QUALE SARÀ MAI IL PAESE CHE PAGHERÀ PIÙ DI TUTTI LO CHOC SUI MERCATI ENERGETICI? OVVIAMENTE L’ITALIA! RISCHIAMO UN 1% E PASSA DI INFLAZIONE AGGIUNTIVA DA PETROLIO A FINE ANNO, CONTRO UNO 0,5% IN PIÙ DI MEDIA PER L’AREA EURO
L’INDICE DEI PREZZI SALIREBBE NEL SUO COMPLESSO OLTRE IL 3% – IL MOTIVO È STRUTTURALE: L’ITALIA È UNA DELLE ECONOMIE PIÙ ESPOSTE ALLE IMPORTAZIONI ENERGETICHE, IN PARTICOLARE DI GAS
Intervenire subito, per evitare che la storia si ripeta. Perché le quotazioni del petrolio si avviano
verso i picchi del 2022 e il rischio che i rincari si diffondano sugli altri beni di consumo, come accadde ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina, aumenta di giorno in giorno.
Almeno a detta del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti
Come ha ricordato lui stesso nel suo discorso all’Eurogruppo, «per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza, invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie».
Proprio come allora. Il motivo è semplice: l’Italia consuma più energia di quanta ne produce e per soddisfare i suoi bisogni si rifornisce da un parterre diversificato di fornitori.
Ma questa sua «dipendenza», unita al carattere manifatturiero (ed energivoro) della sua economia, possono tradursi in un mix pericoloso quando gli equilibri geopolitici traballano.
L’instabilità energetica, è la tesi del ministro, non solo «altera la competitività delle nostre aziende», ma distrugge anche «il potere acquisto delle famiglie» e, di riflesso, «mette a rischio la nostra sicurezza energetica».
Il timore è di una nuova fiammata dell’inflazione. Negli ultimi giorni il mercato ha fiutato le possibili ripercussioni sull’economia e ha iniziato a prevedere ben due rialzi dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea. Opzione che il numero uno del Mef ha già criticato, ritenendo che «sarebbe grave pensare che la soluzione» ai rincari «possa passare per una stretta monetaria».
A Roma, intanto, il governo pensa a correre ai ripari. Ieri al ministero delle Imprese e del Made in Italy si è riunita la cabina di regia della Commissione di allerta rapida, presieduta dal ministro Adolfo Urso.
Intanto i prezzi alla pompa salgono e la premier Giorgia Meloni non vuole perdere tempo. L’ipotesi più accreditata è quella di rivedere il meccanismo delle accise mobili prevista da una legge del 2023 che però, così come è scritta, non consente di intervenire su rincari repentini, ma di ridurre le accise solo quando i prezzi medi degli ultimi due mesi mostrano uno scostamento rispetto alla media dell’anno precedente.
L’idea c’è, ma il testo ancora manca. Per questa mattina è prevista un’ultima riunione a Palazzo Chigi con i tecnici del Mef e del Mase per provare a chiudere il documento che dovrebbe poi approdare in Consiglio dei ministri nel pomeriggio.
Se i dicasteri non dovessero trovare una quadra, la discussione sul decreto potrebbe slittare. Di certo, in cdm non troverà spazio il piano casa, ormai all’ennesimo rimando.
(da agenzie)
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