IL RADUNO RAZZISTA CHE IMBARAZZA L’AFD: “CACCIAMONE MILIONI”
UN’ESPONENTE DEL PARTITO E IL LEADER DEGLI IDENTITARI A UN RADUNO DI RIFIUTI UMANI
Quando sale sul podio un biondino smilzo con i capelli da Rommel, nella piccola sala gremita
cala il silenzio. «Dobbiamo parlare di remigrazione» tuona nel microfono, e dalla platea parte un fragoroso applauso. Maximilian Maerkl, leader degli Identitari tedeschi, sa benissimo di infrangere un tabù: appena due anni fa quella parola trascinò in piazza milioni di tedeschi. Allora venne fuori che le deportazioni di massa erano state discusse a una riunione sediziosa tra esponenti di primo piano dell’Afd, neonazisti dichiarati e il capo degli Identitari europei, Martin Sellner.
Settimane fa è scoppiata come una bomba la notizia di una nuova riunione sullo stesso tema, stavolta organizzata da un parlamentare dell’Afd, Steffen Kotré e sua moglie Lena, parlamentare del land Brandeburgo. E con il controverso Sellner come ospite d’onore. Ci siamo messi in contatto con loro per avere dettagli sull’evento. Per un po’ sono spariti, poi Lena Kotré ci ha scritto che la riunione era
confermata, ma in un posto diverso, «e da non comunicare a nessuno». Nel frattempo, sui due esponenti dell’ultradestra tedesca si è abbattuta una bufera. E i vertici dell’Afd, Tino Chrupalla e Alice Weide, li hanno obbligati a cancellare l’incontro. Poi, il colpo di scena: Martin Sellner ha organizzato lui la riunione, lo stesso giorno, ma in un luogo diverso e da comunicare in modo selettivo. E Lena Kotré ha confermato che ci sarà. Una provocazione, anzitutto per i suoi capi.
L’appuntamento è alle cinque di pomeriggio in una concessionaria fallita, un vecchio edificio bianco e scrostato nascosto tra un benzinaio e un ipermercato, allo svincolo dell’autostrada per Cottbus, cento chilometri a sudest di Berlino. Fa un freddo polare anche dentro la piccola sala ma ad accogliere gli invitati selezionati — pochi giornalisti e un centinaio di militanti — ci sono un raggiante Martin Sellner in giacca e cravatta e Lena Kotré, i capelli biondi raccolti, gli occhi color ghiaccio nascosti dietro un paio di occhiali tondi. Fuori, una decina di manifestanti che sono riusciti a sapere della riunione urlano «fuori i nazisti» e sparano musica a tutto volume di fronte all’edificio.
Sellner agguanta il microfono: «Benvenuti nel 2026, l’anno del crollo dei cordoni sanitari, del multilateralismo e del globalismo!». Sellner è una calamita per gli estremisti di destra e una dannazione per l’Afd. Bollato dai servizi segreti tedeschi come “estremista di destra”, bandito temporaneamente o definitivamente da vari Paesi tra cui il Regno Unito e gli Usa — era stato in contatto con lo stragista neonazista di Christchurch — ma anche per un po’ dalla Germania, l’attivista bruno è un dito nell’occhio per l’Afd, che sta tentando di evitare di essere messa al bando. Ma stasera lui e Kotré vogliono spostare i confini del dicibile, rendere la remigrazione un sinonimo di «milioni» di rimpatri, sottolinea. E Sellner annuncia che ha appena fondato un “Institute for Remigration”, una commissione internazionale per diffondere il verbo delle deportazioni di massa. A Repubblica, Sellner conferma che «stiamo contattando anche esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia» per completarla.
Kotré, che è ufficialmente “responsabile politica per le remigrazioni” dell’Afd brandeburghese, parte cauta, «sono qui a rappresentare la posizione del mio partito», che ufficialmente vuole solo rimpatriare i migranti col foglio di via, circa 224mila persone. «Tuttavia — aggiunge — vorrei che si discutessero anche altre opzioni: personalmente riesaminerei le richieste di asilo degli ultimi dieci anni per capire chi mandare via». E se per Sellner dovrebbero essere cacciati anche quelli
«non assimilati», e chissà cosa vorrà dire, e forse quelli con il passaporto tedesco, e Kotré ritiene insomma «che bisogna parlarne». La parlamentare regionale, da sempre legata a Sellner, in passato è assurta agli onori della cronaca per aver partecipato a un incontro in Svizzera con i neonazisti di “Blood and Honor”.
A margine della riunione la intercettiamo e le chiediamo cosa intenda con «privatizzazione della remigrazione», uno slogan che aveva usato in campagna elettorale. «Se lo Stato non riesce a rimpatriare i migranti, bisogna privatizzare il servizio», risponde. Le chiediamo se il suo modello è Ice, il brutale servizio anti immigrazione americano introdotto da Trump. Lei svicola, ma neanche tanto: «Che vuol dire il mio modello? Posso solo dire che molte persone mi hanno già contattato, molti imprenditori della logistica sarebbero prontissimi a farlo».
(da agenzie)
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