STEFANO FOLLI: “È UNA LEGGE DI BILANCIO TIMIDA E PRIVA DI UN ORIZZONTE DI QUALCHE RESPIRO
“INVECE LA PROSSIMA FINANZIARIA CADRÀ RIDOSSO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE E SARÀ UN’ALTRA STORIA: SARÀ CONCEPITA COME STRUMENTO DI CONSENSO E IL GOVERNO SFRUTTERÀ FINO IN FONDO I MARGINI DELLA SPESA”
La consueta tortura della legge di bilancio si avvia al termine. 
La maggioranza ne esce di solito malconcia, dal momento che soffre tutte le tensioni interne.
E figuriamoci quando la legge finanziaria è la penultima della legislatura: la prossima cadrà di fatto a ridosso della campagna elettorale e sarà un’altra storia: sarà concepita come strumento di consenso, con l’unico argine imposto dai criteri generali fissati dall’Unione. Ma all’interno di questa cornice è chiaro che il governo in carica saprà sfruttare fino in fondo i margini della spesa.
Fino ad allora si può dire che il ministro dell’Economia non ne esce proprio da vincitore, ma di sicuro nemmeno da sconfitto. Giorgetti ha tenuto una linea istituzionale sul punto cruciale: mantenere i conti pubblici in equilibrio. Ha subito pressioni continue dal suo partito, la Lega, ma non ha ceduto, al di là di qualche compromesso a cui è stato indotto da circostanze certo non agevoli.
Semmai il risultato è una legge di bilancio timida e priva di un orizzonte di qualche respiro. Tuttavia l’argomento che possiamo presumere sia stato usato dalla premier è il seguente: manteniamo unita la coalizione e sforziamoci di ridurre il danno presso l’opinione pubblica; l’anno venturo sarà diverso e la prudenza di oggi potrà trasformarsi in una serie di iniziative economiche in grado di dare slancio alla battaglia elettorale.
Si capisce quindi che i toni autocompiaciuti e celebrativi con cui il governo presenta il testo finale della legge di bilancio abbiano
a che fare con un’esigenza di propaganda, anziché con la verità dei fatti che è assai più prosaica. Del resto anche l’opposizione, come in un’immagine speculare, esagera con la descrizione quasi apocalittica di quello che il governo Meloni ha fatto o non ha fatto.
Ogni anno, salvo rare eccezioni, si ripete la stessa mano di gioco. Con esiti prevedibili, cioè un sostanziale pareggio dopo giorni rissosi. In definitiva non è su questo terreno che si rompono gli equilibri politici o se ne intravedono di nuovi.
Come è ovvio, sarebbe stato diverso se Salvini avesse deciso di uscire dalla maggioranza. Una crisi sul bilancio sarebbe stata devastante. Tuttavia nessuno, nemmeno Salvini, ha mai pensato di commettere un tale, macroscopico suicidio.
I prossimi mesi offriranno a entrambi gli schieramenti l’occasione di non perdere tempo e di concentrarsi sui rispettivi obiettivi. La maggioranza dovrà contenere la tendenza leghista ad alimentare una costante guerriglia politica, pur senza giungere alle estreme conseguenze. La politica estera e il conflitto in Ucraina continueranno a essere il punto più delicato nelle relazioni fra la Lega e la premier Meloni.
Sulla carta quest’ultima è in grado di controllare la situazione, ma sul piano internazionale molti aspetti possono cambiare e non sempre in modo prevedibile. L’opposizione, dal canto suo, dovrà nel corso del 2026 definire i tratti di una credibile alternativa di governo. Quindi un’agenda di cose da fare, un’identità politica, un sufficiente grado di coesione interna tra Pd e 5S. Al momento sembra che il cammino da compiere non sia breve.
(da Repubblica)
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