POVERI COMUNISTI
LA BERNINI RIESCE A RAPPRESENTARE LA REALTA’ CON I CANONI DEL GROTTESCO
La disputa fascisti-comunisti ha la stessa vivacità di un rubinetto che perde, eppure continua imperterrita a deliziare il dibattito pubblico. A rilanciarla per l’ennesima e sempre penultima volta è stata la ministra dell’Università Anna Maria Bernini, solitamente mite, che rivolgendosi dal palco di Atreju a un gruppo di contestatori li ha chiamati «poveri comunisti». Si è premurata di ricordare che la paternità dell’epiteto appartiene a Silvio Berlusconi.
Ma intanto lui diceva «cumunisti» con la u, accompagnando la parola con un saltello che ne depotenziava la carica minacciosa. E poi era cresciuto nel Novecento, quando il comunismo esisteva davvero.
Abbinare quel nome grande e terribile, che evoca un’utopia finita in tragedia, a una tiepida contestazione studentesca è come scomodare Mike Tyson per descrivere un bambino che ti fa il solletico sotto l’ascella. Invece pare che funzioni. Una volta ho sentito dare del comunista persino a Enrico Letta.
Evidentemente ci rassicura rappresentare la realtà con i canoni del grottesco. Al governo non c’è la destra sociale ma i fascisti, che in pubblico si sforzano ancora di darsi un tono, come un raffreddato che cerca di trattenere gli starnuti, ma appena tornano a casa si mettono a fare il saluto romano davanti allo specchio. E l’opposizione? Che domande: tutti quelli che criticano il governo sono comunisti. Soltanto Calenda riesce contemporaneamente a criticare il governo e a dare del comunista a chi ce l’ha con lui.
(da corriere.it)
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