripescaggio a Losanna di Bruno le Maire, che per sette anni è stato ministro delle Finanze, proprio quelle Finanze che sono un disastro, il problema più urgente e grave da risolvere.
Fino al cinema di ieri, con Macron che accetta le dimissioni di Lecornu e poi, tolto di mezzo Le Maire, richiama il premier per chiedergli gli «ultimi tentativi». Se persino gli amici non capiscono più Macron, figurarsi i nemici. «Basta con questa farsa, bisogna andare alle urne subito», dice Marine Le Pen, che aggiunge: «Macron ha solo due opzioni. O si dimette o scioglie di nuovo l’Assemblea, i francesi ne hanno abbastanza di questo circo». Alla sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon prima definisce «un corteo di zombie» i ministri scelti da Lecornu poi pretende che Macron se ne vada subito, e rilancia una mozione di destituzione del presidente che verrà esaminata in parlamento mercoledì.
Poche possibilità che passi, ma i continui appelli di Mélenchon alla destituzione pongono il tema sul tavolo della discussione, tanto che persino il gollista David Lisnard chiede a Macron di cominciare a riflettere sulle sue «dimissioni programmate».
I socialisti invece cercano di giocare un’altra partita, e il segretario Olivier Faure chiede la nomina di un governo di sinistra che comprenda anche ecologisti e comunisti, ma senza la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Resta da capire come un simile governo potrebbe sopravvivere
Se Lecornu non riuscirà a fare in 48 ore quello che non gli è riuscito in 27 giorni, cioè trovare un accordo politico solido, Macron «prenderà le sue responsabilità», assicura l’Eliseo. Più che dimettersi, potrebbe indire nuove elezioni anticipate per l’Assemblea.
Leave a Reply