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SOLDI LEGA, IL VERO MOTIVO DELL’ACCORDO SUI 49 MILIONI

LA RIDICOLA CIFRA DI 600.000 EURO L’ANNO (IN 80 ANNI) PERMETTE ALLA LEGA DI VERSARE LA RATA AUTONOMAMENTE, EVITANDO INTRUSIONI INVESTIGATIVE NEI CONTI DELLE FONDAZIONI E DELLE ASSOCIAZIONI LEGATE AL CERCHIO MAGICO DI SALVINI

Alla fine l’accordo è arrivato: 48,9 milioni di euro da restituire ai cittadini italiani in comode rate e senza interessi.
Una soluzione che rivela una crepa nell’impalcatura difensiva della Lega di Matteo Salvini. Un po’ come è accaduto con la costituzione di parte civile contro Umberto Bossi, ritirata all’ultimo momento.
Il senso di questa retromarcia ha il sapore della sconfitta politica per il vicepremier: nonostante le accuse più volte rivolte ai magistrati, dimostra la volontà  di chiudere al più presto una vicenda di cui si sta parlando troppo, e che rischia di produrre altre conseguenze negative per lui e i suoi colleghi.
Il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, la presenta come una richiesta dei legali del Carroccio.
Di sicuro alla Lega è stato concesso di restituire i 49 milioni di euro frutto della truffa sui rimborsi in rate da 100mila euro da versare ogni due mesi.
In pratica, lo Stato impiegherà  81 anni per recuperare il suo credito. Un affare?
La procura pensa così di ottenere l’intero tesoro senza dover investire tempo e risorse per andarlo a cercare.
La Lega è evidentemente convinta di aver chiuso così la vicenda dei rimborsi elettorali del periodo 2008-2010 percepiti illecitamente, parte dei quali utilizzati anche dall’attuale ministro dell’Interno.
Con la decisione di versare autonomamente quanto dovuto allo Stato, il Carroccio e il suo segretario dovrebbero evitare intrusioni investigative nei conti non solo del partito ma soprattutto in quelli delle associazioni e fondazioni legate al cerchio magico del ministro dell’Interno.
Proprio quelle che raccontiamo in questa inchiesta. Il senso dell’accordo è dunque semplice: non saranno più i magistrati a dover andare a caccia dei denari riconducibili alla Lega, come imponeva la sentenza della Cassazione sul sequestro, ma sarà  la Lega stessa a mettere il denaro a disposizione della procura senza dover spiegare per filo e per segno da dove arrivano quei soldi.
Tutto questo sempre che in appello la sentenza di condanna per truffa non venga ribaltata: scenario che permetterebbe a Salvini di non dover restituire più nemmeno un euro allo Stato.
In realtà  i soldi, quelli che il ministro dell’Interno invitava a sequestrare fino all’ultimo centesimo, non ci sono più.
Da quando è iniziata l’indagine sulla truffa, il denaro è infatti gradualmente sparito. E così, nonostante la decisione del riesame autorizzi la procura di Genova a mettere le mani non solo sui conti del partito ma anche su quelli riconducibili ad esso, sarà  ora molto difficile per lo Stato recuperare i 48,9 milioni di euro.
Fino a poco tempo fa la Lega poteva in realtà  disporre di parecchia liquidità . Quella donatale dai piccoli sostenitori e dai suoi parlamentari, come ama ricordare il suo leader. Ma anche quella versata dalle aziende.
Ed è qui che emergono alcune sorprese. Perchè nella lista ricostruita dall’Espresso compaiono nomi di grosse società  italiane e di una multinazionale.
Rappresentanti delle cosiddette èlite, le stesse che Salvini non perde occasione di contrapporre al popolo. Di più.
Tra i finanziatori cercati dalla Lega c’è anche un manager indagato dall’antimafia, un’impresa implicata in un processo sullo smaltimento di rifiuti e un grande gruppo alimentare interessato a ottenere un permesso urbanistico in un comune governato dal Carroccio.
Fare la radiografia delle finanze leghiste non è semplice. Ci sono i conti del partito e quelli delle società  controllate, ma esiste anche una galassia di associazioni, fondazioni e onlus poco note.
Sigle ufficialmente non legate al Carroccio, ma che ora gli investigatori potrebbero far ricadere sotto la categoria delle realtà  «riconducibili». Ognuna di esse ha infatti almeno un conto corrente che il partito potrebbe aver usato per finanziarsi. E che dunque, almeno teoricamente, potrebbe essere analizzato dagli investigatori per cercare di restituire ai cittadini italiani quei quasi 49 milioni di euro rubati.
Qualche esempio? C’è l’associazione “a/simmetrie”, la “Scuola di formazione politica” ideata da Armando Siri, sottosegretario alle Infrastrutture e ideologo della flat tax.
La fondazione federalista “Per l’Europa dei Popoli” dell’eurodeputato Mario Borghezio. Scorrendo l’elenco riassunto nel grafico alla pagina precedente balza all’occhio la Lega per Salvini Premier.
Una new company creata l’anno scorso con l’obiettivo ufficiale di sancire l’esistenza di una nuova Lega, non più secessionista ma nazionalista, non più anti-meridionali ma anti-stranieri. O forse, insinuano i maligni, un semplice tentativo di blindare le nuove entrate dai sequestri della magistratura.
Fatto sta che la nuova Lega ha avuto di sicuro in pancia almeno gli euro raccolti quest’anno grazie alle donazioni del 2 per mille.
Dove sono finiti? Chissà . Risposta valida anche per i denari ricevuti da un’altra creatura dotata di conto autonomo: Noi con Salvini, creata nel 2015 e morta nel giro di un paio d’anni.
Di certo uno dei canali usati dal vicepremier per incamerare finanziamenti senza farli passare dai conti ufficiali della Lega è stata l’Associazione Più Voci.
Fondata nel 2015 a Bergamo da tre uomini del partito – Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, che rivestono ruoli amministrativi, e Giulio Centemero, tesoriere e deputato – l’associazione è finita sotto l’occhio degli investigatori dopo che L’Espresso, nell’aprile di quest’anno, ne ha rivelato l’esistenza raccontando come nel giro di un anno abbia ricevuto parecchi soldi. Donazioni di imprese private: 250 mila versati dal costruttore romano Luca Parnasi, arrestato poco dopo per corruzione, e 40 mila euro bonificati da Esselunga.
Di sicuro il conto della Più voci è nel mirino della guardia di finanza perchè ritenuto riconducibile al partito. Del resto il fondatore è il tesoriere della Lega, e alcune somme entrate nelle casse dell’associazione sono finite poco dopo a società  e cooperative del Carroccio.
Ci sono per esempio i bonifici effettuati a favore della Mc, impresa che edita il giornale online Il Populista ed è controllata direttamente dalla Fin Group, di proprietà  della Lega Nord. E quelli indirizzati all’iban di Radio Padania, la storica emittente di via Bellerio.
Resta un solo quesito irrisolto. Chi sono gli altri finanziatori dell’associazione?
Il dubbio nasce dalle intercettazioni a carico di Parnasi. In uno dei dialoghi captati dai carabinieri di Roma, l’imprenditore sostiene che almeno dieci imprese abbiano finanziato la Più voci.
Quindi, detto di Esselunga e della società  Pentapigna di Parnasi, ne mancano in teoria otto all’appello.
Interpellato sulla questione, Centemero non ha fornito i nomi ma ha detto che «tra il 2015 e il 2018 ci sono stati erogati contributi per 328.400 mila euro».
Insomma, ci sono almeno altri 40 mila euro donati alla Più Voci da imprenditori tenuti segreti in nome della privacy.
Non proprio una prova di trasparenza per il governo del cambiamento. E neppure di legalità : sopra i 5 mila euro i finanziamenti ai partiti vanno dichiarati al parlamento, e quindi ai cittadini. Parnasi ha detto, intercettato, che i suoi 250 mila euro servivano per la campagna elettorale di Parisi. Non dunque per la libertà  d’informazione, come ha assicurato Centemero rispondendo alla nostra richiesta di chiarimenti. Quindi, se Parnasi dice il vero, quei soldi dovevano essere dichiarati.
Per finanziarsi la Lega ha usato anche dei modi molto semplici: ha organizzato delle cene con le aziende. Eventi molto simili a quelli messi in piedi quattro anni fa da Matteo Renzi, che per questo era stato attaccato duramente da chi oggi è al potere.
Il leader del Pd ingrassa con le cene da mille euro mentre mette a dieta gli italiani, aveva commentato Salvini.
Mentre Beppe Grillo riassumeva così il senso di quelle iniziative: «L’elettore tipo del Pd è ormai un broker, un finanziere o un ex della banda della Magliana».
Va detto che la legge non vieta a un partito di organizzare cene di finanziamento: basta appunto dichiarare al Parlamento qualsiasi donazione superiore ai 5 mila euro.
Il problema, come per il caso precedente, è la trasparenza promessa dall’attuale governo. E la presenza di alcuni nomi che sembrano contraddire certi mantra cari a Salvini, tipo quello della Lega rappresentante del «popolo contro le èlite», delle «piccole imprese contro le multinazionali».
Già , perchè alla cena in questione, avvenuta il 19 ottobre del 2015 alla Fonderia napoleonica di Milano, un’ antica fabbrica usata oggi anche per feste private, nell’elegante quartiere dell’Isola, fra i tanti invitati a finanziare il partito c’era per esempio Luigi Patimo, responsabile per l’Italia del colosso iberico Acciona, gruppo composto da un centinaio di società  presenti in 65 nazioni del mondo e attive nei più svariati settori, dalle costruzioni ai trasporti, dalla logistica fino alla concessioni stradali.
Senza dimenticare i servizi idrici, la cosiddetta gestione privata dell’acqua contro cui gli alleati a 5 Stelle combattono da anni, tanto da aver inserito la ripubblicizzazione nel contratto di governo firmato da Salvini. Ma non è solo questo a colpire, quando si analizza il profilo di Patimo.
Il manager della multinazionale spagnola è infatti anche indagato per corruzione dall’antimafia di Reggio Calabria insieme a Marcello Cammera, responsabile dei lavori pubblici nel municipio dello Stretto, imputato per concorso esterno alla ‘ndrangheta nel processo Gotha.
Una storia giudiziaria intricata, nella Calabria in cui alle ultime elezioni il partito di Salvini ha collezionato un risultato che nessun padano avrebbe mai immaginato. Va detto che la notizia dell’indagine a carico di Patimo è emersa sui giornali nel 2016, dunque dopo la cena nel centro di Milano.
E che, ad ogni modo, essere indagato non significa aver commesso un reato. La questione è politica. Anche perchè, nonostante i sospetti dell’antimafia, Patimo continua a essere socio in un’azienda, la Profilo Srl, di un importante esponente leghista del governo: Armando Siri.
Quanto ha versato il manager della multinazionale nelle casse della Lega? Perchè? Chi erano gli altri manager e imprenditori presenti a quella cena?
Quanto ha raccolto in totale il partito? Come sono stati usati quei soldi?
Abbiamo inviato queste domande a Patimo, a Siri e alla responsabile dell’ufficio stampa della Lega, Iva Garibaldi. Ma nessuno ci ha risposto.
I documenti in possesso dell’Espresso si fermano a qualche giorno prima della cena. Frammenti di un evento che pare aver coinvolto decine di imprese, ma di molte delle quali non abbiamo dati sufficienti per citarle.
Tra gli invitati possiamo menzionare con sicurezza, oltre a Patimo, altri tre rappresentanti aziendali. C’è Dante Bussatori del Gruppo Elios, impresa piacentina che si occupa di bonifiche ambientali, attualmente sotto processo a Novara per una vicenda di finti smaltimenti. «Sono stato invitato a decine di questi eventi, ma per principio non partecipo mai a queste inutili cene», taglia corto il manager di Elios. Nella lista di invitati c’è anche Daniele D’Alfonso della Ecol Service di Milano, attiva nello stesso settore. D’Alfonso non ha risposto alle nostre domande, mentre lo ha fatto Gabriele Gazzano della Editel, impresa edile della provincia di Cuneo, confermando di aver ricevuto l’invito ma di non aver poi partecipato nè finanziato il partito.
Le carte raccontano che le donazioni dovevano finire su un conto corrente aperto dalla Lega presso Banca Prossima, istituto di credito del gruppo Intesa Sanpaolo, sequestrato di recente dai magistrati con soli 6 mila euro a disposizione.
Dove sono finiti gli altri denari raccolti?
Su quel conto non sono affluite solo le donazioni offerte a quella cena dalle imprese, ma anche altri fondi leghisti: lo rivela un documento compilato dalla Uif, l’autorità  italiana che si occupa di antiriciclaggio.
Il 16 gennaio del 2017 il partito, già  allora guidato da Salvini e amministrato da Centemero, sposta infatti 145 mila euro dal conto Unicredit a quello aperto presso Banca Prossima.
Niente di strano, se non fosse che in quel periodo sulla stampa erano usciti degli articoli che davano notizia dell’indagine per riciclaggio avviata dalla procura di Genova. Riciclaggio che – è tuttora l’ipotesi degli inquirenti – la Lega avrebbe compiuto facendo perdere traccia dei soldi frutto di reato (la truffa ai danni dello Stato, la stessa per cui deve restituire i quasi 50 milioni), spostandoli all’estero e facendone infine rientrare una parte in patria. Tutto questo per evitare il sequestro, sospettano gli investigatori.
Dei 48,9 milioni che in teoria dovrebbero rendere allo Stato, al momento la guardia di finanza è riuscita a sequestrarne poco più di 3.
Le confische hanno riguardato i conti nazionali e quelli regionali del partito. La Lega Nord ha però anche le sezioni provinciali e cittadine, e questi conti pare che non siano ancora stati toccati. Analizzandoli con cura gli inquirenti potrebbero fare qualche scoperta interessante.
È il caso della Lega Mantovana, che lo scorso 4 luglio – secondo una fonte interna al partito – ha beneficiato di un bonifico molto particolare: 10 mila euro provenienti dalla Lega nazionale, a cui erano stati versati poco prima da una delle più grandi aziende della zona, la Pata.
Sarebbe stato proprio il gruppo del patron Remo Gobbi a chiedere che quei soldi finissero alla sezione mantovana.
Perchè questo strano giro di denaro? E come mai Pata ha voluto che i soldi andassero alla sede locale del partito?
Secondo la fonte, a cui abbiamo garantito l’anonimato per evitargli ritorsioni da parte dei colleghi, il motivo è duplice: da una parte renderne più complicato il sequestro, visto che si tratta appunto di una sezione locale non ancora toccata dalle confische, dall’altra incentivare i dirigenti locali a concedere un permesso a cui l’azienda delle patatine fritte tiene molto.
Pata ha infatti annunciato pubblicamente qualche mese fa di voler ampliare il proprio stabilimento di Castiglione delle Stiviere, Comune governato proprio dalla Lega e feudo elettorale del neodeputato Andrea Dara, che della cittadina è vice sindaco e assessore all’Ambiente.
Un investimento da 10 milioni di euro, che porterà  la società  a occupare altri 35 mila quadrati. Condizione necessaria: l’approvazione, da parte del Comune, del cambio di destinazione d’uso del terreno da agricolo a industriale.
Un’accusa pesante, insomma, fatta peraltro in modo anonimo. Per questo abbiamo chiesto un commento sulla vicenda sia alla Pata che ad Antonio Carra, segretario provinciale della Lega a Mantova. Domande rimaste senza risposta.

(da “L’Espresso“)

This entry was posted on martedì, Settembre 18th, 2018 at 21:22 and is filed under Giustizia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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TRIA IRRITATO PER LO SGRADEVOLE ATTACCO DI DI MAIO, MA NON HA ALCUNA INTENZIONE DI MOLLARE SUL DEFICIT ALL’ 1,6% »

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