LA GUERRA IN IRAN STA DILANIANDO IL PARTITO REPUBBLICANO AMERICANO. IN MOLTI CREDONO CHE TRUMP ABBIA TRADITO L’IDEALE DELL’AMERICA FIRST PER ANDARE DIETRO A NETANYAHU (CHE, DICONO, LO RICATTEREBBE CON I FILE DI EPSTEIN, PRESUNTA SPIA DEL MOSSAD)
ANCHE IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO, NEOCON INTERVENTISTA, CHE HA SEMPRE SPONSORIZZATO UN RAID A TEHERAN, AMMETTE: “ABBIAMO COLPITO PERCHÉ ISRAELE AVEVA DECISO DI AGIRE, E NON POTEVAMO NON PARTECIPARE”
Dal Pentagono, avevano prospettato a Donald Trump «grandi rischi ma anche possibilità
di ottenere risultati militari di prestigio ed enormi ritorni economici». Anche seguendo questi consigli il presidente americano ha deciso di iniziare a bombardare l’Iran, avviando la più complessa e infida operazione militare degli ultimi decenni.
The Donald ha scelto di intervenire, assieme a Israele, in una di quelle guerre che per lunghi anni ha definito «stupide e lontane». Ha […] ignorato i segnali dalla sua base elettorale, della destra populista, del movimento Maga che lo ha spinto alla casa Bianca per riportate l’America ad essere grande, ma non accetta che gli Stati Uniti siano coinvolti in un conflitto che poco ha a che fare con gli interessi dell’americano medio: «È un tradimento», hanno gridato esponenti Maga come l’avversaria di Trump, Marjorie Taylor Greene; o come Blake Neff, produttore del popolare podcast del defunto attivista di destra Charlie Kirk.
«Liberare il popolo iraniano non è il motivo per cui ho votato per Trump», hanno postato gli Hodgetwins, un duo di podcast conservatori da milioni di follower. Trump viene attaccato dai democratici al Congresso, come dai leader progressissti in ascesa, dal governatore della California Gavin Newsom, al sindaco di New York, Zohran Mamdani.
I parlamentari repubblicani sono preoccupati guardando al voto di Midterm del prossimo novembre. Ma, a essere disorientata, è l’America che lo ha votato, non solo quella di sinistra e pacifista: appena il 27% degli americani sostiene gli attacchi delle forze militari statunitensi contro l’Iran, il 43% li disapprov
Lo dice l’ultimo sondaggio Reuters-Ipsos realizzato dopo che i raid hanno ucciso a Teheran la guida suprema iraniana Ali Khamenei. «La maggior parte degli americani si è svegliata chiedendosi perché gli Stati Uniti sono in guerra con l’Iran, qual è l’obiettivo e perché le basi Usa in Medio Oriente sono sotto attacco», spiega Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono, ambasciatore statunitense in Israele con Barack Obama alla Casa Bianca, e ora analista del think tank Atlantic Council a Washington.
Circa il 56% degli americani ritiene che il presidente sia troppo disposto a usare la forza militare per promuovere gli interessi Usa: circa l’87% degli elettori democratici non condivide l’aggressività di Trump nel mondo, ma la disapprova anche il 23% dei repubblicani, così come il 60% degli americani – di centro e indecisi – che non si identificano con nessuno dei due partiti politici. «Ho fatto la cosa giusta, non credo ai sondaggi, c’è una maggioranza silenziosa di americani che sta con me»: così si è difeso Trump, spingendosi quasi oltre l’ultima linea rossa degli americani in guerra.
Una domanda cruciale è come reagirà il movimento Maga alla guerra in Iran e se questa danneggerà i repubblicani alle elezioni di midterm. Una risposta la dà a un piccolo gruppo di giornalisti tra cui il Corriere Ken Paxton, il procuratore generale del Texas che oggi spera di battere nelle primarie per il Senato il repubblicano Cornyn che accusa di aver tradito Trump.
Steve Bannon ha definito Paxton «il simbolo del cuore del movimento Maga». «Sono felice che l’abbia fatto — ci dice Paxton sull’attacco a Teheran in una sosta elettorale a Waco —, l’Iran è una grande minaccia per il nostro Paese e sembra che l’abbiano realizzato in modo molto efficace, è incredibile quello che le forze armate hanno fatto sotto questa leadership».
«Non penso che sia nell’interesse degli Stati Uniti aprire un vaso di Pandora di caos e distruzione… non vedo come questo rispetti gli impegni del presidente, sono deluso», ha detto Erik Prince, finanziatore di Trump e fornitore di contractor in molte guerre. Ma dopo l’uccisione di Khamenei il presidente ha ora «l’opportunità di dichiarare vittoria e uscirne», evitando di legare il futuro dell’Iran «alle nostre truppe e al nostro sangue»
Prince parlava come ospite del programma di Bannon War Room nel quale l’ex stratega di Trump non si sbilancia e ha ospitato anche voci che definiscono la guerra necessaria o che dicono che non sarà breve. Bannon dopo la morte di Khamenei ha scritto su X: «Cambio di regime compiuto, tutti a casa»
Per un sondaggio di Politico , parte della «base» resta fedele a Trump: quasi metà dei suoi elettori appoggiano l’attacco. Ma molti sperano che non duri troppo. Blake Neff, produttore del programma di Charlie Kirk (l’attivista assassinato a settembre, contrario al regime change ), spiega che alcuni amici di destra trovano «molto deprimente» l’attacco in Iran, ma «se questa guerra è veloce e porta a una vittoria decisiva, la maggior parte supererà la cosa. Se va a finire diversamente, ci sarà molta rabbia»
Cresce la preoccupazione per il terrorismo. Una guerra prolungata? «Non credo sia l’idea di Trump: vuole distruggere il regime, e l’ha fatto, e ora sta distruggendo la loro capacità militare, vuole chiuderla là», ci dice Paxton
(da Domani)
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