LE SCUSE DI GIORGIA: PIU’ CHE UNA PREMIER E’ UN’ABILE FUGGIASCA
L’ARTE DI SCAPPARE QUANDO E’ IN DIFFICOLTA’ E QUELLA DI PRENDERSI I MERITI QUANDO NON SE NE HANNO
Tra gli infiniti e per molti versi mitologici rovesci che sta collezionando Giorgia Meloni dopo la batosta referendaria, c’è anche quello di essersi fatta umiliare da Elio Vito, storico ex parlamentare (e ministro) di Forza Italia, che ha lasciato il partito berlusconiano quattro anni fa per tornare tra i Radicali.
Scatenato su X e assai critico nei confronti del governo, Vito ha incenerito così Meloni dopo il viaggio nei paesi del Golfo: “Giorgia, hai consumato più carburante di quanto ne hai ottenuto…”. Gioco, partita e incontro.
Il governo Meloni sta perdendo i pezzi, ma c’è un aspetto su cui la premier non perde lo smalto dei giorni migliori: la propensione alla fuga quando è in difficoltà (spesso, ultimamente). Se c’è da intestarsi – spesso in maniera del tutto pretestuosa – una vittoria, Donna Giorgia è scaltrissima a richiamare in ogni modo l’attenzione; se c’è da affrontare una polemica, una sconfitta o un rovescio, si imbosca invece senza alcun pudore.
Un po’ è istinto di fuga e un po’ inclinazione alla tanatosi, la tecnica adottata da molti animali (tipo l’opossum) di fingersi morti per scampare a qualche pericolo incombente. Il viaggio nei Paesi del Golfo è pienamente rientrato in questa logica. Meloni ha perso il referendum; ha perso pezzi di governo; ha perso un fratello di Italia come Delmastro; ha perso il tocco magico. Invece di affrontare il problema, è scappata un’altra volta, stavolta addirittura dall’Italia, con la scusa della missione per conto di Dio. Quante volte è fuggita Donna Giorgia in questi tre anni e mezzo di governo? Tante, tantissime. È un cliché di quasi tutti i leader, ma con lei si è verosimilmente raggiunto il parossismo. Se c’è un caso giudiziario, uno scoop giornalistico, una scoppola elettorale o qualsiasi cosa possa ammaccarla, lei marca visita. Manda in Parlamento e tivù qualche sottoposto. Cerca pateticamente di sviare l’attenzione con qualche famiglia nel bosco. E scappa sempre. Più che una premier, è una fuggiasca.
Con il passare degli anni, Meloni ha escogitato una gamma considerevole – e per certi versi ammirevole – di scuse. Gliene va dato atto. Ora, però, il giochino della fuga sistematica è stato usato così tanto da essere arrivato alla saturazione. Il bluff rischia di non funzionare: servono nuovi diversivi. Nuovi capri espiatori. Nuovi alibi. Nuove arme di distrazioni di massa. In questo senso, Meloni dovrebbe forse adottare d’ora in poi le seguenti tattiche.
Mossa Blues Brothers. Quando qualcosa andrà storto, Meloni potrà sciorinare la storica scusa di John Belushi: “Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”. L’Italia ha creduto financo a Ruby nipote di Mubarak, quindi si berrebbe tranquillamente pure questa.
Variante Minnie. Dare la colpa a Donzelli: funziona sempre. “Ho perso il referendum? Colpa di Donzelli”. “La Nazionale non si è qualificata ai Mondiali? Colpa di Donzelli”. “Musetti non vince più? Colpa di Donzelli”. Di fronte ad argomentazioni così granitiche, nessuno potrà mai darle torto.
Mahatma Bocchino. Quando un evento non va come previsto, uscirsene così: “Mi sono fidata delle previsioni di Bocchino”. Non è una scusa geniale, perché fidarsi del povero Italo equivale a darsi dei bischeri da soli, ma sempre meglio di niente.
Si prospettano tempi grami per la Premier Fuggiasca. Serviranno continui escamotage. Usare Bignami come scudo umano. Senaldi come punching ball. Bau Bau Montaruli come diversivo. Qualsiasi cosa. L’importante è scappare quando si è in difficoltà e prendersi i meriti quando non se ne hanno. E in questo, almeno in questo, Meloni ha pochi rivali.
(da ilfattoquotidiano.it)
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