Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
FORSE C’ENTRA IL CASO ALMASRI, IN CUI È ACCUSATA DI AVER FORNITO INFORMAZIONI FALSE AI MAGISTRATI? LA CAPO DI GABINETTO DI NORDIO SA TUTTO DI QUEL DOSSIER E DI CHI HA DATO ORDINE DI FAR DECOLLARE, CON JET DEI SERVIZI SEGRETI, L’ILLUSTRE TORTURATORE LIBICO, ED È RIMASTA L’UNICA INDAGATA DEL GOVERNO
Si è cosparso il capo di cenere lui, il ministro, e non lei, la sua capo di gabinetto.
Bizzarrie che capitano, se lei è Giusi Bartolozzi, “la zarina”. Sempre più somigliante a un piccolo potere separato all’interno del governo. Tollerato dalle sorelle Meloni fino a quando lei stessa non le ha deluse, nel momento più delicato, con quella infelice frase contro la magistratura a pochi giorni dal referendum.
Così ora, questa indipendenza, dalle parti di Palazzo Chigi inizia a provocare l’orticaria: «È ingestibile», ringhiano gli uomini intorno a Giorgia Meloni. «Incontrollabile», sbuffano anche dalle file della maggioranza. «Deve tenere a freno la lingua», è l’ultimo messaggio avvelenato che lasciano trapelare dalla sede del governo.
I fedelissimi della premier, ieri, erano decisi a non tornare sulla polemica innescata dalle parole di Bartolozzi sui magistrati. Meglio «gestirla internamente», ragionavano, non alimentarla.
Lo fanno capire con chiarezza: non devono esserci scuse da parte di Bartolozzi.
Passa la giornata barricata nel suo ufficio, da sola, perché tutti i soggetti politici, dal ministro ai sottosegretari, sono fuori Roma impegnati nei diversi appuntamenti della campagna referendaria. Nel pomeriggio Bartolozzi sente però al telefono Nordio, il suo più forte e fedele alleato, la prima vera fonte del suo potere, perché raramente le dice di no.
Lei gli comunica che è alla sua scrivania, impegnata a scrivere un comunicato. Quello che Palazzo Chigi non vuole. Lui, con i cronisti, azzarda una previsione: «Penso si scuserà». Come se non avesse alcun potere di convincimento. E in effetti, Bartolozzi non si scusa. Il comunicato viene affidato all’Ansa poco dopo che il ministro si era detto «dispiaciuto per le parole della mia capo di gabinetto».
Lei, invece, arriva al massimo a confessare un «profondo dispiacere» per come è stata mal interpretata. Oltre questo, nulla di più di una precisazione, affidata a un comunicato che ottiene il via libera di Nordio, ma che – a quanto risulta – non sarebbe stato preventivamente condiviso con altri
Bartolozzi oggi riscopre le prime pagine, ma non è mai stata un’oscura funzionaria. Nelle maglie grigie della pura azione amministrativa lei si sente stretta. In via Arenula si è guadagnata i gradi di “zarina” per via della crescita esponenziale della sua influenza politica: si dice che decida tutto lei.
Magistrata (a sua volta), ex deputata di Forza Italia, carattere diretto e nessuna timidezza per l’esposizione pubblica. Prima vice, poi capo di gabinetto, con un ufficio sterminato, qualcosa di più di una semplice segreteria: 20 persone alle sue dirette dipendenze. Le opposizioni l’ hanno chiamato il “gabinetto del gabinetto” Eppure a intervalli regolari la zarina esonda e finisce sui giornali per ragioni poco edificanti. Magnifico esempio, il viaggio a Capri dello scorso autunno.
A ottobre si tiene un fondamentale convegno sulla digitalizzazione della giustizia, Nordio rinuncia all’ultimo momento, Bartolozzi invece raggiunge l’isola su un mezzo peculiare: una motovedetta della Guardia di finanza. Poi soggiorna nell’ hotel di lusso Quisisana.
La gita istituzionale – diciamo – finisce in un fascicolo della Procura di Napoli per verificare se quel passaggio in mare rientrasse davvero nei protocolli di sicurezza
del ministro (si è mossa anche la Corte dei conti, interessata all’eventuale danno erariale).
Non è l’unico dossier aperto su Bartolozzi. C’è una questione più pesante: la già citata inchiesta sul caso Almasri, il generale (e torturatore) libico arrestato in Italia su mandato della Corte penale internazionale, poi rimpatriato dopo pochi giorni e una pacca sulla spalla.
Tra gli indagati dalla Procura di Roma c’è anche lei: Giusi è accusata di aver fornito informazioni false ai magistrati. Si dice “serena” (purché vinca il Sì). Giusi, gabinetto e famiglia: il marito è l’avvocato e docente Gaetano Armao, grande notabile della politica siciliana; vicepresidente della Regione, ex candidato per il “terzo polo”, consulente del governatore Renato Schifani.
È presidente del comitato “Per un giusto Sì”, a fianco dell’imperitura Paola Binetti. Con Giusi la liaison domestico-politica è sopravvissuta anche all’assalto dell’ex moglie di lui, Carmela Transirico, che nel 2018 presentò un esposto al Csm contro Armao e Bartolozzi: li accusava di aver messo in atto strategie per “rendere inaggredibili” alcuni beni immobiliari, aggirando gli obblighi finanziari derivanti dalla separazione. Ne seguirono dolorose ipoteche, pignoramenti, contenziosi legali: la battaglia contro i magistrati, la zarina, ce l’ha dentro casa.
(da La Repubblica)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
SUI SOCIAL SI SCATENA UN PUTIFERIO: “PARE UN ALPINO AL QUINTO NEGRONI” – “PENSARE CHE POTREBBE ESSERE CHIAMATO A SOSTITUIRE MATTARELLA FA VERAMENTE IMBARAZZO”
Durante la seduta del 5 marzo, il presidente del Senato Ignazio La Russa si è fatto sfuggire
un commento sprezzante e un insulto nei confronti di due parlamentari. Dopo aver definito “interventone” il discorso del 5 Stelle Ettore Licheri, La Russa chiede a chi gli è accanto: “Come si chiama quel coglione che continua a urlare?”. Quando gli fanno il nome del senatore del Partito Democratico Antonio Nicita, il presidente del Senato prosegue: “Nicita abbiamo apprezzato il suo intervento”.
Il presidente del Senato e seconda carica dello Stato presiedendo la seduta in aula chiama “coglione” un esponente dell’opposizione. Ogni giorno che passa con La
Russa ai vertici delle istituzioni democratiche è un giorno di imbarazzo per la Repubblica italiana.
Mai le Istituzioni erano state così indecorosamente rappresentate negli 80 anni della Repubblica
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE GLI STATI EUROPEI PROCEDONO IN ORDINE SPARSO E LA VON DER LEYEN PIGOLA PAROLE COMPIACENTI CON L’INIZIATIVA MILITARE, L’UNICO AD ALZARE LA VOCE E’ IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO, IL SOCIALISTA ANTONIO COSTA: “LIBERTÀ E DIRITTI PER L’IRAN NON POSSONO ESSERE CONQUISTATI CON LE BOMBE. FINORA, C’È UN SOLO VINCITORE IN QUESTA GUERRA: LA RUSSIA”
«L’Ue è al fianco del popolo iraniano. Sosteniamo il suo diritto a vivere in pace e a determinare il proprio futuro. Ma la libertà e i diritti umani non possono essere conquistati con le bombe. Solo il diritto internazionale li tutela».
È quanto ha detto stamattina il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa intervenendo alla Conferenza degli ambasciatori dell’Ue. In quella che appare come la più netta presa di distanza finora dalle istituzioni europee dalla guerra lanciata da Stati Uniti e Israele all’Iran lo scorso 28 febbraio. «Proteggere i civili, garantire la sicurezza nucleare e rispettare il diritto internazionale è fondamentale. Dobbiamo evitare un’ulteriore escalation. Un percorso del genere minaccia il Medio Oriente, l’Europa e oltre. Le conseguenze sono gravi, anche in ambito economico», ha detto Costa.
Un cambio di tono netto rispetto alle tesi tutto sommato «compiacenti» con l’iniziativa militare Usa-Israele di altre leader come Ursula von der Leyen. Costa d’altronde è l’unico dirigente in una posizione apicale Ue espressione della famiglia europea dei socialisti (centrosinistra), che nell’ultima settimana hanno trovato una volta più il loro punto di riferimento in chiave anti-Trump nel premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha «osato» rifiutare agli Usa l’utilizzo delle loro basi in Spagna per operazioni di supporto a quella guerra
Se in Iran vince la Russia
«Questo mondo multipolare richiede soluzioni multilaterali. Non sfere di influenza, dove la politica di potenza sostituisce il diritto internazionale. Conosciamo la nuova realtà: una realtà in cui la Russia viola la pace, la Cina interrompe il commercio e gli Stati Uniti sfidano l’ordine internazionale basato sulle regole», ha spiegato Costa. E proprio autocrati come Vladimir Putin rischiano essere alla fine fine così gli unici a beneficiare del nuovo contesto. «Finora, c’è un solo vincitore in questa guerra: la Russia. Continua a minare la posizione dell’Ucraina offuscando il diritto internazionale. Ottiene nuove risorse per finanziare la sua guerra contro l’Ucraina con l’aumento dei prezzi dell’energia. Trae profitto dalla deviazione di capacità militari che altrimenti avrebbero potuto essere inviate a sostegno dell’Ucraina. E beneficia della ridotta attenzione al fronte ucraino, mentre il conflitto in Medio Oriente diventa centrale», addita il presidente del Consiglio europeo.
edro Sanchez ha enunciato quella che avrebbe dovuto essere la posizione dell’Unione Europea sulla guerra, non provocata, contro l’Iran. Ossia: il diritto internazionale non è un menu à la carte che si può ignorare quando a calpestarlo sono i nostri sedicenti amici, ma un valore assiologico di portata universale. Null’altro che questo dicono i Trattati e la Dichiarazione dell’Ue, amplificati fino alla noia da stuoli di zelanti commentatori che, con qualche nobile eccezione, sono stati improvvisamente colpiti da afasia.
Forte della consapevolezza di essere stata un impero globale ben prima che gli Stati Uniti si affacciassero sul palcoscenico della storia, la Spagna non l’ha mandata a dire. Non è vero forse che il trattato di non proliferazione nucleare stipulato da Obama con l’Iran nel 2015 aveva ricevuto plauso unanime con la sola eccezione di Israele? E invece la scena è stata pietosa. Bruxelles ha balbettato parole incomprensibili. La Francia ha gesticolato, a uso interno, con la sua patetica force de frappe nucleare. Il cancelliere tedesco si è genuflesso senza pudore di fronte al presidente americano guerrafondaio.
L’Italia si è barcamenata come sempre per tenere i piedi su due staffe. A questo punto la rotta dell’Ue è chiara. Continuerà a fare quello in cui riesce meglio, ossia presidiare il mercato interno, ma senza che sussistano le condizioni anche solo per evocare evoluzioni confederali o addirittura federali. Non solo non esiste un popolo europeo ma nemmeno gli interessi e le visioni degli Stati coincidono. Conclusione:
gli Stati nazionali continueranno a essere i protagonisti del nocciolo duro della sovranità: il diritto di pace e di guerra.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
LO RIVELA IL CUGINO DELLA VITTIMA: “GLI DICEVA: ‘IO TI TOGLIERÒ DA QUA IN OGNI MODO. IO PRIMA O POI TI AMMAZZO'” – DIVERSI TESTIMONI ASCOLTATI DAGLI INQUIRENTI HANNO PARLATO DI ESTORSIONI AI DANNI DEI PUSHER: DA ACCERTARE PURE EVENTUALI COMPLICITÀ DI ALTRI POLIZIOTTI
C’è l’ipotesi che Carmelo Cinturrino, il poliziotto in carcere per aver ucciso Abderrahim
Mansouri il 26 gennaio, volesse controllare la piazza di spaccio di Rogoredo, sostituendo il ruolo che là aveva la famiglia Mansouri con quello di spacciatori attivi in zona Corvetto, come possibile movente dell’omicidio volontario.
Emergerebbe, in particolare, da testimonianze raccolte in questi giorni e, comunque, questo aspetto deve essere ancora valutato e approfondito con eventuali riscontri dalla Procura di Milano.
Nell’inchiesta, condotta dalla Squadra mobile della Polizia e coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia, sono stati sentiti negli ultimi giorni almeno una dozzina di testimoni, tra pusher, tossicodipendenti e altre persone che hanno parlato di quel “contesto” fatto di presunte richieste di soldi e droga da parte dell’assistente capo del Commissariato Mecenate, di cui avevano già parlato alcuni colleghi. E’ stato ascoltato anche il giovane tunisino che venne arrestato per spaccio da Cinturrino nel 2024 e poi assolto poco più di un anno fa.
Mentre gli inquirenti lavorano per trovare elementi a riscontro delle presunte ipotesi di estorsione, tentata estorsione e sulle accuse per fatti di droga nei confronti dell’agente e per accertare pure eventuali complicità di altri poliziotti, dai testimoni viene a galla quel possibile movente dell’uccisione.
E di cui ha parlato il cugino della vittima anche in un’intervista al Tg3 il primo marzo. “Voleva appropriarsi di quella zona lì per poter mettere i suoi spacciatori italiani lì, non in palazzina al Corvetto ma a Rogoredo – aveva detto – perché c’era più via vai. Gli diceva: ‘Io ti toglierò da qua in ogni modo. Io prima o poi ti ammazzo'”.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL RIFERIMENTO E’ ALL’EDITORIALE VERGATO DA ULF POSCHARD DOPO LE ELEZIONI NELLA REGIONE BADEN WUERTTEMBERG, IN CUI SI INCORAGGIAVA LA CDU A CERCARE IL DIALOGO CON LE SVASTICHELLE DI AFD
Eccoci tornati con il primo risultato elettorale del Superwahljahr da discutere: in Baden-Württemberg si è votato e il risultato ha dato materiale di riflessione anche
ai politici berlinesi. Le elezioni hanno dato il la alle quattro consultazioni cruciali di quest’anno che rischiano di cambiare le carte in tavola anche per Friedrich Merz: nel frattempo, si guarda con preoccupazione anche al risultato di AfD che ha performato particolarmente bene anche in un Land dell’ovest.
Le elezioni regionale in un Land grande, popoloso e ricco hanno restituito nelle urne una conferma dello status quo: i Verdi governavano con il sostegno della Cdu e i Verdi continueranno a governare con il sostegno della Cdu. Cambia solo il governatore, il Minischderpräsidend, per dirla con l’accento tipico della zona, morbido e un po’ cantilenante.
Piuttosto, Merz ha cercato di chiudere il discorso il prima possibile. E con l’occasione ha ribadito che non ha intenzione di fare cosa comune con AfD. Rivolgendosi a «tutti quelli che me lo chiedono, anche da qualche gruppo editoriale»: il riferimento è all’editoriale di Ulf Poschardt. Nei giorni scorsi, l’editore della Welt aveva incoraggiato la Cdu a cercare il dialogo con AfD in Baden-Württemberg per issare Manuel Hagel a governatore della regione nonostante il secondo posto.
Non è la prima volta che la galassia di Axel Springer appare favorevole a una convergenza tra cristianodemocratici ed estrema destra: la reazione di Merz però dimostra quanto i vertici di partito siano però sensibili alla questione in questo periodo.
È vero, Stoccarda avrebbe dovuto dare il via a un trionfo negli altri tre Land che vanno al voto, e nonostante il tentativo del cancelliere di minimizzare, ribadire il fatto che alla fine Verdi e Cdu avranno lo stesso numero di seggi nel parlamentino e sottolineare come l’elettorato abbia apprezzato politica estera e riforme del governo berlinese, anche dentro il partito non sono tutti soddisfatti.
Axel Springer – che oltre a Welt edita anche Bild e Politico – è sotto la lente d’ingrandimento anche nel Regno Unito, dove la sua scalata al gruppo Telegraph è sotto la lente d’ingrandimento dell’autorità della ministra della Cultura. L’offerta è di quasi 665 milioni di euro e Lisa Nandy si è ripromessa di verificare che risponda alle norme che regolano il panorama mediatico britannico.
La proposta del gruppo tedesco ha mandato in soffitta un’offerta concorrente del gruppo che edita il Daily Mail Dmgt. Non è la prima volta che Springer muove per conquistare il Telegraph: era già successo una ventina d’anni fa e ora il grupp berlinese si propone di farne «il medium conservatore in lingua inglese più letto del mondo anglofono» ha spiegato il numero uno Matthias Döpfner.
Prendiamo come spunto l’editoriale di Robert Misik pubblicato sulla Taz per tornare su un tema fondamentale come la discussione sul futuro della Berlinale. Dopo che il vincitore dell’edizione di quest’anno, Abdalla Alkhatib, ha accusato la Germania di essere complice nel genocidio di Gaza, la direttrice è stata messa in discussione nel dibattito pubblico per le dichiarazioni anti-israeliane del regista siriano-palestinese.
Alla fine – a differenza di quanto era sembrato inizialmente – Tricia Tuttle rimarrà al suo posto, anche dopo la mobilitazione di un gran numero di intellettuali e artisti. Misik insiste però su quanto sia importante mettere dei paletti su cosa ancora “ci permettiamo” di dire: a fronte di un rischio sempre maggiore di ricevere attacchi da destra, sinistra, o anche dai moderati, intellettuali e artisti finiscono per autocensurarsi. E questa non è una scelta che può portare lontano.
A rendere la prospettiva particolarmente preoccupante, si legge nella Taz, è il fatto che a fare da arbitro nelle dispute culturali attualmente c’è Wolfram Weimer, un sottosegretario alla Cultura che tende più verso il Kulturkampf che la creazione di un ambiente in cui tutti si sentano liberi di dire la propria.
Lo scenario non è rassicurante, in Germania come in Italia: per Misik la strategia dell’evasione dal dibattito per non dover affrontare shit storm verbali e reputazionali rischia di essere però soltanto un’accelerazione verso il momento in cui «ci svegliamo in un mondo dei Trump o di nemici dell’arte antiliberali e autoritari come Weimer, che non esitano a dare alle fiamme anche il minimo sindacale di diritti civili».
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
SUBITO PRIMA IL TG2 AVEVA INCOLLATO AL TV UN MILIONE E MEZZO DI SPETTATORI CON IL 12.5% – L’USIGRAI TUONA: “UN COLLABORATORE PAGATO MILLE EURO AL MINUTO, 11MILA A PUNTATA, CHE HA ESORDITO DICENDO AGLI ITALIANI CHE NON DEVONO LAMENTARSI DEI RINCARI DOVUTI DALL’ATTACCO ALL’IRAN”
Due di picche: mai titolo fu più profetico. È quello che hanno dato i telespettatori a
Tommaso Cerno e alla sua striscia quotidiana che lunedì ha debuttato su Rai2 con un misero 5,4% di share.
I quattro minuti scarsi di editoriale su Trump e la guerra in Iran, condito da inevitabile endorsement per il governo, hanno prodotto una fuga in massa di ascoltatori: solo in 632mila sono rimasti sintonizzati sul secondo canale che, durante il Tg2 delle 13, aveva invece registrato uno share del 12,5%, pari a circa un milione e mezzo di persone.
Non appena, alle 13,57, il direttore del Giornale è apparso in video, il crollo […] 2 di picche ha totalizzato persino meno di Medicina 33, fino all’altro ieri collocato nello stesso orario.
Certo, la speranza della Rai meloniana è che sia solo una questione d’abitudine [
È quel che sostiene, sebbene con stridore di unghie sugli specchi, la capo ufficio stampa Cora Boccia: «Il programma di Cerno è durato solo tre minuti ed è quindi difficilmente paragonabile agli spazi precedenti o successivi, che hanno, come ad esempio Ore 14, una durata di 50 minuti e vivono di una curva di più ampio respiro». Risposta che comunque tradisce delusione per un inizio non proprio promettente.
Durissimo l’esecutivo Usigrai, che ha messo in fila gli ultimi flop di TeleMeloni: «Non contento dell’enorme danno di immagine dopo la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, non pago di aver ridotto ai minimi termini l’audience di Raitre, questo vertice aziendale è riuscito a mettere nuovamente in grande difficoltà l’azienda e chi ci lavora chiamando l’ennesimo esterno», denuncia il sindacato.
«Un collaboratore pagato mille euro al minuto, 11mila a puntata, che ha esordito dicendo agli italiani che non devono lamentarsi dei rincari dovuti dall’attacco all’Iran», spiega, riepilogando i contenuti della striscia. «Pura propaganda, pagata con il canone». Proseguita anche ieri, quando Cerno si è esibito in un’arringa pro-sì al referendum. «Ha violato la par condicio, intervenga l’Agcom», tuona il Pd.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
SE MARTELLA VINCERÀ LE ELEZIONI, INTERVENIRE SULLA NOMINA (IL SINDACO È PRESIDENTE DELLA “FENICE”) SARÀ PIÙ COMPLICATO DEL PREVISTO…LE POLEMICHE NON SI FERMANO E LE PROTESTE NEMMENO
Ascolto, dialogo, compromesso? Macché. Sulla nomina di Beatrice Venezi alla Fenice è sempre muro contro muro. L’ultima curiosa mossa l’hanno fatta i pro-Venezi.
Ieri il sindaco, Luigi Brugnaro, ha convocato il consiglio d’indirizzo della Fondazione che, dopo che gli è stata inflitta la lettura di una relazione di cinque pagine del sovrintendente, Nicola Colabianchi, ha rinominato la nominata. Curiosamente, Colabianchi ha chiesto il voto dei consiglieri dopo che, da mesi, lui e i giornali amici ripetono che la scelta del direttore musicale è di sua esclusiva competenza.
Tant’è: il consiglio, interamente dominato dal centrodestra con rappresentanti di Governo, Regione e Comune, ha ovviamente dato il via libera, anche se è stato notato che mancava il consigliere del Mic che è un musicista e, malignano a Venezia, l’unico a sapere di cosa si stia parlando.
Dal consiglio è uscito un comunicato che ribadisce quindi la nomina di Venezi a direttrice musicale, da ottobre e per quattro anni, con le solite motivazioni: il curriculum della signora, il fatto che sia giovane, donna e garantisca una fantomatica “innovazione” che nessuno finora ha spiegato in cosa e come si concretizzerà. Pare che questo ulteriore e apparentemente pleonastico passaggio sia stato “ispirato”, diciamo così, dal sottosegretario con delega ai teatri lirici, Gianmarco Mazzi, grande sponsor di Venezi la cui scelta è stata fatta, come a suo tempo ammise incautamente Brugnaro, dopo “pressioni” da Roma. Non si capisce bene perché si dovesse ri-ratificare quanto già deciso, ma repetita iuvant.
Le motivazioni, in realtà, sono squisitamente politiche. A Venezia si vota fra due mesi, Brugnaro non può ricandidarsi, il centrodestra non ha potuto schierare il candidato che ha avrebbe vinto a valanga, Luca Zaia, e quello che alla fine è stato deciso, Simone Venturini, è dato perdente dai sondaggi contro il candidato del centrosinistra, Andrea Martella.
E naturalmente la Fenice è oggetto di scontro elettorale. Martella ha già annunciato che l’unico modo di uscire dal vicolo cieco in cui Mazzi and friends hanno messo la Fenice è “resettare” tutto, cioè sbarazzarsi di Colabianchi e dei suoi amici.
E infatti ieri Martella ha subito martellato la nomina parlando di «schiaffo alla città e al Teatro», di «arroganza», di «scelta sbagliata nel metodo e nei tempi», il cui significato politico è «voler blindare una nomina a poche settimane dal cambio del presidente del consiglio d’indirizzo».
Di certo, le polemiche non si fermeranno e le proteste nemmeno. «Scelta imposta dall’alto, contro i lavoratori e contro la città», dice il segretario della Cgil Venezia, Daniele Giordano.
Nei giorni scorsi, il neonato Comitato Fenice Viva ha realizzato una protesta clamorosa, stendendo dai palchi due striscioni con le scritte «W l’Orchestra» e «W il Coro», acclamato dall’intero pubblico in piedi.
Delle ricercatissime spillette simbolo della protesta ne sono già state distribuite 12 mila. E intanto due concerti della Fenice annunciati in diretta su Rai Radio3 sono invece andati in differita, non sia mai che qualche ascoltatore colleghi le ovazioni che accompagnano ogni apparizione degli orchestrali ribelli alla protesta.
Venezi, peraltro, a ottobre diventerà pure direttrice musicale ma per il momento non ha intenzione di dirigere alcunché: forse non la Fedora inaugurale (si dice che abbia fatto sapere che regista e cast non sono all’altezza, ma forse è troppo surreale per essere vero) e di certo non il Concerto di Capodanno.
(da La Stampa)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL PATRIMONIO DI ELON MUSK SALE A OLTRE 839 MILIARDI DI DOLLARI: È L’UOMO PIÙ RICCO MAI REGISTRATO SULLA TERRA
Il patrimonio netto stimato di Elon Musk, pari a 839 miliardi di dollari, lo rende l’uomo
piùricco mai registrato sulla terra, a guidare un club di paperoni che ha visto le fortune complessive aumentare nell’ultimo anno al massimo storico di 20.100 miliardi.
Secondo la tradizionale classifica di Forbes sulle valutazioni al primo marzo 2026., il patron di Tesla e SpaceX è al vertice per il secondo anno di fila, dopo che il suo patrimonio è aumentato di circa 500 miliardi di dollari negli ultimi dodici mesi, trainato dalle crescenti valutazioni delle sue società.
È la prima persona in assoluto, per altro verso, a superare la soglia degli 800 miliardi di dollari ed è sulla buona strada per diventare il primo al mondo a tagliare il traguardo a quota 1.000. Musk ha superato le difficoltà accusate dai corsi di Borsa delle sue aziende durante l’impegno al Doge di taglio dei costi alla macchina amministrativa Usa e di supporto esplicito all’amministrazione Trump.
Le fortune di Musk ammontano a più di tre volte quella dei nomi successivi nella lista di Forbes, che ha raggiunto il record di 3.428 individui ed è popolata in cima da altri colossi della tecnologia. I cofondatori di Google, Larry Page (257 miliardi) e Sergey Brin (237 miliardi) si sono classificati al secondo e terzo posto. Mentre il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, è quarto con 224 miliardi e il numero uno di Meta, Mark Zuckerberg, è quinto con 222 miliardi.
L’attuale classifica presenta circa 400 miliardari in più rispetto alla classifica di Forbes del 2025, un’ondata di ricchezza alimentata dall’impennata del mercato azionario dovuta in parte all’ottimismo sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale.
Trump è salito al 645/mo posto, rispetto al 700/mo dei 12 mesi precedenti. con asset per 6,5 miliardi, in aumento di 1,4 miliardi. Tra i principali fattori che hanno contribuito alla crescita della ricchezza del presidente Usa ci sono centinaia di milioni di dollari legati alle criptovalute da lui promosse.
Trump ha anche beneficiato dell’annullamento da parte di una corte d’appello di New York di una sanzione civile di 518 milioni per un caso di frode. “Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump ha finora ampiamente ripagato il miliardario capo di Stato – ha rilevato Forbes -. Che si tratti di concludere affari in Medio Oriente, di promuovere le sue criptovalute o di ospitare personaggi illustri nelle sue proprietà, Trump ha dimostrato che lui e la sua famiglia sono ancora in attività”.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
STANDO ALLE DISPOSIZIONI MINISTERIALI, SÌ: A VIA ARENULA È PRASSI COMUNE FARSI DARE IL VIA LIBERA PER EVENTI PUBBLICI. NON È CHIARO SE L’ABBIA CHIESTO, ESSENDO LEI PIÙ POTENTE DEL MINISTRO (NORDIO SI È SCUSATO PER LEI, MANCO FOSSE LUI IL CAPO DI GABINETTO)
I leghisti ricordano che le interviste in televisione, come quella sciagurata fatta da Bartolozzi a Retecolor, devono essere tutte autorizzate. «Lo dicono le regole. Lei era stata autorizzata?», chiede un big della Lega. Al ministero non ne sanno nulla, ma la risposta, forse, la conosce solo Nordio.
L’insofferenza nei confronti della capo di gabinetto sta crescendo. Eppure di dimissioni non se ne è mai parlato. Neanche nel caso di vittoria del Sì al referendum. In quel caso sarebbe proprio Bartolozzi a doversi sedere al tavolo per concordare i decreti attuativi della riforma con la magistratura che voleva «togliere di mezzo». Sarebbe «un problema, più che un imbarazzo», sostengono nel governo. Lei, oltre a Nordio, può contare solo sull’appoggio del sottosegretario Andrea Delmastro, di FdI. Un tandem che sarebbe nato – malignano nel centrodestra – per reciproca utilità: da una parte Bartolozzi avrebbe ottenuto una copertura politica dal partito di maggioranza relativa, e dall’altra l’esponente di Fratelli d’Italia avrebbe ricevuto aiuto dalla capo di gabinetto, che ha le chiavi del ministero, per poter tenere più facilmente un occhio su Nordio.
Un capo di gabinetto deve essere espressamente autorizzato prima di rilasciare interviste?
Secondo il Codice di condotta ministeriale (articolo 13 comma 2), “i rapporti istituzionali con i mezzi di informazione sono tenuti dal Ministro della giustizia e dal suo Ufficio Stampa, nonché dalle persone espressamente autorizzate”.
La regola vale anche per i capi gabinetto? In base al succitato Dpr sembrerebbe di sì. Ma va precisato che sullo stesso punto il Dpr è sostituito dall’articolo 2 commi 1 e 2 del Codice ministeriale con ulteriori disposizioni specifiche che ne precisano il perimetro.
All’art 2 comma 1 si legge: “Le disposizioni del presente Codice si applicano al personale amministrativo, dirigente e delle aree funzionali, con contratto a tempo indeterminato e determinato, nonché al personale amministrativo contrattualizzato e non, che presta servizio in posizione di comando, distacco o fuori ruolo, alle dipendenze del Ministero della giustizia, compreso il personale assunto a tempo determinato, rientrante nelle linee progettuali del Pnrr come declinate dal decreto-legge 9 giugno 2021, n. 80, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2021, n. 113, nell’Amministrazione centrale e periferica nonché negli uffici giudiziari”; e all’art. 2 comma 2 “le disposizioni del Codice si estendono, in quanto compatibili, a tutti i collaboratori esterni o consulenti, con qualsiasi tipologia di contratto o incarico e a qualsiasi titolo, nonché ai collaboratori a qualsiasi titolo di imprese fornitrici di beni o servizi e che realizzano opere in favore dell’Amministrazione”.
Insomma, dalle disposizioni sembrerebbe che Bartolozzi avrebbe dovuto essere autorizzata, e in effetti al ministero è prassi comune farsi dare il via libera per eventuali interventi pubblici.
Ma in questo caso che cosa è successo? Dal ministero della Giustizia non fanno sapere se Bartolozzi abbia effettivamente chiesto l’autorizzazione e nemmeno se il ministro Nordio gliela abbia concessa.
(da agenzie)
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