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TUTTO IL POTERE A GIORGIA MELONI

LA PREMIER CHIEDE IL PLEBISCITO CON DUE OBIETTIVI, UNO PIU’ INQUIETANTE DELL’ALTRO

Il “Vota Giorgia” — versione moderna del “Vota Antonio” di Totò — è molto più che uno slogan. È un manifesto politico. Parafrasando McLuhan: la leader è il messaggio. Tutto il resto non conta o viene dopo, come l’intendenza di De Gaulle che, inevitabilmente, “seguirà”. I guai giudiziari di Santanchè e i tazebao culinari di Lollobrigida, le stroncature di Reporters sans Frontières sulla libertà di stampa e le bocciature della Commissione Ue sui conti pubblici, le censure della Rai e le abiure del fascismo, le bordate di Capitan Salvini e le boiate del Generale Vannacci. Piccoli equivoci senza importanza, per un’aspirante Statista che si sente già a un passo dalla Grande Storia.
Potremmo chiamarla la Svolta di Pescara, e segna un prima e un dopo: Meloni capolista ovunque, candidata alle elezioni del 9 giugno non per andare a Strasburgo ma per capire se a Roma, dopo un anno e mezzo di governo, “la gente è ancora con me”. Una mossa furba ma bugiarda, annunciata da una donna fortemente populista, oggettivamente popolare e orgogliosamente popolana, che finge di non essere élite pur essendo stata parlamentare da cinque legislature, ministra per quasi quattro anni e ora premier da diciotto mesi.
È lei, così, a compiere il destino della destra post-berlusconiana, portandone a compimento la parabola “capocratica”. All’epoca il Cavaliere di Arcore fu il primo a scrivere il suo cognome nel simbolo di Forza Italia. Adesso l’Underdog della Garbatella chiede ai cittadini di scrivere il suo nome sulla scheda. Berlusconi, col sole in tasca, diceva agli italiani: io sono miliardario, ma vi regalo il sogno di diventare come me. Meloni, con l’elmetto in testa, dice agli italiani: mi chiamano “borgatara”, ma io sono fiera di essere come voi.
Dunque chiamatela Giorgia, e votatela per questo. E già che c’è, per convincervi meglio a due passi dal seggio vi fa pure trovare un bel Bonus Befana, versato in busta paga presumibilmente a gennaio 2025 ma annunciato casualmente in questi giorni: 100 euro lordi, grosso modo pari agli 80 euro netti con i quali Renzi — altro raffinato epigone dell’Unto del Signore — sbancò alle Europee del 2014. Al contrario della mancetta dell’astuto Matteo, questa è una tantum, non è automatica, la prendi solo se hai figli a carico e disponi di un reddito tra i 12 e i 28 mila euro lordi.
Ma tutto fa brodo, nella sbobba acchiappa-voti che la politica ci propina in questo sciagurato menù elettorale condito da nani, ballerine e figurine capaci di parlare di tutto meno che dell’Europa morente — come dice Macron — e del posto che l’Unione vuole avere in un mondo squassato da due guerre e schiacciato tra un’America che aspetta Trump e una Russia che si inchina a Putin.
Dietro l’artificio mediatico c’è un evidente maleficio politico. Meloni chiede il plebiscito con due obiettivi, uno più inquietante dell’altro. In Europa, la presidente del Consiglio ha cambiato schema e ha spiegato che non si schiererà mai con la famiglia dei socialisti: questo lascia temere che, archiviata l’idea di fare squadra con una Von der Leyen indebolita dal Pfizer-gate, ora voglia ritentare l’alleanza innaturale tra i Popolari e i Conservatori, «per spostare a destra l’asse dell’Ue» (come ha detto lei stessa), o comunque «per prenderne il controllo dall’interno» (come ha scritto il New York Times).
È un disegno ambizioso: la premier potrebbe approfittare di quello che persino Fareed Zakaria, commentando sulla Cnn, ha definito «Momento Meloni» nel Vecchio Continente, dove le sue posizioni sui migranti e sulla transizione ambientale hanno fatto breccia anche al di là del perimetro dei sovranisti di Visegrad. Ma è anche un disegno pericoloso: può ricompattare l’onda nera dell’ultradestra che va dai polacchi di Legge e Giustizia ai francesi di Reconquête, il partito di Maréchal Le Pen che torna a invocare il fronte unico di una “Europa civilizzatrice” chiamata a sostituire “l’Europa tecnocratica”.
In Italia, la capocrazia meloniana fa perno sulle due pseudo-riforme che ribaltano l’assetto costituzionale e istituzionale della Repubblica. L’elezione diretta del premier è una mina innescata sotto un Quirinale ridotto a ufficio notarile. Il «presidenzialismo all’italiana» — come lo ha battezzato con ironia involontaria la ministra Casellati — conferisce i pieni poteri a Palazzo Chigi, sottraendoli al Parlamento ridotto a votificio e a una Consulta svilita a cinghia di trasmissione dell’esecutivo, attraverso la nomina dei membri “laici”.
Combinato a una legge elettorale ancora da scrivere — ma già ispirata a un super premio di maggioranza che ricorda la Legge Acerbo grazie alla quale Mussolini occupò i due terzi delle Camere — il premierato è una battaglia di durata medio-lunga: dovrà passare per la doppia lettura dei due rami del Parlamento, con i canonici tre mesi di distanza l’una dall’altra, e poi affrontare le forche caudine del referendum confermativo, sul quale caddero proprio Berlusconi nel 2006 e Renzi nel 2016.
L’Autonomia Differenziata è invece un fronte caldissimo qui ed ora. Stiamo parlando di una legge ordinaria, che segue l’iter normale e non passerà per nessun vaglio del popolo sovrano. Il testo del ministro Calderoli — sempre noto per aver firmato il Porcellum e aver dato dell’orango a Kyenge — è già stato licenziato al Senato, ed è appena approdato alla Camera. Martedì la conferenza dei capigruppo fisserà le sedute successive.Una settimana fa, in Commissione Affari Costituzionali, si è già avuta la prova di come le destre marcino in orbace, sui regolamenti parlamentari e sulle opposizioni politiche. La maggioranza era stata battuta su un emendamento dei Cinque Stelle. Ma il presidente della Commissione, il fido Nazario Pagano, l’ha fatto rivotare con il pretesto di un’irregolarità formale. Una decisione grave e senza precedenti, che dimostra due cose: la spregiudicatezza di questa coalizione, ma anche la sostanziale tenuta del patto scellerato tra Fratelli d’Italia e la Lega, che scambiano il premierato con l’Autonomia differenziata.
Dunque, subito dopo le Europee l’Italia potrebbe ritrovarsi di fronte al fatto compito, cioè al varo a tappe forzate di una legge dello Stato che distrugge lo Stato. Perché questo è il risultato di quelle norme: le Regioni del Nord avranno competenza esclusiva su 23 materie, dalla salute all’istruzione, dall’ambiente ai beni culturali. Nel Paese comunitario già segnato dalla più scandalosa diseguaglianza interna, ogni anno oltre 75 miliardi di ricchezza si sposteranno dai territori più indigenti a quelli più benestanti.
Di fatto: la secessione dei ricchi e la fine dell’unità e della solidarietà nazionale. Un viaggio negli inferi, oltre tutto di sola andata: una volta approvata la “riforma” e trasferite le materie esclusive agli enti locali, tornare indietro sarà tecnicamente impossibile. Diventerà “la nostra Brexit”. E ce ne pentiremo amaramente, ma inutilmente, tra una decina di anni. Cioè quando sarà troppo tardi, perché il danno al Sud si sarà già prodotto.
La constatazione più triste è che questo misfatto si sta consumando nell’inconcludenza delle sinistre e nell’indifferenza delle opinioni pubbliche. Comprese quelle meridionali: per “votare Giorgia”, saranno soprattutto loro a pagare il prezzo di questa ignavia.
(da repubblica.it)

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C’E’ GIA’ L’ACCORDO TRA TAJANI E MORATTI, CON LA BENEDIZIONE DI GIORGIA MELONI: SE IL PARTITO PRENDERA’ PIU’ VOTI DELLA LEGA, LETIZIA VUOLE UN POSTO NEL GOVERNO »

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