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“LA LINEA DI TRUMP E’ QUELLA DI UNA CHIARA ROTTURA” : PAOLO ZAMPOLLI, INVIATO SPECIALE DELLA CASA BIANCA PER LE GLOBAL PARTNERSHIP, CERTIFICA CHE IL “VAFFA” DEL TYCOON A GIORGIA MELONI E’ DEFINITIVO

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

“ CONOSCO IL PESO CHE LUI ATTRIBUISCE ALL’AMICIZIA E ALLA LEALTÀ. CHE IL PRESIDENTE AVESSE DATO UN’INVESTITURA POLITICA A MELONI È CHIARO, EVIDENTEMENTE QUANTO È ACCADUTO CON LA PREMIER NON HA CORRISPOSTO ALLE SUE ASPETTATIVE”

“Il presidente si è espresso, il messaggio che ha pubblicato sul social è ora la linea ufficiale dell’amministrazione degli Stati Uniti». Paolo Zampolli, amico personale di Donald Trump e oggi inviato speciale del governo americano per le Global partnership, ha appena letto il post del capo della Casa Bianca e spiega: «Non siamo più al livello di una conversazione con un giornalista che può essere fraintesa. Questa è la linea ufficiale e al momento documenta una chiara rottura».
Cosa è successo e cosa ha determinato questa escalation?
«Il presidente si aspettava l’aiuto dell’Italia durante le operazioni in Iran, ma non lo ha ricevuto. Ha fatto molto per il Paese e aveva dato una chiara investitura politica alla premier, su vari temi, senza poi ricevere sostegno su una iniziativa di grande importanza».
Durante gli incontri al G7 appena concluso in Francia ha detto che si è sentito abbandonato dagli alleati. Ci sono anche motivazioni personali dietro a questa sua scelta?
«Dal punto di vista pratico quanto è successo è chiaro, perché lo stesso presidente scrive della sua delusione per il mancato appoggio nelle operazioni relative all’Iran. È una questione politica».
Lei però lo conosce bene anche sul piano personale, non ritiene che questo aspetto abbia avuto un impatto sul rapporto con Meloni?
«La mia amicizia con lui dura da oltre trent’anni ed è chiaro che la lealtà è “king”, è la cosa più importante a cui tiene di più. […So però il peso che lui attribuisce all’amicizia e alla lealtà, che in genere hanno un impatto significativo sulle sue relazioni anche dal punto di vista personale. Che il presidente avesse dato un’investitura politica a Meloni è chiaro, basta guardare le dichiarazioni pubbliche che aveva fatto in suo sostegno. Evidentemente quanto è accaduto con la premier non ha corrisposto alle sue aspettative».
Almeno a giudicare dal tono del messaggio, questa sembra una rottura definitiva.
«Il contenuto è chiaro. Fino a quando si era trattato di rapide conversazioni giornalistiche potevamo pensare che ci fosse stato qualche fraintendimento, oppure che si trattasse di una reazione dettata dall’umore del momento. Ora però siamo di fronte ad un messaggio pensato e scritto, che ovviamente rappresenta la linea dell’intera amministrazione».
In fondo Trump ha bombardato l’Iran, provocando la morte della guida suprema Khamenei, ma ora ha appena firmato un accordo con il figlio. Il suo pragmatismo non potrebbe aprire comunque la porta ad una ricostruzione del rapporto?
«Fino a ieri pensavo che si potesse risolvere la questione con qualche gesto, ad esempio se il ministro degli Esteri Tajani fosse venuto a Miami per il forum previsto sull’economia e avesse avuto una conversazione con il segretario di Stato Rubio. Si poteva anche pensare di invitare la premier sul campo da golf con il presidente, per favorire un chiarimento più informale. Ora la situazione è cambiata».

(da agenzie)

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LA BASE “MAGA” SUI SOCIAL ATTACCA GIORGIA MELONI: “SEI UNA SAPUTELLA”, “UNA SENZA CLASSE”, “MARIONETTA”, “HA UN ATTEGGIAMENTO INFANTILE”

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

ORA GIORGIA E’ DIVENTATA NEGLI USA UN NUOVO NEMICO PER LA BSE TRUMPIANA: “L’ITALIA STA ANDANDO A ROTOLI A CAUSA SUA E LEI PENSA A ELEMOSINARA UNA FOTO CON TRUMP”

La base Maga sui social si è schierata con Donald Trump, scoprendo un nuovo nemico: Giorgia Meloni. Il post pubblicato su Truth in cui il presidente degli Stati Uniti ha ribadito le accuse alla premier di averlo implorato di fare una foto insieme, ha provocato un’ondata di commenti a favore del tycoon.
I nomi degli account sono in gran parte di fantasia, una situazione che nel passato ha indotto gli analisti a parlare di veri e propri troll della propaganda della destra americana, e che fa supporre come la macchina trumpiana abbia usato la piattaforma per far uscire il presidente dall’angolo di un caso imbarazzante.
Alcuni irridono Meloni con meme in cui la paragonano a una vecchia scarpa da ginnastica, o mostrano il video in cui lei appare con la mano sul fianco, snobbata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e Trump, e il commento ironico: «Brava, fai vedere chi sei».
L’account ChaterineProudAmerica scrive: «È ciò che si merita quella piccola saputella. Al diavolo lei: non potevamo usare la base mentre stavamo salvando i loro culi».
Mitzi Turpin, che si definisce Ultra Maga, cita una canzone dei Pretenders e scrive: «Sono speciale, così speciale, devo avere un po’ della tua attenzione, dammela». E ancora: «Senza classe». «Marionetta». «Sì, lei l’ha implorato», scrive uno, mostrando una foto di Meloni con sguardo adorante tra Trump e Merz.
L’account WomenForTrump, sessantamila follower, accusa la leader di avere un «atteggiamento infantile». «Il suo Paese sta andando a rotoli mentre lei si lamenta per una foto. Niente mostra meglio quanto sia incompetente. Non aveva promesso di porre fine all’immigrazione di massa? Ha fatto esattamente l’opposto».

(da agenzie)

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LE CONSEGUENZE DELLO SCAZZO TRUMP-MELONI: PRIMA E’ STATO CANCELLATO IL “BUSINESS FORUM” FRA ITALIA E STATI UNITI, PREVISTO LUNEDI’ A MIAMI, A CUI AVREBBE DOVUTO PARTECIPARE IL MINISTRO DEGLI ESTERI TAJANI CON INVESTITORI E AZIENDE ITALIANE E USA

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

ORA SALTA ANCHE LA PARTECIPAZIONE DEL MINISTRO GIORGETTI ALL’INCONTRO A MILANO PER L’ASSEMBLEA DELLA CAMERA DI COMMERCIO AMERICANA IN ITALIA, DOVE AVREBBE INCONTRATO IL CONSOLE DEGLI STATI UNITI A MILANO, DOUGLAS BENNING, E I RAPPRESENTANTI DI MOLTE FRA LE PIÙ IMPORTANTI IMPRESE AMERICANE

Giancarlo Giorgetti era atteso domani a Milano per l’assemblea della Camera di Commercio americana in Italia. Per il ministro dell’Economia sarebbe stata l’occasione di incontrare il console degli Stati Uniti a Milano, Douglas Benning, e i rappresentanti di molte fra le più importanti imprese americane. Alla fine, invece, il titolare del Tesoro non parteciperà all’evento: ha deciso di disdire la partecipazione venerdì sera.
I motivi ufficiali non sono noti, ma è impossibile non notare la coincidenza temporale fra la rinuncia di Giorgetti e l’inizio dello scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni.
Assente anche la vicepresidente del Senato e senatrice di Forza Italia, Licia Ronzulli, di solito sempre presente all’American Chamber. «Ma solo perché non potrò essere a Milano domattina — spiega — altrimenti avrei partecipato e, anzi, avrei usato quel palco per dare un messaggio agli imprenditori: che i rapporti transatlantici devono restare solidi indipendentemente da chi siede nello Studio Ovale».
Confermata, per ora, invece la presenza di Luigi Di Maio. L’ex esponente dei Cinque Stelle oggi Rappresentante speciale Ue per la regione del Golfo è stato invitato a parlare della crisi nel Golfo e del ruolo dell’Europa.
Che le relazioni economiche italo-americane siano forti lo dimostra l’andamento degli scambi commerciali. «A dispetto dei dazi e delle guerre, l’anno scorso l’export italiano negli Usa è cresciuto del 7,2% — ricorda Simone Crolla, consigliere delegato dell’Amcham —, gli Stati Uniti sono il primo investitore estero in Italia e guardano con interesse al Paese». Così, per esempio, sia il mega-fondo Kkr e sia il colosso dell’intelligenza artificiale Anthropic apriranno a breve una sede a Milano.

(da Corriere della Sera)

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UN SONDAGGIO DI “CHANNEL 12” HA RILEVATO CHE IL 59% DEGLI ISRAELIANI RITIENE CHE NETANYAHU NON DOVREBBE RICANDIDARSI, SOLO IL 33% È FAVOREVOLE

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

“BIBI”, INSEGUITO DAI PROCESSI PER CORRUZIONE (CHE STA CERCANDO DI EVITARE ANCHE CON RIFORME DELLA GIUSTIZIA CHE AUMENTEREBBERO IL POTERE DELLA POLITICA SULLA MAGISTRATURA), HA PERSO ANCHE IL SOSTEGNO DI TRUMP

Doveva essere la sua carta vincente. E invece, giorno dopo giorno, si sta trasformando in una valanga che può segnare la sua fine politica. Fino a poco tempo fa Benjamin Netanyahu si vantava di essere l’unico leader israeliano in grado di farsi ascoltare dal presidente americano Donald Trump.
Ora però l’improvvisa impopolarità del tycoon a causa della condotta della guerra con l’Iran e le offese e le minacce con cui egli continua a rivolgersi all’amico e alleato stanno mettendo in crisi la campagna elettorale del premier in vista del voto d’autunno.
Ieri Trump ha continuato a fare esternazioni che mettono in imbarazzo Netanyahu. Prima affermando di aver spinto Israele a un cessate il fuoco con il Libano – rafforzando così l’immagine di un “Bibi” a lui subalterno. E poi ripostando sul social Truth un articolo che sostiene egli abbia in mano le carte per la vacillante rielezione dell’alleato, così rendendo ancora più chiaro il senso delle sue parole di due giorni prima, quando aveva messo in dubbio il suo endorsement elettorale per Netanyahu.
Colpisce peraltro l’uso dell’immagine delle carte, perché riecheggia quel «Non hai le carte» che Trump rivolse sprezzante a Volodymyr Zelensky e arriva pochi giorni dopo quel «Netanyahu dovrebbe dirci grazie» che a sua volta rimanda a uno storico
rimprovero al leader ucraino.
Sembrano lontani i tempi in cui Trump passava il capodanno a Mar-a-Lago con lui, anche se era solo meno di sette mesi. Oggi l’ipotesi di una visita in Israele per spingere l’alleato in campagna elettorale appare fantapolitica.
E che l’endorsement sia in dubbio è confermato dalla notizia, riportata da Channel 12, secondo cui funzionari dell’amministrazione avrebbero avviato contatti dietro le quinte con i leader dell’opposizione israeliana, tra cui Naftali Bennett e Gadi Eisenkot, i principali candidati alla successione di Netanyahu.
Non bastasse Trump, i sondaggi allarmano sempre di più il premier. Il partito Yashar dell’ex generale Eisenkot è in ascesa e avrebbe raggiunto a 22 seggi il suo Likud, mentre Insieme, di Bennett e Yair Lapid, lo tallona da vicino. Ma c’è un altro rilevamento, pubblicato ieri, che fa ancora più male: un’indagine di Channel 12 ha rilevato che il 59% degli intervistati ritiene che Netanyahu non dovrebbe ricandidarsi, e solo il 33% è favorevole.
Il premier può vantare la decapitazione di Hamas e Hezbollah, ma l’ultima guerra non ha portato affatto alla caduta del regime iraniano, che si è addirittura rafforzato.
Inseguito dai processi per corruzione, che sta cercando di evitare anche con riforme della giustizia che aumenterebbero il potere della politica sulla magistratura, Netanyahu si presenterà alle elezioni senza più la carta Trump e con degli alleati di ultradestra che hanno spaccato il Paese

(da Repubblica)

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EDIMBURGO, TERRORISTA SOVRANISTA ACCOLTELLA A CASO PER STRADA CINQUE CITTADINI DI FEDE MULSUMANA

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

GLI ATTACCHI IN VARIE ZONE DELLA CITTA’ POI VIENE BLOCCATO E ARRESTATO… IL PREMIER STARMER: “SCONVOLGENTE”… SONO LE CONSEGUENZE DI CERTI SEMINATORI DI ODIO CHE LE DEMOCRAZIE OCCIDENTALI NON HANNO LE PALLE DI ARRESTARE

Un uomo di 36 anni è stato arrestato a Edimburgo in relazione a una serie di «attacchi violenti» compiuti nella serata di venerdì nella capitale scozzese, a seguito dei quali cinque persone sono rimaste ferite. Si tratterebbe di attacchi di matrice anti-musulmana.
Alcuni filmati diffusi online mostrano d’altronde un uomo a torso nudo aggirarsi per le strade di Edimburgo brandendo una grossa arma, prendendo d’assolto vetrine o persone. In un altro video si vede l’uomo, fermato dalla polizia a terra, spiegare di aver agito per «punire gli islamici», dando segni di squilibrio. «Vi ho detto più e più volte che sto difendendo il Paese da questi fottuti musulmani bastardi, che stuprano le nostre figlie. Quel che è troppo è troppo».
I feriti e le indagini
Sarebbero cinque uomini quelli rimasti feriti negli attacchi riportati in diverse aree della capitale. Le vittime — due 22enni e altri uomini di 24, 27 e 39 anni — hanno riportato lesioni di varia entità. Tre di loro hanno avuto bisogno di cure ospedaliere, ma nessuna delle ferite è risultata in pericolo di vita. Nella tarda serata di venerdì la polizia avrebbe ricevuto numerose chiamate di emergenza da persone che segnalavano «attacchi violenti, comprese minacce, rapine e atti vandalici L’unità antiterrorismo scozzese sta conducendo le indagini, con il supporto di altri specialisti e degli agenti di polizia locale», ha dichiarato la polizia in un comunicato.
La reazione del governo
Il premier laburista Keir Starmer, che alcune indiscrezioni di stampa non confermate danno sull’orlo delle dimissioni questo weekend, ha definito quanto accaduto «assolutamente sconvolgente». Notando come l’uomo arrestato «sembra essere stato mosso da odio anti-musulmano», Starmer ha sottolineato di non essere disposto a tollerare nulla del genere. «Dovrà affrontare tutto il rigore della legge. I miei pensieri sono rivolti alle persone rimaste ferite e ringrazio la polizia e i servizi di emergenza per il loro intervento», ha concluso il premier

(da agenzie)

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CONTRORDINE PATRIDIOTI, POTETE ANDARE A MANGIARE GLI HAMBURGER A VILLA TAVERNA, SEDE DELL’AMBASCIATA AMERICANA

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

MELONI TIRA IL FRENO: “NON POSSIAMO RISCHIARE DI ROMPERE CON GLI STATI UNITI”… I POTERI FORTI L’HANNO INFORMATA SUI GUAI CHE HA CREATO AI RAPPORTI ECONOMICI CON GLI USA

E adesso? Rientrata a Roma dalla trasferta brussellese, Giorgia Meloni pesa gli effetti del secondo, sempre più tumultuoso e ispido, senza precedenti, botta e risposta con Donald Trump. Su un piatto della bilancia, c’è un aspetto che più di un ministro della sua cerchia non nasconde, accarezzando il concetto: la «polarizzazione» con The Donald può fare comodo sul piano del consenso interno. Non è certo la vicinanza al tycoon, in questa fase, ad aiutare nei sondaggi, mentre il contrario funziona, eccome. «Vannacci chi? Da due giorni non si parla più di lui», è un esempio tra i tanti citati riservatamente.
Sull’altro piatto, che però è quello più pesante, ci sono i rapporti con il principale alleato del Paese, gli interscambi commerciali da oltre 100 miliardi di euro, che alle imprese interessano di sicuro, Confindustria in primis, i 20 milioni di italo-americani, le basi Nato e Usa strategiche anche per la difesa aerea, che senza il sostegno di Washington rimarrebbe sguarnita, in assenza di investimenti portentosi, come ripete da tempo il ministro Guido Crosetto. Incrinare sul serio, definitivamente, un asse bilaterale ultradecennale avrebbe conseguenze ben più pesanti di uno scambio di cinguettii social avvelenati.
Considerazioni che a palazzo Chigi vengono tenute in conto, al netto di quelle che vengono definite «linee rosse», che il presidente americano avrebbe oltrepassato, cioè il rispetto che si deve all’Italia e a chi la rappresenta al massimo vertice dell’esecutivo. Dunque? Non è un caso se nella cerchia di Meloni, a sera, battono su un passaggio della risposta social a Trump. Non certo quello più “a effetto”. È la parte in cui la premier dice: «Non tornerò più sull’argomento». Ai ministri e i big di FdI con cui si consulta arriva dunque l’ordine di scuderia: ora basta polemiche, non si può continuare così, bisogna anzi cercare di risolvere. Si è reagito a dichiarazioni offensive e «senza senso», ma la posta in palio è troppo importante per consumare fino in fondo quella che Paolo Zampolli, inviato speciale di Trump in Italia, definisce già una vera «rottura».
Non si può arrivare, invece, alla «cesura delle relazioni diplomatiche». Anche il Colle segue l’evoluzione di questo intricato tetris. Il presidente Sergio Mattarella, l’altro ieri, dopo la prima intemerata di Trump, ha telefonato alla premier per esprimerle una doverosa solidarietà. C’è preoccupazione al Quirinale in generale a non rompere con l’America. Una posizione che anche a Palazzo Chigi conoscono bene.
L’esempio più lampante di questo cambio d’approccio sotterraneo, molto diverso dai toni social della premier, riguarda il ricevimento per il 4 luglio, festa nazionale degli Stati Uniti. Come ogni anno, il 2 sarà ospitato a Roma nella sede dell’ambasciata Usa, Villa Taverna. L’altro ieri, dopo le prime randellate di Trump, un po’ tutti i ministri (tranne Crosetto) nelle chat interne sostenevano che no, questa volta non avrebbe avuto alcun senso presentarsi. Pure nelle discussioni di FdI si faceva lo stesso ragionamento.
Ora da palazzo Chigi arriva una lettura molto diversa: a Villa Taverna i rappresentanti del governo ci saranno. Tutti? Qualche defezione è ammessa, ma a titolo personale, non in nome dell’esecutivo. Ieri Antonio Tajani, dopo un consulto con Meloni, ha sentito al telefono il segretario di Stato Usa, Marco Rubio. A Villa Taverna ci sarà. E si vedrà come il segnale sarà accolto dall’altro lato dell’Oceano. Anche perché pochi giorni dopo, il 7 e 8 luglio, è in programma il summit della Nato, ad Ankara. Meloni rivedrà Trump. L’appuntamento forse più difficile. Oltre il ruvidissimo battibecco social, si manda insomma qualche segnale in sordina. «Ma chissà come saranno accolti».
Sul piano pratico, dopo l’annullamento della missione di Tajani a Miami, il governo sta frenando intanto sul voto in Parlamento per la missione ad Hormuz. Nessuna
smania di fare presto. Fonti autorevoli di governo raccontano che si stava lavorando per far votare la missione dei cacciamine i primi di luglio. Ma da palazzo Chigi è arrivata l’indicazione di rallentare. «Aspettiamo». Un po’ per l’instabilità della regione, vedi le mosse di Israele, nonostante l’accordo. Ma anche perché prima di dare questo input agli Usa è bene capire come e se il quadro potrà minimamente ricomporsi.

(da Repubblica)

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UN ITALIANO ALLA GUIDA DELLA SINISTRA TEDESCA: CHI E’ LUIGI PANTISANO A CAPO DELLA LINK

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

L’INFANZIA IN CALABRIA E LA LEZIONE DEI GENITORI

È un italo-tedesco, figlio di genitori calabresi, il nuovo leader della Linke, il principale partito di sinistra della Germania.
Luigi Pantisano, 46 anni, è stato eletto alla presidenza con un 53% di consensi. Non una percentuale schiacciata, ma sufficiente per assumere le redini di un partito che – complici le difficoltà del governo Merz – non se la cava affatto male e viene dato fra il 10 e il 12% dai principali sondaggi, al pari dei Socialdemocratici. Al suo fianco ci sarà Ines Schwerdtner, confermata alla co-presidenza con l’86% dei voti.
Il congresso della Linke a Potsdam
Nel suo discorso a Potsdam, l’architetto italo-tedesco nato a Weiblingen, nel Baden-Württemberg, ha attaccato il cancelliere Friedrich Merz e i socialdemocratici, promettendo di riconquistare il voto dei lavoratori: «Sono figlio di lavoratori immigrati di famiglia italiana. I miei genitori hanno lavorato duramente per permettere a me e ai miei fratelli un futuro migliore. Ho imparato da loro a combattere», ha scandito con orgoglio. Il suo discorso, tuttavia, non è riuscito davvero a trascinare la platea degli oltre 500 delegati riuniti nel Brandeburgo ed è stato criticato da molti analisti.
Alla ricerca dei voti della working class
Durante il congresso, d’altronde, sono emersi diversi interventi polemici nei confronti dei vertici del partito. Ma Pantisano, nel suo discorso, ha provato a fare presa sui militanti della Linke promettendo che riporterà la classe operaia a votare a sinistra. «Mentre Merz dice che dobbiamo lavorare 13 ore invece di 8, e che dobbiamo continuare fino a 70, noi mettiamo i temi dei lavoratori al centro del nostro programma», ha detto Pantisano, che ha trascorso l’infanzia in Calabria con altri tre fratelli e che dal 2025 ha un posto al Bundestag come parlamentare.
L’infanzia in Calabria
Il nuovo presidente della Linke non ha nascosto le sue origini e le difficoltà sperimentate da ragazzo. Anzi, ha spiegato che quell’esperienza è stata fondamentale per il suo futuro impegno politico. «Il problema non sono quelli che arrivano in Europa su un gommone, ma il disprezzo di quelli che volano sulle nostre teste con i jet privati», ha detto ancora Pantisano.
(da agenzie)

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SONDAGGIO GHISLERI: IL 19% DEGLI ITALIANI DA’ UN GIUDIZIO POSITIVO SU VANNACCI, SONO I DELUSI DAI PARTITI

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

LA PERCENTUALE SALE AL 34% TRA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA: NESSUNA SORPRESA, SONO I RAZZISTI CHE VOTANO SOVRANISTA

Il successo dell’eurodeputato ed ex generale Roberto Vannacci appare sempre più come il sintomo di un disagio diffuso che cerca una rappresentanza politica. Un fenomeno che non si esaurisce nel carisma del protagonista né nell’efficacia della sua comunicazione. Dietro la crescita del consenso attorno al suo movimento Futuro nazionale -stimato dai sondaggi tra il 4,0% e il 6,0%- affiora una domanda di ascolto, di identità e di riconoscimento che una parte dell’elettorato ritiene da tempo insoddisfatta dai partiti tradizionali. Il bacino elettorale di Futuro nazionale (che nell’acronimo ricorda il Fronte Nazionale) attinge trasversalmente a elettorati diversi – dalla Lega a Fratelli d’Italia, dal Movimento 5 Stelle fino all’ampia platea degli astensionisti – accomunati da domande politiche, sociali e culturali a cui i partiti tradizionali non hanno saputo dare risposta.
I dati dell’ultimo sondaggio di Only Numbers restituiscono l’immagine di una figura capace di dividere profondamente l’opinione pubblica italiana. Da un lato, Vannacci continua a registrare livelli elevati di sfiducia e di rigetto; dall’altro, riesce a consolidare un bacino di consenso che va oltre la semplice protesta e che sembra alimentarsi di una crescente domanda di identità, sicurezza e rappresentanza politica.
Il 19,0% degli intervistati esprime un giudizio positivo nei suoi confronti, una quota tutt’altro che marginale che sale al 34,1% nell’elettorato di centrodestra e al 37,5% tra gli elettori della Lega. Sul fronte opposto, il 56,0% ne dà invece una valutazione
negativa, mentre il 16,4% mantiene una posizione neutrale. Colpisce soprattutto l’atteggiamento dei più giovani tra i 18 e i 24 anni dove la neutralità raggiunge il 31,7%, segno che il fenomeno Vannacci viene osservato più con curiosità che con adesione o rifiuto ideologico. Il movimento politico Futuro nazionale sembra beneficiare di una combinazione di fattori. Secondo gli intervistati, il principale fattore della sua crescita risiederebbe nella capacità di affrontare temi come sicurezza, immigrazione e identità nazionale (22.0%). Seguono la delusione verso i partiti tradizionali e la crisi della Lega – che insieme pesano per circa un quarto delle risposte – e, in misura minore, l’influenza dell’avanzata delle destre europee e una generica protesta antisistema. Curiosamente, il carisma personale dell’ex Generale viene indicato soltanto dal 6,8% del campione come elemento decisivo del suo successo, anche se la percentuale sale al 20,7% tra i giovani. Un dato che suggerisce come il fenomeno sia meno legato alla figura dell’uomo e più alla capacità di intercettare un sentimento diffuso di insoddisfazione e di distanza dalle élite politiche.
A questo si aggiunge una comunicazione volutamente provocatoria e iperbolica, costruita per generare dibattito e amplificazione mediatica. Il 20,4% degli intervistati non indica un fattore prevalente o non sa rispondere, segno che il fenomeno resta in parte ancora difficile da decifrare anche per chi lo osserva. Una dinamica già emersa con la pubblicazione del suo libro, le cui tesi controverse hanno contribuito a moltiplicarne la visibilità, trasformando la polemica in uno strumento di amplificazione del messaggio politico. In questo quadro si inserisce anche il tema della remigrazione, termine entrato nel dibattito pubblico nazionale soprattutto attraverso le posizioni di Vannacci, che lo colloca all’interno di una narrativa – contestata e politicamente connotata – secondo cui le popolazioni europee sarebbero esposte a un processo di sostituzione etnica e culturale favorito dalle élite. Un concetto dai contorni volutamente sfumati, funzionale a ridefinire il perimetro del suo discorso politico. Le conseguenze di questa impostazione emergono anche sul piano della percezione pubblica. Il 35,0% degli intervistati colloca Futuro nazionale nell’area della destra radicale, mentre il 17,0% lo considera espressione di una destra conservatrice. Significativo è però lo scarto interno dove il 54,5% degli elettori del movimento preferisce questa seconda definizione. Un dato che rivela come Futuro nazionale operi su due piani comunicativi simultanei: un messaggio rivolto alla propria base che rassicura e normalizza, e un’immagine esterna percepita come più radicale. È un meccanismo
che richiama quello di altri movimenti in fase di sdoganamento, che cercano legittimità pubblica senza rinunciare alla coesione ideologica interna. Il resto delle definizioni vede il 15,1% collocare il movimento nell’area populista, il 4,3% in quella patriottica e appena il 3,7% nella destra moderata.
Nel complesso, il quadro descrive un movimento in una fase di costruzione identitaria ancora incompiuta, che sfrutta consapevolmente la dissonanza tra percezione esterna e auto-percezione dei propri elettori. La “destra autentica” funziona meno come programma politico e più come dispositivo di riconoscimento emotivo, capace di tenere insieme elettori che si rifiutano dell’etichetta di estremismo radicale pur condividendone spesso le posizioni.
Il rischio politico è che questa ambiguità, utile nella fase di radicamento, diventi un ostacolo nel momento in cui il partito dovesse affrontare scelte di coalizione o di governo che richiedono un profilo più definito. Il suo parlare non tanto come leader di partito, ma piuttosto come un soggetto esterno al sistema – pur essendone ormai parte integrante -, costruisce il proprio racconto attorno a una contrapposizione netta tra ciò che definisce il “senso comune” e le élite culturali, mediatiche e politiche. La sua forza non risiede tanto nella capacità di offrire soluzioni articolate quanto nella capacità di dare un nome a paure, insicurezze e malcontenti che una parte dell’elettorato ritiene ignorati dalla politica tradizionale. Da questo punto di vista Vannacci non inventa nuovi problemi, ma riformula problemi già esistenti in una narrazione più emotiva e identitaria. Ed è qui che potrebbe emergere anche il limite principale del progetto politico. Se la protesta può favorire la crescita di un movimento, governare richiede qualcosa di diverso: visione economica, competenza amministrativa e capacità di mediazione.
Non è un caso che gli intervistati individuino proprio nell’economia (13,9%) e nel rapporto con l’Unione europea (10,9%) i punti più deboli della proposta politica di Futuro nazionale. Ancora più significativo è il voto medio di credibilità come forza di governo: appena 3,61 su una scala da 0 a 10. Forse il vero significato politico del fenomeno Vannacci non sta tanto nella possibilità di conquistare il governo del Paese quanto nella sua capacità di rappresentare un disagio. Ogni volta che una parte consistente dei cittadini ritiene che nessuno interpreti le proprie preoccupazioni, emerge qualcuno disposto a occupare quello spazio e Vannacci sta facendo esattamente questo. Lui convince il suo pubblico non perché offra analisi più sofisticate, ma perché traduce temi complessi in messaggi immediati, facilmente comprensibili e ad alto impatto emotivo. La domanda, allora, non è
soltanto quanto crescerà Futuro nazionale nei sondaggi. La domanda è perché una quota crescente di italiani sia alla ricerca di una proposta che si presenta come alternativa all’intero sistema politico. Perché i fenomeni politici passano, i leader cambiano, tuttavia il malessere che li genera spesso rimane… E quando la politica tradizionale non riesce a comprenderlo o preferisce liquidarlo come semplice estremismo, rischia di trasformarlo da protesta episodica in consenso strutturale.

Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)

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L’IMPERIZIA DEGLI ARTIGIANI E’ LA SCIATTERIA DEL PAESE

Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile

COM’E’ CAMBIATA LA CATEGORIA…

Abbiamo parlato dei medici. Occupiamoci adesso degli artigiani, almeno di quelli che incontro io. Lavorano quasi tutti in nero e se tu ci stai ti rendi complice ai danni del cittadino onesto, una rarità invisibile del nostro mondo (“E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”).
Non rispettano gli appuntamenti, ma anche questa è una moda che non riguarda solo gli artigiani. Il lettore ricorderà forse la fatica che ho fatto per trovare un segretario o una segretaria. Incontravo i candidati per farmi un’idea, fissavamo il primo giorno di lavoro e non si presentavano, quando andava bene mandavano una mail di scuse. Io credo che la prima, vera e forse unica riforma da fare in Italia sia quella della buona educazione.
Ma questi sono dettagli. Il problema vero è che gli artigiani in cui mi imbatto non hanno nessuna affezione per il loro mestiere. Anche quando, dopo mesi di attesa, ti presentano finalmente la loro opera, c’è sempre qualcosa che non funziona o da rifare: non so se lo fanno per calcolo o, come credo più verosimile, per incapacità. Un tempo non poi così lontano, l’artigiano era orgoglioso del proprio mestiere e presentava al maestro il “capolavoro” che attestava la validità dei lunghi anni di apprendistato. Insomma l’artigiano veniva da una conoscenza solida del proprio mestiere. Era un do ut des: il maestro gli dava le proprie conoscenze, in cambio, l’apprendista gli forniva gli strumenti essenziali del vivere, il restare in bottega anzitutto (eh già, la “bottega”, termine scomparso dal nostro vocabolario) e poi i vestiti, un paio di scarpe per i giorni infrasettimanali, un altro paio, più elegante, diciamo così, per la domenica e le feste comandate. L’apprendista artigiano si sarebbe sentito orribilmente umiliato se il maestro non avesse approvato il suo “capolavoro”. Questo concetto è esistito, fino a poco tempo fa, anche nel giornalismo. Faccio un esempio che riguarda la mia esperienza. Un pomeriggio mi chiama il direttore dell’Europeo, il mitico Tommaso Giglio, un ciociaro dall’aspetto assai poco rassicurante, diciamo quello di un Totò triste. Insomma mi chiama Giglio e dice: “Adesso prendiamo una smentita a ogni pezzo?”. Una smentita, non una querela. Lavoravo da sei anni all’Europeo e quella era la prima smentita che ricevevo. Peraltro allora il nostro lavoro era molto diverso, noi non ci alimentavamo di social, di database, ma del lavoro fatto sul campo. Mi fa sorridere, amaro, vedere che certe corrispondenze che riguardano, poniamo, il Medio Oriente, vengano datate da Istanbul o da altre città a migliaia di distanza dal luogo dove si svolgono i fatti. Certo anche l’inviato sul campo poteva sbagliare. Sbagliava una volta, sbagliava due volte, ma alla terza finiva fuori dal mestiere. Se si fosse seguita questa linea certi giornalisti, poniamo un Cerno, non esisterebbero. […]
Ma torniamo agli artigiani. Se voi osservate con attenzione certi tombini a Milano vedete che sono accompagnati da una sigla di due lettere che vi appare incomprensibile. Sono le iniziali dell’artigiano che ci tiene a far sapere che quel tombino, un miserabile tombino, porta la sua firma. Insomma quello che è venuto a mancare nella nostra società è il rigore. Cioè il rispetto della legalità, o per meglio dire, dell’onestà che è qualcosa di più profondo. Nell’Ancien Régime, e non sto parlando del Medioevo ma del dopoguerra italiano, il rispetto della parola data era un valore per tutti, per gli imprenditori perché dava credito, per il mondo contadino dove una stretta di mano era sufficiente per suggellare un contratto, senza il bisogno di infinite e faticosissime trattative attraverso le mail, e per il mondo proletario che aveva le sue regole: la fidanzata doveva essere una “compagna”, il vino un Calcarone o un Barbera, vini poveri dunque e così via. Si chiamavano allora “figiciotti”, Federazione Giovanile Italiana Comunista. Non potevano sapere che cos’era davvero il “socialismo reale” che vigeva in Unione Sovietica, perché Togliatti, il “migliore”, che pur in Unione Sovietica c’era stato, glielo aveva occultato. Si arrivò all’estremo del ridicolo, e forse oltre, quando Leningrado, l’antica San Pietroburgo, fu chiamata Togliattigrad. Del resto a Dostoevskij, che era un panrusso, San Pietroburgo non piaceva per niente, troppo moderna ai suoi occhi. Per costruire San Pietroburgo lo Zar Pietro il Grande chiamò architetti da tutta Europa, anche italiani. Ed è molto probabile che io discenda da lì. Dalla componente russa e da quella ebraica, che quando ci sono quattrini di mezzo non manca mai. Posso quindi dire, con ragioni migliori di Bernard-Henri Lévy, capostipite della “nuova filosofia”, di essere il figlio di due Rivoluzioni, quella sovietica perché i miei avi proprietari terrieri dovettero fuggire dalla Russia; e quella italiana perché mio padre, Benso Fini, non volendo aderire al fascismo si rifugiò a Parigi. Era quella la meravigliosa Parigi degli anni Trenta dove anche due intellettuali strepenati come erano mia madre e mio padre potevano frequentare i maggiori artisti e intellettuali, da Picasso a Picabia. […] Mia madre, Zenaide Tobiasz, il cui nome ebreo non può sfuggire a nessuno, ricorda mio padre che fruga in un cesto di rifiuti per prendere qualche arancia marcia. Del resto il Boulevard des Italiens era frequentato da tutti. Fu quello il periodo migliore della loro esistenza. Paradossi della Storia, paradossi della vita.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)

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