“ISRAELE LEGITTIMA LA VIOLENZA SESSUALE CONTRO I PALESTINESI”: ARCHIVIATO STUPRO DI GRUPPO A SDE TEIMAN
LA DIRETTRICE DEL COMITATO CONTRO LA TORTURA IN ISRAELE: “LE ACCUSE ARCHIVIATE NONOSTANTE I VIDEO, STANNO DANDO AI SOLDATI LICENZA DI ABUSARE DEI PALESTINESI”
“L’esercito israeliano sta dando ai suoi soldati una licenza di stupro, a patto che la vittima sia palestinese”: queste le parole di Sari Bachi, Direttrice Esecutiva del Public Committee Against Torture in Israel (PCATI), all’indomani dell’archiviazione del caso dei soldati dell’Idf accusati di aver stuprato un detenuto palestinese nel luglio 2024. Nessuno di loro sarà più perseguito.
Mentre gli occhi del mondo sono puntati sui cieli di Beirut e Teheran, nell’ombra dei centri di detenzione nel deserto del Negev si consuma una delle pagine più oscure della giustizia israeliana recente. Il caso è quello di Sde Teiman, una struttura diventata sinonimo di abusi sistematici, dove l’archiviazione delle accuse di stupro contro un gruppo di soldati ha squarciato il velo su quello che le organizzazioni per i diritti umani definiscono “un sistema di impunità istituzionalizzato”.
Il cuore della vicenda riguarda lo stupro di un detenuto palestinese gazawi, un atto talmente violento da costringere le autorità al suo ricovero in un ospedale civile. I medici, di fronte a ferite incompatibili con qualsiasi forma di autolesionismo, hanno denunciato l’accaduto. Giovedì scorso, però, il caso è stato archiviato.
Ne abbiamo parlato direttamente Sari Bachi, direttrice dell’organizzazione non governativa fondata nel 1990, in risposta alle sistematiche violazioni dei diritti umani durante la prima Intifada
Come è stata possibile la chiusura di questo caso?
Il procuratore generale militare è incaricato di perseguire i soldati che commettono cattiva condotta o altri tipi di crimini, come, ad esempio, lo stupro. L’ufficio del procuratore generale ha agito correttamente nel formulare accuse penali contro questi soldati, perché c’erano prove schiaccianti che avessero commesso uno stupro orribile contro un detenuto palestinese che era ammanettato e impossibilitato a difendersi. Quello che hanno fatto giovedì scorso è stato far cadere le accuse, sostenendo di non avere prove sufficienti. Tutto questo è palesemente falso. C’erano prove significative disponibili al pubblico sul fatto che fosse stato commesso un crimine atroce. C’erano telecamere a circuito chiuso che mostravano questi soldati trascinare quest’uomo in un angolo e iniziare a ferirlo. Il caso è venuto alla luce perché era così gravemente ferito dall’aggressione che è stato portato in un ospedale civile, e il personale medico lì lo ha segnalato perché era chiarissimo che non si fosse procurato da solo quelle lesioni. E questo avviene in un contesto in cui la tortura (incluse le aggressioni sessuali) è sistematica e diffusa nei confronti dei detenuti palestinesi, a Sde Teiman come in altre prigioni.
Pensa che far cadere queste accuse suggerisca che tentare di occultare un crimine sia ora un’efficace difesa legale per i soldati israeliani?
Penso sia un’indicazione del fatto che l’esercito stia dando ai suoi soldati licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese. Come Comitato Pubblico Contro la Tortura, rappresentiamo centinaia di detenuti palestinesi, inclusi coloro che hanno subito violenze sessuali. Presentiamo regolarmente denunce chiedendo che le autorità indaghino sugli abusatori, e quelle denunce vengono regolarmente archiviate senza che venga nemmeno aperta un’indagine. In questo caso, le prove erano ampiamente disponibili. C’è stata una chiara dichiarazione pubblica sul fatto che l’esercito non intende ritenere i soldati responsabili per la tortura e che, di fatto, la sta autorizzando. L’esercito ha scelto di non raccogliere la testimonianza di quest’uomo prima di rilasciarlo dentro Gaza, e non è chiaro quali tentativi abbiano fatto, se ne hanno fatti, per mettersi in contatto con lui dopo il rilascio.
Avete registrato altri casi di stupro dal 7 ottobre 2023 all’interno della stessa prigione?
Si. È diventato piuttosto comune, e siamo rimasti sorpresi nel vedere che i detenuti e gli ex detenuti sono sempre più disposti a parlarne. Forse perché è così comune che parte dello stigma e della vergogna è diminuita; parlandone, forse le persone si sentono un po’ più a proprio agio nel farsi avanti. Ma è molto, molto comune. E voglio essere chiara: molti maltrattamenti sono ordinati ufficialmente. A Sde Teiman era organizzato che le persone fossero messe in condizioni non igieniche, malsane e sovraffollate. È stato stabilito ufficialmente che non ricevessero visite familiari o della Croce Rossa Internazionale, che le razioni di cibo fossero ridotte e che non ricevessero trattamenti medici adeguati, anche per malattie infettive contratte durante la detenzione. Non si tratta di uno o pochi soldati isolati. Questa è una politica istituzionale di tortura.
Se il sistema legale militare non può o non vuole fare giustizia in un caso con prove video evidenti, questo prova che un’indagine internazionale indipendente sia l’unica via rimasta per l’accertamento delle responsabilità?
Non credo avessimo bisogno di questo caso per sapere che c’è bisogno di responsabilità internazionale. Negli ultimi 25 anni, nonostante centinaia di denunce di tortura da parte degli investigatori dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza israeliana), non è stata presentata nemmeno una singola incriminazione, figuriamoci un processo o una condanna. Il sistema giudiziario israeliano non è interessato a perseguire la tortura contro i palestinesi. Le autorità israeliane stesse stanno perpetrando ufficialmente la tortura contro i detenuti.
Pensi che la guerra con l’Iran e la situazione attuale influenzeranno ulteriormente le condizioni dei detenuti palestinesi?
A partire dal primo giorno di guerra, le autorità israeliane hanno cancellato quasi tutte le visite degli avvocati ai detenuti palestinesi. Tutte le visite che avevamo programmato per marzo sono state cancellate. Siamo particolarmente preoccupati perché, con la cancellazione delle visite della Croce Rossa e dei familiari, gli avvocati sono l’unico contatto che i detenuti hanno con il mondo esterno. Quando cancelli quelle visite, diventa difficile per il Comitato Contro la Tortura e per altri venire a conoscenza dei maltrattamenti e intervenire. Sappiamo dallo scorso anno,
da giugno, che durante la guerra con l’Iran non solo i detenuti non sono stati portati nei rifugi durante gli attacchi missilistici, ma la violenza delle guardie carcerarie (militari) contro di loro è aumentata significativamente. Abbiamo scritto alle autorità carcerarie per esigere il ripristino delle visite legali e per chiedere che i detenuti siano protetti dagli attacchi missilistici. Altrimenti, sono “bersagli facili”, chiusi in cella e impossibilitati a fuggire per salvarsi.
I detenuti palestinesi non sanno cosa sta succedendo fuori dalla prigione, giusto?
Giusto, una detenuta rilasciata pochi giorni dopo l’inizio della guerra ha detto che non erano stati informati. Sappiamo anche dallo scorso giugno che ai detenuti non veniva detto nulla, ma sentivano le esplosioni vicine.
Una delle proposte più discusse in Israele è quella del reinserimento della pena di morte contro i palestinesi, ci sono novità a riguardo?
La Knesset israeliana stava portando avanti un disegno di legge sulla pena di morte solo per i palestinesi prima dell’attuale guerra con l’Iran. Quelle udienze sono state sospese nelle ultime due settimane, ma abbiamo capito che le riprenderanno da domenica per cercare di far passare la legge sotto la “nebbia della guerra” mentre l’attenzione della gente è altrove. È particolarmente importante che i paesi dell’UE esprimano la loro opinione al riguardo, perché lo Stato israeliano è un osservatore nel Consiglio d’Europa e ha relazioni bilaterali con l’Italia e con l’UE. Sarebbe un grande passo indietro per Israele ripristinare la pena di morte dopo il 1962. È in totale contrasto con la tendenza mondiale all’abolizione e certamente contraria alle norme europee.
(da Fanpage)
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