TI PAREVA CHE NON ARRIVASSERO LE STAMPELLE AL GOVERNO MELONI
DALL’EX PRESIDENTE RAI PETRUCCIOLI ALL’EX MINISTRO CESARE SALVI FINO ALLA RIFORMISTA DEM PINA PICIERNO E AL PROFESSOR CECCANTI, C’E’ UNA SINISTRA CHE VOTERA’ SI’ AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
Sul palco ci sono tanti esponenti storici di una sinistra un po’ âgée , rigorosamente a filiera corta
Pci-Pds-Ds, che però, all’unanimità, rivendicano «coerenza». Il Pd dice di votare No al referendum sulla Giustizia? «Questa riforma appartiene a un patrimonio del centrosinistra: è il completamento ineludibile della riforma Vassalli», va subito al punto Augusto Barbera.
Il presidente emerito della Corte costituzionale, già 4 volte deputato con Pci e Pds, è il profilo più alto tra le decine di persone arrivate a Firenze per «La Sinistra che dice sì», l’iniziativa lanciata dal costituzionalista Stefano Ceccanti e da Enrico Morando, il tandem che guida i riformisti di Libertà eguale, con il professor Carlo Fusaro.
Barbera pesa ogni parola, ma è deciso: «A marzo non si vota né a favore del governo Meloni né contro — avverte —. Ci saranno altre occasioni per poter giudicare questo governo, a partire dalle elezioni politiche del prossimo anno».
Parole che fotografano meglio di altre il conflitto irrisolto all’interno della sinistra e del Pd, la cui anima garantista fatica ancora a prevalere rispetto a quella più giustizialista. «La riforma della corte disciplinare per i magistrati era nel programma del
2022 del Pd», incalza infatti Ceccanti, ex senatore dem riformista. In sala arriva anche Cesare Salvi, ex ministro che dopo una storia a sinistra rifiutò di confluire nel Pd: «Chi dice di votare No per mandare a casa Meloni ha un atteggiamento sbagliato. E lo dice uno che è nettamente all’opposizione di questo governo — riflette —. Io dico no al derby della premier contro i magistrati. Oggi dobbiamo assumere il punto di vista del cittadino, il suo diritto alla difesa, che con questa riforma sarà ancora più garantito».
Sferzanti le parole di Claudio Petruccioli, altro volto storico del Pci ed ex presidente della Rai, che la mette così: «È vero che chi vota Sì rischia di confondersi con Meloni, ma chi vota No oggi rischia di mettere il timbro sulla sinistra che si organizza sull’asse Landini-Conte». Applausi.
Pina Picierno, prima linea dei riformisti dem, i conti con il suo partito dovrà farli nel 2029 e da Bruxelles va ancora una volta controcorrente rispetto alla sua segretaria Elly Schlein: «Occorre uscire dalla tenaglia ideologica che soffoca il dibattito italiano, quella fra garantismo e giustizialismo — incalza la vicepresidente del Parlamento Ue —. La stagione delle riforme del processo penale è stata una battaglia della sinistra riformista da sempre. Perché senza giustizia credibile non c’è coesione sociale e non c’è democrazia».
A sposare le ragioni del “sì”, infatti, ci sono anche Più Europa (a Firenze ci sarà Benedetto Della Vedova), il Partito socialista di Enzo Maraio e un bel pezzo di Italia Viva: Matteo Renzi ufficialmente lascia libertà di voto per non indispettire gli alleati, ma oggi all’iniziativa fiorentina arriverà la sua capogruppo al Senato, Raffaella Paita, che dice di sentirsi «coerente con quello che ho sempre sostenuto e che la sinistra ha sempre sostenuto». Parole che lasciano pochi dubbi sull’orientamento dei renziani e certificano, dunque, la divisione della coalizione che ha stravinto, ad esempio, le ultime elezioni regionali in Campania: Pd, M5s e Avs da una parte, IV, Più Europa e Psi dall’altra.
(da agenzie)
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