Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
PER PETRECCA È STATA “FATALE” LA FIGURA DI PALTA FATTA DURANTE LA CERIMONIA D’APERTURA DELLE OLIMPIADI. NELLA SUA TELECRONACA HA CONFUSO SAN SIRO CON L’OLIMPICO, POI MATILDA DE ANGELIS CON MARIAH CAREY E, DULCIS IN FUNDO, LA PRESIDENTE DEL CIO KIRSTY COVENTRY CON LA FIGLIA DI MATTARELLA
Il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, ha rimesso il proprio mandato nelle mani
dell’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi e lascerà l’incarico al termine delle Olimpiadi di Milano – Cortina. La responsabilità di Rai Sport – in via transitoria – sarà affidata a Marco Lollobrigida. Lo annuncia una nota della Rai.
Il passo indietro di Petrecca – appreso da fonti Rai – è arrivato dopo che il direttore di Rai Sport è finito al centro delle polemiche per gli errori nella telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina, nella quale ha deciso di cimentarsi al posto del collega Auro Bulbarelli, costretto a farsi da parte dopo aver spoilerato informazioni sulla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.§Sul piede di guerra era scesa anche la redazione di Rai Sport, dicendosi pronta alla sciopero alla fine dei Giochi. A sostegno della protesta, era stato anche attuato uno sciopero delle firme dei giornalisti dei tg e dei gr. Petrecca era finito inoltre al centro di nuove contestazioni per le spese “pazze” della sua direzione, lievitate, secondo indiscrezioni filtrate sulla stampa dopo una riunione con il capo del personale, a suon di assunzioni, promozioni e gratifiche e consulenze esterne.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA DELL’AVANZATA PIÙ COSPICUA DAL GIUGNO 2023… I RUSSI SONO IN PANNE DA QUANDO ELON MUSK HA TOLTO LORO LA TECNOLOGIA DI “STARLINK” E SONO RIMASTI SENZA INTERNET
Base della 157esima Brigata Droni, droni e ancora droni: sono l’arma del presente sul fronte russo-ucraino, preannunciano le guerre del futuro e dominano i pensieri di tutti gli esperti di questioni militari. Quasi l’80 per cento delle perdite nei due eserciti sono ormai dovute a quest’arma.
Sono ancora soprattutto i droni che stanno permettendo agli ucraini di resistere all’invasione a quattro anni dal suo inizio e negli ultimi giorni, sembra, persino di guadagnare terreno ricacciando le avanguardie russe. Forse sino a 200 chilometri quadrati strappati ai soldati di Mosca tra mercoledì e domenica scorsi.
La notizia rimbalza da inizio settimana tra i blogger militari nei due campi. Ma usiamo il condizionale perché si tratta di avanzamenti nella cosiddetta zona grigia, ossia quella parte di territorio che nessuna delle due parti controlla e perché le due propagande contribuiscono ad aggiungere le ambiguità della disinformazione al caos connaturato alla guerra.
Gli esperti di faccende militari citati dalla France Press utilizzando dati dello Institute for the Study of War di Washington e oggi ripresi da alcuni media ucraini segnalano che i 200 chilometri quadrati riconquistati in meno di una settimana rappresenterebbero l’avanzata ucraina più cospicua da quelle del giugno 2023 e sono simili per estensione ai successi russi nello scorso dicembre.
«I contrattacchi ucraini fanno leva sul recente blocco di Starlink alle forze armate russe, che i blogger militari di Mosca affermano avere creato enormi problemi alle comunicazioni tra le unità al fronte e anche all’utilizzo dei droni», riportano le fonti.
Il problema delle comunicazioni per i russi è stato accentuato anche dalla decisione di Putin di tagliare i collegamenti con Telegram. Il Cremlino tende a censurare le notizie diffuse in rete, specie quelle relative alle ingenti perdite.
Di recente il nuovo ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, ha sostenuto che tra morti, feriti e dispersi i russi avrebbero perso 35.000 soldati in gennaio e 30.000 in dicembre.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’ONU PARLA DI 486 VITTIME ACCERTATE NEL MEDITERRANEO DALL’INIZIO DELL’ANNO, MA IL NUMERO POTREBBE ESSERE MOLTO PIÙ ALTO
La certezza non c’è. E forse non arriverà mai. Ma quattro cadaveri, riemersi in 10 giorni lungo la
costa tirrenica calabrese, compongono un quadro che inquieta gli investigatori: potrebbe trattarsi di un naufragio fantasma, l’ennesimo, di un barcone carico di migranti svanito senza richiesta di soccorso, senza coordinate.
L’ipotesi che prende corpo è quella della rotta Algeria-Sardegna, l’unica compatibile con corpi restituiti dal Tirreno mentre le altre tratte insistono sullo Ionio. I resti, in avanzato stato di decomposizione, sono stati riportati a riva dalle mareggiate che hanno colpito il litorale tra Scalea, Amantea, Paola e Tropea.
«Al momento non abbiamo elementi per collegare i ritrovamenti a un naufragio specifico», ha detto il procuratore di Paola Domenico Fiordalisi. Nel Tirreno risultano due dispersi scomparsi l’11 febbraio nell’affondamento del peschereccio «Luigino» davanti a Santa Maria Navarrese, in Ogliastra.
Ma lo stato dei cadaveri rinvenuti in Calabria non è compatibile con una permanenza in acqua di pochi giorni. E il primo ritrovamento, l’8 febbraio a Scalea, è precedente al naufragio del «Luigino».
Gli ultimi due corpi sono stati avvistati ieri, a Paola e a Tropea, in quest’ultimo caso da studenti che dalle finestre della classe hanno visto galleggiare una sagoma tra le onde.
Solo quando la corrente l’ha spinto verso riva, la Guardia costiera è riuscita a portarlo a terra. Sembrerebbe una donna, ma sarà l’autopsia a stabilirlo. Dal mare che in queste settimane ha travolto pontili e strade in Calabria e Sicilia, negli stessi giorni sono stati portati sulle coste italiane 11 cadaveri tra Trapani, Pantelleria e Marsala.
Durante il ciclone Harry la Guardia costiera ha segnalato almeno 8 barche in difficoltà, con circa 380 persone a bordo. Una cifra che per alcune organizzazioni umanitarie che operano in Africa sarebbero sottostimate. L’agenzia Onu per le migrazioni parla di 486 vittime accertate nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno, ammettendo che centinaia potrebbero non essere state registrate
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FUOCO HA DIVORATO UN PEZZO DELLA MEMORIA DI NAPOLI. SONO ANDATI IN FUMO LE PAROLE, I PENSIERI, LE EMOZIONI CHE SU QUELLE TAVOLE HANNO PRESO FORMA” … “IL TEATRO PER NAPOLI È UN LINGUAGGIO DEL CUORE. DA SCARPETTA AI DE FILIPPO, DA NINO TARANTO A LUISA CONTE, PARTENOPE HA SEMPRE AFFIDATO L’ESPRESSIONE PIÙ PROFONDA DEI SUOI SENTIMENTI, PASSIONI ED EMOZIONI ALLE TAVOLE DEL PALCOSCENICO”
Con il Sannazaro non si è incendiata una semplice sala teatrale. Ad andare in fiamme è un pezzo dell’anima della città più teatrale d’Italia. Perché il teatro per Napoli è un linguaggio del cuore. Da Scarpetta ai De Filippo, da Nino Taranto a Luisa Conte, Partenope ha sempre affidato l’espressione più profonda dei suoi sentimenti e trasalimenti, passioni ed emozioni alle tavole del palcoscenico.
Il Sannazaro incarna da sempre la forza di questo legame tra il carattere vesuviano e l’arte scenica. Soprattutto dal 1971 quando a dirigerlo era stata la grande attrice Luisa Conte con suo marito Nino Veglia. Il loro intento era quello di restituire al Sannazaro il ruolo di teatro popolare, ma nel senso più alto del termine.
Da quel momento la sala divenne un caso quasi unico nel panorama nazionale, con stagioni costruite attorno a pochi titoli di grande successo, repliche quotidiane, sale sempre esaurite e un pubblico fidelizzato. Tanto da entrare negli annali dello spettacolo come “teatro dei record”.
Negli anni Settanta e Ottanta Luisa Conte, in particolare, incarnò una figura di capocomica carismatica, nella migliore tradizione della scena partenopea, capace di coniugare rigore artistico e profonda empatia con il pubblico. Attorno a lei si formarono generazioni di attori che avrebbero segnato il teatro napoletano contemporaneo.
Ma il glorioso spazio di via Chiaia, nel cuore della Napoli storica, ha sempre avuto un ruolo di primo piano. Sin dalla sua fondazione, avvenuta il 26 dicembre 1847, quando Napoli era una delle capitali europee dello spettacolo. Fu un evento mondano di grande rilievo che rivelò immediatamente la vocazione del teatro per l’alta prosa e per un pubblico colto, composto prevalentemente dall’aristocrazia e dall’alta borghesia.
Le cronache dell’epoca descrissero il Sannazaro come un jolie bouquet, una bomboniera. In effetti la sala, progettata dal celebre architetto Fausto Niccolini, era decorata in bianco e oro, impreziosita da stucchi e affreschi di artisti di grido, capace di coniugare eleganza e raccoglimento. Nella seconda metà dell’Ottocento il Teatro Sannazaro si affermò come uno dei palcoscenici più prestigiosi della città. Nel 1888 fu il primo teatro napoletano a essere illuminato con luce elettrica, un primato tecnologico che ne consolidò l’immagine di luogo moderno e all’avanguardia.
Un’immagine destinata a rafforzarsi un anno dopo, nel 1889, quando il Sannazaro ospitò l’attesissima prima di Na Santarella di Eduardo Scarpetta. Un autentico evento teatral-mondano premiato da un successo clamoroso. Oltre cento repliche, che gli valsero la fama di spazio portafortuna.
Si può dire che il grande teatro italiano ed europeo abbia calpestato le sue tavole. Star del calibro di Eleonora Duse, Emma Gramatica e Sarah Bernhardt, Ermete Novelli, Ermete Zacconi e Ruggero Ruggeri contribuirono a fare del Sannazaro un luogo privilegiato della drammaturgia moderna.
Una tendenza destinata ad accentuarsi negli anni Trenta del Novecento quando il teatro si aprì alle nuove tendenze della scena urbana, come il cinema-varietà, che univa proiezioni cinematografiche e numeri dal vivo.
Di quegli stessi anni è l’incontro storico tra il Sannazaro e i De Filippo, destinato a lasciare un’impronta indelebile nella storia del teatro italiano. Il grande Eduardo presenta proprio nella sala di via Chiaia alcune delle sue prime commedie di successo, contribuendo alla nascita di una nuova comicità borghese. E sempre al Sannazaro Eduardo incontra per la prima volta Luigi Pirandello, un incontro
Lo ha ricordato ieri Marisa Laurito che proprio con Eduardo ha iniziato la sua carriera di attrice. Ma che ha voluto ricordare il ruolo di Luisa Conte, che nella seconda metà del Novecento ha strappato il teatro dalla decadenza cui sembrava avviato e ne ha fatto uno degli spazi più cari al cuore dei napoletani e non solo. Alla scomparsa della grande attrice e impresaria, nel 1994 il testimone artistico del teatro passò alla nipote Lara Sansone, affiancata da Salvatore Vanorio.
Che hanno contribuito a mantenere viva la bandiera della grande tradizione teatrale partenopea senza rinunciare a un dialogo con la contemporaneità. Ecco perché ieri in via Chiaia il fuoco non ha bruciato solo un edificio teatrale. Ha divorato un pezzo della memoria di Napoli. Sono andati in fumo le parole, i pensieri, le emozioni che su quelle tavole hanno preso forma. E di cui adesso sentiamo maledettamente la mancanza.
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“LA VERSIONE DELL’AGENTE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI”… ALTRI QUATTRO POLIZIOTTI INDAGATI
Lo scorso 26 gennaio un poliziotto ha ucciso con un colpo di pistola alla testa il 28enne
Abderrahim Mansouri durante un’operazione antidroga in via Giuseppe Impastato, al limitare del “bosco della droga” di Rogoredo (Milano). Ieri, mercoledì
18 febbraio, sono stati inseriti nel registro degli indagati anche altri 4 agenti, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso.
“Questa novità rafforza quelli che sono stati i nostri dubbi sin dall’inizio, ovvero sul fatto che il nostro assistito avrebbe puntato una pistola finta contro il poliziotto, dandogli il pretesto e il motivo per ucciderlo”, ha riferito a Fanpage.it l’avvocato Marco Romagnoli, che insieme alla collega Debora Piazza rappresenta la famiglia della vittima. “Come dimostrano anche i risultati dell’autopsia, la versione resa dall’agente fa acqua da tutte le parti”. L’ipotesi dei legali, come riportato da Ansa, è che il 28enne “non avesse la pistola” e che qualcuno l’avrebbe messa lì successivamente.
La sparatoria e le indagini
Secondo la versione resa dall’agente, il 28enne avrebbe puntato un’arma – poi risultata essere una pistola a salve – contro di lui, costringendolo a sparare per difendersi. Tuttavia, secondo quanto riferito a Fanpage.it dall’avvocato Marco Romagnoli gli esiti preliminari dell’autopsia e la ricostruzione della traiettoria del colpo sembrerebbero raccontare una dinamica differente: il proiettile avrebbe colpito il giovane “di lato”, dunque, “la vittima non poteva star guardando e quindi puntando l’arma contro il poliziotto”.
Inoltre, stando ai risultati delle luci forensi, utilizzate per rilevare le tracce invisibili a occhio nudo, non sono state rilevate impronte digitali sulla replica della Beretta 92 che Mansouri avrebbe impugnato la sera del 26 gennaio. Anche se, come ha spiegato a Fanpage.it Salvatore Spitaleri, biologo forense e criminalista, ex Ris dei carabinieri di Messina, potrebbe essere dovuto anche “a causa del fango” che potrebbe “aver cancellato eventuali tracce”.
A complicare ulteriormente il quadro della vicenda è anche la ricostruzione delle ore precedenti alla sparatoria. Dopo un servizio in solitaria nella zona di piazzale Corvetto, l’agente ha riferito di essersi spostato verso il bosco di Rogoredo, dove ha poi incontrato Mansouri. Una sequenza di azioni e decisioni operative che la procura sta ora analizzando nel dettaglio, verificando la coerenza tra quanto dichiarato e gli elementi raccolti.
Tutti questi elementi hanno portato gli inquirenti a interrogarsi non solo su quanto accaduto lo scorso 26 gennaio, ma anche sulla condotta dell’agente in procedimenti passati. Per questo, la procura di Milano ha aperto un fascicolo per falso ideologico a carico del poliziotto riguardo un verbale d’arresto del 2024 a carico di un 20enne tunisino, poi assolto. Il tribunale di Milano aveva anche trasmesso gli atti ai pm per valutare “condotte penalmente rilevanti” perché erano emerse “numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può vedere dalle immagini delle telecamere di sorveglianza”.
Oggi, a quasi un mese di distanza dalla morte del 28enne, il pm Giovanni Tarzia, che coordina le indagini insieme con il procuratore Marcello Viola, ha notificato gli inviti a comparire ai 4 nuovi indagati che saranno interrogati nei prossimi giorni. “Io e l’avvocata Piazza accogliamo con grande stupore e con la massima stima per la procura questa notizia”, ha commentato a Fanpage.it l’avvocato Romagnoli. “Questa novità rafforza i nostri dubbi sin dall’inizio. Mansouri era un ragazzo giovane, faceva lo spacciatore, ma non era uno sbandato, non faceva uso di stupefacenti, era lucido e centratissimo. Non avrebbe mai realizzato una condotta tanto irrazionale come quella di puntare una pistola finta contro un poliziotto, dandogli il pretesto e il motivo per ucciderlo”.
(da Fanpage)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
CON IL LORO STIPENDIO, I GIOVANI NON RIESCONO A NEMMENO A CAMPARE: SOLO I PIU’ FORTUNATI RIESCONO A VIVERE DISCRETAMENTE GRAZIE ALL’AIUTO DELLA LORO FAMIGLIA
«Alla fine la questione è veramente semplice: bisogna mettere mano al portafoglio e fare un investimento corale sulla retribuzione fissa di ingresso dei neolaureati, alle prime esperienze professionali. Non c’è scorciatoia, in Italia vanno alzati i salari, abbiamo una fascia di ingresso che interessa i primi 2, 3 anni in azienda molto più bassa della media europea». Marco Morelli è un manager di lungo corso che parla da un osservatorio molto ricco di dati, quello di amministratore delegato di Mercer Italia, la multinazionale che fa parte di Marsh e ha tra i suoi focus la strategia sul capitale umano.
«Non dico di guardare alla Svizzera dove si sfiorano i 90mila euro, ma i 32mila euro lordi di ingresso dei neolaureati italiani sono troppo distanti dai 57.500 della Germania, dai quasi 57mila dell’Austria, o dai 47.500 dell’Olanda e questo riduce l’attrattività del nostro Paese. Poi è vero che tante aziende mettono in atto virtuose politiche di welfare e percorsi di crescita delle persone, ma questo non basta per attirare i talenti più giovani.
Dobbiamo accettare il fatto che le retribuzioni vanno alzate e portate sopra la soglia di 40mila euro lordi. Poi senz’altro i benefit e il welfare sono importanti, ma le grandi città e alcune aree del Paese sono molto costose e pongono un tema di costo della vita, tant’è che si dovrebbe tornare a ragionare anche di differenziali a seconda delle diverse aree geografiche.
Lo stesso stipendio a Palermo e a Taranto non regge lo stesso potere di acquisto a Milano o a Roma. Non possiamo dimenticare che l’Italia è un Paese che ha un potere di acquisto molto diverso a seconda dei territori. Le prime esperienze dei neolaureati, di chi ha meno di 30 anni devono contemplare l’importanza dell’esperienza professionale ma anche la necessità di sostenere il loro tenore di vita. Il livello medio italiano che oggi si attesta a 32mila euro è troppo basso, va alzato almeno del 25-30%».
Il report di Mercer, contenuto nella Total remuneration survey, ha coinvolto 735 aziende che sono presenti in Italia, per un totale di circa 270.000 osservazioni retributive. Il campione è rappresentativo di imprese di medie e grandi dimensioni, con in media un fatturato di 830 milioni di euro e circa 1.430 dipendenti.
Se prendiamo i settori, quello che paga meglio è il Life Science, con una retribuzione di ingresso media di 34mila euro, superiore del 6,25% alla media nazionale. Seguono la manifattura (33.525 euro), i beni di largo consumo (32.950 euro), l’high tech (32.825 euro) e l’energia (32.250 euro).
I servizi non finanziari restano invece il settore meno competitivo, con una retribuzione di ingresso pari a 28.400 euro, circa l’11% in meno della media. Analizzando lo storico dei dati, va detto che in Italia si osserva un’evoluzione delle retribuzioni di ingresso dei neolaureati a partire però da un livello molto più basso e non con la stessa rapidità di altri Paesi. Nel nostro Paese, secondo i dati rilevati da Mercer, parliamo di un livello di ingresso che nel 2022 era di 30mila euro e nel 2025 è salito a 32mila, con un aumento del 7%.
Nel confronto con l’Europa, insomma, l’Italia resta ancora poco competitiva. I neolaureati italiani si collocano nella parte bassa della classifica, davanti solo a Spagna e Polonia, che peraltro recentemente hanno cominciato ad accelerare.
Non solo: dalla survey emerge come solo il 16% delle aziende italiane dichiari di avere una politica specifica e strutturata dedicata ai neolaureati, e appena il 36% offre percorsi di carriera formalizzati. Meno della metà, inoltre, investe in programmi di formazione professionale o di istruzione. Morelli evidenzia che «oltre ad avere livelli salariali di ingresso più bassi, l’Italia è anche un Paese dove la crescita retributiva è molto lenta
Il gap si riduce solo nel momento in cui si arriva alle posizioni apicali dove c’è un sostanziale allineamento con le principali economie europee. Il problema quindi è sulla parte più bassa e sul suo attraversamento».
Cosa fare? Per Morelli innanzitutto bisognerebbe «provare ad adottare politiche di detassazione degli stipendi: il cuneo fiscale in Italia è molto elevato e ricade sulle imprese. Ridurlo potrebbe facilitare l’innalzamento dei livelli retributivi.
Inoltre i benefit andrebbero detassati senza fissare soglie come accade oggi: questo potrebbe portare a contratti integrativi più genorosi. A questo proposito andrebbero incentivate nella contrattazione di secondo livello politiche di pay for skill, immaginando di remunerare le competenze aggiuntive acquisite dal lavoratore. Infine resta da declinare la Pay Transparency che è una grande occasione per avere retribuzioni più eque».
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
E VERRA’ IL GIORNO CHE QUALCUNO RISPONDERA’ DEI BLOCCHI INFAMI, DEI PORTI ASSEGNATI A 1.000 MIGLIA, DEI MIGRANTI FATTI AFFOGARE: NULLA DOVRA’ RESTARE IMPUNITO
Un blocco della nave costato 76 mila euro. Lo Stato italiano dovrà risarcire la ong Sea Watch
per il fermo “illegittimo” dell’imbarcazione umanitaria capitanata da Carola Rackete, la Sea Watch 3, che il 29 giugno del 2019 ha forzato il divieto di sbarco facendo attraccare oltre 40 migranti a Lampedusa. Erano i tempi della “politica dei porti chiusi” con Matteo Salvini al Viminale.
La decisione arriva dal tribunale di Palermo, che ha optato per un risarcimento delle spese patrimoniali comprese tra ottobre e dicembre di quell’anno: una serie di costi sostenuti fra quelli legali, portuali, di agenzia e il carburante per mantenere la nave attiva.
“Il risarcimento a Sea-Watch dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti”, è il commento della portavoce dell’ong, Giorgia Linardi.
Che poi prende di mira Palazzo Chigi: “Mentre sulle coste italiane riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo, invece di lavorare per evitare tragedie future, individua ancora una volta nelle ong il nemico da abbattere. Noi, a differenza loro, non ci voltiamo dall’altra parte. C’è chi la chiama arroganza e chi giustizia”.
Il riferimento è ai commenti che negli anni si sono susseguiti da parte del centrodestra. In particolare da Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni che all’epoca propose anche un “blocco navale al largo delle coste libiche” come “unica soluzione possibile”. “Alla nostra reazione – ha aggiunto Linardi – davanti all’annuncio del cosiddetto blocco navale, Fratelli d’Italia ha risposto con l’intimidazione: ‘Basta con l’arroganza di certe ong’. Eppure quella che loro definiscono arroganza è stata riconosciuta dai tribunali competenti come rispetto del diritto internazionale”.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
DA WEBER A MERZ, IL ”BOARD OF PEACE” È L’ENNESIMO SCHIAFFO DI TRUMP AI VALORI DELLA DEMOCRAZIA – IL TENTATIVO DISPERATO E FALLITO DELLA MELONA DI COINVOLGERE MERZ PER NON LASCIARE TAJANI AD ESSERE L’UNICO MINISTRO PRESENTE DEI GRANDI PAESI DELL’UNIONE EUROPEA
Quel merluzzo lesso di Antonio Tajani si è messo in una posizione difficilissima. Sarà lui il volto dell’Italia alla riunione del “Board of peace”, che si terrà domani a Washington.
Il paciarotto di Ferentino, che si è sempre vantato del suo europeismo senza limitismo, sarà circondato da dittatori, monarchi assoluti, autocrati d’ogni foggia, sancendo l’ingresso dell’Italia, seppure come “osservatore” (ma osservatore de che, non s’è ancora capito) nel club privato con cui Trump sogna di archiviare l’Onu.
Tajani, si diceva, è in una posizione difficilissima, per almeno due motivi. Il primo, e più evidente, è l’imbarazzo personale di fronte ai suoi elettori e “danti causa”. Chi vota Forza Italia, infatti, non guarda con simpatia a Donald Trump e ai suoi tentativi di demolire il multilateralismo che, dal dopoguerra, ha sempre governato il mondo.
Multilateralismo tanto caro anche a Silvio Berlusconi che al dialogo tra le potenze ha dedicato un po’ di tempo sottratto con difficolta’ alle cene eleganti. Il Cav fu l’artefice dell’incontro, nel 2002, a Pratica di Mare tra George W. Bush e Putin, in una prospettiva di dialogo e concerto globale dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’anno prima.
Che a Forza Italia non piaccia il trumpismo-senza-limitismo, è confermato dalle dichiarazioni tonitruanti di Marina Berlusconi che, in un’intervista al “Corriere della Sera”, una settimana fa, sferzava lo “Sceicco” di Mar-a-Lago: “Sono sempre più preoccupata.
Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.
E ancora: “Legge del più forte, prevaricazione, affarismo… Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e controllo? E che dire dell’uso della violenza contro il dissenso?
Le parole di Marina sono state rinfacciate a Tajani anche alla Camera, ieri pomeriggio, dal Pd, che le ha utilizzate per “incastrare” il ministro degli Esteri di fronte all’evidenza delle sue contraddizioni.
Perdere la faccia di fronte a Marina Berlusconi, “proprietaria” del partito di cui è segretario, però, non è l’unica preoccupazione di Tajani. In pochi ricordano, infatti, che quel “Cuor di melone” del capo della Farnesina è ancora il vicepresidente del Partito popolare europeo. E per il Ppe, saldamente a guida tedesca, il “Board of peace” è una cagata pazzesca.
Lo ha fatto capire chiaramente la trimurti crucca al vertice del PPE: Manfred Weber, Friedrich Merz e Ursula von der Leyen.
Il primo è stato Weber, presidente del PPE e amico personale di Tajani. In un’intervista a “Repubblica”, che anticipava il discorso di Friedrich Merz alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, Weber è stato chiarissimo: “I pilastri fondamentali dell’ordine mondiale stanno cambiando in modo radicale e a una velocità vertiginosa. C’è troppo affidamento su Washington. La speranza che torni la vecchia America. E lo dico chiaramente, sono un transatlantico, voglio il partenariato con l’America. Ma la vecchia America che conoscevamo non tornerà più. L’Europa deve affrontare questa realtà e acquisire finalmente consapevolezza di sé”.
Il giorno stesso, il 13 febbraio, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è salito sul palco di Monaco e ha tenuto un discorso durissimo contro gli Stati Uniti. Parole inedite con cui Berlino archivia la storica alleanza con gli Usa: “Tra di noi e l’America c’è una frattura. L’Ue deve diventare più sovrana. La nostra vacanza dalla storia mondiale è finita”
Infine, la sempre pavida Ursula, che non ha proferito parola, ma ha voluto precisare che la scelta di inviare la Commissaria croata Dubravka Suica a Washington, alla riunione del Board of Peace, non significa che l’Ue aderirà alla congrega di puzzoni messa in piedi da Trump: “Ci saremo ma non come partecipanti e nemmeno come osservatori”.
“Insomma una vera e propria dissociazione ammantata con un velo di diplomazia. Non solo non ci sarà von der Leyen, ma nemmeno uno dei sei vicepresidenti della Commissione”, commenta Claudio Tito su “Repubblica”
E dire che Giorgia Meloni e il Governo hanno provato in tutti i modi a cavalcare la presenza di Dubravka Suica e degli altri Paesi europei alla riunione di Washington.
Giorgia Meloni voleva a tutti i costi volare fra le braccia di Trump e ha provato fino all’ultimo a convincere Merz ad aderire. Ma lo spilungone crucco ha risposto, seccamente, “Nein”, ribadendo come i valori europei siano in contraddizione con l’ideologia “Maga”, e rivendicando il suo pragmatismo diplomatico. Della serie: Io parlo con Trump, ma non vuol dire che aderisco alla sua politica. Del Board of Peace non condivido la forma e i metodi…
L’ex commissario Ue Mario Monti si è spinto oltre sostenendo che l’ideologia “Maga” dei vari Trump e Bannon sia incompatibile persino con la Costituzione italiana.
Ci sarebbe stato anche un colloquio tra il consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio, e il suo omologo tedesco, Günter Sautter. L’italiano avrebbe provato a sondare il collega, che per chiudere la questione avrebbe invece tirato in ballo nientemeno che il Vaticano.
Sautter avrebbe infatti riferito a Sautter che le perplessità tedesche sul Board of Peace sono condivise in toto dalla Santa sede.
Una settimana fa, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che conosce bene il Medioriente essendo il Patriarca latino di Gerusalemme, ha definito l’iniziativa di Trump una ”operazione colonialista”, ribadendo quello che ha già detto più volte: “Non si può decidere per i palestinesi senza i palestinesi”.
Una presa di posizione così forte da parte di un cardinale molto in vista non può che essere stata pronunciata senza un “imprimatur” del segretario di Stato, Pietro Parolin. Lo stesso Parolin ieri ha voluto confermare che il Vaticano “non parteciperò al Board of Peace”: “Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”.
La diplomazia vaticana si muove in sincrono, come non succedeva da tempo. Parolin si sente molto a suo agio con Leone XIV: i due si muovono sulla stessa linea strategica, a differenza di quanto avveniva con Bergoglio, considerato troppo “tattico” e imprevedibile in politica estera.
Non a caso oggi è stato lo stesso Papa Prevost a “scomunicare” indirettamente, con molta diplomazia, il nuovo ordine trumpiamo: “Noi oggi possiamo sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”
(da Dagoreport)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
DA GIORNI IL VICEPRESIDENTE DEL CSM ERA IN ALLERTA PER LE VERGOGNOSE PAROLE DI CARLO NORDIO SUL SISTEMA “PARA-MAFIOSO”. PINELLI SI È “COORDINATO” CON UGO ZAMPETTI, POTENTE SEGRETARIO GENERALE DEL COLLE, E I DUE HANNO PREGATO MATTARELLA DI METTERE FINE ALL’ESCALATION DI TENSIONE … IL GUARDASIGILLI NORDIO ABBASSA LA CRESTA: “MI ADEGUERÒ” … L’INCAZZATURA MAGGIORE DEL COLLE È CON GIORGIA MELONI: AVEVA PROMESSO DI FAR ABBASSARE I TONI A NORDIO, E POI È STATA LEI A TORNARE ALL’ATTACCO
Cosa ha spinto Sergio Mattarella, dopo 11 anni al Quirinale, a scendere dal Colle per andare a
presiedere, per la prima volta, un plenum del CSM?
La decisione del Capo dello Stato è una chiara conseguenza dell’escalation di invettive del Governo nei confronti della magistratura: un “clima infame”, di veleni, attacchi sguaiati e polarizzazione ben oltre il livello di guardia.
La misura è diventata colma con il video pubblicato ieri sera sui social da Giorgia Meloni: “Un cittadino algerino irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, non potrà essere trattenuto in un CPR né trasferito nel centro di Albania per il rimpatrio. Per lui alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione”.
Ma come, sono sobbalzati al Quirinale? La Ducetta aveva promesso di togliere lo spritz al ministro della Giustizia Carlo Nordio, invitandolo ad abbassare i toni, e poi lei stessa rinfocola la polemica contro le toghe?
Da qualche giorno a Palazzo Bachelet, dove ha sede il Consiglio Superiore della Magistratura, l’allerta era massima.
Dopo le vergognose parole di Nordio sul CSM “para-mafioso” (una sparata che ha infastidito Sergio Mattarella, il cui fratello, Piersanti, è stato ucciso da Cosa Nostra nel 1980), il telefono del vicepresidente dell’organo di autogoverno della magistratura, Fabio Pinelli, è diventato bollente.
Prima ci sono stati i contatti con molti politici di destra, area da cui proviene Pinelli (è stato nominato in quota Lega il 25 gennaio 2023), poi c’è stato un colloquio telefonico con Ugo Zampetti, potente segretario generale del Quirinale.
Pinelli, pur provenendo dalla destra, non poteva permettere che l’attacco indecente al CSM passasse sotto silenzio. Insieme a Zampetti ha pregato Mattarella di intervenire al plenum, come mai prima d’ora era successo.
Non c’è voluta troppa insistenza per convincere il Capo dello Stato, che stamani ha rifilato una rampogna a Nordio e Meloni: “Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del CSM”.
E poi ancora: “Avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della repubblica”.
Mattarella ha sottolineato “il ruolo di rilievo costituzionale del Csm” e “soprattutto la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte di altre istituzioni nei confronti di questa istituzione”
Successivamente, prima dell’ora dell’aperitivo, Carlo Nordio ha risposto cospargendosi di cenere il cranio pelato, con tanto di plurale maiestatis (forse parla anche a nome della sua capa di gabinetto, la “Zarina” Giusi Bartolozzi): “Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del Presidente della
Repubblica. E’ stata un’esortazione opportuna in questo momento in cui i toni si sono scaldati al di là della ragionevolezza” (Ma a scaldarli è stato lui!).
Poi la promessa: “Mi adeguerò, ovviamente. Cercherò di essere il più possibile aderente, come penso di essere stato in passato”.
Abbassare i toni è fondamentale anche in vista del 24 marzo. Come scriveva oggi Massimo Franco sul “Corriere della Sera”: “Il tema è proprio questo: il dopo referendum. Bisogna chiedersi se sarà possibile ricostruire un dialogo tra governo e magistratura, sul cumulo di macerie istituzionali che la campagna per ‘sì’ e ‘no’ sta creando.
La prospettiva di una gara a colpi di forzature come prolungamento di quanto si sta vedendo in queste settimane è un presagio di conflitti e di immobilismo, non di soluzione dei problemi. E, sullo sfondo, rimane l’incognita di un’astensione che promette di delegittimare qualsiasi risultato. Ma sarà difficile darne la colpa all’elettorato”.
(da agenzie)
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